# Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti

## Part 5

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Sotto quel bacio fervido Si rizzeranno alla virtù natìa, Rinnovando i miracoli Che, vivo, hai fatto per la dolce Argia.

«EN REV'NANT D'LA REVUE»

_J'aime le doux parfum qui vient de la cuisine, Le parfum de la soupe et l'encens du roti, Le Champagne mousseux et la Chartreuse fine, Et les petits fours chauds qu'on vend chez Maiani.

J'aime un bas bien tiré qu'on voit sur la bottine Paraître avec malice comme un secret trahi; J'aime guetter le soir le lit de ma voisine Qui ne se doute guere du binocle ennemi.

J'aime tous les plaisirs dont la terre est feconde Et le cancan tout comme le noble cotillon; J'aime la brune--hélas--mais j'aime aussi la blonde.

Et pourtant il n'y a qu'un seul plaisir de bon, Qui enfonce, croyez moi, tous les plaisirs du monde, Et c'est rire d'un âne qui se pretend lion._

LE ELEZIONI DI MILANO--1895

I

Lode a te sia, Milano, Poichè Papa Leone Ti manda di lontano La sua benedizione!

Vieni a baciar la mano Del Vicerè padrone E torna piano piano Ai giorni del bastone.

Il tempo è già maturo Pel giudizio statario Ed il carcere duro.

Intanto, Segretario Del Sindaco futuro, Sarà Don Albertario.

II

Per grazia del Signore Un regime paterno Studiato dal Questore Diventerà governo

E il vigile censore Ricaccerà all'inferno I libri e quest'orrore Di spirito moderno.

Chi avesse poi prurito Di fare il liberale, Sarà preso e punito

E il Regno Temporale Sarà ristabilito Per decreto reale.

DEO CREPITVI SACRVM

O spirito santo De' visceri umani Che tutti del canto Conosci gli arcani, Che onori e letifichi D'armonici fiati Gli sforzi dei vati,

Dal buio profondo Dell'antro nativo Prorompi nel mondo Sonoro e giulivo; Di tepidi balsami Circonda ed allieta Lettori e poeta.

Tu, soffio eloquente Del verbo divino Concesso ugualmente Al ricco e al tapino, Tu sei come l'anima Per leggi fatali Comune ai mortali.

Conforti il villano Che pasce gli armenti, Alberghi sovrano Ne' chiusi conventi, De' gravi canonici Compagno canoro Solfeggi nel coro.

Nel casto segreto Dell'intima cella Rallegri discreto La pia monacella; Nel ballo, da timide Fanciulle compresso, Sospiri sommesso.

Tu visiti e curi Con equa fortuna Palazzi e tuguri, Altare e tribuna E avvolto di porpora De' plausi tra il suono, Favelli sul trono.

Ma guai se vapori Dal patrio forame Recandone fuori Il glutine infame! Purissimo spirito Che l'alvo ricrei Allor più non sei;

Ma pregno diventi D'essenze funeste Che ammorban le genti Col tanfo di peste E guasti e contamini I lini più ascosi Di segni schifosi.

Così colorito Per nostra sciagura, Di soffio gradito Diventi sozzura; Degnissima imagine, Ritratto vivente Del tempo presente.

Lentato ogni freno Ti getti sul mondo Spargendo il veleno Dell'alito immondo E appesti ed infracidi Le menti ed i cuori Di turpi vapori.

Maestro nell'arte Di nuovi delitti Tu lordi le carte Del plico Giolitti, Tu puzzi nel carcere Sul labbro bugiardo Del vecchio Bernardo.

Aiuti i sensali Dei voti comprati, Avalli cambiali Pe' tuoi deplorati, Trionfi, pontifichi De' ladri nel coro, Men porco di loro.

FANTASIA EGIZIANA

Al Nilo, al Nilo! Nasconderemo Laggiù mia bella l'amor deriso, Là sconosciuti noi ci faremo Non una casa ma un paradiso, Sul chiaro margine dell'acque calme Dove si specchiano verdi le palme.

Il chiosco vedi ch'io t'ho fiorito Di cento rose come un giardino! Dentro ai bracieri d'oro brunito Fuman le lagrime del benzoino E dal marmoreo balcone aperto Vampe d'amore manda il deserto.

