Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani
Part 5
Dentro da la nieve esce lo foco, e, dimorando ne la sua gialura, e' vincela lo sole a poco a poco; divien cristallo l'aigua, tant'è dura. E quella fiamma si parte da loco e contra de la sua prima natura; e voi, madonna, lo tenete a gioco: com' piú vi prego, piú mi state dura. Ma questo agio veduto pur istando l'acerbo pomo in dolce ritornare, ma giá vostro core non s'inamora. La dolce cèra vede pur clamando, li augelli vi convitano d'amare, amar convene la dolce criatora.
IX
Senza sapere, i signori possono perdere la signoria.
Saver, che sente un piciolo fantino, esser devria in signor, che son seguiti; schifa lo loco, ov'ello sta al dichino, e teme i colpi, i quagli ha giá sentiti. Chi sí non fa, pò perder so dimíno e li seguaci trovasi periti; però muti voler chi no l'ha fino e guardi a' tempi, che li son transíti. Ca pentimento non distorna il fatto; megli' è volontá stringer che languire: chi contra face a ciò ch'eo dico, sente. Lo saggio aprende pur senno dal matto; om, c'ha piú possa, piú dé' ubidire: catel battuto fa leon temente.
X
Ella ha in sè ogni cosa piacente, ogni valore, ogni conoscenza.
Vostra piacenza — tien piú di piacere d'altra piacente; però mi piacete. E la valenza — avete in piú valere d'altro valor; però tanto valete. Se caunoscenza — avete in caunoscére, che caunoscenti cose cognoscete, non è parenza — ch'al vostro parere s'aparegiasse; sí gaia parete. Altèra sovra l'altre inalturate, lo meo volere vòl ciò che volete; cosí vostra volenza a sé mi trai. Chera sovra l'altre rischiarate, d'uno sprendore sprendente isprendete, che piú risprende che del sol li rai.
XI
Molti amano non ricompensati, e il poeta è fra questi; ma sarebbe cortesia che il suo amore fosse un giorno veramente compreso.
Ne l'amoroso foco molti stanno a grande 'nganno — per la vanitate, per li amorosi detti lor che fanno e nulla sanno — de la veritate. E molti son, che non dicon né dánno; e molti stanno — sanza pietate; ed io son d'esti molti, ch'a ciò vanno con grand'afanno — e con diversitate. E son perseverato in questo ardore con fermo core — e non son meritato, ché lung'usato — m'ha fatto natura. Ma ben sarebe cortesia d'amore se 'l gran calore, — ond'io sono alumato, fosse incarnato — sí com'è 'n figura.
XII
Si sente lieto, ché, per ben servire, otterrá l'amore di lei; ma non ne fa mostra.
Per fino amore — lo fiore — del fiore — avragio perch'a l'usagio — ch'agio — sí convene, del gran dolzore — sentore — al core — ched agio in segnoragio — sagio — mi ritiene. Del meo calore — splendore — de fòre — non tragio: senn'e vantagio — per legnagio — vène; rendo aunore — laudore — in core, — e 'n visagio per tal coragio — non cagio — di spene. Cosí lo bene — vène — in acrescensa, presgi' e valensa — in caonoscensa — regna, disvia sdegna, — spegnasende — orgoglio. La fede spene — tene — per plagensa, valensa — pensa — che lausor la tegna. Chi vive a 'ngegna — pèra — di cordoglio!
XIII
1
DI UN ANONIMO A BONAGIUNTA
Come farsi riamare dalla sua donna.
Eo so ben ch'om non poría trovar sagio sí come voi, maestro Bonagiunta. Però del meo saver levate sagio e lá ove bisognasse fate giunta. Per mal parlar perdéla tal ch'io sagio: par di belleze no la vede om giunta. D'amor mi meritava. Or dite s'agio vita tenebrosa 'n esta giunta. Consiglio chero al vostro gran savere, che mi dichiate, se si può savere, com'eo mi degia partir d'esto amare. Per questo aportator mi fate dire, per cortesia, com'io le mandi a dire ta' motti ch'ella torni a me amare.
