Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti
Part 6
Ed essa, in Roma, penitente adora La fraude vaticana Baciando la rea man che gronda ancora Del sangue di Mentana....
Ah, no, questo di vizi ampio carcame Che al bacio vil si prostra, Ah, no per Dio, questa bagascia infame Non è la madre nostra.
Mentì chi l' disse! O voi, dai fortunati Sepolcri ove dormite, Martiri nostri ormai dimenticati, Levatevi e venite!
Voi che gridaste Italia e il piombo intanto Vi rompea la parola, Voi che ne confessaste il nome santo Col capestro alla gola,
Smascheratela voi la svergognata Che adultera col prete; Dite a questa carogna incoronata Che non la conoscete.
Altra è la sacra Italia, amor dei forti Che un dì fu vostra cura. Oh, destatela voi, poveri morti, Se i vivi hanno paura!
Fate che torni e nella destra rechi Una spada infocata Contro questi ladroni obliqui e biechi Che l'han vituperata.
Arda col foco suo fin che bisogna Questa stalla d'Augìa, Tagli col ferro la civil vergogna E la giustizia sia!
DA CAPO
_Consurgite et ascendamus in meridie,_ JEREM VI, 4.
Se nella mesta sera, Cinto di luce strana, Lo scoglio di Caprera All'occidente levasi Superbo sulla nera onda lontana,
Il marinar che passa Sull'agile naviglio Tien la bandiera bassa E tra le palme ruvide Il duro capo abbassa e china il ciglio.
Là, nella calma enorme Della morente luce, Sotto il granito informe, Presso le acacie memori L'ultimo sonno dorme il nostro duce.
Dorme il Messia invocato Nel giorno del dolore, Dorme il gentil soldato Che amò come una vergine E col suo s'è fermato il nostro core.
Quando il leon scoteva L'ampia cesarie d'oro, Un popolo sorgeva Bello, gagliardo e giovane Che la pugna chiedeva e non l'alloro;
Sorgean gli eroi sublimi Che il duce taciturno Primo davanti ai primi Guidava all'ardua carica Contro Calatafimi e sul Volturno;
Poi, rotta nel cimento La schiera e pur non doma, Cadea senza un lamento, Mal vendicata vittima Sul colle di Nomento in faccia a Roma.
Nè alcun tendea la mano A mendicar mercede, Nè per voler sovrano, Nè per clamor di popolo Mentiva il capitano alla sua fede,
Chè il duce ed il soldato Chiudevan ne' petti ardenti Il cor di Cincinnato E ai solchi ritornavano Del plauso non cercato assai contenti.
Ed or che resta? O santo Sangue versato invano, O fior d'Italia, pianto Un dì con tante lagrime, Or ti mette all'incanto il pubblicano!
O gloria unica al sole, Pura in tante vicende, Alla crescente prole Pura dovevi scendere E ti compra chi vuole e ti rivende!
Tutto governa l'oro, Tutto è sottil garrito Di legulei nel foro E de' comizi il traffico Frutta come tesoro al più scaltrito.
Il suo veleno occulto Ci mesce la menzogna E gli ebri, nel tumulto Dell'ira, si barattano La calunnia, l'insulto e la vergogna.
Ahi, della prima schiera Non resta alcuno in vita? Dunque laggiù a Caprera Col biondo Cristo italico L'incolpevol bandiera è seppellita?
Ah no! Sacra coorte, Per l'ultima battaglia Ti risparmiò la morte: Inerme e pur terribile Di Roma su le porte ancor ti scaglia.
Non sangue essa ti chiede, Ma invoca i difensori. Schieratevi al suo piede, Voi forti, e proteggetela Con l'incorrotta fede e gli alti cuori.
Trombe dal sonno scosse Sonate alla raccolta! Correte alle riscosse, Salvate voi la patria, Vecchie camicie rosse, un'altra volta!
Alto il vessillo alzate De' traditori a fronte..... Ma voi, deh, riposate Nelle giberne lacere Cartucce non sparate all'Aspromonte!
PRIMO MAGGIO MDCCCXCV
Passano lenti. Un lampeggiar febbrile arde a ciascuno il ciglio. Passan solenni e da le dense file non si leva un bisbiglio.
