Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

Part 4

Chapter 43,095 wordsPublic domain

Infra le gioi' piacenti considerando sono a ciascuno amadore li dolci intendimenti, unde si move dono, 5 che merita l'amore. Ed io n'agio lo core — cosí temente per voi, che 'nfra la gente siete como diamante precioso, fra l'altre gieme tanto grazioso. 10 Sí graziosa appare a la mia percepenza la gio', che 'l core spera, deo considerare con senno e con piacenza 15 sí com'eo l'agia intera, e no lassar maniera — che sia laudata per me, ch'è straniata. Sí fort'è l'amoroso intendimento ch'eo nol pozo celar com'eo lo sento. 20 Sentomi sí gioioso quando mi penso bene la gio', ch'eo degio avere, vivonde coragioso ch'a lo core mi vène 25 un sí fèro volere, che mi tolle'l savere — e l'entendanza; cotant'è l'abondanza de l'amoroso foco, che m'incende, membrando l'alta gio', che 'l core atende. 30 Atendo di compire, e vado sogiornando in questo mio viagio; e s'eo per tosto gire potesse, come stando, 35 compier lo meo coragio, farea questo passagio — in tal manera, che falcon di rivera apena credo ch'avanti mi gisse per fin che 'l meo viagio si compisse. 40 Compíta, amorosa, avenente, cortese donna delle migliori, per cui mi è gioiosa la contrada luchese, 45 apareno li fiori inver' li nostri amori, — che son cotanti; li amorosi sembianti continuati son di gio' compíta, che no mentisce l'amorosa vita. 50

X

Non ha l'amore della sua donna e vorrebbe dimenticarla: non essendogli ciò possibile, invoca da lei la fine dei suoi mali.

Quando apar l'aulente fiore, lo tempo dolze e serino, gli auscelletti infra gli albóre ciascun canta in suo latino: per lo dolze canto e fino 5 si confortan gli amadore, quegli ch'aman lealmente. Eo lasso no rifino per quella che 'l meo core va pensoso infra la gente. 10 Per quella, che m'ha in ballía e m'ha d'amore conquiso vo pensoso nott'e dia, per quella col chiaro viso: co' riguardi e dolce riso 15 m'ha lanciato e mi distringe la piú dolze criatura. Lasso! quando m'ebe priso d'amor tutor mi s'infinge, pare di me non ha cura 20 Cogli sguardi m'ha conquiso, parlando ond'io mi doglio, lasso! quando m'ebe priso; or mi va menando orgoglio. Adunque partir mi voglio 25 d'Amore e di suo servire e de li falsi riguardi, e fare ciò ch'io non soglio ..... mantenire per quella, che tuto m'ardi. 30 Ben me ne voría partire s'unque lo potesse fare; m'adoblaran li martíre, non ne poría in ciò campare. Adunqua mi conven stare 35 a la sua dolze speranza e non essere argoglioso, ma tutor merzé chiamare: forse ne verá pietanza quella, c'ha 'l viso amoroso. 40 Canzonetta dolze e fina, va', saluta la più gente; vann'a quella, ch'è regina di tuti gl'insegnamente. Da mia parte t'apresente, 45 e si le chiama merzide che non degia piú sofrire ch'io patisca esti tormente: ca rimembrando m'auzide e d'amor mi fa languire. 50

XI

Credeva di non essere amato; ma ha avuto torto. E n'è lietissimo.