Nera nel cielo color di rosa Che nel tramonto caldo risplende, Come una lupa libidinosa Accoccolata la sfinge attende, E grave un alito di strani amori L'acre vivifica nozze dei fiori.

Alle carezze molli del vento Data la lunga cesarie d'oro, Nell'onda tenue del vel d'argento, Nudo del bianco seno il tesoro, Sarai mia sempre, mia tutt'intera, Se non ti viene prima il colera.

QVANDO IL PREFETTO DEL RE E IL SINDACO DEL COMVNE RENDEVANO OMAGGIO A SVA EMINENZA REVERENDISSIMA

DOMENICO SVAMPA

PRETE CARDINALE DEL TITOLO DI SANT'ONOFRIO ED ARCIVESCOVO DI BOLOGNA QVESTO CARME BENE AVGVRANTE AL SVO FORMOSO PASTORE ARGIA SBOLENFI DEDICAVA

Signor, poi che ti sta supplice ai piedi Questa Felsina tua che un dì sdegnosa Bacio di prete sofferir non volle, Costei che, infranto il trono in cui tu siedi, Cercando libertà tinse gioiosa Del suo sangue miglior l'itale zolle, Absolvi or la pentita e le concedi L'amplesso del perdono Dimenticando dell'error l'audacia. Sii generoso e buono Con chi, come a Signor, la man ti bacia E poi che piango ravveduta anch'io, Misericorde ascolta il canto mio.

Un tempo, e ben lo sai, morta di fame, Schiava del tuo stranier temprò la plebe Ceppi a se stessa su la propria incude: Pe' sacerdoti tuoi le turbe grame Reser feconde le sudate glebe E sul solco natio caddero ignude Ai campi della Chiesa util letame; Ma un Dio consolatore Da' sacri templi a lor dicea: «Soffrite, Turbe nate al dolore E che felici nel dolor morite, Poi che v'aspetta in ciel di Dio il sorriso E sol de' tribolati è il paradiso».

Dolci tempi, o Signor, ma triste il giorno In cui la libertà disse il suo nome La prima volta nella rea Parigi, Poi che le turbe allor volsero intorno Torbido l'occhio e scossero le some Brandendo l'armi ad operar prodigi Di che all'anime pie duro è il ritorno. Germogli del mal seme Crebbe il tristo terren le idee novelle; Compresso indarno, freme Tra i nuovi ceppi il popolo ribelle E poi che in cor gli agonizzò la fede Non più la libertà, ma il pan ci chiede.

E grida: «Senza gioia e senza luce, Martiri del lavoro e degli stenti Moriamo e il pane ancor ci si rifiuta. Aprimmo il solco e non per noi produce, Altri ha le lane e noi guardiam gli armenti Altri ha la messe e noi l'abbiam mietuta. Nuovo un tiranno i servi suoi riduce A maledir la vita E, come bruti a litigar le ghiande; Ci calca inferocita La gente nuova che facemmo grande, Ma lieto il dì della riscossa arriva: Corriamo all'armi e la giustizia viva!»

Deh! soccorri, o Signor! Più non ci giova Rinnovar le catene ed i tormenti O sfrenar birri alle cercate stragi. Troncata l'idra i capi suoi rinnova E i pubblicani ed i giudei dolenti Tremano su gli scrigni e nei palagi Dove il tripudio del goder si prova. La turba macilente Accorre e di morir non ha paura Poi che, soffrendo, sente Che a lei la vita e non la morte è dura.... Deh, Signor, ci soccorri e se al desio Mancan le Guardie, ci difenda Iddio!

E se il tuo Dio ci costa, a noi che importa Quando i ribelli al timor suo riduce E delle turbe ci ridà il governo; Quando agli eletti suoi l'ausilio porta, Quando tra i volghi creduli conduce L'util minaccia ed il terror d'inferno Ed ha il demonio pauroso a scorta? Ben venga Iddio se reca Fede agli umili, securtà ai possenti, L'obbedienza cieca, Il catechismo, i preti, i sacramenti, De' frati tuoi la sacrosanta loia, Il Sant'Ufficio, la mordacchia e il boia.