Toccandosi le mani ognun di loro cerca il vicin chi sia. Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, quella è una man di spia.
Sotto l'aspra fatica e il reo destino molti già son caduti, molti il carcer ne tiene od il confino, e pur sono cresciuti.
Striscia il gran serpe de la folla oscura dei ricchi su le porte. Dentro, nello stupor de la paura, si ragiona di morte.
Intanto il passo de la muta schiera allontanar si sente e nel silenzio de la fosca sera spegnersi lentamente.
Ecco allora Epulon, vinto il terrore socchiude l'uscio e guata e dice: «lode a Crispi ed al Signore, anche questa è passata!»
* * *
È passata, ma invan te ne compiaci ne l'allegre parole. Son gli antichi rancor troppo tenaci per tramontar col sole.
Nel ferreo pugno non hai più la plebe che serva un dì schernivi: germina l'odio da le pingui glebe che mieti e non coltivi.
Ne le officine fumiganti e nere contro te si cospira: sotto la casa tua, ne le miniere, pronta allo scoppio è l'ira
e mal ti gioverà crescer guardiani a le porte sbarrate; l'armi custodi del tuo aver, domani da chi saran portate?
Chi ti difenderà domani, quando le turbe mal nudrite assedieranno le tue case, urlando: «è il primo maggio: aprite?»
Oh, ben gli sguardi noi tendiam levati a l'avvenir fecondo e tu chini la fronte! I tuoi peccati hanno stancato il mondo.
NOVEMBRE
Addio sorrisi dell'albe rosate, Addio tramonti che d'oro parete! Novembre porta le tristi giornate E delle nebbie la bigia quïete!
Gli uccelli migran in file serrate Cercando a volo contrade più liete, Ma noi restiamo, calcando immutate, Sul fango vecchio, le vie consuete.
Restiamo e sempre le stesse infinite Noie e le stesse speranze remote C'infliggeranno le stesse ferite.
Finchè abbassando le teste canute, Chinando al suolo le pallide gote, Qui marcirem come foglie cadute.
MENTRE PARTONO
Tu che aprendo il mercato alla menzogna Alto salir potesti E che senza pietà, senza vergogna, Vivo, di noi ridesti,
Or nella tomba dormirai contento Buon vecchio di Stradella, Che accompagnar solevi al tradimento L'arte di Pulcinella.
Dormi, buon vecchio, ormai dimenticato Dai servi e dai rivali E sogghigna se 'l puoi. T'han perdonato I morti di Dogali.
A ben più grave e più feroce guerra L'Italia è condannata; Nuovo sangue latin beve la terra Dell'Eritrea bruciata.
Nuove vittime ancor di rei consigli Cadran sull'arse arene E nuove madri cresceranno i figli Per ingrassar le iene!
Lascia, scarno villan, lascia il sudato Solco a te non diviso. Tu non devi morir dove sei nato, Dove amor t'ha sorriso.
La gentil civiltà de' tuoi signori Ti spinge alla battaglia. Va, povero villano, uccidi e muori. Dopo, avrai la medaglia.
E mentre i legulei ti lauderanno Con sonanti parole, Oh, come l'ossa tue biancheggieranno Gloriosamente al sole!
Sulla sabbia deserta e funerale Rotoleranno al vento, Ma in qualche trivio della Capitale Sorgerà un monumento.
Su cui tra i bronzi falsi e le sculture Dell'arte a buon mercato Sarà il tuo nome, o buon villan, se pure Non l'han dimenticato.
Piange intanto colei che la tua culla Vegliò amorosa e forte; Piange le tristi nozze una fanciulla, Le nozze con la morte.
Ma il padre invece, al ciel rivolto il ciglio, Giunte le palme grame, Dice:--beato te povero figlio, Che non avrai più fame.--
ALPINI
Quando l'ora verrà, l'ora che deve Esser l'estrema che vedrete al mondo, Voi cercherete invan col moribondo Occhio l'alpe natìa, bianca di neve.
E indarno de' ghiacciai la brezza lieve Ricercherete nell'ansar profondo. Oh, quanto lungi al labbro sitibondo Saran le fonti ove il camoscio beve!
Ahimè, madri dolenti e fidanzate Dolenti, dite voi se questo è il santo Il giocondo avvenir che sognavate?
