Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti
Part 2
Ma suo padre, ahi sorte dura! Che mandarla giù non può, Si rivolse alla Questura Che due guardie ci mandò;
E alla patria abbandonata La volevan trascinar, Ma la bella innamorata Non voleva ritornar,
E rivolta al suo diletto Ci diceva: «o bel re mor, »Fa il piacere, tienmi stretto, »Non lasciarmi con costor!
»Deh, non fia che il fato amaro »M'allontani dal tuo sen! »Ah, difendimi, mio caro, »Che ti voglio tanto ben!»
Ma il re moro pensieroso Resta muto sul sofà E un pensiero mostruoso Nello sguardo e in cor gli sta!
Poichè il moro non risponde Sta la bella in oppression; Straccia via le chiome bionde E si butta in ginocchion.
E poi fece tante cose, Disse, pianse e supplicò... Ma quel porco non rispose, Stette zitto e la piantò!
SONETTO
CONTRO UN ANONIMO CHE CI FECE LA BURLA DEL TELEGRAMMA[*]
O scellerato che tirasti su Quel genitor che il cielo a me largì, Hai ben ragion che sei non si sa chi E il telegramma senza il nome fu!
Empio, domanda pure a chi vuoi tu Se son cose da far quelle che lì, Che sta sicuro che se fosti qui Staresti un pezzo di non farne più,
Che colla forza la maggior che ho Ti vorrei scorticar da capo a piè E con la pelle tua farmi un paltò!
Nessun ti salverebbe, a meno che Fosti bello e robusto anzichenò E promettesti di sposarmi me.
[*] L'ottimo Signor Pietro Sbolenfi si portava candidato alla Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. Il vero merito non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase in terra. Un malvagio, rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi impazzì di gioia, il signor Pietro diede le dimissioni dal suo impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore!
SI DESCRIVE UN TEMPORALE NEL DESERTO
Che veggo? Che miro? Rimbomba già il tuono! Il tempo mi pare che faccia da buono! Ahi, miser chi a casa scordato ha l'ombrel! La grandine è grossa che pare una noce E omai per vederci nel scuro feroce Accender fa d'uopo frequenti candel.
Che veggo? Che miro? Un giovin garzone Che solo soletto traversa il ciclone E par che non curi dell'acqua il piombar! Ah, certo tra i lampi lo guida l'amore! Mel dice la speme che m'arde nel core! Ah, certo quell'uomo mi viene a sposar!
Deh, frena il furore, fa un poco più adagio, Che tu nol rovini, mio buon nubifragio! Deh, fa che non giunga bagnato al mio sen! Che veggo? Che miro? Ah, cruda mia stella! M'illuse la speme, ho fatto padella![1] Egli era il Questore, non era il mio ben!!
[1] Prendere un granchio: _Decapodus brachiurus_ Linn.
LA MIA GHIRLANDA POETICA[*]
_Ad Enrico Zanettini_
I
Questa è la mia ghirlanda! Il lauro eterno Intrecciato co' fior, m'orna la fronte E così salgo il dilettoso monte Che il Nume de' poeti ha in suo governo.
Questa è la mia ghirlanda e state, o verno O venti, o geli, non le arrecan onte. La bagnò l'onda del Castalio fonte, Col raggio la baciò l'astro superno.
Eccola: a voi, poeti, a voi la mostro Olezzante di rose e di vïole, Pura qual neve che sull'alpe fiocca.
Eccola dei color di croco e d'ostro, Leggiadra come un fior che s'apre al sole: Dio me l'ha data e guai chi la tocca!
II
Ma se tu, Zanettin, toccarla vuoi, L'Argia t'adora e non se ne lamenta E se magari ami fiutarla, il puoi, Che tu ne sarai lieto ed io contenta.
Vieni Enrico ed ammira i color suoi: Prendi e sciupala pur se ti talenta, Poi che intatta la porgo agli occhi tuoi E sguardo indagator non la sgomenta.
La conservai qual me la diede Iddio Pura nella favella e nei pensieri, Sogno dei vati e de' guerrier desio;
Ma poichè mi son legge i tuoi voleri, Ad un solo tuo cenno, Enrico mio, Te la do tutta quanta e volentieri!
[*] Enrico Zanettini domestico di S.E. Reverendissima Mons. Vescovo di Fano, respinse indignato l'effemeride dove scriveva la Poetessa, perchè infetta di massime eterodosse. La signorina Argia gli pose affetto e gli inviò una corona di cardi con questi sonetti.