2
RISPOSTA DI BONAGIUNTA
Il vero amore cresce per il servire e per il tacere, e non per il parlare.
Però che sète paragon di sagio e d'ogni caonoscenza fina giunta, a voi mi racomando, non per sagio né per maestro, ma per Bonagiunta. E prego Dio che 'l mio frutto agia sagio, che v'intalenti ne la prima giunta: lo vostro detto nobile non sagio, ch'eo non vidi unque cosa sí ben giunta. E non mi si conven tanto savere ch'io consigli lo vostro gran savere di cose, che cotanto sono amare. Ma dicovi ch'i'agio audito dire ca fino amante non vince per dire, ma serve e tace, e quindi cresce amare.
XIV
1
DI UN ANONIMO A BONAGIUNTA
Domanda se debba o no manifestare alla donna il suo amore.
Poi di tutte bontá ben se' dispári tu, Bonagiunta, di noia rimondo, di far piacere a li buon tutti pari, e sa' lo fare me' ch'om si' a esto mondo. Di ciausir motti Folchetto tu' pari non fu, né Pier Vidal, né 'l buon Dismondo. Però m'inchino a te, sí com' fe' Pari a Venus, la duchessa di lor mondo. E prego che 'l tuo presgio, che le ale miso 'n alt'ha che lá unque volo; lo 'ntendo da presgiati che ben sallo; un consiglio mi dá che sia leale d'una donna ch'amo e gran ben vòlo: si le 'l dirò or no? ch'anco non sallo.
2
RISPOSTA DI BONAGIUNTA
Vero amore è quello che è noto tanto all'uomo quanto alla donna.
Lo gran presgio di voi sí vola pari, che fa dispári — ad ogni altro del mondo, qualunqu'è que', ch'avanti a voi si pari è pari — come rame a l'oro mondo. Però chi vòl valere, da voi impari gli apari — che del mal fan l'om rimondo, che 'n voi commendan li due, che son pari, ma piú che pari — Folchetto né Smondo. E 'l vostro prescio è quello, che le ale miso in alt'ha e hanno fatto gran volo, sí che gran parte de li buoni sallo. E però dico con detto leale che dichiate con senno e non con volo, ch'amor non è s'ambur parti non sallo.
XV
Si rifletta prima di operare e di dire.
Chi va cherendo guerra e lassa pace, ragion è che ne pata penitensa: chi non sa ben parlar me' fa se tace, non dica cos'altrui sia spiagensa. Chi adasta lo vespaio follia face, e chi riprende alcun sanza fallensa, e' fra cent'anni si trova verace, chi ha invidia di sé, d'altrui mal pensa. Se vo' saveste quel ch'i' so di voi, voi n'avereste gran doglienz'al core e non direste villania d'altrui. Però ne priego ciascuna di voi, sapete 'l mal? tenetelo nel core; se non volete udir, non dite altrui.
XVI
Vuol salire in alto sulla sedia del comando.
Movo di basso e vogli'alto montare, come l'augel, che va in alto volando; stendo le braccia, sí voglio alto andare, come la rota in su mi va portando. Nell'alta sedia mi voglio posare a tutta gente signoria menando; nulla persona mel pò contradiare, ché la ventura mi ven seguitando. In cima della rota........ ............... e a me data la sua signoria. Ben aggia chi m'ha messo in tale stato, ch'unque miglior non lo pori' avere, ch'aggio tutto lo mondo in balía.
XVII
Loda le bellezze di lei.
Gli vostri occhi ch'e' m'hanno divisi li spiriti, che son dentro nel core! E escon fuor con sí grande tremore, ch'i' ho temenza che non sieno ancisi. E poco stando, un sospiro sí mi si parte, ch'ahi! mess'ha l'anima in errore, e ben sembra ne la virtú d'amore guardando gli atti suoi cosí assisi. Ella è saggia e di tanta beltate, che qual la vede convene che allora mova sospiri di pianto d'amore. Però lo dico chi ha gentil core che tegna mente sí com'ella onora ciascuna gente, c'ha in sé nobiltate.
XVIII
Per quanto abbia pregato la Madonna, non ha potuto levar gli spiriti malvagi da alcuni sonetti.