Ben vedi che timor, non cortesia, I magistrati nostri a' piè ti caccia Inginocchiati a far debita ammenda. Ieri nemici ognun di lor fuggìa Fino il pretesto di guardarti in faccia, Ma la tema del poi gli animi emenda Ed eccoli a gridar Gesù e Maria. Reca dunque, o Levita, Benedetti dal ciel giorni soavi Alla città pentita, Al Senator che te ne dà le chiavi; Stringi la briglia nella man paterna E questo popol tuo reggi e governa.

Canzon vanne alla sede Del Pastor cui fu porto Omaggio di paura e non di fede. Egli è saggio ed accorto E se ben tu lo guardi Gli leggerai nel viso: «È troppo tardi!»

SAMBVCI[*]

A voi fecondi clivi Sabini, a voi vestiti Di frondeggianti viti E di feraci ulivi, Tra cui muggendo viene Il turbolento Aniene,

A voi, nel roseo incanto Del moribondo sole, Sante d'amor parole Disse d'Orazio il canto, Ma del tripudio il giorno Passò senza ritorno.

Rade, ai pendii fiorenti Dove ridean le vigne, Germoglian le gramigne Agli sparuti armenti: Nega al villan la vita La terra insterilita.

Che se, vincendo l'arsa Rabbia del sol rovente, Sudata lungamente Cresce la messe scarsa, Lo scarno agricoltore La miete al suo signore;

E a lui la terra magra Matura il reo frumento Che gli distilla il lento Velen della pellagra, Quando clemente il cielo Non l'arde in sullo stelo.... .........................

[*] Frammento. Tutti ricordano ancora la fame sofferta dagli infelici abitatori di Sambuci (Roma) nell'inverno del 1895.

A VENERE GENITRICE

INNO

_In lectulo meo per noctes quaesivi quem diligit anima mea: quaesivi illum et non inveni,_ CANT. CANTICOR. III. I.

--«Guarda, mortal, le fiamme De' larghi occhi lucenti E le chiome fluenti Sulle superbe mamme. Guarda! L'estremo lembo Gittai che ti copriva La pubertà giuliva Che mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaci E me sui fior ricevi; Tra le mie labbra bevi Il dolce miel de' baci, I lombi miei circonda Con le possenti braccia, Stringimi al sen la faccia E l'amor mio feconda.»--

Così parlò e sorrise La Dea porgendo il fianco Soavemente bianco Al giovinetto Anchise Poi volse le parole In gemiti sommessi E dei divini amplessi Fu testimonio il sole.

Vittima anch'io d'Amore Omai dispero aita Poi che la sua ferita Mi sanguina nel core, Nè lacrimar mi vale Nè maledir, costretta A spasimar soletta Sul vergine guanciale.

Che se fugaci istanti Di pace al sonno chiedo, Mille fantasmi vedo Pel glauco ciel vaganti. Passa sul campo arato Caldo di nozze il vento E in se recar lo sento La febbre del peccato.

Desta così all'ebbrezza Del germinar, la terra Le viscere disserra Del sole alla carezza E con le carni e il core Arsi da fiamme arcane, Urlan le genti umane «Amore, amore, amore!»

Tra l'ombre e gli spaventi Delle materne selve Si stringono le belve In ciechi accoppiamenti E dalle fulve arene Che il mar commosso esclude Perfidamente ignude Mi chiaman le sirene,

Mentre di Bromio stanche, Roche per gli ebbri canti, Le lubriche Baccanti Gittan le vesti bianche E sui compressi fiori Curvan le rosee forme Sotto l'impulso enorme Dei Fauni assalitori.

E allor mi desto sola Sul letto immacolato Coll'urlo disperato Del mio martirio in gola.... Deh, morrei pur gioiosa Se fossi in quel momento Segnata dal cruento Stigma di nuova sposa,

Se nella gonfia mole Dell'utero fecondo Balzar sentissi il pondo Della concetta prole, Se alfin delle mie pene Lieta chiudessi il ciglio Addormentando un figlio Tra le mammelle piene!

O Dea, Madre, Signora Dei vivi e della vita, Dal mar di Cipro uscita Al bacio dell'aurora, Che il premio a noi concedi Nella tenzon gentile Ed al vigor maschile Il fior del sangue chiedi,

Se di perenni rose T'ornino ancor l'altare Le verginelle ignare E le conscienti spose, Se l'atra onda Letea Il biondo Adon ti renda, Pietà di me ti prenda Madre, Signora, Dea!

