Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani
Part 9
Considerando la vera partenza c'ho fatta intera d'ogni vano amore, e 'l gravoso dolore ch'aggio sentito 'n sua star signoria, pòte di gioia aver meo cor essenza, 5 poi che disfatto lui ho, meo guerrero, e preso in disamore ogni d'amanza sua cosa e poi via, la qual quando seguía, porgea tristizia in me d'ognunque pene, 10 non resentendo bene d'alcun piacer, ma greve ogni doglienza; unde miso a perdenza avea mia mente, corpo, alma e core, su' poderato essendo in me furore. 15 E quanto d'altro piú fui doloroso, ciascun dolor di lui, lasso! sentendo, tanto dico, gioiendo, deggio portar via più d'altr'allegrezza, poi che 'n vertá sono vero amoroso, 20 e, partito d'amore, amor prendendo e diritta seguendo d'anima voglia, che fu in iscurezza, la qual giunse gravezza, e reformando in lei iroso male, 25 imperciò ch'è penale possa seguir diritta e torta intenza, ma, or che dipartenza ho di lui fatto, seguo ogni memòra e quant'ontai con esso senza mora. 30 Non sentimento mai ebbi di gioia, seguendo in lui voler fer' ed ontoso, né mai ebbi riposo per isperanza d'alcun ben che sia: e che sembrav'a me bene, era noia 35 e ogni vero bene, oltra gravoso, per che sempre angoscioso viveva dimorando in tal follia. Unde perduto avía ogne vertú che mise in me natura, 40 sí che solo figura mantenea d'omo e non punto scienza e l'alta canoscenza de la ragion, la qual or non tutt'aggio, unde vivea ferale oltra selvaggio. 45 Del dolor che porgea in me mainera chero ferma cagione adimostrare, e volendo contare com' riformava in me suo gran tormento, non tormentava me di doglia fèra, 50 come sensibil corpo in dar penare, ma solo in disiare, tardando ciò che m'era piacimento; ché non pò far contento alcuna cosa u'om' non porti amanza, 55 tuttor sia 'n sua possanza, e dove porti giá non possa avere. Ah! che grev'è 'l dolere u' solo perda alquanto d'ella viso: dico tormenta, se disira fiso. 60 E non sentiva per lo su' operare, ma cagion era in ciò ch'era operato, unde segondo stato di natura mi dava isvariamento; farmi voler che non potea 'cquistare 65 e perder che gradivo avea 'cquistato e 'n ciascun d'esti grato porgiami svariato sentimento. E tal suo creamento adoperava in me diversa offensa, 70 e dico: — Om' per potenza ciò ch'ha 'quistato amando u' prende gioia, sed ei perde, poi noia gli abbonda maggio che non fé il deletto, per che nostra natura è in defetto. — 75 Com'operava in mevi il suo sentire, tutto languir diviso ogni piacere, al desentir dolere da me diviso d'ognunque suo male, e dammi noia in che ferm' ho gradire 80 e fammi che volea tutto isvolere ed el desio podere ch'era costretto a desiar infinale e diverso, giá quale non potea aver mai compimento 85 ed il suo potimento diliberato in tutto aver disio, sí che mis' ho in obrío ogni sentir di lui fermo e ricordo, stando a membranza di lui, mai sempre ordo. 90 Se disdegnanza Amore alcuna ha presa, volendo apporre offesa, ch'e' fui'n sua signoria, or ne son fòra, di colui che restora il tormento c'ha avuto ogni mio fallo 95 e che per vero sallo, ni vorrea senza stato esser sua doglia, per la qual credo in me piú gioi' s'acoglia. Anco maggio difensa, la qual misura sostien di ragione, 100 ha maggi' offensione, ch'om non seguir dea mal tutto deletto, né senta ov'ha defetto maggiormente non donque ov'ha 'frissione e corporale eterna confusione. 105
VII
Si lamenta delle prepotenze e ingiustizie che commetteva in Pisa la parte che spadroneggiava al governo della cosa pubblica.
