Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti

Part 4

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Deh, affacciati al veron, tu che m'hai detto --Cavalier, dove vai? Fermati qui!-- Ecco torno pentito, ecco nel petto Col rimorso, l'amor mi rifiorì!»

Uscì la bionda castellana e china Del memore balcone al davanzal, Non vide un cavalier, ma una latrina, Un lurido fantasma intestinal

E disse:--«Alfin la collera celeste, Mossa dal mio pregar, ti castigò! Scortese cavalier, quella è la peste..... Lo spedale è più avanti!... «--E se ne andò.

SONETTI MITOLOGICI

I

ATTEONE

(_Dipinto ad olio_)

Guardate! Atteone Osserva il prospetto Ignudo e perfetto Che Trivia gli espone.

La Dea, che suppone Gli perda il rispetto, Le corna e l'aspetto Di cervo gl'impone.

Fuggita è lontana Dal tempo presente La bella Diana,

Ma sono cresciuti In modo indecente Le corna e i cornuti.

II

LEDA

Giove, padre degli Dei, Vide Leda e innamorato Ebbe il gusto depravato Di volerne gl'imenei

E l'aggiunse ai suoi trofei Con l'astuzia e con l'agguato, Poi che in cigno tramutato Si calò nel grembo a lei.

Donna Leda gli diè il covo, Ma con questo bel lavoro Fu gallata e fece l'ovo.

Già l'effetto è sempre quello Quando ruzzano fra loro Una donna ed un uccello.

III

DANAE

Acceso il Tonante Per Danae d'affetto Ottenne l'effetto Mutando sembiante

E, splendido amante, Le cadde nel letto Prendendo l'aspetto Dell'oro sonante.

Da noi, siamo schietti, Ne andava in possesso Cambiato in biglietti;

Che in oro o in argento Ci avrebbe rimesso Il 5 p. %.

IV

ATALANTA

Atalanta giovinetta Alla corsa ognun sfidava E sì forte galoppava Che pareva in bicicletta.

Per passarla, una burletta Ippomène imaginava E, correndo, le gettava D'oro in palle una cassetta.

Adocchiandole sì gialle, Per volerle raccattare Ella uscìa dal ritto calle;

Il che serve per provare Che le donne per le palle Si farebbero pelare.

V

PAN

Pane, cornuto Iddio Benchè non abbia moglie, Sul margine d'un rio S'appiatta in fra le foglie.

Assalta di scancìo Le Ninfe e poi le coglie, Facendone sciupìo Secondo le sue voglie.

Però fissa e solinga Ebbe una fiamma in core Per la gentil Siringa:

Dal che dedur conviene Che il povero signore Non orinasse bene.

VI

IO

Io, diventata vacca Per volontà di Giove, Fessa, dolente e stracca, Così diceva al bove:

«Come mi sento fiacca E rotta in ogni dove! Non valgo una patacca In queste forme nuove:

»Il fieno m'è indigesto E i visceri m'annoda In modo disonesto.

»L'utile sol ch'io goda Nel mutamento, è questo: Che guadagnai la coda.»

LA ROVINA DEL SASSO[*]

(_Per un numero unico_)

Fu la scena soltanto, Fu il drammaccio cruento, Che vi commosse al pianto.

Se il monte non cascava, Morivano di stento Ma nessun ci badava.

[*] Per intendere questo epigramma bisogna sapere che nel comune di Sasso erano alcune grotte nel monte e alcune catapecchie dove parecchie famiglie disgraziate tenevano coi denti la vita. Tutti lo sapevano, lo vedevano è passavano. Rovinò il monte e fece quel che non aveva fatto la fame: uccise i disgraziati. Subito si fecero sottoscrizioni, conferenze e numeri unici e in uno di questi la Poetessa, sott'altro nome che il suo, inserì i versi qui sopra.

SONETTO[*]

Usci la «Romanina» E il labaro spiegò, Ma l'orda libertina Lo prese e lo stracciò,

E tale una rovina Di calci si levò Che rotto per la china Qualche osso sacro andò.

La barca di San Pietro Che a prora è fessa già, Si rompe anche di dietro!