IL PRIMO CAPELLO BIANCO

Si levan sospinti dal vento I bianchi vapori dei monti; Nel cielo di piombo le nubi d'argento Cacciate, travolte, nascondono il sol.

Recando la mota dei letti Traboccan le torbide fonti; La piova scrosciando rovina dai tetti E un largo pantano contamina il suoi.

Languisce la terra sopita Nel soffio del freddo aquilone; Ai rami gelati non torna la vita, Le gemme aspettanti non s'aprono ancor.

O fosche giornate d'orrore, Dov'è la novella stagione? Dov'è primavera fragrante d'amore Che scalda e feconda le nozze dei fior?

Deh, riedi e coi giorni più miti, O maggio, conduci il sereno: I canti dei nidi sui peschi fioriti, L'odor delle rose risveglia con te.

Infondi coi baci del sole La vita nel freddo terreno, Fiorisci le zolle di fresche viole, Ravviva i ligustri degli alberi al piè.

O maggio, e doman tornerai Dai fior salutato e dal canto; A tutti doman la gioia darai, Io sola piangendo tornar ti vedrò.

Io sola son morta all'affetto, Io sola mi struggo nel pianto; Letizia di vita non sento nel petto, Germoglio d'amore nel sangue non ho.

Il verno da me più non toglie L'orror delle bianche pruine; Al sole di maggio il gel non si scioglie, Il gelo di morte che il cor mi coprì.

Il primo capello canuto Quest'oggi mi svelsi dal crine.... Ah, giovane tempo, sì presto caduto, Con te la speranza quest'oggi morì!

SONETTI DECADENTI

DIES

Il sole brucia implacabile, uguale, Le stoppie gialle del pian vaporoso, L'azzurra volta del ciel luminoso Riflette in terra la fiamma estivale.

Non move foglia. La vita animale Langue in un grave sopor neghittoso Turba la pace al meriggio affannoso Solo un molesto frinir di cicala.

Sull'erba verde, nel bosco frondoso, Fresco t'ho fatto di fiori un guanciale E tu vi adagi le membra al riposo.

Dormi discinta nell'ombra ospitale Ed io contemplo con l'occhio bramoso L'onda del petto che scende e che sale.

NOX

Dell'alta notte la negra magia M'empie il cervello, mi filtra nel core. Un soffio passa sull'anima mia, Un freddo soffio che m'empie d'orrore.

Sente di fuori, l'orecchio che spia, Strani bisbigli che metton terrore, Ma nelle case la vita s'oblia Come annegata in un denso stupore.

Solo nel buio, laggiù, della via, Dietro una tenda, l'immobil candore Un lume fioco da lungi m'invia.

Rischiara forse il discreto bagliore Lo spasimar d'un atroce agonia Od il gioir d'una notte d'amore?

APENNINO

O monti, albergo di pace infinita, Ancor nel vivo ricordo rimane Il susurrar delle chiare fontane Tra la fragranza dell'erba fiorita

E il tremolar della luce salita Coll'alba fresca alle cime lontane Nel rado vel delle nebbie montane Su i boschi pieni di canti e di vita

E nel tepor della rorida mane Fioco il belar dell'agnella smarrita Od il rintocco di meste campane.

Oh, nel mister della selva romita Fuggir con lei dalle cure mondane E tra i capelli sentir le sue dita!

ADRIATICO

Il mar lambendo instancabile e lento La sabbia fina dell'umida sponda, Con ritmo uguale mandava un lamento, Quasi un singhiozzo, alla notte profonda.

Occhi benigni, le stelle d'argento Guardavan fisse la terra feconda. Amor vagava nel ciel sonnolento Ed io sperai la fortuna seconda.

Il cor t'apersi con timido accento, Sfiorai col labbro la chioma tua bionda Ed al trionfo credetti un momento....

Addio, fantasmi d'un'ora gioconda, Sogni d'amore dispersi dal vento, Care speranze cadute nell'onda!

MILLE

Al suo balcone s'affaccia beata La dama, tratta dal maggio fiorente. Il sol carezza la treccia dorata, La rosea gota ed il labbro ridente.

