Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti
Part 3
E l'ombra disse: «Non hai vergogna Di quel che hai fatto, brutta carogna? Libera il figlio; dà mente a me!» Al padre infame, pel terror grande, Cambiar colore fin le mutande, Tal che ammorbava da capo a piè.
Indi, recatosi alla prigione, Con mano tremula aprì il portone E disse: «Vattene dai piedi fuor!» Augusto, libero, ratto andò via, Indi, impiegatosi, sposò l'Argia[3] E lunghi vissero giorni d'amor.
[1] Arco a due chilometri da Bologna. Il castello non esiste più, ma invece vi si trovano, una stazione di Guardie di P.S. e un'osteria.
[2] Andato in furia.
[3] Ahi, non fu vero!
IN DISPREZZO DI UNO SPASIMANTE VECCHIO E STORTO
SONETTO SBOLENFIO
Ridicolo che il vicolo girandoli, Sciupi i sassi coi passi e indarno ciondoli. Ti parlo schietto, io non ammetto scandoli, Ne sopporto uno storto che mi sdondoli.
Gli affetti celo e in denso velo ascondoli Ai vegliardi testardi; indi burlandoli, Li mando in bando quando, innamorandoli, Strazio i lor cor e nel dolor sprofondoli.
Se i maschi adoro, pur tra loro io scindoli In vecchi molli c'hanno i colli pendoli E in giovinetti eretti e di buone indoli;
Ma i somari tuoi pari io vilipendoli E far puoi quel che vuoi, tu non m'abbindoli, Vecchio brutto, distrutto e tutto a sbrendoli!
CONFIDA LE SUE PENE ALLA BEATA VERGINE
SONETTO SBOLENFIO
O pia Maria, ve' della mia terribile Pena terrena la catena ignobile! Vien manco il fianco stanco ed è impossibile Ch'io resti a questi mal molesti immobile!
Dura sciagura, arsura inestinguibile, Ricetto eletto han nel mio petto e, mobile La mente, sente un serpente invisibile Che ha vinto, estinto, in lei l'istinto nobile!
O Bella Stella, o Verginella amabile, Ascolta, volta a me stolta e volubile, La preghiera sincera e vera e stabile.
Odo che un nodo sodo e indissolubile Fa fiorita ogni vita attrita e labile.... Mia pia Maria, fa ch'io non sia più nubile!!
IN DISPREGIO DELLA IMMONDA RANA[*]
SONETTO SBOLENFIO
Rana, sovrana dell'umana e ignobile Razza, che pazza sguazza in brago orribile, Sdegno il tuo regno indegno e sfido immobile Mira! l'ira tua dira e inestinguibile!
Tardi e codardi dardi avventi al nobile Mio petto, schietto, eletto e irremovibile. Sprezzo il tuo lezzo e in mezzo al volgo mobile, Vera guerriera e fiera, io sto invincibile.
Il mondo in fondo è tondo ed è volubile, Come una luna la fortuna è instabile, E, onesta o lesta, niuna resta nubile;
Sol io, mio Dio, col mio desio ineffabile, Giaccio, e non straccio il tuo laccio insolubile, Rana ircana, malsana e miserabile!!
[*] Batracio simbolico di cui vedi indietro.
TAVOLETTE MORALI
I
Il coccodrillo Chiese al mandrillo: «Perchè sei qui?» Disse il mandrillo Al coccodrillo: «Perchè di si!»
_Morale_
Opra tranquillo Come il mandrillo La notte e il dì.
II
Un pollaio, di gennaio, Nel solaio d'un notaio Un porcaio diventò; Ed un pollo non satollo, Il suo collo mezzo frollo Col midollo si mangiò!
_Morale_
Imparate, disgraziate Non pigliate cantonate Se bramate dei _cocô_!
III
La cicala avea cantato Tutto luglio a perdifiato. Quando il caldo fu sparito, Si sentì molto appetito Ed andò dalla formica Domandandole una spica. La formica le richiese: «Che facesti l'altro mese?» La cicala allor riprese: «Ho cantato, o dolce amica!» «Brava!»--disse la formica-- «Tu facesti arci benone «Ed invece d'una spica, «Prendi, cara, ecco un zampone!»
_Morale_
Imitate in ogni cosa La formica generosa.