Non vede Santità? Gli han detto «__vade retro__» E Satana ci va.

[*] La Società cattolica detta la _Romanina_ volle celebrare in Roma non so che festività a Cristoforo Colombo e andò al Pincio con làbari, trombette, oratori e simili strumenti. Alcuni giovani liberali presero a pedate i dimostranti che scappano ancora.

AL MIO DESTRIERO

ODE

Non la criniera lucida, poi che non la possiedi, ma il ventre di maiolica e i quattro eburnei piedi concedimi, o corsier; fammi inforcar la candida tua groppa e su gli arcioni starò, superba amazzone, senz'armi e senza sproni o ausilio di scudier,

chè tu, gentil quadrupede, non scalpiti con l'ugna quando la groppa docile porgi a l'usata spugna e a 'l salubre sapon, ma su le zampe, immobile e mansueto, aspetti d'acque lustrali il tepido lavacro e i larghi getti de l'industre sifon.

Te cavalcando, visito tutto de' sogni il regno, ed un polledro rapido, non un caval di legno, allor tu sei per me, e ne'l sognar mio bellico, un capitan mi sento: le schiere mie galloppano con le bandiere a 'l vento ne 'l cospetto del Re,

Savoia! e i prodi, memori de la fortezza antica, freno non danno a l'impeto e già l'oste nimica le terga a noi voltò.

Che val se, a 'l campo reduce, scendo di sella esangue, se da uno squarcio orribile veggo fuggirmi il sangue?... La palma a noi restò!

Le schiere avverse fuggono, ma tu fuggir non sai e sovra i piè di mogano solennemente stai fermo, senza fiatar..... Ma i sogni, ahimè, svaniscono. Cessata è la battaglia!... L'ora de 'l pranzo è prossima: datemi la tovaglia chè mi voglio asciugar.

ODE FARMACEUTICA

Ho sognato un mar di laudano Denso, nero e sterminato, Come un piano formidabile Di sciroppo concentrato. Sovra l'onde immote e brune, Tra i vapor del zafferano, Svolazzavano importune Molte mosche di Milano,

Io, per far con meno incomodo Di quel mar la traversata, Mi recai sul porto prossimo E vi presi una fregata. Il suo nome si leggea Scritto a lettere d'un metro, Vale a dir FARMACOPEA, E l'aveva per dietro.

Grossi e ritti erano gli alberi Con le vele di cerotto, Con le sartie e con le gomene Verniciate di decotto; E la nave fabbricata Di campeggio e legno quassio, Era tutta incatramata Di ioduro di potassio.

Drappeggiati in negre tonache Molti giovani assistenti Impastavano le pillole Lassative od astringenti, Le supposte, i vescicanti E gli empiastri da enfiagione Da servire ai naviganti A merenda e colazione.

Un po' il fuoco che facevano, Un po' il caldo naturale, In quel tanfo farmaceutico Mi sentivo venir male; Per cui, visto un recipiente, Ci sedei sopra di botto E, vedendo un assistente, Chiamai forte--Ehi, giovinotto!--

--Che comanda?--chiese il giovane-- Vuol di malva una infusione? Vuol copaive in mucilaggine? Preferisce una iniezione?-- Adirata lo ribattei: --Non son quella che credete! Non ho il male che avrà lei; Ho soltanto un po' di sete.--

--Sete?--disse--Il male è piccolo E guarir con l'acqua suole; Ma se l'acqua ella desidera, Mi dirà come la vuole. Forestiera o del paese? Vuol Tettuccio o Castrocaro? Vuol un po' d'acqua ungherese O un bicchier di sale amaro?--

--Voglio solo acqua purissima!-- Furibonda allor gli osservo. Mi rispose:--Va benissimo, Ma in che modo gliela servo? Perchè buono è da sapersi Che da noi s'usa di bere In due modi assai diversi; O per bocca o per clistere.--

Detto fatto e dalla tonaca Con un gesto pittoresco Tirò fuori una gran cannula, Un affare gigantesco, E mentr'io gridava:--Ehi, sente... Lei m'ha preso per isbaglio!-- Quel birbone d'assistente Lo puntava nel bersaglio.