LA BATTAGLIA DI SADOVA
S'ode a destra tirar per la valle, A sinistra si tira lo stesso; D'ambo i lati si vedon le palle Da pistole montate scoppiar. Lunghi e grossi ch'è un gusto guardarli Sono i pezzi che scarican spesso, E se alcuno provasse a tastarli Sentirebbe la mano a scottar.
Colle gambe per aria da un lato, Colle gambe per aria dall'altro, Cade a terra il meschino soldato Che l'amante al paese lasciò. Fieramente si drizza l'ardito, Cautamente si china lo scaltro, E ciascun ha un enorme prurito Di pigliar meno botte che può.
Da una parte si sente un comando, Una bomba dall'altro si sente; Gli ufficiali che impugnano il brando In un lampo si vedon venir. C'è chi un membro sul campo ha perduto E rimane per sempre impotente: C'è chi morto in un fosso è caduto, Nè più mai gli fia dato d'uscir.
Finalmente Bismarck grida in fretta: «Abbiam vinto!»--ed un'eco risponde! Va pur là, Cancelliere polpetta, Anche questa la devi pagar! Assassini! Ed intanto arrabbiate Ardon mille ragazze infeconde! Assassini! Se i maschi ammazzate, Noi dovremo i somari sposar!
SI DUOLE DI ESSERE ABBANDONATA DALL'AMANTE
SONETTO SBOLENFIO
Già con versi diversi offersi a Tirsi Un cor lieto d'offrirsi e gliel'apersi, Ma i carmi tersi se n'andar dispersi Ed io soffersi quel che non può dirsi.
Potè fuggirsi dunque e non sentirsi Il crudo petto aprirsi al mio dolersi? Potè amato sapersi e compiacersi D'indispettirsi meco e di partirsi?
Tardi lo scorsi e tardi il piè ritorsi Dai sentieri percorsi! Urge fermarsi E rassegnarsi dei rimorsi ai morsi.
Quei dì son scorsi ed or che resta a farsi? Il crin velarsi, il bruno intorno porsi, E i discorsi trascorsi, ahimè, scordarsi!
LA ROMANZA DEL PAGGIO
Son circa tre anni, tre mesi e tre giorni Che il paggio Fernando montava a caval E adesso galoppa per questi contorni Saltando gli abissi, le piante e il canal.
Per cosa galoppa? Un turco infernale Al povero paggio l'amante rubò Ed ora egli cerca quel porco maiale, Perchè di sbranarlo Fernando giurò.
Ma il turco, ben visto dal proprio Sovrano, Fu giusto per Pasqua promosso Pascià; Pascià da tre code, che dopo il Sultano È l'uom più codardo di quella città.
Fernando che il seppe, fu svelto e ci andiede E incognito al turco si fe' presentar. Un monte di ciarle d'intender ci diede, Di modo che a pranzo si fece invitar.
Mangiato l'allesso, mangiato l'arrosto, Il turco si fece portare i marron, Sui quali Fernando buttò di nascosto Dei torcibudella che avea nei calzon.
--«O Dio, che dolori! Chiudete la porta ... Chiamatemi il prete... più regger non so ... Io muoio!...» Ed insomma, per farvela corta? Fu tanta la sciolta che il turco crepò.
Allora Fernando andò sull'altana, Chiamò la sua bella, la fece scappar, Ci diede i quattrini la Banca Romana E a casa col treno potetter tornar.
Garzoni e donzelle che attenti ascoltate La lieta canzone che pianger vi fa, L'amore del prode Fernando imitate, Però col permesso del vostro papà.
RISURREZIONE[*]
Suonate campane la Pasqua giuliva, Prendete o fanciulli in mano la piva, Fedeli soldati sparate il cannon! Risorto è il giornale che dianzi moria, Risorto è Pierino, risorta l'Argia, La vergin che disse la casta canzon!
Pudiche fanciulle, dal pianto cessate, La danza del ventre pel gaudio danzate, La vostra Sbolenfi tra i vivi e tuttor. E, vergine sempre, ritorna fra voi Tirando più forte d'un paio di buoi Il carro funesto del proprio dolor.
Deh, come, o fanciulle, deh come piangeste E tristi nel letto solingo diceste «La nostra Sbolenfi perchè non è qui?» Ma mentre la bella defunta pareva, La morte che in pugno già stretta l'aveva, Dischiuse le dita e quella fuggì.