Vanno all'inutil sacrificio e intanto Noi veneriam le vanità sfacciate Cui piacque il sangue loro e il vostro pianto!
ULTIME NOTIZIE
Le madri, nel tormento Crudel d'un dubbio arcano, Cercan con l'occhio intento Qualche speranza invano.
Non sale un noto accento Dall'aspettante piano, Non una vela al vento Sul freddo mar lontano!
Ed ecco, il messaggero Nunzio della fortuna Passa sul lor sentiero,
E a lui chiede ciascuna, Bianca d'angoscia, il vero: «Che novità?»--«Nessuna!!»
PISCICOLTURA
Se un pesce grosso sparpagliò cambiali E non le ha mai pagate, O le pagò col voto, i suoi giornali Dicon: «cose private!»
Se vende un gran cordon, poscia negato, E lo vende a un briccone, Son cose che riguardan l'avvocato, Cose di professione.
Se il Codice Penal soffre gli sfregi De' suoi superbi sprezzi, Se fa comprare o vendere i Collegi, Sono pettegolezzi.
Ma se un pesce piccin, stando digiuno Sente un po' d'appetito, Peggio poi se lo dice a qualcheduno, È subito ammonito.
Se gli sembra che il secolo egoista Viva delle sue spoglie, Se incappa in qualche idea da socialista, San Stefano lo coglie.
Se vede Bosco o De Felice in sogno, Se soffre e non dispera, Se ha visto il Lega fare il suo bisogno, In galera! in galera!
SERMONE DI NATALE
O Messia profetato ai sofferenti, Pietoso un dì consolator del mondo, Inutilmente ormai torni alle genti, Bambino biondo!
Non è più il tempo in cui l'amor potea Illuminar le menti e incender l'alme, In cui per te Gerusalemme avea Osanna e palme.
O dilettose al cor notti stellate De' colli galilei sui dolci clivi, Tra il canto delle donne innamorate, Sotto gli ulivi;
O susurranti al sol gaie fontane, Di solinghi riposi allettatrici, Cui sale la canzon delle lontane Spigolatrici;
O vigne d'Israel che i dolci frutti Maturaste all'umil schiera seguace, Voi non l'udrete più chieder per tutti Giustizia e pace!
E tu, benigno, che a cercar scendevi L'agnel che si smarrì nella campagna E l'Evangelo dell'amor dicevi Sulla montagna,
Guarda! Un'idolatria cauta e discreta Agli Apostoli tuoi cresce l'entrate. Pietro che ti negò, batte moneta; Tommaso è frate.
Il sangue che grondò dalla tua croce Oggi feconda l'odio e non l'amore. Presso al complice altar veglia feroce L'inquisitore.
L'astuta ipocrisia dell'egoismo Che la ragione all'util suo sommette, Distilla le bugie del catechismo Nelle scolette
E nella Chiesa che chiamar non sdegna Santo l'inganno e la menzogna pia, Angelico Dottor, Barabba insegna Teologia.
Perchè tornar se alla novella pena Oggi trarresti inutilmente il fianco? Più balsami non ha la Maddalena Pel rabbi stanco.
Non si ricorda più d'averti amato, Ma, isterica romea, col bacio scende Al laido piè che, del tuo nome ornato, Caifa le stende:
E colei che chiamar madre ti piacque E nel sepolcro il corpo tuo compose, Or vezzeggia i clienti e vende l'acque Miracolose.
Fuggì, foggi da noi, bambino biondo: Torna piangendo dal presépe al cielo. Il Sillabo di Pio cacciò dal mondo Il tuo Vangelo.
Dall'avarizia vinta e dal peccato La tua fede morì povera e nuda. Oggi nel nome tuo regna Pilato, Governa Giuda.
ALLE MADRI
_Dedicato ad Anna E......._
Madri, lo ricordate il dì sereno In cui d'amore il pegno La prima volta nel fecondo seno Vi diè di vita un segno?
Con che orgoglio gentil del grembo incinto Allor vi compiaceste! Come la culla col materno istinto Morbida gli faceste!
E poi che al suo vagir tacque il dolore Del fianco insanguinato, Con che speranze, o madri, e con che cuore Benediceste il nato
E nutrito di voi lo riscaldaste Stringendolo sul petto, E se morte il ghermìa, glielo strappaste Col prepotente affetto!