Ben mi credea in tutto esser d'Amore certamente allungiato; sí m'era fatto selvaggio e stranero. Or sento che in erranza era 'l meo core; ché non m'avía ubliato, 5 né riguardato il meo coraggio fèro. Poiché servo, m'ha dato, per servire, a quella, a cui grandire si può somma piacenza e somma conoscenza; 10 che tutte gioie di biltate ha vinto, sí come grana vince ogn'altro tinto. Tant'allegrezza nel meo core abbonda di sí alto servaggio che m'ha e tiemmi tutto in suo volere, 15 che non posa giá mai, se non com'onda, membrando il suo visaggio ch'ammorza ogn'altro viso e fa sparere in tal manera che lá 've ella appare nessun la può guardare, 20 e mettelo in errore. Tant'è lo suo splendore che passa il sole, di vertute spera, e stella e luna ed ogn'altra lumera. Amor, lo tempo ch'era senza amanza, 25 mi sembra in veritate, ancor vivesse, ch'era senza vita; ch'a viver senza Amor no è baldanza né possibilitate d'alcun pregio acquistar di gioi' gradita. 30 Onde fallisce troppo oltra misora qual uom non s'innamora, ch'Amore ha in sé vertode: del vile uom face prode, s'egli è villano in cortesia lo muta, 35 di scarso largo a divenir lo aiuta. Ciascuna guisa d'Amor graziosa, secondo la natura che vien da gentil luoco, ha in sé valore, come arbore quand'è fruttiferosa. 40 Qual frutto è piú in altura avanza tutti gli atri di savore. Onde la gioia mia passa l'ottíma, quant'è più d'alta cima; di cui si può dir bene 45 fontana d'ogni bene; ché di lei sorge ogn'altro ben terreno, come acqua viva che mai non vien meno. Dunque m'allegro certo a gran rasione; ch'io mi posso allegrare, 50 poi sono amato ed amo sí altamente. Anzi servir, mi trovo guiderdone sí soave umiliare ver' me, per darmi gioia, l'avvinente. Però più graziosa è la mia gioia 55 ca l'aggio senza noia; ché non è costumanza cosí gran dilettanza ch'Amore giá mai desse a nullo amante. Però m'allegro senza simigliante. 60 Considerando tutto quel ch'è detto a quel ch'è a dir rispetto, è l'ombra, al meo parere; ché non mi par sapere, se di sua forma parlare volesse, 65 che solo un membro laudare compiesse.

DISCORDI

I

Invita pulzelle e maritate a darsi alla gioia e all'amore.

Quando vegio la rivera e le pratora fiorire, e partir lo verno ch'era, e la state rivenire, e li auselli in schiera 5 cantare e risbaldire, no mi posso sofferire di non farne dimostranza; ch'io agio odito dire ch'una grande allegranza 10 non si pò bene covrire, se cotanto s'innavanza! E l'amanza — per usanza, c'ho de la frescura, e li alori, — che de' fiori 15 rende la verdura, sí m'incora — e innamora che mi disnatura. Und'io trovo novi canti per solazo degli amanti 20 che ne canti — tutti quanti. Chi trova casione fa contra rasione, ch'or'è la stasione di far messione; 25 a ciò che sia conforto lo tempo, ch'è passato, di quelle, c'han diporto di core innamorato, che non degia esser morto 30 chi di bon cor è amato. Voi, pulzelle, novelle, sí belle, issa vo' intendete; 35 maritate, ch'amate istate lungamente sète; dalli amanti 40 davanti cotanti piú non v'atenete. Rendete le fortesse, ché noi vegnán per esse: 45 non state piú in duresse. Che l'altesse son duresse, che voi dimostrate; e feresse 50 e crudellesse, quando disdegnate. Se paresse a voi stesse, or non v'amantate; 55 e vivete — in allegranza e compiete — la speranza di color, che n'han fidanza, per l'altèra — primavera; ché 'l tempo è gaudente, 60 e la spera — e la cèra chiara de la gente.

II

Si lamenta della durezza della donna sua, che un tempo lo aveva fatto sperar bene: ha fiducia però ch'ella un giorno muti pensiero.