La dolorosa noia, ch'aggio dentro al meo core, che non mostri di fòre non posso: tanto sostener m'avanza, montando malenanza 5 e soverchiando me da tutte parte, poi che tra gente croia (come non saggi, alpestri, ch'aver degni capestri lor serian, distringendo come fère, 10 quale piú son crudère), dimorar mi convene e stare 'n parte, e non solo dimor con loro usando, ma mi convene stando sotto lor suggezion quasi che muto, 15 di che son dipartuto d'ogni piacer, poi lor signoria venne: e come ciò sostenne venisse, u' sosten regno, eo meraviglio Dio, poi comunitá mis'ha 'n disguiglio. 20 Mis'hanno in disguiglianza ragione e conculcata e per loro scalcata, li lor seguendo pur propi misteri e i malvagi penseri 25 seguitando, non punto in lor ragione. Lá ch'era comunanza hanno sodutta in parte, ed han miso in disparte li valorosi e degni e bon rettori, 30 per li quali e' maggiori con parvi dividían onor comone; ora l'hanno condutto in propietate, perché la volontate lor tanto fèra il senno ha suggiugato, 35 e giá non è mostrato, ch'è sol voler per lor fer' e mortale, il quale ha miso a male ed a danno, volendo, loro terra e perdute castella e piano in guerra. 40 E quei ch'erano degni, e che 'n vero son anco, mis' han dal lato manco, crescendo onor, rettori ed avanzando e non quasi mancando 45 per lor ragion, ma sol era ben retta, di che si vên gran segni: giustizia conservata era per lor montata, sí che mal fare alcun non quasi ardía, 50 perché 'l mal si punía, la terra d'ogni scuso era ben retta. Or giustizia è deserta, ond'è caduta, con ragione perduta, ché piú ladroni son che mercatanti, 55 e quasi certo i santi son dirubbati e no solo i palagi, ed a ciascuno adagi par de' detti signor, ma ciò non sono, ché l'un perisce e l'altr'ha 'n mal perdono. 60 Portano perdonanza i lor propi 'n mal fare, e piú che meritare è intra loro alcun che l'òr vorria, però che la lor via 65 la fine e 'l primo e 'l mezzo è propio a male; ed altri, s'è 'n fallanza, greve sostegnon pena, e chi lor guerra mena quant' a lor terra son siguri 'n tutto 70 e riprendon condutto di ciò che volno in lor cittá, el quale e le terre, che son tante perdute, non giá l'hanno volute difender, ma perdute sian lor piace, 75 e, divietato, han pace, solo a confusion d'omin di parte. E ciò fatt'hanno ad arte, unde procederá in loro gran danno, ché non sofferrá Dio sí grande inganno. 80 Se mi distringe doglia, non certo è meraviglia, ma crudeltá somiglia a cui non prende doglia e pena monta, veggendo che si ponta 85 alcuna parte in mal far quanto pòte, e quei che piena voglia aviano 'n bene ovrare, e tutto il lor pensare solamente era in ciò, sono a nente 90 per sí smodata gente, und'onni gioi' per me son vane e vòte, ché sento in tutto morta ora giustizia ed avanzar malizia e 'l mal ben conculcare, somettendo 95 e montando e crescendo islealtate, inganno e disragione, di che mia 'ntenzione non è che lungo tempo Dio il sostegna, che non soffrir vorrá cosa sí 'ndegna. 100 Seminato nel campo fer' han seme e seme simel sé ciascun arende, und'è folle chi attende di seminato gran piggior che gioglio, perché non tanto doglio 105 che frutto e seme cosa una fi' 'nseme. Per soverchi'abondanza ch'avea ed ho di gravosa doglienza, m' have la mia voglienza sommosso a conto far di sí gran torto, 110 il qual greve m'ha porto cagion dogliosa e fèra di dolere, poi che 'l bene a podere sento perire e 'l mal tuttora avanza.
VIII
Vorrebbe trovar rimedio contro le pene d'amore, ma non sa come.