Lo cresceste così, biondo fanciullo, Sovra i fidi ginocchi, Vegliando il primo passo e il suo trastullo Con l'anima negli occhi
E speraste veder l'ore supreme In braccio a lui più liete.... Quanto amor, quanti baci e quanta speme, O madri che piangete!
Ed ora? I vostri figli a mille a mille Cadder lungi da voi Perchè un ladro impazzito e un imbecille Si son creduti eroi.
E vi tentano ancor, gli scellerati, Con le astute parole, Ma i cadaveri nudi e mutilati Si putrefanno al sole,
Ma già dai loro immondi antri, le iene Calando irsute e scarne, Leccano il sangue de le vostre vene, Straccian la vostra carne!
E il delitto cadrà nel grave oblio In che omai tutto langue? No, levatevi voi, donne, perdio, Raccogliete quel sangue,
Gettatelo ululanti e scapigliate Dei colpevoli in faccia; Quando il giorno verrà, non dubitate, Ne troverem la traccia;
E dite agli altri, o neghittosi, o incerti, «Pietà di noi vi prenda! La nostra patria è qui, non nei deserti Dell'Abissinia orrenda!
Pietà, chiediam pietà, madri dolenti, Figlie, sorelle, spose; Pietà, per gl'insepolti e pei morenti Su l'ambe sanguinose!
Non tolga vite ai campi, a le officine, La conquista rapace. La nostra patria è qui. Datele alfine La giustizia e la pace!»
Dite così. Ma se domani ancora Tripudieranno i ladri E moriranno gl'innocenti, allora, O dolorose madri,
Non porgete più latte al mite Abele Che s'acconcia al destino, Ma raccogliete ne le poppe il fiele Per allevar Caino.
AGLI EROISSIMI
Giusti della fallita Apocalissi, Marci Porci Catoni, in questo errai Che delle birberie forse ne scrissi, Ma non ne feci mai.
Oh se n'avessi fatto, e lo potevo, Di che frasche m'avreste incoronata! Un'abiura e tra i grandi anch'io sedevo, Illustre deplorata!
Ma l'arte di lustrar le scarpe ai ladri Curvando il dorso, mi negò natura; Perciò gridate che incitai le madri A strillar di paura.
Chi parla di viltà? Chi con gagliarde Frasi, dopo il caffè, facil tribuno, Povere donne, vi chiamò codarde Perchè vestite a bruno?
Chi fumando in poltrona, empie i giornali Di vendette, di stragi e di rovine, Da la ciambella moderando l'ali Dell'aquile latine?
Chi dei debiti nuovi alla conquista Le apostrofi all'onor guida in falange E soggioga lo Scioa dal liquorista, Insultando chi piange?
Ah, siete voi? Salute o ben pensanti, In cui l'onor s'imbotta e si travasa; Ma dite un po', perchè gridate «avanti!» E poi restate a casa?
Perchè, lungi dai colpi e dai conflitti, Comodamente d'ingrassar soffrite, Baritonando ai poveri coscritti «Armiamoci e partite?»
Partite voi, se generoso il core Sotto al pingue torace il ciel vi diede. O Baiardi, è laggiù dove si muore Che il coraggio si vede,
Non quì, tra le balorde zitellone, Madri spartane di robuste prose, Che chieggon morti per compor corone D'alloro, ahi, non di rose!
Ma no, non partirete! A questi tempi, Se dovesse mancar «la parte sana,» Chi resterebbe a predicar gli'esempi Della virtù romana?
Chi resterebbe a consolar coi detti Le vedove beltà che il bruno adorna? Chi li farebbe i brindisi ai banchetti Per chi parte o chi torna?
Ah, forti Aiaci della guerra a fondo, Ussari della morte, ah, non tentate D'uscir di qui per conquistare il mondo, Perchè, se ve ne andate,
Forse la vigna che godeste voi Fruttar potrebbe ad operai più scaltri... No, restate, restate a far gli eroi Con la pelle degli altri!
QUANDO IL MUNICIPIO DI BOLOGNA FESTEGGIÒ LA B.V. DI S. LUCA ESPONENDO I CENCI ANTICHI PER INVITO DEI CLERICALI MASCHI E FEMINE
Dicono--Gesù mio, quanto schiamazzo Per due vecchi tappeti! Nemmen se ritornassero in Palazzo Gli Svizzeri ed i preti!