Oi, amadori, intendete l'affanno doglioso, che m'avene, che mi convene — una donna servire ed ubidire — sovente; però ch'io l'ho 'n talento 5 e penaci la mente e 'l cor ne sta in tormento; e li tormenti e li gravosi dogli, ch'io per suo amor patisco. Non mi faría l'om tanta guisa noia, 10 s'io da lei gioia — avesse in vista od in sembiante; ma mostrami duresse quando le son davante. Davante che 'l meo core s'aprendesse 15 del suo dolze piagere, mostravami di darmi intendimento. Or m'ha messo 'n arsura, sí ch'io non ho possanza; di me non mette cura. 20 Vede se fa fallanza! Ma non falla tanto quella per cui canto, ca s'io fosse santo, sanza il suo volire, 25 ch'io no lasasse per ella non pecasse, s'ella m'amasse o mostrasse — piacire. E messire — Ivano 30 e 'l dolze Tristano ciascun fue sotano ver' me di languire. S'io languisco, non perisco, 35 ma nodrisco — in disianza; vo penando e pensando e chiamando — pietanza: come nave, 40 che, soave, che sta in grave — tempestanza. Cotanto amo, che pur bramo d'incarnare infra l'amore: 45 sto ne' ramo piú ch'Adamo per lo pome de l'erore. Né non dico, né disdico, 50 né non faccio dimostranza né amico, né nemico per la mia dolze speranza. S'eo la sguardo, 55 'ncendo ed ardo, tanto temo no le spiaccia; sí ne 'mbardo ca tuto ardo, par che tuto mi disfaccia. 60 Muovi, dansa, per amansa di quella gentil donzella: di' che cansa la speransa, 65 se da me piú si rubella; ché mi tiene 'n tante pene ch'io non posso piú durare; ma la spene 70 mi mantiene, per ch'io spero di cantare.

BALLATE

I

Non si vantino le proprie virtú. Dio disperda chi male amministra la giustizia.

Molto si fa biasmare chi loda lo su' afare e poi torn' al niente. E molto piú disvia e cade in gran falenza 5 chi usa pur folia e non ha canoscenza: qual om ha piú balía piú dé' aver soferenza per piacer a la gente. 10 Molti son che no sanno ben dir, né operare: sed han buon prescio un anno, non è da curuciare; ché tutto torna a danno. 15 Falso prescio durare non pora lungamente. Qual om è laldatore de lo su' fatto stesse non ha ben gran valore 20 né ben ferme prodesse; ma l'uom, ch'è di buon cuore, tace le su' arditesse ed ède piú piacente. Valor no sta celato, 25 né prescio, né prodessa, né omo inamorato, né ben grand'alegressa: come 'l fochio lumato, quando la fiam'ha messa, 30 si mossa grandemente. Strugga Dio li noiosi, falsi iscanoscienti, che viven odiosi di que' che son piacenti; 35 dinanzi so' amorosi, dirieto son pungenti, com'aspido serpente. Sieden su per li banchi facendo lor consiglio: 40 dei driti fanno manchi, del nero bianco giglio, e nonde sono istanchi; und'e' mi meraviglio come Dio lo consente. 45 Balata, in cortesia, ad onta de' noiosi, saluta tuttavia, conforta li amorosi: e di' lor ch'ancor fia 50 li lor bon cor gioiosi seranno tostamente.

II

Varie e tante son le bellezze della donna sua.

Donna, vostre belleze, ch'avete col bel viso, m'hanno sí priso — e messo in disianza, che d'altra amanza — giá non agio cura. Donna, vostre belleze, 5 ch'avete col bel viso, mi fan d'amor cantare. Tante avete adorneze, gioco, solazo e riso, che siete fior d'amare. 10 Non si poría trovare né donna, né donzella tanto bella — che con voi pareggiasse, chi lo mondo cercasse — quant'el dura. Dura 'l meo core ardore 15 d'uno foco amoroso, che per voi, bella, sento. Tanto mi dá sprendore vostro viso gioioso, che m'adasta il talento. 20 S'eo languisco e tormento tutto in gio' lo mi conto, aspettando quel ponto — ch'eo disio di ciò ch'io — credo in voi, gentil criatura. Maritate e pulzelle 25 di voi so' 'nnamorate, pur guardandovi mente. Gigli e rose novelle vostro viso aportate sí smirato e lucente. 30 Ed eo similemente 'nnamorato son di vue assai piú che non fue — Tristan d'Isolda: meo cor non solda — se non vostr'altura.

III

Se il poeta è rimeritato del suo affetto, sará il piú felice tra gli amanti.