Il giovin paggio da lunge la guata E tutto caldo d'amore si sente Nè gli par cosa terrena e creata, Ma ben di cielo angioletta vivente.

Correr vorrebbe a battaglie cruente, Soffrir pugnando una morte spietata Sol per averne uno sguardo clemente;

E pur la dama dagli occhi di fata, E pur la bianca angioletta piacente Dal dì che nacque non s'è più lavata!

SETTECENTO

Mormora l'arpa toccata in sordina Lento un motivo che par minuetto. Lenta la dama danzando s'inchina, Tutta eleganza, sussiego e belletto.

Di nei segnata, la pelle argentina Manda un profumo sottil di zibetto: Sotto una nebbia di candida trina Ansano i bianchi segreti del petto.

Danza e sul molle tappeto trascina La ricca vesta ed il piè piccioletto Col portamento d'altera regina.

Tutti scoraggia col rigido aspetto, Con l'occhio pieno di calma divina, E lo staffiere l'attende nel letto.

PAROLE

Dolci parole d'amor, susurrate Presso i cespugli fioriti di rose, Parole dolci, parole gioiose, Appena dette che mai diventate?

Salite al cielo col vento e volate Degli angioletti alle labbra amorose, O, come accade dell'ottime cose, Parole dolci, nel nulla tornate!

Ahi, che piuttosto all'inferno dannate Sì come streghe mendaci e schifose, Forma e veleno di biscie pigliate

E, tra i cespugli nativi nascose, Mordete al core gli amanti e li fate Vittime e strazio di cure gelose!

MUSICA

L'ultime note languenti, velate, Muoiono come sospiri sonori In un tripudio di mazzi di fiori In un profumo di donne scollate.

E il sangue tende le arterie gonfiate, Passan su gli occhi fugaci bagliori; Tutta la vita prorompe di fuori Sotto l'impulso di forze ignorate.

Allor le forme ci sembran mutate E ridipinte di strani colori, Quasi fantasmi di cose sognate.

Poi tutto passa; ma resta nei cuori Come un rimpianto di gioie passate, Come un presagio di nuovi dolori.

MORBUS

Chi, quando il giorno muore, Ode, seguendo il Gange, La tortora che piange Sotto i roseti in fiore E, lungo l'acque stanche Specchio alle palme nere, Vede passar le schiere Delle pagode bianche,

Lento discerne ancora Fumar dal tardo fiume Il denso putridume Che in faccia al sol vapora, E galleggiar sull'onde Carogne omai disfatte Che l'acqua gialla sbatte Sulle fangose sponde.

Lungo i giuncheti pigri, Nido di serpi immani, Piangono i caimani E ruggono le tigri, Mentre nell'aria bassa Del crepuscolo torvo Gracchia sinistro il corvo Sazio di carne grassa.

Allor nel plumbeo cielo S'erge dall'acqua oscura D'un angiol la figura Chiusa da un fosco velo, E sale a poco a poco Sul livido orizzonte, Gocciando dalla fronte Sangue, veleno e fuoco.

Sale gigante e solo Dell'universo in faccia, Tende le negre braccia, Apre l'immenso volo.... Ah, invan chiudi le porte, Trista progenie d'Eva; Ecco, su te si leva L'angelo della morte!

E passa infaticato Sulle città fastose, Sovra le ville ascose, Sovra il castel merlato, Sul casolar che ride Di sue virtù contento.... Passa solenne e lento E dove passa, uccide.

Sul suo cammin, segnato Dai morti e dai morenti, Alto le umane genti Mandano un ululato. L'orror dell'ecatombe Fin la speranza scaccia E mancano le braccia Per iscavar le tombe...

Del cor premendo i moti, Sbarrando gli occhi tardi, Inchiodano i vegliardi Le bare dei nipoti; Col pianto sulle gote Le madri moribonde Piegan le teste bionde Sopra le culle vote.

Dubita l'uom che venga Il mondo all'ore estreme E guata in alto e teme Che il sole in ciel si spenga, Mentre gli grida il prete: «Guai nel gran giorno all'empio! »Portate l'oro al tempio, »Poichè doman morrete!»

Sul sacro limitare Cadono allor gli oranti, Lordan gli agonizzanti Le pietre dell'altare E pur la turba stolta Che ciecamente adora, Inginocchiata implora Iddio, che non l'ascolta.