IV
Una sciabola un po'sciocca Col revolver litigò E finì col dirgli: «tocca Questa lama e tacerò!» A costei che lo contrasta Con sì stolta vanità, Il revolver disse: «tasta Queste palle, e zitto là!»
_Morale_
Ragazze, non scherzate Con l'armi caricate!
V
La pulce milanese Che vive di stracchino, Fuori del suo paese La credono un pulcino.
_Morale_
Un uomo d'esperienza Si fida all'apparenza.
VI
La farfalletta Sopra la vetta D'una polpetta Si riposò. Ma una civetta Accorse in fretta E, poveretta! Se la mangiò.
_Morale_
Lettor, sta attento e vedi Dove tu metti i piedi.
VII
La pispola diceva al pispolino: «Bada di non sporcarti il gabannino! Ma il pispolin la madre non paventa E in umido finì con la polenta.
_Morale_
Ubbidisci alla madre ed al fratello, O nell'umido andrai come l'uccello.
VIII
Un tonno innamorato Lesse i _Promessi Sposi_ E tutto riscaldato Da sensi religiosi, Andò pianin pianino A farsi cappuccino.
_Morale_
Fai bene se t'astieni Dal legger libri osceni.
IX
Una foca in vaporino Volle andar sino a Bazzano, Ma le cadde il taccuino Dalla tasca del gabbano E se volle andarci mai Dovè prendere il tramvai.
_Morale_
Toccherà sempre così A chi viaggia in venerdì.
X
Un delfino al mare in ripa Che fumava nella pipa, Prese fuoco e si scottò; Ma uno struzzo di passaggio Lo guarì con del formaggio Che sul buco ci applicò.
_Morale_
Questa favola mi pare Che v'insegni a non fumare.
XI
Fece l'ovo un giovin gallo Fuor del nido e lo covò, Ma uno svizzero a cavallo Non volendo lo schiacciò.
_Morale_
Di qui apprendi, o giovinetto, A far l'ovo nel tuo letto.
XII
Il soldo ed il baiocco Trovandosi in questione, Portavano lo stocco Nascosto nel bastone; Ma tosto i deputati Votarono un'inchiesta E furon condannati Al taglio della testa.
_Morale_
Chi tradisce l'amicizia Cade in man della giustizia.
XIII
Il leon per fare il bagno Punto fu dal pesce ragno, Ma un dentista forestiere Lo guarì con un clistere.
_Morale_
Chi vuol far l'altrui mestiere Molte volte fa piacere.
XIV
Lo storione--in un cantone Profittò dell'occasione, Ma il leone--cappellone Gl'intimò contravvenzione.
_Morale_
Son molti i guai--che ti risparmierai Se a ritirarti a tempo imparerai.
XV
Tra la provvida formica E il catarro di vescica Fu contratta società. Ma si sciolsero ben tosto, Perchè ognuno ad ogni costo Pretendeva la metà.
_Morale_
Non c'è gusto in un bel gioco Quando dura troppo poco.
XVI
La pecora inferma Tirando di scherma In breve guarì. Ma perse il tabarro E prese un catarro Del quale morì.
_Morale_
Questa piccola novella Vi consiglia la flanella.
XVII
L'ippopotamo droghiere E il merluzzo salumiere Ragionavan con piacere Ciaschedun del suo mestiere. Ma un astuto alligatore, Anche lui commendatore, Disse: «Ah stupidi! il migliore È il mestiere del signore.»
_Morale_
Se le bestie parlan bene, Frequentarle si conviene.
XVIII
Il re Tappella Facea la guerra, Ma dalla sella Cascò per terra E nel tracollo Si ruppe il collo.
_Morale_
Per detto generale Chi casca si fa male.
XIX
La lima ed il limone Per causa dei giornali Ebbero una questione Davanti ai tribunali, Ma proprio nel momento Di farsi onor coll'arte, Tirò sì forte il vento Che portò via le carte.
_Morale_
Oh che gioia, oh che contento Se tirasse solo il vento!
XX
Stava il corvo alla finestra Aspettando la mammana E teneva nella destra Una forma parmigiana. Una volpe ivi passò Ed a lui così parlò: «Deh, chi mai vide un uccello Più piacevole e più bello? Se il tuo canto è come il viso, Sei l'uccel del Paradiso!...» Ascoltando queste cose, Tosto il corvo le rispose: «Cara volpe, a chi mi loda Dico: baciami la coda!»
_Morale_
Se qualcun vi loda spesso, Rispondetegli lo stesso.