Con sicurtá dirò, po' ch'i' son vosso, ciò ch'adivene di vossi dettati, ch'i' nd'ho sonetti in quantitá trovati, che di malvagi spiriti hanno adosso. Per la pietá de' quali i' mi son mosso e da la Nossa Donna gli ho menati e con divozion raccomandati e raccomando sempre quanto posso. Ma non son certo perché s'adovegna che per mei preghi partiti non sono; se peccato, che sia in lor, non nòce, o perché mie preghiera non sie degna; però vi prego, se nde fate alcono, che li facciate il segno della croce.
SONETTO DI DUBBIA AUTENTICITÀ
Spera di ritornar lieto.
Nel tempo averso om dé' prender conforto e con francheza inardir lo su' core, che vilitate no gli dia isconforto, perché perisca per troppo temore. Neiente val chi sé giudica morto, se non contrasta, quanto pò, 'l martore; ché 'l tempo muta ispessamente porto e torna in alegreza lo dolore. Cosí spero in alegreza tornare e per sofrenza vincer lo tormento, ch'aggio patuto e pato per sofrire. L'aulente fior, che solea sormontare ogn'altra di fin pregio e valimento, su' sfogliamento omai dé' renverdire.
II
TENZONI
I
TENZONE FRA GONNELLA ANTELMINELLI, BONAGIUNTA E BONODICO
I
GONNELLA A BONAGIUNTA
Perché il ferro si lima col ferro?
Una rason, qual eo non sacio, chero: ond'è che ferro per ferro si lima? è natura di vena o di tempèro? o molleza di quel che si dicima? Cresce e dicresce, corrompe e sta 'ntero, per sua natura, sí com' fue di prima? Parlára più latin se non ch'eo spero che tutto sa chi è dottor di rima. Sentenza aspetto e di ciò mi confido: per essa provarò per argomento che senno e natural rasion non falla. D'ogn'arte de l'alchima mi disfido e d'om che muta parlar per acento; non trae per senno al foco la farfalla.
II
RISPOSTA DI BONAGIUNTA A GONNELLA
L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio.
De la rason, che non savete vero, di rasion è che 'l mio parer dé' stima. L'un ferro vince l'altro per aciero, ciò è lo flor del ferro, che si sprima per foco, finch'è blanco ch'era nero; e mettesi dal taglio e da la cima, e cresce in de lo stato primero sí ch'altro ferro da lui non strima. Sentenza dia l'aucel, che fece il nido quando la gran fredura fi col vento; ca per lo caldo ciascun ride e balla. Io sacio che di giorno in giorno grido lo contrario del nostro piacimento: se no m'amollo, tal voler m'avalla.
III
RISPOSTA DI BONODICO A GONNELLA
Il ferro corrode il ferro per artifizio.
Non so rasion, ma dico per pensero: però lo ferro per ferro si strima che sua vertute per artificero per piú dureza di quel ch'è dirima. Tolle, perde, muta e sta primero, la sua manera per atto si sprima. Latino, come sento, respondèro: ben sa chi omne, ch'è accidente, stima. In cui è la sentenza mi raffido che sia prova d'ogna provamento: lo ver sempre verace non si malla. Per arte molte campane saucido, d'altrui no m'asicuro né spavento: per allumar lo parpaglion si calla.
IV
RISPOSTA DI GONNELLA A BONAGIUNTA
Perché vera arte non si può imparare?
Pensávati non fare indivinero, sí com' tu fáme, che vòi che si sprima per aventura e non per maestero lo tuo risposo e t'ange ch'io 'l riprima. Poich'eo sperava non esser fallèro tal senno, che si dice che sublima: chi bene intende pò dar di legero risposa, che per lui si diprima. Ingegno aiuta l'arte, e ciò dicido, unde natura apprende affinamento: folle fôra chi cher rasone e salla! Ma sai che chero e sovente mi strido: ver'arte und'è che non ha prendimento? Acel di monte pelle equo di stalla.
V
RISPOSTA DI BONAGIUNTA A GONNELLA
L'arte corregge la natura; ma, mentre vuol sollevarla, non cerchi d'opprimerla.