Se non era che voltandomi Torsi il fianco un poco a destra, Quell'infame di flebotomo Scaricava la balestra; Ma, insistendo l'animale, Ne successe un serra serra E, com'era naturale, Tutto il brodo andò per terra.

Io credeva d'esser libera, Ma mi accadde un altro guaio Ch'egli prese dietro a corrermi Col pestello del mortaio. Un orrore, uno spavento, Un battaglio da museo, Una razza di strumento Da sfondare un mausoleo!

Io già stavo per soccombere Alla orribile balista, Ma gridai--Galeno salvami, Da quest'empio farmacista!-- E ad un tratto, e fu un enigma, Spirò un'aria purgativa Che pareva un borborigma.... E sbarcai sull'altra riva.

ALLA SOCIETÀ EMILIANA DELLE LAVATRICI COME SEGNO DI OMAGGIO CORDIALE QUESTA ODE OSTETRICA È DEDICATA

_Multiplicabo aerumnas tuas et conceptus tuos: in dolore paries filios._ GEN. III 16.

Nell'interno del bacino, Semprechè non sia deforme, Vedi un corpo piriforme Appoggiato all'intestino, Appo cui fisso rimane Con diversi ligamenti E coi rami divergenti Delle trombe falloppiane.

Ivi, quando è cominciata L'ordinaria emorragia E una certa ipertrofia S'è per ciò manifestata, Dal follicolo maturo Esce l'ovulo vagante Che il processo fecondante Mette subito al sicuro;

Chè lo impiglia, anzi lo imbuca Nella tunica villosa Che presenta la mucosa, La qual mutasi in caduca E nel crescere diventa L'amnio e il corion, traversati Da quei vasi complicati Che nutriscon la placenta.

Ivi il germe ha forma e cresce In un sacco membranoso Pien di liquido sieroso Dove nuota come un pesce E la sua vita fetale Svolge senza sentimento, Ritraendo l'alimento Dal cordone ombelicale.

In quel tempo la gestante Non si sente molto bene E per solito le viene Qualche voglia stravagante. Ha lo stomaco disfatto, L'energia molto depressa E cammina un po' sconnessa Causa il ventre tumefatto.

Finalmente la sorprende Un disturbo del sensorio E un dolor premonitorio Lungo il rachis le discende. Il marito al suo lamento Corre, interroga e le dice: «Vo a chiamar la levatrice E ritorno in un momento!»

A intervalli lunghi e rari Incomincian le pressioni E le forti contrazioni Delle fibre muscolari. Sono sistoli speciali Cui la diastole consente E interessan totalmente Le pareti addominali.

Ecco intanto alla degente Si rinnovano i dolori Sempre più provocatori E di ritmo più frequente, Finchè, sotto alla pressione, Il liquor che l'amnio serra Rompe il sacco e va per terra, Precursor dell'epulsione.

La faccenda allor va lesta E non c'è d'aver paura Se però la creatura Si presenta con la testa. Ma nel caso che al contrario Si presenti con un braccio, Può accadere un affaraccio, E il chirurgo è necessario.

Non son fatti sì frequenti, Ma se mai caso si desse Che l'ostetrico dovesse Operar rivolgimenti, O usar ferri, allor conviene Star tranquilla, ilare, ardita, Che la scienza è progredita E le cose andranno bene.

Dopo un grido indebolito, In un premito finale, Nasce un maschio ed è vitale Come annuncia il suo vagito. Sente allor di gioia un'onda La puerpera nel core E con l'ultimo dolore Viene espulsa la seconda.

Gentilissima lettrice, Ti narrai chiara e sincera In che modo e in che maniera Nasce al mondo un infelice: Non gittar strilli d'orrore Da lussarti le ganasce; Meglio dir come si nasce Che narrar come si muore.

KLYSO

Su'l reo lito che Pasife contaminò con l'esecrando fallo forse l'industre Dedalo torse in cavo cilindro il tuo metallo,

Ei lavorò ne l'ebano la mobil elsa e, con la man divina, su la sudata incudine per consiglio d'Igea temprò la spina.