Ed or che il mio canto più dolce rinacque, All'opra interrotta che tanto vi piacque, Pudiche fanciulle, tornate con me. Destata dal sonno, col plettro rivengo, Lo scuoto, lo stringo, nel pugno lo tengo E voglio provarvi che morto non è.
[*] Rinasceva l'effemeride nella quale la Poetessa e Pietro, suo genitore, deponevano le loro secrezioni cerebellari.
IL LAMENTO DEL PRIGIONIERO[*]
Cadea la notte. Già il cancelliere Avea degli atti chiuso il volume E il Presidente disse all'usciere: «Portate il lume!»
Non un sussurro s'udia nel Foro, Nemmeno un lieve ronzar d'insetto, Quando, calzati gli occhiali d'oro, Lesse il verdetto,
E disse: «Vista la legge, udita La parte avversa, pesati i danni, La pena è questa:--Galera in vita Per quarant'anni».
Briscola! Quando mi sentii preso Così da questa sentenza infame, Cascai per terra lungo e disteso Come un salame,
E il giorno dopo due immense palle Recar dovetti per ogni dove, E mi fu scritto dietro le spalle «69»
Quante ferriate nella finestra! Quanti bigatti nel mio pan nero! Quanti fagioli nella minestra Del prigioniero!
Ed il mobilio? Ecco un saccone Dove gl'insetti tengon cappella E per ... (s'intende) là in quel cantone C'è la mastella.
Sono vestito di panno grosso Con un stifelius tagliato male, E la catena che porto addosso Pesa un quintale.
Con una lima, frega e rifrega, Potrei scappare non osservato ... Ah, se potessi farmi una sega, Sarei beato!...
O giornalisti, da sera a mane Vi sia presente questo mio stato. Un _per finire_ fatto da cane M'ha rovinato!
[*] Parla il Direttore della effemeride citata, il quale era accusato di aver commesso un _per finire_ diffamatorio, mentre non era che cretino. Il processo andò a monte.
PIANTO DELLA CHIESA BOLOGNESE SENZA PASTORE
_Non relinquam vos orphanos; veniam ad vos._ Jo. XIV, 18.
Sopra le piume vigilando sola, Colei che già fu di Petronio e Zama Leva le palme al ciel, languida e grama, Poi che gaudio d'amor non la consola.
Lungo uno strazio è nella sua parola Qual già nel pianto di Rachele in Rama, E dal vedovo letto il __Padre__ chiama Perchè non scordi la fedel figliola.
E prega e mostra le gramaglie nere In che da sì gran tempo il viso asconde, E la nave di Dio senza nocchiere:
Ma il suo pianto non posa e n'ha ben d'onde Poi che il barbaro __Padre__, alle preghiere Con l'iniqua parola,[1] ahimè, risponde!
[1] L'_iniqua parola_ è una interiezione dialettale bolognese che suona ingiurioso invito ad operazioni pneumatiche.
TEMPESTA IN MARE
Fra Bordighiera e Nizza, Dove più azzurro è il mar, Un giovin marinar L'albero drizza.
Forte, gentile e bello Vola sull'Ocean, Col suo timone in man, Come un uccello.
Nè morte nè ferita Gli fa terror, perchè Assicurato egli è Sopra la vita;
Ma dalle parti basse Di Greco e Maestral Si leva un temporal Di prima classe,
S'odon da lunge i tuoni Si vede lampeggiar E allora il marinar Dice: «Coioni![1]
Se dura niente niente Tra poco si anderà In pasto ai baccalà Sicuramente.
Le braghe di fustagno Umide sono già.... Cosa dirà mamà: Se me le bagno?
In mar si sta benone, Ma, se credete a me, Si gode più al Caffè Del Pavaglione,[2]
E se a toccare il suolo Arrivo col seder, Piuttosto che il nocchier Fo il ruscarolo».[3]
Ma per combinazione Mentre dicea così, Il tempo si schiarì Là, in quel cantone.
Dell'onde il mal governo In un balen cessò E il temporale andò Verso Paderno.[4]
L'iniqua alfin parola Ode in un porto dir E tira un gran sospir Che lo consola.