Naturalmente falla lo pensero, quando contra rason lo corpo opprima, como fa l'arte, quand'è di mistero; vòle inantir natura, si part'ima. Perché natura dá ciò ch'è primero e poi l'arte lo segue e lo dirima; e sa piú d'arte chi è piú 'ngegnero e meno chi piú sente de l'alchima. Unde l'alchima verace non crido, perch'è formata di transmutamento: di sí falsi color tra' le metalla! Ma se ver'arte no s'aprende, fido che sia peccato contra, parimento; ché non è frutto se non è di talla.
II
TENZONE FRA BARTOLOMEO E BONODICO
I
BARTOLOMEO A BONODICO
Se donna gentile debba amare amante baldo e ardito o incerto e dubbioso.
Vostro saver provato m'è mistieri, poi mi so' in tutta dubitanza. Di dui amanti molto piacentieri, ch'aman di fino core un'alta amanza, l'un ha baldeza e mostra volentieri ciò che gli avèn per lei con arditanza; l'altr'è dottoso e biasma li parlieri, ch'a la sua donna contan lor pesanza. A cui degia donar so intendimento la gentil donna, che di ciò è sagia? Ch'io no nd'ho caunoscenza in veritate. Però vi prego claro intendimento per vostra bontá tostamente n'agia, scrivendomi di ciò la veritate.
II
BONODICO A BARTOLOMEO
Donna valente deve amare colui che a lei piaccia.
Giá non sète di senno sí legieri che v'abisogni il meo per far certanza; ma piaquevo per mettervi 'n penseri di ciò che dite d'altrui innamoranza. S'eo vi rispondo co' nd' agio sentieri, rason, ch'è 'n voi, damende baldanza, poich'amor nasce, regna per piaceri e per altra vertú non fa mutanza. Amar non pò contra 'l suo piacimento donna valente, col fin amor sagia: voi ne savete 'l ver, che mi negate. Altro non vo' dichiaro, ch'eo non sento: non richerete in me piú ch'eo non n'agia; s'eo vi discrivo fallo, voi mendate.
III
GONNELLA DEGLI ANTELMINELLI
STANZA
Come deve contenersi il franco amatore?
Certo, non si convene presiar donna, s'amore no la vince o merzede. Donqua, com' si mantene lo leale amadore, che vòl servire in fede? Ché per laudar menzogna non dé' dire, e ben fôra fallire donna laudare, cui no stringe amanza o per bon ciasimento o per pietanza.
IV
FREDI
CANZONE
È caduto dall'altezza primiera, ma spera di risollevarsi.
Dogliosamente con gran malenanza conven ch'io canti e mostri mia graveza, ché per servire sono in disperanza, la mia fede m'ha tolta l'alegreza. Però di canto non posso partire 5 poich'a la morte mi vado apressando, sí come 'l cecen, che more cantando, la mia vita si parte e vo' morire. Partomi di sollazo e d'ogne gioco, e ciascun altro faccia a mia parvenza, 10 ché dentro l'aigua m'ha brusciato il foco, mia sicurtate m'ha dato spavenza. Fui miso in gioco e frastenuto in pianto, sí falsamente mi sguardao so sguardo, sí come a lo leone lo lupardo, 15 ch'a tradimento li levao l'amanto. Per tradimento sono dismaruto, di qual null'omo potesi guardare; e son sí preso e sí forte feruto, ch'agio dottanza di poter campare. 20 Poiché le piaque a quella, c'ha in podere la rota di Fortuna permutare, però le piaccia di me ralegrare: cui ha saglito, facialo cadere. Facia 'n tal guisa che naturalmente 25 vadan le doglie, che ho non pe' rasone, ché non è gioco d'essere servente a chi è meno di sua condizione. E rason porta di punir li mali, però si guardi chi mi tene a dura, 30 ché la pantera ha in sé ben tal natura, ch'a la sua lena tragon li animali. S'eo trago a voi non voi' piú star tardando, ch'io non saccia in che guisa mi trovo: ardo, consumo e struggo, pur pensando 35 com' son caduto e unde e com' mi trovo. Però ciascun faccia di sé mutanza e agia in sé fermeza e novo core: lo fenix arde e rinova megliore, non dotti l'om penar per meglioranza. 40 Però la sesta faccia movimento, ancor che paia altrui disordinato, e faccia mostra per avedimento che ciascun guardi chi siede in mio stato. Ché ciascun d'alto potesi bassare, 45 se regimento non ha chi 'l difenda: lo leofante null'omo riprenda, se quando cade non si può levare.