I suoi possenti farmachi Esculapio di poi t'ascose in seno ed a i dolenti podici consolator t'offrì turgido e pieno.

Oh, qual grido di giubilo il tuo primo apparir ne 'l mondo accolse! Come le terga subito la constipata umanità ti volse!

e tu, buono, e sollecito più de l'altrui che de la tua fortuna, a le ribelli viscere pronto volasti ad esplorar la cruna;

nè ti commosse il torbido occhio che a l'opra tua natura oppose, nè d'atre bocche l'alito cui tolse il fato d'emular le rose;

ma la compressa canula un tepido zampillo alto sospinse che, su l'esempio d'Ercole, Caco ne l'antro suo sorprese e vinse.

Corsero allor le lubriche linfe la cieca via che a l'Orco immette e strani indi scoppiarono, da l'opposto emisfer, venti e saette.

Indi a i redenti visceri un po' di pepe e sal non parve ostile ed i mal sani fegati riser, purgati da la densa bile.....

A voi, ventri purissimi, che di mal digerirmi avete il vanto, a voi consacro e dedico l'opportuno rimedio e questo canto.

HUNYADI JÀNOS

_Al Signore_ ANDREA SAXLEHNER Buda-Pesth

Non più anelanti a i pascoli latini le barbare cavalle Attila caccia; rivisse il fior de gl'itali giardini su la sua traccia.

Tacque indarno il deserto e crebbe l'erba dove l'alta Aquilea fumando giacque; da le fecondi ceneri superba Venezia nacque.

Il Danubio lavò le curve spade grondanti di gentil sangue romano, ma di quel sangue mai goccia non cade versata invano,

e con le stille che tingevan l'onde de 'l pescoso Tibisco e de la Drava di Roma il fato a fecondar le sponde barbare andava,

e di messi la steppa e di vitigni rise, ed a 'l sol che civiltà conduce i biechi de i mongoli occhi sanguigni vider la luce;

nè più l'Europa giudicò minaccia ma baluardo de' magiari il petto, quando il Corvino alzò la spada in faccia a Maometto;

nè più imprecò il latino in val di Pado a i varchi onde calò di Dio il flagello, ma l'unno che morì sotto Belgrado disse fratello.

Oh, benedetto il suol che trepidava sotto il galoppo de la santa schiera se l'unnìade Giovanni alto levava la sua bandiera!

Oh, benedetto il suol che de la buona ausonia civiltà reca le impronte se de l'unnìade in nome a noi sprigiona salubre un fonte

a 'l cui salso licor cedon le avare viscere umane il faticoso pondo, cantando inni sonanti a 'l salutare flusso giocondo.

E poi che il fato reo l'opera vieta de le viscere tarde invan spremute, a l'ungarica possa anch'io, poeta, chieggo salute.

Non il regal Tokay, ma l'acqua umile che Buda ci mandò mi fia sollievo. Tendimi il nappo Igea. Buda civile, a te lo bevo!

NEL BAGNO

ODE

Pel fiammante de l' ciel tramite sacro gli agitati corsier disfrena il sole e d'onde fresche a 'l salutar lavacro luglio ci vuole.

O fortunata se veder potessi tremolar la marina a l'orizzonte, o tra selve d'abeti e di cipressi fredda una fonte!

Ma il iato mi negò, come ha costume, il bacio di salubri acque cadenti e de 'l sonante mar le bianche spume rotte da i venti.

Pur, qual lo scrigno famigliar concede, me ancor d'umili terme allieta l'onda che in brevi cerchi accarezzar si vede la ferrea sponda.

E se zefiro alcun non va temprando de l' sol le vampe con la sua carezza, il serico flabel l'aure agitando copia la brezza.

Ivi, gettando allor la tenue vesta pudicamente ignuda, io volgo il passo. Disciolto il crin da l'apollinea testa fluisce a 'l basso;

fluisce e lambe il tergo mio che mostra callipigie beltà che il sole ignora... Onde, apritemi il seno! ecco la vostra dolce signora!

Io non t'invidio il fior de 'l corpo bianco, o de le ciprie spume eterna figlia, se a l'concavo sedil concedo il fianco come a conchiglia.