Gli affari di famiglia Scorda e l'orrendo mar E corre a ritrovar La Centomiglia;[5]
Ahi lasso! e i suoi quattrini Li spende così mal Che va nell'Ospedal Da Gamberini.[6]
Vedi da ciò quant'erra Il detto popolar Che dice: «_loda il mar, Tienti alla terra_».
[1] Interiezione marinaresca che denota sorpresa.
[2] Condotto da Enrico Lamma in piazza Galvani a Bologna.
[3] Raccoglitore ambulante di detriti organici. _Dial. bol._
[4] Qui la geografia è bastonata. Paderno non è tra Bordighiera e Nizza, ma sui colli a sud di Bologna.
[5] Etera peripatetica e scalcagnata che disonora i vicoli di Bologna.
[6] Già Direttore della Clinica Dermosifilopatica all'Ospedale di S. Orsola.
PER LA CADUTA DI PALAMIDONE SONETTO SBOLENFIO DI PRIMA CLASSE
Il Ministero e zero invero contano Spesso lo stesso e solo un sesso vantano. A un'unità di qua o di là si montano, Di un voto ignoto al moto indi si spiantano.
Sorretti e accetti i Gabinetti affrontano Ritti i conflitti ed i sconfitti schiantano; Poi, grati ai Fati se i soldati ammontano A tanti quanti son bastanti, cantano.
Ma se i fiacchi o i vigliacchi i tacchi puntano, O se un minuto il muto aiuto allentano, Liti e garriti tra i partiti spuntano.
Desti gli onesti e questi si addormentano; Rimovi i chiovi e i novi più si appuntano; E tasse e sopratasse a masse aumentano!
ALLA POETESSA ARGIA SBOLENFI
SONETTO[*]
_Gentil Donzella cui Ciprigna dona Lieto il color delle Acidalie rose, Cui di lauri raccolti in Elicona Di Cirra il Nume una ghirlanda impose,
Ben fosti cara al nato di Latona Se del Parnaso in sulla via ti pose E del sacro Permesso a te sprigiona Dolci di mele Ibleo l'onde famose!
Ma se fia che tra breve alla palestra Rieda, di nuovi onor carica e pregna, Non dilettarci sol, ma ci ammaestra;
E di Quirino alle nepoti insegna L'arte soave in che tu sei maestra, O della Lesbia Saffo emula degna!_
Di EDRA COPRODITE _Pastore Arcade_
[*] Umile parto dell'umilissimo chiosatore.
A EDRA COPRODITE PASTORE ARCADE
RISPOSTA
Saggio Pastor, poichè il tuo nome _suona_ Chiaro nelle città dotte e _famose_, Dall'altezza ove stai mite _perdona_ Alle mie rime tristi e _vergognose_.
Ahi, la ghirlanda che il tuo cor mi _dona_ È purtroppo d'alloro e non di _rose_ E vorrei barattar questa _corona_ In carni meno crespe e più _polpose_!
Che m'importa il saper come _maestra_ L'arte di Saffo quando Amor mi _sdegna_ Scaricandomi addosso la _balestra_?
Vorrei mutar questa vitaccia _indegna_, Vorrei sentir suonare un'altr'_orchestra_... Un marito, per Dio[*], chi me lo _insegna_?
[*] Bacco.
SI COMPIACE DELLE PROSSIME NOZZE [*]
SONETTO SBOLENFIO
Spero davvero che il mio fiero isterico Male, che assale quale un fucil carico, Cessi gli spessi accessi e il mio rammarico Cada per strada e vada nel chimerico.
Bandito è il rito ed un vestito serico Stato è tagliato, come o dato incarico; Del normal verginal segnai mi scarico, Che l'ara cara già prepara il chierico.
Sposo! ed oso un focoso panegirico In onor di chi al cor l'amor teorico, (Che splende e non accende) or rende empirico.
Chi è matto affatto, questo fatto storico Può far burlar nel suo ghignar satirico, Ma intanto io canto e accanto a LUI mi corico!
[*] Ahi, non fu vero!
EGLOGA[*]
MELIBEO
Titiro, tu che d'un gran faggio all'ombra, A gambe aperte, stravaccato[1] stai, Mangiando allegramente una cucombra,[2]
Un canonico sembri e chi sa mai, Chi potesse vederti le budelle, Bollettario, anche te che sghissa[3] avrai!
Io stento invece e queste pecorelle Sono ormai senza tetto e senza pane E campan di polenta e di sardelle.
Hai forse avuto eredità lontane? Hai rubato una pisside o un ciborio? O ti fai mantener dalle sottane?