XXI
La tinca in una cassa Piena di formentone Si fece tanto grassa Che diventò un tincone.
_Morale_
A molti il vizio Fa quel servizio.
XXII
La sega ed il ditale Sposi a dieci anni soli Dal nodo coniugale Non ebbero figliuoli, Perciò, con atto egregio, Fondarono un collegio.
_Morale_
Son sterili soventi Le nozze tra parenti.
XXIII
Il bue disse alla vacca: «Vuoi tonno o vuoi salacca?» La vacca disse al bue: «Dammeli tutti e due!»
_Morale_
Nelle giornate magre di quaresima Son simile alla vacca anch'io medesima.
XXIV
Un somaro in Egitto per scommessa Sposò una poetessa E in barca la condusse al Cairo e a Menfi...
_Morale_
Sposate ARGIA SBOLENFI!!!
IL GENTIL CAVALIERO
Va per la selva nera Solingo un cavalier Ornato d'un cimier Colla criniera..
Dai piedi fino al mento Coperto è di metal; Galoppa il suo caval Che pare il vento.
Quand'ecco che un romito Innanzi gli si fa E dice: «vieni quà, Guerriero ardito!
C'è una fanciulla pia, Leggiadra anzichenò, E il padre la chiamò Sbolenfi Argia.
Ti sta nel suo palazzo Fremente ad aspettar E tu l'hai da sposar Bravo ragazzo!
Faresti un buon affare E non puoi dir di no. Io vi mariterò; Valla a pigliare!...»
A questa esortazione Commosso il cavalier, Nel ventre del destrier Piantò lo sprone,
E si partì al galoppo Bramoso di venir, Veloce come al tir Palla di schioppo...
Scorsero gli anni e i mesi, I giorni e le stagion, Ed io sul mio balcon Sempre l'attesi!
Ma invan lo sguardo esplora Le strade ed i sentier; Il prode cavalier Galoppa ancora!!
¡POBRE CARLOS![*]
¿Habla: se puede ser mas desdichada? Quiereba Carlos el toreadores, Ma un toro viense in la plaza mayores Y per matarlos el sfrodò la espada
El toro escapò vias por la contrada ¡Mo Carlos, dietros. fagando romores! Cuando el toro ¡ahi de mi, caros señores! Per de dietros ce apogia una cornada.
Carlos cascò cridando ¡ahi, porco mundo! Viense el medico y hablò: ¡mo bozaradas, El corno ha penetrado ensino al fundo!
¡Parece un nido carico de vrespas; Las pobras chiapas miranse sfondadas, Todo està roto y buena noche crespas!
[*] Lo Spagnuolo non beve... certo l'onda del Mançanares!
LA RISPOSTA DELLA FIGLIA MALEDETTA
Padre, nei giorni, ahimè! vissuti insieme, Nei tristi giorni in cui, non pur degli agi, Ma fin del pane ci fallìa la speme,
Quando furtivi, squallidi e randagi Le poma guaste cercavamo e l'ossa A piè de' monasteri e dei palagi,
Quando il verno crudel con la sua possa Sotto il breve lenzuol ci costringeva Come morti a gelar dentro la fossa,
Padre, la figlia tua non si doleva Sotto il duro flagel della fortuna. Io mi sentiva forte e non piangeva,
Ma poi chè, fior di gioventù, la bruna Mia pubertà sbocciando, amor m'apprese, Obliai le miserie ad una ad una.
Il gaudio della vita in cor mi scese E nuovo e forte palpitò il desio Nel petto ansante e nelle vene accese.
Ma tu, sorpreso del delirio mio, Mi chiedevi talor--figlia, che hai? Aprimi il core: il padre tuo son io!--
T'amo, Pietro Sbolenfi, e ben lo sai, Tanto, che al dolce suon dei detti onesti Non te lo apersi, ma lo spalancai.
--_Mo, tananòn Mingheina!_--allor dicesti-- Costei già sogna il matrimonio e i figli! È tempo di vegliarla e di star desti!--
Mi sciorinasti allor cento consigli Di virtù, di morale e di prudenza Per agguerrirmi il cor contro ai perigli.
--Cara figlia--dicevi--abbi pazienza, Sceglilo ricco e sceglilo maturo, Che pigliarlo in bolletta è un'imprudenza.
Cerca, se puoi, di metterti al sicuro! Guarda tuo padre e resta persuasa Come il campar senza quattrini è duro.