Onde apritemi il seno! ecco, m'assido su 'l metallico trono ... ecco m'affondo, e la parte di me che lascia il lido, cala ne'l fondo,

ove, strisciando con l'esperta mano, detergo il lezzo a le inquinate membra. Mormora l'onda ed il suo picciol piano il mar mi sembra,

e le tempeste sogno e veggo e sento l'imperversar de l'aquilon crudele e le triremi trionfali a 'l vento scioglier le vele

e una nave puntar, negra su l'onda, la bocca d'un cannon fetente e cupo... Numi, che scoppio!... Ne vibrò la sponda de 'l semicupo!

A UN VASO NUOVO DI PORCELLANA GINORI

ODE

Andovvi poi lo Vas d'elezione. DANTE, _Inferno_, II.

Te non Pandora da l'abisso a gli uomini recò, nefasto dono onde il perenne ancor pianto de' miseri sale di Giove a'l trono,

ma l'arte ti plasmò tra i colli floridi che a Doccia son ghirlanda, e l'Arno industre che ti vide nascere vergine a noi ti manda;

vergine qual su l'alpe inaccessibile candor di nevi intatte, qual ne' chiusi presepi in larghe ciotole de le giovenche il latte.

Il labbro immacolato ecco sorridere veggio, curvato in arco e, ingordo, ne 'l candor concavo, accogliere de' lombi miei l'incarco.

Ecco il tuo ventre d'un sonoro crepito ripete il rauco invito e de le fauci spalancate a 'l fornice tardar sembra il convito.

Ahi, ma 'l candor de l'ermellino perdere omai dovrà 'l tuo smalto! Triste a tutti è la vita e cose orribili vedrai da 'l basso a l'alto.

Udrai ne l'ampia oscurità le raffiche de l'uragan possente e sovra te discatenato d'Eolo il soffio pestilente,

e piover caldo e grandinar meteore precipitate a l' basso e rimbombar di male olenti fulmini lo scoppio ed il fracasso.

Pender biechi vedrai, ne l'aura torbida, lo Scorpio ed i Gemelli e incomber sovra te, negri e monoculi, Polifemi novelli.

Quanti atroci dolor le umane viscere celino, allor saprai e sotto breve foglio in forme ignobili deposti in te li avrai.

Così tra breve, maculato il lucido onor de 'l ventre bianco, ti sentirai, da crepe immonde infrangere l'affaticato fianco,

ed un vil sterquilinio avrà le briciole de le tue membra rotte!.... Crudo è 'l fato e noi donne a te siam simili, o chicchera da notte!

AI COLLEGHI

Tangheri di poeti Che, se andate in amore, Raccontate i segreti Di tutte le signore,

Siate meno indiscreti Negli affari di cuore E imparate dai preti Che non fanno rumore.

Chi spiffera in tribuna Quello che il cor gli detta, Non farà mai fortuna.

Noi non abbiamo mica Scrupoli a darvi retta: Temiamo che si dica.

"NASCITVRO"[*]

_Exultavit in gaudio infans in utero meo._ LUC. I, 44.

No, che su zolla sterile Non fu gittato il seme Se, lacerato il solido Guscio che invan lo preme, Esce il rampollo e germina Pei campi o per le aiuole, Schiuso al tepor del sole Sotto al clemente ciel.

No, la bollente gocciola, Plasma del germe umano, Nel sitibondo fornice Non fu scagliata invano Se nel mio fianco turgido, Come in risposta cella, Un'anima novella Veste il corporeo vel.

Oh, alfin potrò conoscerti Amor santo e sereno Di madre e roseo stringermi Un pargoletto al seno.... Addormentarti, crescerti, Potrò sul grembo anch'io, Sangue del sangue mio, Frutto d'immenso amor!

T'insegnerò a disciogliere I passi e le parole, Ti narrerò, baciandoti, Gl'incanti delle fole, Indi trarremo in giubilo Lungo un campestre calle Seguendo le farfalle E raccogliendo i fior.

Ti guiderò per l'ardue Strade dell'arti prime L'alto volume aprendoti Delle materne rime; Io sulle illustri pagine Ti condurrò la mano, Io t'aprirò l'arcano Del mondo e del saper.