TITIRO
Amico Melibeo, questo è notorio E lo san fino i sassi di Bologna, Che tu sei sempre stato un tabalorio;[4]
Ma non sapevo, e il dico a mia vergogna Perchè l'imparo adesso solamente, Non sapevo che fossi una carogna.
Qual reo sospetto t'è venuto in mente, Asino porco, sulla mia condotta? Sono un pastore onesto ed innocente!
E se non fossi mio compatriotta Ed anzi amico mio di Seminario, Tu mi faresti venir su la fotta.
Basta; veggo però ch'è necessario Dirti come domai l'iniqua rana,[5] Essendo un fatto un po' straordinario.
Tu saprai che quest'altra settimana Una dolce fanciulla, un puro fiore, Che delle poetesse è la sovrana,
Magrolina se vuoi, ma un vero amore, L'Argia Sbolenfi insomma, e ho detto tutto, Sposa ... imagina chi? L'Imperatore!
La nuova si sapeva dappertutto, Ma io la vidi sol nell'_È Permesso_,[6] L'unico foglio serio e di costrutto.
Appena letto, allon! mi sono messo Le braghe dalla festa e il gabbanino E son corso da lei come un espresso;
Ma siccome era chiusa in camerino A far dei versi al suo futuro sposo, Fui ricevuto dal signor Pierino[7]
Che largo, liberale e generoso, Mi offerse cordialmente da sedere, Ma il caffè no, perchè gli dà il nervoso.
«Ohi, chi vedo!»--«Tersuà»--«Bravo! ho piacere! »Cosa porti? L'agnello?»--«Nossignori»-- »Peccato, che t'avrei dato da bere!»--
Così ciarlando, ecco l'Argia vien fuori, La qual, come saprai, ci diedi il latte, (Ossia mia moglie) e latte dei migliori.
Era in disabigliè, con le ciabatte, Una sottana bianca e un zuavino Che ci arrivava appena alle culatte.
«Oh!»--lei dice--«Mo bravo Titirino! »Non sai chi sposo? Ah son tanto felice »Che a momenti mi viene uno smalvino![8]
»Fra pochi giorni sono Imperatrice! »Sei venuto a veder la tua sovrana? »Ti farò ricco, e sai chi te lo dice!
»A tua moglie ci pago una collana, »E con l'acqua di felsina, all'armento »Fin da quest'oggi laverai la lana.
»Farò indorar le vacche ed il giumento, »Ti selciarò la stalla di brillanti, »E l'aldamàra[9] tua sarà d'argento.
»Or vanne Titirino e quei birbanti »Che tempo addietro mi credevan pazza, »Crepino d'accidente tutti quanti.
»Vanne a Bologna, sta contento e sguazza, »Che in compenso del latte che m'hai dato, »Io ti farò più ricco di Cavazza![10]»--
Io dico _grazia!_ vado, e sul mercato Da un buon amico mio, sessanta lire Al sessanta per cento, ho ritrovato;
Ma il primo vaglia che mi fa venire L'Imperatrice Argia, pago ogni cosa, Faccio il porco e mi voglio divertire.
Ecco spiegata la ragione ascosa Di tutta quanta l'allegrezza mia, Viva il signor Pierin! Viva la sposa!
MELIBEO
Viva l'Imperator! Viva l'Argia!!!
[*] Per errore di troppo eccitabile imaginazione, la Poetessa credette che S.M. l'Imperatore di Germania venisse l'ultima volta a Roma per chiedere al Sommo Pontefice il divorzio dalla Imperatrice e sposar quindi lei.--Vedi le note in fondo al capitolo.
[1] Coricato. _Recubans sub tegmine fagi_. VIRG. Dum stravaccatae pegorae marezant_. MERL. COCCAI _Zaniton._
[2] Cocomero, anguria. _Cucurbita citrullus_ Linn.
[3] Appetito furibondo.
[4] Uomo di poco cervello. _Captus mentis_.
[5] Non è la _rana esculenta_ Linn. ma il sinonimo bolognese di miseria. Questo simbolico batracio ricorrerà sovente in queste carte.
[6] L'effemeride in cui videro la luce molte di queste rime.
[7] L'onorando signor Pietro Sbolenfi, degno genitore dell'autrice, cui è dedicato il volume.
[8] Che Dio ci liberi e scampi tutti! È un accidente.