V
DOTTO REALI
CANZONE
Privazioni e disagi, che sostiene per causa d'amore.
Di ciò che 'l meo cor sente, inver, neente — taccio: saccio; — però fo laccio per prender amore. Vero è, non disdico: 5 s'eo dico — vento — spento, contra talento — sento sí alto valore. Provo — novo — trovare: parlare — d'amare — mi face 10 amore, ch'è verace. Aggio — saggio — veduto compiuto — che muto — non tace, né per natur' ha pace. Però di dir non lasso, 15 né passo — ditto — dritto: in ch'io son fitto, — gitto mio greve pensero. Ca quei che piú par gioia m'è en noia: poco — foco 20 in loco — pare gioco, crescendo par fèro. Quale — male, — s'uzansa l'avansa, — bassansa — può avere, se non per astenere? 25 Tempo — ben pò — fuggire soffrire... — , d'audire di ciascun c'ha savere. Ché ciascuna vertude conclude — fede; — crede 30 omo che vede; — chiede ch'è ciò che vòl; tene non ch'è fé per credensa, sentensa — spera — vera, ch'è luce intera — clera, 35 per cui vita vene. Morte — forte — disdegna: spegna — non segna — fallire, ma dá fallo fuggire. Arte — parte — per pianto, 40 di tanto — o quanto — ben dire si può sensa finire. Oh quante pene passa chi lassa — voglia! — Doglia da sé dispoglia, — scoglia, 45 como fa serpente. Seguirla no è vita nodrita, — ch'ira — tira lo core, gira. — Mira: male chi non sente! 50 Molte — volte si sferra chi serra — ... — chi caccia visii, vertú allaccia. Fama — chiama — chi pensa; non tensa, — offensa — non faccia 55 omo tal, che sé isfaccia. Però di dir non tardi, ma guardi — danno, — c'hanno quei che non sanno: — stanno in vita penosa. 60 In ciò saver si loda: chi mod'ha, — cura — pura con mizura: — dura in cui senno posa. Ésca — pesca — chi prende: 65 sé vende — chi rende — penseri assai piú leggeri.
SONETTI
I
A MEO ABBRACCIAVACCA
Domanda schiarimenti perché egli abbia cuore scontento e volontá imperfetta.
A te, Meo Abracciavacca, Dotto Reali, menimo frate dell'ordine dei cavalieri di beata Maria, manda salute.
Pensando che lo cor dell'omo non si chiami contento in de lo stato là' u' si trova; e sí come sono divizi li stati e le condissioni dell'omo, cosí sono divize le volontadi. E per le volontade, che sono diverse in del corpo de l'omo, perfessione non si trova in intelletto, ma parte de le cose si puon sentire per esperiensa e per ingegno; e ciò giudica ragione umana. E io, conoscendo in me simile core e volontade per defettiva parte del mio sentire, mi movo per fare me chiaro del mio difetto. E, accioché scuritate riceva lume da quella parte che dar lo pò, mando a te questo sonetto per tutte quelle cose che di sopra son ditte. E risponsione mi manda di ciò che senti. E mostralo a frate Gaddo e a Finfo.
Similimente canoscensa move lo cor dell'om, che spesso si disforma, sí come l'aire face quando plove, che per contrario vento si riforma.
E venta puro e mostra cose nòve in occhio d'om per parer non per forma. A simil, parlo per intender prove del meo defetto da ciò che piú forma.
E ciò è mezzo di principio fine, e di fine principio naturale, ch'assai paleze mostra, in cui figura
qual d'esti dui piú sente, e chi di fine intenda, non che porti naturale, per sé manda per compier la figura.