I contadini a non vederli esporre Ci credevan birbanti; Sono elettori anch'essi e quando occorre Votan pei ben pensanti.
Che v'importan quei cenci o i _Credi_ fatti Recitar nelle scuole? Siam liberali. Non badate agli atti, Badate alle parole.
Rispondono--I tappeti alla ringhiera Non son stracci e cimosa; Cencio di pochi palmi è una bandiera, Ma vuol dir qualche cosa.
O le liste da chi furono empiute E da chi consigliate? Voi ci diceste; non le abbiam vedute: E pur lo sapevate!
Confessatelo, via, siate leali, Poichè non siete scaltri: Voi pascete di fumo i liberali E d'arrosto.... quegli altri.
Ma v'è chi dice--Ecco, Bisanzio ancora Con le ciarle si regge Dei cento legulei della malora Che gli falsan la legge.
Lasciamoli cianciar del più e del meno, Lasciamoli garrire; Noi guardiamo più in alto, ad un sereno, Ad un santo avvenire.
Noi guardiamo più in alto e questa bassa Miseria non ci tange. Con ben altra eloquenza il cor ci passa La voce di chi piange!
Ma quando il pianto cesserà e verranno Ben altre feste, allora Quelle coltri lassù, riscalderanno Il letto a chi lavora.
L'IDILLIO DI ORLANDO
Che non può far d'un cor ch'abbia soggetto Questo crudele e traditore Amore, Poichè ad Orlando può levar dal petto La tanta fè che debbe al suo Signore! ARIOSTO, Orl. Fur. C. IX, I.
Apparia tremolando all'orizzonte La tenue luce della nuova aurora E la vaghezza delle rosee impronte Crescea più viva coll'andar dell'ora, Quando, sul fido Brigliadoro, il Conte Uscì pensoso di Baldacco fuora E d'ignoti sentier sull'erba molle Lentamente discese il verde colle.
Come giovine sposa, allor che il sole Fra le cortine del balcon s'affaccia Lascia lenta le coltri e volger suole Al conscio letto con desìo la faccia, Ma, rivestita poi, non più si duole Rimemorando i baci e il sonno scaccia, Indi lieta intrecciando il crin disciolto Canta allo specchio e amor le ride in volto.
La natura così malvolentieri Dai notturni riposi uscir parea Semivelata dai vapor leggeri Che lenta l'aura del mattiti movea, Ma poi ridesta e de' color primieri Rifiorendo col dì, tutta fremea In un gaudio fecondo, in una ebbrezza Di gioventù, d'amore e di bellezza.
Non sgomentati del cavallo ai passi L'inno di gioia ripetean gli augelli, Pareano susurrar tra l'erbe e i sassi Giocondi epitalami anche i ruscelli. E i caprifogli penduti dai massi, Scotendo i rami a guisa di capelli, Gocciavan perle di sottil rugiada Sulle nozze de' fior lungo la strada.
Nel tripudio d'amor ringiovanita La pianura parea tutta un giardino Che vaporasse tepida e squisita La fragranza de' fiori al ciel turchino, Sì che pien di desìo, gonfio di vita, S'apriva il chiuso cor del Paladino E conquisa cedea l'anima fiera Alle lusinghe della primavera.
Dimenticò Re Carlo e i suoi baroni E il santo gonfalon del fiordaliso, I giganti, le fate e gli stregoni, Gano schernito ed Agramante ucciso. Dimenticò gli assalti e le tenzoni Tra lo stuol battezzato e il circonciso E vide col pensier mille rosate Imagini di donne innamorate.
Rivide Olimpia, offerta all'esecrando Mostro, chieder mercè nuda e tremante E passar sorridendo e sospirando Fiordispina, Isabella e Bradamante. Vide Marfisa non curar pugnando Le salde nudità del petto ansante E d'Angelica sua gli occhi procaci Languir di gaudio di Medoro ai baci.
Allor si sentì solo e in cor gli scese Gelida un'onda di malinconia, Tal che a se stesso dubitando chiese Se la gloria non fosse una pazzia; Ed una voce in fondo al core intese Dirgli: «che val la tua cavalleria »Che valgon le tue gesta e il tuo valore »Senza un bacio di donna e senza amore?»