E allor che il sangue giovane Ti pulserà nel petto E sentirai le trepide Ansie del primo affetto, Sarò al tuo fianco assidua E virilmente fida Consigliatrice e guida Nei dubbi del sentier.

Al focolar domestico Io sarò presso ancora Quando velata e timida Mi condurrai la nuora Che me, benigna pronuba, Dirà perversa e cruda Se nel tuo letto, ignuda Vergin, la spingerò.

E quando i fior del talamo Matureranno i frutti, Ava prudente e provvida Io veglierò per tutti; Poi con le palme tremule Carezzerò i nepoti E a Dio la prece e i voti Per loro innalzerò.

E già mi veggio, debile Vecchia, tra lor seduta Narrar, senza rimpiangerla, La gioventù caduta E i versi miei ripetere A un coro d'innocenti, I versi miei fulgenti Di virtuoso zel.

Ava, così, amorevole E santa educatrice. In mezzo ai biondi pargoli Vivrò lieta e felice E quando giunga al termine La vita mia modesta, Reclinerò la testa Per ridestarmi in ciel.

Forse ch'io sogno?... Ah, palpita Pur nel mio grembo un vivo E freme e balza e s'agita Or che a lui penso e scrivo.... Deh, perchè tardi o nobile Della mia gloria erede? Non sai che la mia fede E l'amor mio sei tu?

Ma intanto?... Ah, un dubbio orribile Mi sta confitto in core. Sento un mister nell'anima Pensando al genitore.... Parla, se puoi rispondermi, Tu che doman vivrai; Dimmi, se pur lo sai, Il padre tuo chi fu?

[*] Credeva di avere concepito un figlio. Invece aveva preso freddo e tutto finì con una fuga d'aria compressa.

A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA MONSIGNOR VESCOVO TITOLARE DELLA CHIESA CATTEDRALE DI SEBOIM NELLE PARTI DEGLI INFEDELI QUESTO NUOVO LAVORO DI MANO AMICA SE NON ESPERTA ACCRESCA IL PIACERE DELLA ESALTAZIONE

_Ut ambules in via bona._ PROV. II, 20.

Signor, poi che una Diocesi Dall'Augusto Vegliardo hai conseguito E l'anello di Vescovo Come novello sposo hai messo in dito,

Tra il fumo dei turiboli, Tra il plauso della folla intorno accolta, Mite Pastor di Seboim, Porgi l'orecchio e la mia voce ascolta.

Deh, quando sul tuo popolo Benedicendo stenderai la mano E la lieta Pentapoli A piè del trono avrai come un Sovrano,

Serbati buono e i miseri Intorno a te raccogli e li consola; Ricorda Cristo e predica Più con l'esempio e men con la parola.

Non insegnare ai chierici Che il Pontefice solo aprir può il cielo; Non insegnare il Sillabo, Ma lo scordato ormai vecchio Vangelo.

Trafficator non renderti Di Giubilei, Congressi e pellegrini, Ma proibisci l'Obolo E l'altre furberie per far quattrini.

Nell'ira tua scomunica Chi va col collo torto e il viso basso; Lascia che di Quaresima I Diocesani tuoi mangin di grasso;

Non annoiare i pargoli Col Catechismo, i Salmi e la Scrittura; Dà lor le chicche e mandali A scuola od a saltar lungo le mura,

Lascia ballare i giovani, Lasciali far l'amor quando han ballato E se poi si confessano Ridi e dichiara: «quel ch'è stato è stato!»

Non ributtar la femina Che degli affetti suoi non fu padrona; Pensa a Maria di Magdalo: I peccati d'amor Dio li perdona.

Non tormentare i parroci Per le chiacchere intorno alla servetta; Dì lor che i Sacri Canoni Non vietano d'andare in bicicletta.

Così facendo, i popoli Tutti t'obbediran come d'incanto E nei venturi secoli Avrai solenne culto e sarai santo.

O benedetta, o nobile Alma, sottratta alla terrestre lue, Allor vedrai le monache Baciar devote le reliquie tue.