Turba, che il vacuo gelo Della tua fede or tocchi, Muori, volgendo gli occhi Inutilmente al cielo. Alle pupille offese Il vero or si disserra: Non ti mentì la terra Quando per lei ti chiese,

Non ti giurò promesse D'un avvenir mal certo, Ma dal suo fianco aperto Ti germogliò la messe. Giovin, dell'odio invece, L'amor ti accese in seno, E per un giorno almeno Miglior di Dio ti fece.

ELEZIONI

Musa mia dolce, che le alterigie De' carmi arcigni non hai sul viso, Tu che rallegri l'ore mie grigie Di stravaganti scoppi di riso E volentieri mostri la pelle Dai larghi strappi de le gonnelle,

Musa mia dolce, vieni, discendi A la solinga mia cameretta; Avide ai baci le labbra tendi, Libera i lacci de la fascetta, Sciogli la chioma bruna e ricciuta E chiudi l'uscio. L'ora è venuta,

L'ora in cui l'odio fermenta e invade, Lurida peste, le menti e i cuori; In cui la gente giù per le strade Rutta bestemmie, rece rancori E, masticando laide querele, Inghiotte o sputa veleno e fiele.

Ognuno in queste turpi giornate Morde o calunnia, froda o minaccia. Lo sterco e il fango colto a manate All'avversario si scaglia in faccia. Riddano in piazza, lerci e impudichi, Spie, deplorati, ruffiani e plichi:

E i giornalisti, tinta di loia La meretrice penna d'acciaio, Pur che sia piena la mangiatoia Vendon la feccia del calamaio Per imbrattarne l'onore altrui, Quasi superbo che paghi Lui.

Indi, nell'ora concessa al voto, Cupi, nervosi, van gli elettori, Parlando basso col viso immoto,-- Guatando come cospiratori E in ogni canto dice un cartello: _Votate questo!.... Votate quello!...._

Entro la sala buia e fetente, Sozza la gromma vernicia i muri E intorno a un desco men che decente Seduti in cerchio cinque figuri Veglian con l'occhio cogitabondo L'urna di vetro dal doppio fondo.

S'apre la chiama. Nel pigia pigia Vota ciascuna pecora sciocca. Ardono alcuni di cupidigia, Ad altri l'ira torce la bocca, Ma quasi tutti, dopo votato, Palpano il prezzo del lor mercato;

E tutti, uscendo, da un reo contagio Attossicato sentono il cuore. Chi entrò dabbene n'uscì malvagio, Chi entrò ribaldo n'uscì peggiore. Chi vinse, il turpe bottino aspetta, Chi perse, spera nella vendetta.

Ecco i comizi! Di quando in quando, Se non accade qualche sinistro, Dall'urna falsa sbuca onorando Un frodolento caro al ministro, O un imbecille pien di commende; E l'un si compra, l'altro si vende.

Or perchè debbo far da mezzano All'ingordigia di Calandrino? Perchè mi debbo lordar la mano Scrivendo il nome d'uno strozzino? Perchè gettarmi nella battaglia Sotto gli sputi della canaglia?

Musa mia dolce, sulla tua faccia Ride un giocondo color di rosa. Passerò lieto fra le tue braccia Il giorno laido, l'ora schifosa. Sciogli la chioma bruna e ricciuta E chiudi l'uscio. L'ora è venuta.

DOPO IL PLICO

Meglio, Trento, per te se dalle mura Sante aspettasti invano Il vessillo che i patti e la paura Respinsero lontano.

Meglio, Trieste, indarno a queste sponde Tener l'anima fissa; Meglio indarno aspettar che lavin l'onde La vergogna di Lissa.

Deh, non cercate della madre il petto, Figlie aspettanti ancora, Poichè il fracido cancro ond'egli è infetto O uccide o disonora.

La madre, del vessillo a tre colori S'è fatta un origliere Per fornicar co' suoi commendatori Scappati alle galere.

Vende l'onore de' suoi figli morti, Gioca le glorie avite E fa copia di se negli angiporti Delle banche fallite.

Questa, questa è colei per cui sperate Cessar le vostre pene Ed essa per paura ha patteggiate Fin le vostre catene;