S'eo sono innamorato e duro pene secondo che m'avene — sia meritato. Se meritato son per bene amare o per servir l'amore interamente, infra gli amanti giá non avrò pare 5 d'aver gio' con disio interamente, ch'eo sono messo tutto in voler fare ciò che pertene a signor bon servente; und'eo spero non essere obliato. Se m'obliaste giá non fôra degno 10 voi, cui tant'amo e cui servo m'apello; che serviragio voi el cor ve pegno: partir non pò da voi, tanto gli è bello. E tanto li agradisce il vostro regno che mai da voi partire non dé' ello, 15 non fosse da la morte a voi furato. Gioia aspetto da voi e voi la chiero; merzé, or non vi piaccia mia finita, ch'eo fui, sono e sempre d'esser spero vostro servente tanto ch'avrò vita. 20 E se tardate piú, saciate eo pèro, tant'ho nel core affanno, pena e vita: non pò, se no da voi, esser sanato.

IV

L'innamorata arde d'amore e prega l'amante, se ha intenzione di continuare nella sua fierezza, di volerla piuttosto uccidere.

Tal è la fiamma e 'l foco lá 'nd'eo incendo e coco, — o dolze meo sire, che ismarrire — mi fate lo core e la mente. Ismarrire mi fate la mente e lo core, sí che tutta per voi mi distruggo e disfaccio, 5 cosí come si sface la rosa e lo fiore quando la sovragiunge fredura né ghiaccio. Cosí son presa al laccio per la stranianza nostra imprumera, come la fèra — amorosa di tutta la gente. 10 Tant'è 'l foco e la fiamma, che 'l meo core abonda, che non credo che mai si potesse astutare; e non è nullo membro, che no mi si confonda, e non vegio per arte ove possa campare, com' quel che cade al mare, 15 che non ha sostegno né ritenenza per la 'ncrescenza — de l'onda, che vede frangente. Se mi sète si fèro com' parete in vista e noioso secondo la ria dimostranza, ancidetimi adesso ch'eo vivo più trista 20 che quand'eo fosse morta; tant'ho grande dottanza! Se la bona speranza, ch'eo agio di voi mi rinfrangesse, s'eo m'ancidesse, — serestene poi penetente. Io non v'oso guardare né 'n viso né 'n ciera 25 né mostrarvi sembianti, come fare solía, ché mi faite una vista mortale e crudera, com'eo fosse di voi nemica giudía. Ed esser non dovria perch'io ci colpasse; ché la casione 30 de l'ofensione — non fue che montasse niente.

V

Calda e viva esaltazione dell'onore.

Fermamente intenza . . . . . . . . . [-enza] . . . . . . . . .[-enza] . . . . . . . . .[-era] . . . . . . . . . . . . . 5 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 E tutto quanto 'l bene, per lei si mantiene: se non donasse pene, ben fôra gioia intera. . . . . . . . . . . . . . 15 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20 . . . non si trova se non vera prova. Diversamente giova in ciascuna manera. O signori onorati, 25 poderosi e caunoscenti, non siate adirati ad esempro di serpenti: quanto son piú incantati, allora stan piú proventi 30 a la lor natura. Con buona ventura per la vostr'altura risprende la rivera. Cosí come nel mondo 35 non ha corpo senza core; e come non ha fondo a contar la gioi' d'amore, cosí nessuno pondo par né simil è d'aunore 40 a ben conquistare e perseverare. Donque chi comprare la vòl, conven che pèra. Ché no si pote avere 45 per aver né per tesauro, senza bono volere, chi mettesse tutto l'auro. Chi ben vuole piacere serva e no aspetti ristauro 50 se non da l'onore, per lo cui amore fatt'è servidore di ciascun che lo 'mpera. E l'onor li daráe 55 sí compiuto guiderdone, che si ricorderáe quando fie di lui menzione, quelli che piú nd' aráe piú fie ricco per rasione 60 di quella riccheza, onde nasce grandeza e tal gentileza ch'è diritta e vera.

SONETTI

I

AL GUINIZELLI

Disputa sulla nuova maniera di poetare.

Voi, ch'avete mutata la mainera de li piacenti ditti dell'amore de la forma, dell'esser, lá dov'era, per avansare ogn'altro trovatore; avete fatto come la lumera, ch'a lo scuro partito dá sprendore, ma no quine ove luce l'alta spera, la quale avanza e passa di chiarore. E voi passat'ogn'om di sottigliansa; e non si trov'alcun, che ben ispogna, tant'è iscura vostra parlatura. Ed è tenuta gran dissimigliansa, ancor che 'l senno vegna da Bologna, traier canson per forsa di scrittura.