Dolorosa doglienza in dir m'adduce, non potendo celar, tacendo, 'l core: tanto m'avanza ognor pen'e dolore che pregio men che nente vita u' regno. Considerando, lasso!, son ritegno 5 d'ogni languire, avendo mia vita agra e di ciascun plager lontana e magra, avendo di vertú perduta luce. Poi del mio cor disio metter soffersi in seguitar, perdendo ragion vera, 10 e sommettendo arbitro 've non era, ciò è servaggio di natura umana, u' non guardai avendo mente sana; ma or somiso aver non vorea dico, ché d'allegrezze, di gioi' son mendíco, 15 ritegno di dolor fonte diversi. Disnaturando natura, seguendo di sottometter voglia altrui 'n servaggio, ché chiar conosco che l'uman lignaggio d'aver fugge signor naturalmente, 20 ma diviso da ciò diversamente, regnando in me avendo gran diletto d'essere servo di cui son soggetto, in seguitare affanno sostenendo. E poi congiunsi mevi a tal desire, 25 non mai d'intenzion tal fei partenza, ma misi 'ngegno a ciò e tutta potenza e d'altro in me poder giá non ritenni che sol servendo u' manco lei non venni, e che i fosse piager fece mostranza, 30 siccome quasi me parv'accordanza, und'alquanto mi fe' gioia sentire. Dimorando plager tal quasi un'ora, se piú non manto fu, se bene e' membro, presente a ciò sua vista mevi sembrò 35 piú che dir non poría, crudele e fèra, e visai la sua voglia ch'era intera di darmi pene, u' son, sí dolorose che sostenerle alcun tanto gravose parva in vita serea sua dimora. 40 Ed avanzando in me piú 'l dolor monta e quasi dico nente ver' ch'io celo, ché corpo alcun, non credo, è sotto 'l celo che regni 'n vita, un'or' vi dimorasse e che senza dimora noi' fallasse; 45 ma per penare piú vit'ho languendo e soccorso di scampo non attendo, poi non d'aver per me mai ben si conta. Se, com'eo dico, u' piú mi stringe pena di tal cagione, piú deggio dolere, 50 poi veggio e sento che nel me' podere non si riten di ciò che dipart'omo, ciò è ragion da fèra: o lasso! como ne son diviso e tralassato intero, e seguitando voler tanto fèro, 55 quale tuttor seguir mi' alma pena! Per che mia vita, dico, è piú ferale che d'animale alcun, perché natura segue, ma pure in me tanto ismisura che fuggo e lasso lei, seguendo 'l contra. 60 E d'aver signoria non giá fui contra, somettendoli arbitro e mia franchezza; unde, piú ch'aggio ditto, in me gravezza di greve pene agiunt'anche ogne male. Poiché mi sembra e che 'l conosco fallo 65 perché non, lasso, in ciò, rimedio prendo? E no m'ofender piú ove m'ofendo, partir mia voglia di tal signoria? Dico che 'n farlo in me non ho bailía, poich'a ciò falso plager mi congiunse, 70 che d'anima e da cor vertú digiunse e ciascuna potenza senza fallo: perché 'mpossibil m'è farne partenza, ché 'l mio volere a ciò è sottoposto, e di maniera tale son disposto 75 che d'alcun qualsia bene i' non ho segno: e conosco a ragion di ciò son degno. Ma non mi dol però meno 'l tormento ch'eo doloroso pur languisco e sento e che porti conven cor di doglienza. 80 Provato folle, me dico, simiglia chi segue 'l suo dannaggio e ha 'l pro contra: e 'n me quel che contat'ho sovra 'ncontra, perch'alcun sia piú ch'eo folle non credo, poich'eo non presi, allor potea, rimedo, 85 e di quel ch'ora seguo maggiormente poi son disposto tanto malamente, che s'alcuno, com'i', è gran meraviglia. Meo cordoglio e lamento, ora te move e te presenta avante a cui ti mando 90 e cerne 'l meo dolor tutto nomando, non voglia contar lui el mio tormento e di' che sguardi ben s'a ragion sento e corregga tuo fallo e comendi ove.
IX
Dice d'esser tutto preso dall'amore di lei e di non avere altro pensiero.