Discendeva così fantasticando Intorno a questa sua doglia novella, E sospirava fieramente, quando Vide dal bosco uscire una donzella Che raccogliendo fior venìa cantando Soavemente e la persona bella Di tal vivo desìo lo prese e punse Che spronò Brigliadoro e la raggiunse.
Si trasse l'elmo, dall'arcion si sporse E con voce tremante amor le chiese. Lentamente a mirarlo il viso torse La giovinetta ed a sorrider prese. L'occhio le scintillò, ma quando scorse La croce sull'usbergo e sul palvese, La scintilla si spense ed il sorriso Subitamente le sparì dal viso.
E disse: «Cavalier, tu porti in petto Del Dio che adori il segno e la dottrina Tu segui Gesù Cristo, io Maometto; Tu sei di stirpe Franca, io Saracina; Io cingo fiori al capo e tu l'elmetto, Tu sei nato possente ed io tapina; Vanne e ti basti sol ch'io ti confessi Che t'amerei se tu a Macon credessi.»
Eh, come lieti tra le verdi fronde Cantavano gli augelli i novi amori, Come all'aura d'april le rubiconde Corolle aprivan tripudiando i fiori, Come splendeano al sol le chiome bionde, Come ridevan gli occhi incantatori, Allor che il Paladin vinto si diede E per un bacio rinnegò la fede!
AI REDUCI DALLO SCIOA
Quando spuntar vedrete a l'orizzonte Questo suol benedetto e sospirato E la brezza natia su l'arsa fronte Il bacio vi darà del ben tornato;
Quando in folla calar vedrete al lido I cari vostri a salutar le prore E il dolce vento de la patria, il grido Vi porterà de l'aspettante amore;
Quando nel cor di rimembranze pieno L'impeto cesserà de la tempesta E, consolati, sul materno seno Riposerete alfin la stanca testa;
Se vi parrà d'udir fioco un lamento Che seco il pianto e la tristezza porti Ascoltatelo pur senza sgomento; «Quella è la voce dei compagni morti
Che dice:--«All'avvenir sorridevamo Quando il destino ci portò con lui Ed ecco che con voi non ritorniamo, Noi mal sepolti ne la terra altrui.
Ma, dite, la giustizia alzò il flagello Su gli eroi da poltrona e i paladini? Chi come bestie ci cacciò al macello, Il supplizio subì degli assassini?--»
Voi rispondete:--«Ahimè, dormite in pace Del triste campo nel silenzio enorme! Qui dei delitti la memoria tace, Qui stipendiata la giustizia dorme.
Sovra i tumuli vostri erra feroce La iena e ne la notte urla il leone, Ma gli eroi da poltrona hanno la croce E gli assassini vostri han la pensione».
NOTTE D'AUTUNNO
Infuria il vento e nella bieca notte Fredda la piova incalza. L'acqua che stroscia dalle gronde rotte Sui ciottoli rimbalza.
Entro l'oscurità profonda e vuota Delle vie taciturne Guizzan, specchiate nell'immonda mota, Le fiammelle notturne
E nel sordido fango e nel pattume Putrefatto del suolo, Miserabile spettro, agita il lume E fruga il ciccaiolo.
Quand'ecco dal silenzio esce lontano Scalpito d'una rozza E tra la pioggia, il vento ed il pantano, Appare una carrozza
Che in un dirugginìo di chiavistelli Trabalza oscenamente, Col profilo dei birri agli sportelli E le lanterne spente.
E il ciccaiol che vive razzolando Nel brago e nel fetore, Sente lo schifo e brontola sputando: «Passa un commendatore!»
IL MIO CUORE
Il mio cuore è uno scrigno di velluto Che con sette sigilli è sigillato, Molti voller saperne il contenuto, Ma nessuno finor l'ha indovinato.
Lungamente il segreto ho mantenuto E, il labbro come il cor tenni serrato, Ma più a lungo tacer non ho potuto Ed i sette sigilli ho lacerato.
Sappiate dunque che nel cor segreto Chiudo i ricordi del tempo remoto, I fiori secchi dell'april mio lieto,