II
Allo stesso
Sulla questione: Se l'anima viene compíta da Dio, com'è che può fallire?
A piò voler mostrar che porti vero non magistero — di ciò sta nascoso, e di ciò spesso me medesmo chero e sí mi fero — ch'eo vivo doglioso.
Qual per natura pò sentire intero ciò ch'è mistero, — di che non dire oso? Per me comune piò che 'l lume cero non mi dispero — e faccio risposo.
A intelletto volontá pertene, perché convene — che l'alm'aggia vita e sia finita, — ben discenda pura.
Ché suo vazel tal natura — mantene, qual li adivene — da quella ch'è unita, ancor ch'aita — sia d'altra fattura.
NOTA
Si ripubblicano qui quei _Rimatori lucchesi del secolo XIII_, che eran comparsi or non è molto nella _Biblioteca storica della letteratura italiana_ (n. VII, Bergamo, 1905) diretta da F. Novati[3]. Il patrimonio poetico di Gonnella Antelminelli[4], Bonodico[5], Bartolomeo, Fredi e Dotto Reali riman sempre lo stesso; qualche leggera variazione si ha invece per quello di Bonagiunta Orbicciani. Il son. XI «In prima or m'è noveltá bona giunta», che a noi primamente era sembrato potersi attribuire all'Orbicciani, per quanto adespoto nell'unico cd. antico che lo conteneva (Pal. 418[6]), bisognerá toglierglielo addirittura. Non tutto è piano e chiaro; ma il «ser Bonagiunta» del v. 7 è un vero e proprio vocativo. Sí che non può essere autore del sonetto colui, al quale esso viene indirizzato[7]. Cosí, per le buone ragioni messe innanzi specialmente dal Rossi[8], va ritenuto spurio il son. «Chi se medesmo inganna per neghienza», che era stato collocato fra le rime di «dubbia autenticitá»[9].
In compenso, per merito di un noto valente studioso, acquista sicuramente la ball. «Fermamente intenza» (n. V)[10]; e noi ora gli assegnamo senz'altro la canz. «Ben mi credea in tutto esser d'Amore» (n. XI). Un tempo, è vero, ci era sembrata l'opera di un falsificatore, sebbene abilissimo, anche perché conservataci solo dalla _Raccolta giuntina_ del 1527 (IX, 108)[11]. Ma recenti studi han dimostrato la estrema attendibilitá di quella silloge[12]. Che tale canzone poi derivi da un ms., che potrebbe anche essere il Pal. 418, ha reso evidente, a parer nostro, F. Pellegrini[13]. Qui si aggiunge a rincalzo della derivazione manoscritta che «addivenir» del v. 36 va manifestamente corretto in «a divenir». I Giunti si trovaron dinanzi ad uno di quei raddoppiamenti cosí frequenti nelle antiche scritture fiorentine «a ddivenir», e non lo seppero intendere.
Quanto al tempo, con gli spunti di «dolce stil nuovo» che lascia intravedere[14], deve con molta verisimiglianza riportarsi agli ultimi anni del rimatore[15].
Le osservazioni, che la prima edizione ispirò a una critica acuta e sagace, han giovato non poco alla presente ristampa. Alla quale apportammo anche di nostro tutti quei miglioramenti, che consigliavano i progressi ulteriori degli studi e l'attenta riesamina del testo[16]. Tenendo ben presente il pubblico, al quale ora ci rivolgevamo, fu nostra massima cura di render sempre chiaro, per quanto era possibile, il pensiero di questi rimatori e di dar la esatta corrispondenza moderna di vocaboli ed espressioni antiche. La disposizione del testo è sempre quella; soltanto fu introdotta una leggera trasposizione per le tenzoni, ché parve opportuno, a meglio e piú prontamente intenderle, ravvicinar fra loro i vari sonetti di «proposta» e di «risposta». Naturalmente anche i criteri, con cui fu messo insieme, son rimasti gli stessi: tuttavia la voce dei cdd. diversi da quello, su cui il componimento veniva esemplato, fu piú spesso tenuta presente ed ascoltata.