Vero è che stato son manta stagione senza d'amanza alcun far prendimento, potendo elegimento di tal fare, in cui ver' ben fosse appriso; e ho fedel ver' ciò misa intenzione, 5 saver, penser non lento e provedenza, né mai feci prendenza. Pertanto cauto in ciò fatt'ho, diviso, perciò ched'è diviso del mi' cor fermo sempre ogne volere, 10 che non solo piagere come ne li altri in me confermi amanza, ma sí sempre possanza di piagimento, gentilezza e bene: per ciò che non disvene 15 en nei gentil virtú senza fallanza. Non fei prendenza d'amanza in desire, perciò ch'ove ho trovato esser plagenza, non trovato ho potenza d'altre virtú che son sovramagiore; 20 ma or l'ho priso, a ciò ch'aggio sentire di tale in cui piacere e virtú trovo, e non solo io l'aprovo, ma suoie operazion, suo gran valore; ché eo quasi un colore 25 cerno di suoie virtú quanto a sembianza. Che se far dimostranza volesse, in dir, del suo gran valimento, daría conoscimento a ciascun chiaro di lei fermamente, 30 per ciò che veramente altra no ha ver' lei mai parimento. Come a la sovra sua cara valenza non pote altra aver mai simiglianza, cusí senza fallanza 35 non pò mio amore alcun altro semblare; ch'eo no ho solo in lei d'amor voglienza, ch'è, in altrui, voler con seco om bene; ma mia voglienza è bene in suo piager lo mio sempre di fare; 40 e ciò deo certo fare, ch'ella m'ha fatto quel che in me non sono: ché per suo caro dono del suo remiro tanto virtuoso m'ha fatto grazïoso 45 in sua potenza, nel mio cor passando, ove mise formando del suo degno sentir fermo riposo. Preso ha riposo in me suo pensamento e l'alma forma di sua simiglianza, 50 la qual dato ha mutanza a l'ofuscato mio primero stato per suo gran virtuoso operamento: ché miso ha dignità nel cor non degno, e 'l suo valor sí degno 55 ha l'esser mio nel suo giá trasformato: ché per mio vero grato e sua virtú, son fatto un altro lei. Vero è ch'ella non mei, perché può fare assai piú ch'io non posso, 60 ha ciò ch'eo son commosso, ov'ell'è sempre 'n sua magna virtute, poiché mi die' salute del suo sentire, assai piú che 'n dir mosso. Non mostro in dire quanto in cor mi posa 65 sua benvoglienza e suo caro pensero; perciò che sería fèro poterlo a lingua alcun' sí divisare, ché 'l cor non pò pensar tanto gran cosa: ché quando a ciò pensar provando intende, 70 certo adesso 'l comprende ismarimento che 'l fa svariare. E se 'n sé vòl tornare, conven che solo stia tanto al sentire; e quel po' sofferire, 75 perché tal sentimento è virtuoso: ché 'l suo vero riposo ha d'alegrezza in sé spiriti vivi, li quai son sí gradivi che fanno in tutto mio esser gioioso. 80 Va', mia nova canzone, tutto quanto conven non forse degna, a quella in cui cor regna quanto si sa di ben piú divisare. E 'ntende a lei mostrare 85 come sua gran virtú, sua gran carezza m'hanno dato fermezza di sua amanza, che è senza aver pare.
X
RINTRONICO
Consiglia a soffrire le avversitá con rassegnazione, sperando d'averne un giorno lenimento.