Guarda invece il canonico di casa! Quanti fogli da cento ha nel borsello E che salute nella faccia rasa!
Prendi, mia cara, un uomo come quello. Fattene la signora e la padrona Ed anche il Re si caverà il cappello!--
Per ciò, figlia esemplar, docile e buona, Eseguendo alla lettera i tuoi detti, Me ne andai col canonico in persona!
Ed or perchè ti duoli e perchè getti, Quasi porco ferito, alti clamori? Perchè, dimmi, perchè ci hai maledetti?
Perchè vieni a cianciar de' tuoi dolori, Mentre tu ci portavi il candeliere E fosti Galeotto ai nostri amori?
Io lo dirò il perchè! Sperasti avere Dal genero sognato agi e monete Per menar le ganascie a tuo piacere,
Ed or che sei rimasto con la sete Fai lo scontento e lo scandalizzato Perchè tua figlia dorme con un prete!
Ma padre mio, ti sei dimenticato Tutto ad un tratto la parola detta Ed il consiglio che m'avevi dato?
Tu mi dicevi di tenermi stretta E ferma del canonico al mantegno.... Io mi ci tengo e tu m'hai maledetta!
Andiamo, smetti questo finto sdegno! Ribenedici la diletta figlia Or che porta d'amor nel seno un pegno!
Presto nonno sarai! Spiana le ciglia Che un bugiardo furor move ed infiamma. Sta quieto per ragioni di famiglia
Ricevi un bacio e tante cose a mamma.
SI DESCRIVE UNA RUSTICA CAPPELLA
Ben sovente T'ho presente Nella mente, Vezzosissima cappella, E il tuo aspetto Nel mio petto Fa l'effetto Della cosa la più bella.
Parlo a stento Dal contento, Anzi sento Che mi manca la favella, E deliro Quando in giro Io ti miro Rosseggiar superba e snella!
Quasi nera T'alzi altera Nella sera Che il candor degli astri abbella; T'alzi ed io Nel cor mio Ti desio Vezzosissima cappella!
INNO AL SALAME
O progenie divina, o d'ogni ben cagione, figlio di Salamina e de'l Re Salomone; o de la fame infame trionfator, Salame, balzi or l'agile strofa innanzi a te;
a te, forte e gentile onor de 'l genio umano e de 'l mondo civile consolator sovrano, ne le cui forme dorme una possanza enorme che squarcia i monti e sfonda il trono a i Re.
Fatto con diligenza, o montanaro, o fino, con l'ova sode o senza, sempre tu sei divino e t'amo e ognor ti bramo e Nume mio ti chiamo e tua mi giuro e ti consacro il cor.
Oh quante volte, oh quante, ne' sogni miei ti vedo e vinta e palpitante stringerti a 'l cor mi credo e desta, la mia mesta sorte m'appar funesta, poichè tu manchi a 'l mio focoso amor.
E pur la rabbia ostile disonorarti brama e de 'l onagro vile, vile figliuol ti chiama; ma tu sorridi e gridi --tornate a i vostri lidi e cessate d'infrangermi i calzon!--
Deh, se ne i dì sereni io mi sperai tua sposa, tra le mie braccia vieni, sovra il mio sen riposa. Orgoglio mio, ti voglio far co' miei baci il soglio, lo scettro, la corona e il padiglion!
LAMENTO[*]
Piangete al gran galoppo, Dolcissimi lettor! Il nostro Direttor, Moscata, è zoppo!
Che se a qualcuno importa Saperne la cagion, Sappiate che al Veglion Prese una storta.
La storta che ha pigliata Passava pel caffè Vestita da _bebè_ Molto scollata.
Ed ei che aveva piena La tasca di quattrin Ai Quattro Pellegrin Le diè una cena.
Costei che aveva i denti Aguzzi anzichenò, Gli bevve e gli mangiò Tre abbonamenti.
Indi, per sua sventura, Si volle sdebitar, Ma non pagò in denar, Pagò in natura.
E il nostro Principale Dopo due giorni o tre, Cos'è, cosa non è, Si sentì male.
Basta, per farla corta, Il nostro Direttor Ricorse al suo dottor Per questa storta,
Che stette un pò dubbioso Indi gli suggerì Santalo del Midi, Malva e riposo.
Piangete al gran galoppo, Dolcissimi lettor, Il nostro Direttor, Moscata, è zoppo!