[9] Concimaia.
[10] Il Conte Felice Gavazza, banchiere, riputato per uno dei più ricchi bolognesi.
SI SCUSA PER AVERGLI MOSTRATO POCO RISPETTO[*]
Mio diletto Signor, poichè vedesti Senz'alcun velo il negro mio misfatto, Signor, perdona e fa che in te non desti Scandalosi pensier l'orribil fatto.
Nel momento fatal forse dicesti: «Cos'è quello, per zio?! Divento matto? È questo l'occhio dell'Argia? Son questi L'aspetto e i vezzi suoi? Mo niente affatto!»
E ben dicesti! Anch'io quanto mi posi Viceversa così, pensai lo stesso E tu lo sai che non te lo nascosi;
Ma, deh, quell'affaraccio dell'ingresso E il panorama che alla folla esposi, Scordali, Cocco, e sposami lo stesso!
[*] Recatasi incontro a S.M. l'Imperatore, salì sopra un palo e, urtata dalla folla, cadde a capofitto, mostrando al suo sperato amante, com'ella dice, poco rispetto.
SFOGO CONTRO COLUI[*]
C'era una volta in Roma una ragazza Il cui nome gentil non vi dirò, Che per l'Imperator divenne pazza E di dargli la man si lusingò.
Ei venne a Roma e per la gioia grande Ella dinanzi a lui cadde boccon E gli mostrò che non avea mutande In omaggio all'igiene e alla stagion.
Bismarck, quando lo seppe, andò in furore, Afferrò penna, carta e calamar E poi telegrafò all'Imperatore Che per l'amor di Dio non stesse far,
E _quella donna_ ci si mise dietro Seguitandolo sempre per città, Dal re, dal papa, in piazza ed in San Pietro, Raccontandogli mille infamità.
E lui sentendo questa sinfonia, Da prima cominciò a tintinagar,[1] Poi nel più bello piantò lì l'Argia E coi Sovrani s'imbarcò per mar.
L'empio! Intanto la povera tradita Nei Cappuccini andò per la passion; Mutò speranze, desideri e vita, Ed, ancella di Dio, prese il cordon.
Caste donzelle, deh, accogliete in seno Questo consiglio che mi vien dal cor. Portate sempre le mutande, o almeno Copritevi se vien l'Imperator!
[*] _Colui_, ahimè, è l'alto personaggio di cui alle rime precedenti, e _quella donna_ la sua legittima e graziosa consorte.
[1] Tentennare. _Dial. bol._
AVE CRUX![*]
All'illustre e Venerato prosatore e suo diletto genitore questo segno d'onore pegno d'amore col cuore Argia dà
Padre diletto, Sbolenfi Pietro, Al tuo cospetto Vinta m'arretro, Perchè sei degno D'aver un regno. Ma poichè il regno ti negò la sorte E giaci oppresso dall'immonda rana, Col tuo bel libro sfiderai la morte, Il bel libro cui feci io da mammana, Il bel libro che può dirsi un portento, Da cui speriamo alfine il nutrimento. E poichè il mondo, Non ti fa onore Vieni, giocondo Mio genitore, Che ad alta voce Ti dò la croce!
[*] L'ottimo ed erudito Signor Pietro Sbolenfi, genitore della poetessa, aveva stampato un applaudito volume di ricordi bolognesi. La poetessa lo rimeritò della dedica fattale con questo segno d'onore.
L'APPARIZIONE
ROMANZA
Crudo ed avaro, nel suo castello Viveva il Conte del Meloncello,[1] Quindi nessuno ci volea ben.
Trattava i figli come serpenti, E, dice un libro, che ai suoi serventi Il pane e l'acqua ci dava appen.
Il primogenito di nome Augusto Era un bel giovine, svelto e robusto, Che l'ammiravano per la città. Membro dei Reduci dalle Crociate, Molte godevasi maccaronate Coi Soci, e andavano di qua e di là.
Lo seppe il padre che, all'olmo andato,[2] A sè un sicario tosto chiamato, Mettere il figlio fece in prigion. Cavar gli fece l'elmo e lo scudo E in una torre lo mise nudo Ed era, ahi vista! senza i calzon!
Ma il padre barbaro che una mattina Privo di lampada stava in cantina E, come al solito, tirava il vin, (Ah, proteggeteci Angeli e Santi!) Fetente e squallida si vide avanti L'ombra terribile d'un cappuccin.