Magna medela a grave e perigliosa del tutto infermitá so che convene, ché parva parvo so dá curamento; e chi infirma greve e ponderosa a possibile far cherenza dene, 5 e non cui falla punto potimento; ché non ha valimento picciula cura gran piaga sanare, né poi pot'om' trovare guerenza in quello dal quale divia. 10 Stolti, è grave via poter sanare u' tutta è violenza, e non queta l'om' mai sua essenza. Per che mia voglia sre' desiderosa che d'altra parte aver conforto e spene 15 desiderato avessi e stettamento; perché di lui m'è via onne stremosa referendol del tutto, e aspra ène, unde, parlando, dir quasi pavento: ché dare spiramento 20 è dificile me, e mitigare, però che se penare mettesse 'n ciò, sre' vano al tutto pria, appresso poi seria la fine ad onta, diviso, aderenza, 25 unde aliena sre' me' provedenza. Però l'omo en cui è poderosa aversitade, dea potenze e lene metter: creando vigore sia 'ntento; né de' sua voglia esser nighettosa, 30 né di vilezza le suoie opre piene, né ira fare in lui occupamento; ma levar, sanamento se de' isperando da colui che pare, siccome vero pare, 35 no ha, ni ebbe, ni mai aver dia, il qual sempre desia prosperitá a om' dare e valenza e vòle e pò per sua magna eccellenza. Prova vera vertú vertudiosa 40 colui ch'aversitá fermo destene, per sua valenza a farne occultamento, e 'n tal mainera de' lui graziosa esser, dico, se vero ei cerne bene; ché, come purga metallo elemento, 45 cosí ho credimento che sia d'aversitá 'l propio purgare, vincere e conculcare di ciascun vizii che parato stia voler, che noi' sería 50 fòr d'altro frutto: e ciò è pacienza che dá vertú in cui fa su' aderenza. Tant'è magna di Dio e valorosa la potenza, che cose onne sosténe, ch'a' monti pò legger dar mutamento, 55 e chiara cosa far ch'è tenebrosa e diletto tornar, tormento s'éne, e qual piú vivo par dar finimento. Dunque dischiaramento e libertá pòn servo seguitare, 60 e ciò hae sperare, ché disse santo di filosofia, in cui non fu falsía: «S'avesse om' fede, o vera intelligenza, fare' mover li monti a sua indigenza». 65 Donqu'è provedimento per fede e spera voler seguitare e retto in lui sperare aver ch'è quello che cotidio cria remedi, e quai pensria 70 animo mai, sí pog'ha percepenza, ma ei bensí in cui somm'è prudenza.
XI
Non potendo piú reggere alle amare pene che lo affliggono, si risolve a parlarne, ma in forma coperta, perché non lo intenda un tal Corso.
Di dir giá piú non celo, poi tante pene ho possa. Doglia m'è 'n cor ripresa, ch'è alcun non sotto 'l celo ch'om' di tal vertú possa. 5 Donque 'l dir non ripresa che di tai pene regno fusse, con quale io regno, over pur che di parte in rea non fusse parte, 10 ch'altro sostenere omo no le porea quale ho mò. Dunque, se 'n dir disovro, biasmo in me non giá monta a cotal pena fèra 15 ché ad ognor' om' credo sovro son di doglia tal monta, che nol sofferea fèra, e poi nel meo cor aggio a lui voler coraggio 20 con pura contar fede, unde mi scende fede, se non poder mi manca, ver' mia ragion sia manca. Rappresento ove servo 25 sommisi il meo potere, non giá per mia ignoranza, uvi 'n cor sono e servo, come cert'ho potere, seguir sua magn'oranza. 30 E per piager che porto fo d'ella in me un deporto, imaginandol pena a darmi affanno 'n pena: a cosí mortal passo 35 son lá dovunqu'i' passo. Che poi chiaro nel viso la mia conobbe essenza, fu ver' me adesso contra, e in un'ora diviso 40 fui mai di gio' e senza, poi fu pena mi contra. Tanto crudel fu' punto di dardo, il qual m'ha punto, che giá alcun no di pare 45 fu sí como mi pare, ch'ognora in morte vivo, se par' voi piú vivo. Se dir vòle soccorso alcuno aver di porto, 50 u' gioi' potesse avere, rispondo: — Sí son corso, che non venire a porto per mio spero savere; ma se giá avenire, 55 se ciò farmi venire poria, volesse tale, che m'ha condutto a tale, per creder parto nome, cui sovra scritto ho nome. 60 Lo meo palese dire ho, per non voler dire, in parte scura messo, e che a non dir sia me' so a ciascun lo meo corso, 65 ché no' lo intenda Corso.
XII
Anche qui parla chiuso, per dare sfogo al dolore che lo affanna.