[*] Cesare Dalla Noce detto Moscata dirigeva l'effemeride in cui la Poetessa faceva le sue armi.
LIBRO SECONDO
LE DECADENTI
Pornografia? Sta bene: Ma siete voi sicuri Che il fine ognun misuri Dalle apparenze oscene?
E appunto a voi conviene D'esser sprezzanti e duri Quando lo sanno i muri Che fondo vi mantiene?
Tartufi rugiadosi, Quanto prendete al mese Per esser virtuosi?
O di virtù modello, Chi vi rifà le spese Del gioco e del bordello?
ANACREONTICA
Chi pel selvoso monte Lascia la nuda valle E del roccioso calle L'erta salendo va, Sente grondar la fronte E vacillare il fianco, Sente che il piè già stanco Forza d'andar non ha.
Ma giunto in su la vetta, Con l'occhio erra lontano Sul verdeggiante piano Che gli si stende al piè. Allor trionfa e getta Un grido alto e giocondo; Vede soggetto il mondo E se ne sente il re.
Anch'io così, sudando Su la ribelle rima, Potei toccar la cima Lieta del sacro allor. E, sotto a me guardando Con la pupilla altera, Maggiore e assai più vera D'altri sentirmi in cor.
Perciò sappia chi viene, Folle, a contender meco Od a negarmi, bieco, La seggiola curùl, Che tre scodelle piene Di tagliatelle asciutte Io me le mangio tutte E vado..... ad Irminsùl.[1]
[1] Località ignota, forse dell'altro emisfero
L'ALBA
Vegliai! Dice la fiamma omai languente Che il petrolio calò nella lucerna. Vegliai piangendo ed ecco lentamente Destarsi al novo dì la Città Eterna.
Le carrette dei broccoli e la gente Ripassan sotto alla magion paterna, Il padre russa e un campanil si sente Laudar da lungi la Bontà Superna.
Lieto un chicchirichì vien da lontano Da' cortil suburbani e da' pollai Destati dal chiarore antelucano;
Ed io, infelice, di dolenti lai L'aria, l'acqua, la terra assordo invano, Perchè un gallo per me non canta mai!
IN MARE
Eccoti o mar, solenne ed infinito, Del divino poter simbolo e stampa: Eccoti, e in faccia a te cade atterrito L'occhio che di febea fiamma divampa.
Sei tremendo nell'ira e al tuo ruggito Non regge prora e poppa mai non scampa, Ma nella calma tua, liscio e pulito, Sembri la ciccia di Minghino Svampa.
Ecco un'aura d'amor scende dal cielo E va dell'onda che pur or posava Soavemente accarezzando il pelo.
E la persona mia che lorda stava, Ora la porgo aperta e senza velo Al mar che me la bacia e me la lava.
LA CAPRETTA
_Florentem cytisum sequitur lasciva capella._ VIRG. _Ecl_. II, 64.
Quando trovo qualcun che me la mena, La mia capretta, a pascolar sul monte, Tutta la sento di dolcezza piena Guizzar pel gusto che le brilla in fronte:
E se poi qualchedun me la rimena, Corro tosto a lavarla ad una fonte, Indi l'asciugo e non è asciutta appena Che a trastullarsi ancor le voglie ha pronte.
Sempre sana e piacente, al caldo e al gelo Va intorno e cogli scherzi altrui diletta, Tanto la tenni e l'educai con zelo.
Eccola quì che una carezza aspetta, Fresca, pulita e non le pute il pelo..... Dite, chi vuol baciar la mia capretta?
IN BICICLETTA
Giammai, scoccata da una man feroce Dall'arco teso non fuggì saetta Come sul suo sentier corre veloce La bicicletta.
Volan le rote e mentre sulla via Nessun rumor presso di lei si sente, Qualche imbecille al corridore invia Un accidente.
A me che importa se della canaglia M'insegue il riso o il mormorar d'alcuni, Se l'iniqua parola altri mi scaglia O il _molla Buni_?
Io corro, io volo sulla bicicletta Questo ideal delle cavalcature: Chi soffre d'emorroidi o di bolletta M'insulti pure,
Ch'io son beata e un fremito m'assale, Mi avvolge un'onda di piacer sovrano Quando vengo stringendo il trionfale Manubrio in mano.
Io son beata allor che fra le gambe Sento il rigido ordigno e in quegli istanti Tendo le coscie e l'agitar d'entrambe Lo spinge avanti.