II

L'uomo deve resistere fortemente ai colpi di fortuna.

Dev'omo a la fortuna con coragio istar piú forte quando incontra gli ène, e quanto piú gli cresce e fa damagio, alora piú conforta la sua ispene. E questo agio veduto per usagio: che 'l bene e 'l male l'uno e l'altro avene; per me lo dico, che provato l'agio: chiunqua sé sconforta, no fa bene. Ben ce dovemo de lo mal dolire, tempo aspetare e prendere conforto, sí che lo male no tanto rincresca. Eo, disiando, pensaimi morire: ventura m'ha condutto a sí bon porto, che tute le mie pene in gioi' rifresca.

III

Sebbene ferito, tacerá, perché cosí spera di vincere la durezza della donna sua.

Feruto sono e chi di me è ferente guardi che non m'alcida al disferare, ch'i' ho veduto perir molta gente, no nel ferire, ma nel ferro trare. Però feruto, voglio istar tacente, portar lo ferro per poter campare, ché per sofrenza diviene om vincente, ch'ogna cosa si vince per durare. Però chero mercé a voi, mia spera, dolce mia donna e tutto mi' conforto, non disferate mia mortal feruta. Mercé, per Deo, non vi placia ch'i' pèra, per soferenza tosto aspetto porto: per lunga pena 'l mi' cor non si muta.

IV

Chi ha la fortuna favorevole non si rallegri troppo.

Qual omo è su la rota per ventura non si ralegri perché sia inalzato, ché, quanto piò si mostra chiara e pura, alor si gira ed hallo disbasato. E nullo prato ha sí fresca verdura, che gli suoi fiori non cangino istato; e questo saccio ch'avien per natura: piú grave cade chi piú è montato. No se dev'omo troppo ralegrare di gran grandeza né tener ispene, ché gli è gran doglia alegressa fallire. Anzi si deve molto umiliare, non far soperchio perch'agia gran bene, ché ogna monte a valle dé' venire.

V

Non basta cominciare bene: perseverare bisogna.

Omo, ch'è sagio ne lo cominciare, molto gran bene ne gli può seguire; acciò che saccia ben perseverare, chi ben comincia dovria ben fenire. Non vale incominciar senza durare, né guadagnare sanza ritenire: agio veduto om molt'aquistare in poco tempo tutto impoverire. Per me lo dico, a cui è dovenuto ch'agio perduto, per ma' ritenere, quel ch'aquistai in picolo termíno. Lasso taupin, non val se son pentuto; chi vòl durare dé' misura avere e atenenza di bon senno e fino.

VI

È come il fanciullo, che torna al fuoco ove s'è bruciato.

A me adovene com'a lo zitello, quando lo foco davanti li pare, che tanto li risembla chiaro e bello che stendive la mano per pigliare. E lo foco lo 'ncende e fallo fello, ché no è gioco lo foco tocare; poi ch'è pasata l'ira, alora e quello disia inver' lo foco ritornare. Ma eo, che trago l'aigua de lo foco; e no è null'omo, che 'l potesse fare; per lacrime, ch'eo getto, tutto coco, chiare e salse, quant'aqua di mare: candela, che s'aprende senza foco, arde e incende e non si pò amortare.

VII

Giuoca intorno alla parola «fiore».

Tutto lo mondo si mantien per fiore: se fior non fosse, frutto non sería; per lo fiore si mantene amore, gioie e alegreze, ch'è gran signoria. E de la fior son fatto servidore, sí di bon core che piú non poría; in fiore ho messo tutto 'l meo valore; si fiore mi falisse, ben moría. Eo son fiorito e vado piú fiorendo, in fiore ho posto tutto il mi' diporto, per fiore agio la vita certamente. Com' piú fiorisco, piú in fior m'intendo; se fior mi falla, ben sería morto; vostra mercé, madonna, fior aulente.

VIII

Piú la ama e piú ella non cede.