AD UN OROLOGIO GUASTO
Poi che il pendolo tuo giù penzoloni Non ha più moto ed impotente stà E gl'inutili pesi ha testimoni Della perduta sua vitalità,
Vecchio strumento, m'affatico invano A ridestar l'antica tua virtù; Inutilmente con l'industre mano Tento la molla che non tira più.
Questa tua chiave, che ficcai si spesso Nel suo pertugio, inoperosa è già; Rotto è il coperchio e libero l'ingresso Ad ogni più riposta cavità.
Deh, come baldanzoso un dì solevi L'ora dolce del gaudio a me segnar E petulante l'ago tuo movevi Non mai spossato dal costante andar!
Quante volte su lui lo sguardo fiso Or tengo e penso al buon tempo che fu. Se almen segnasse mezzodì preciso..... Ma sei e mezza!... e non si move più!
A LUI
Perchè, Mio Bene, se vicin mi siedi Taci e rivolgi gli occhi ai travicelli, Oppur ti osservi attentamente i piedi Quasi credendo di trovarli belli?
Guardami invece gli occhi e leggi e vedi Di quante fiamme il nuovo amor li abbellì; Guardali, non temer, fissali e credi Che prometton ben più ch'io non favelli.
Parla e fa che il timor non vinca e prema Del tuo vergine cor l'immenso affetto: Chi vuol gli amplessi miei, tenti e non tema.
Parla, poichè il mio gaudio, il mio diletto, La mia felicità sola e suprema, Dalla tua lingua, amico mio, l'aspetto.
È VERO
Io dissi: «Ah, come pendo! Mi sembra di cascar!» Ma tosto sorridendo Rispose il marinar:
«Pieno di scene orrende Sarebbe il mondo intier Se tutto quel che pende Dovesse, oh Dio, cader!»
AFFETTI DI UNA PELLEGRINA ALL'AUGUSTO VEGLIARDO
DOPO LA VISITA
Agl'immensi Tuoi piè, Padre, chinata Stetti trepida in volto e reverente; A Te levai le palme e Tu clemente Mi facesti partir racconsolata,
Ond'io terrò nella memoria grata La benedetta imagin Tua presente In fin ch'io viva, e spesso con la mente A questa tornerò santa giornata.
Tutto ricordo: i detti Tuoi soavi, Le Angeliche Sembianze, il carcer tetro E l'angolo preciso in cui parlavi.
Ricordo fin la guglia di San Pietro Che, guardando dal luogo ove tu stavi, Io l'avevo davanti e Tu didietro.
LA BALLATA DEL CAVALIER DISCORTESE
I
Poi che il sol tramontò, poi che lontana piange la mesta squilla il dì che muor, da 'l solingo veron la castellana canta così alle stelle il suo dolor:
«Qui presso, tra due monti, è rimpiattato un castello che il sol mai non scaldò. Il vento che vi spira è avvelenato, Buco è il suo nome e se lo meritò.
»Invece in faccia a 'l sol ride scoperto questo palagio mio cinto di fior. Ride tra i boschi, ospitalmente aperto ad ogni dolce peregrin d'amor.
»L'altra notte vegliai su 'l mio balcone e vidi ne la valle un cavalier, oh, come bello! e con l'aurato sprone il cavallo spingea lungo il sentier.
Il cor mi palpitò quando lo scorsi, l'aspetto suo mi vinse e mi rapì. Tutta tremante da 'l balcon mi sporsi, tesi le braccia e gli parlai così:
--Fermati cavalieri Deh, tante cose vorrei dirti!.... Ove vai? Fermati quì!--» Ma galoppando il cavalier rispose: Signora, io vado a Buco...--«e poi sparì».
II
Vittima di se stesso e del destino Ecco torna da Buco il cavalier; Carogna tentennante, a capo chino, Tra le gambe gli zoppica il destrier.
L'errore dell'andar, tornando, espia, Poichè la strada pessima trovò Ed il pantan della fetente via Da capo a piedi lo contaminò.
Passa così sotto al veron fiorito Dove la voce dell'amor sentì; Passa e si duol d'avergli preferito Il laido Buco dove imputridì.
«Deh, colline ridenti, ombroso bosco Lieto d'acque perenni e di piacer E voi, labbra di rosa, ora conosco In che guai mi travolse un reo pensier!