Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani
Part 2
Fèra cagione e dura mi move, lasso! a dir quasi forzato lo doloroso stato, nel qual m'ha miso falsa ismisuranza; non giá per mia fallanza, 5 ma per quella di cui servo mi misi, e per cui mi divisi di tutt'altro volere e pensamento, dandomi intenzione che, fòr di falligione, 10 dovesse lei amar, leal servendo, la cui vista, cherendo — meo servire, mi fe' servo venire de la sua signoria disideroso. Poi che servo divenni 15 de la sua signoria e disioso del dilett'amoroso che nel meo cor di lei immaginai, addesso mi fermai in tutto d'ubidir lo suo comando, 20 per vista dimostrando me ch'era su' fedel serv'ubidente. Und'ella per sembianza mi fece dimostranza ch'allegrezza mostrava 'n suo coraggio, 25 poi che 'n suo signoraggio — m'era miso; und'è che 'n gioi' assiso i' fui manta stagion, sol ciò pensando. Dimorando 'n tal guisa, perseverando in lei servir tuttora, 30 non fu lunga dimora, ch'eo viddi che sua vist'era cangiata, ver' me quasi turbata, non sostenendo me solo guardare. Credetti che provare 35 volesse me com' fusse 'n su' amor fermo. Allor presi conforto, isperand'a bon porto lo meo fermo servir mi conducesse, e che tornar dovesse — pietosa: 40 ed ella d'orgogliosa mainera ver' di me mai sempr'è stata. Però forte mi dole, poi veggio che servendo ho diservito in loco, 've gradito 45 credetti esser per certo fòr fallenza. Ma via maggior doglienza, quasi mortal, mi porge 'l suo fallire, ché per suo folle dire fe' manifesto in parte meo pensero, 50 lamentandosi forte di me, che quasi a morte la conducea in farl'increscimento; e sí fèro lamento — fece, a tale che gravoso poi male 55 n'ha dato lei con gran doglia sovente. A ciascun ch'amar vòle dico che deggia, se pòsi, guardare di vana donna amare, gioven troppo di tempo e di savere. 60 Ché grave 'n lui dolere prende chi l'ama, doloroso tanto, non si porea dir quanto, per qual s'avesse piò 'n pena d'amore. Ma elegga 'n sé, certo 65 chi amar vòle e merto di suo servir, donna piagente e saggia, che benigno cor aggia — fermo e puro, e poi será siguro di non perder di lei gioia, servendo. 70 Di gioven signoraggio, quale sovra ditt'aggio, leal servendo, merit'aggio avuto. Vorríam'esser partuto, — ma non posso; ché, poi 'l piager è mosso, 75 è legato l'om servo e 'l partir greve.
III
È combattuto dalla necessità di partire e dal dolore di dover lasciare la sua donna.
Lontana dimoranza doglia m'ha dato al cor lunga stagione: or mi dobla cagione di piú grave dolor nuovo partire. D'assai lontano gire 5 isforzami di ciò senn'e ragione, contro all'opinione, piena di voluntade e di pietanza, con grande smisuranza che non alungi me contr'al volere, 10 piú che sia del piacere vostro, di cui amor servo mi tene. E pietanza mi vene di voi, ch'avrete del partir dolere. Cosí del rimanere 15 e dell'andare son diverse pene.
IV
PAOLO LANFRANCHI
I
Esorta il re d'Aragona a prepararsi a difendersi dal re di Francia.
Valenz senher, rei dels Aragones, a qui prez es honors tut jorn enansa e membre vus, senher, del rei franzes, queus venc a vezer e laiset Fransa, ab dos sos fillz es ab aquel d'Arles: hanc no fes colp d'espaza ni de lansa, e mainz baros menet de leur paes; jorn de lur vida sai n'auran menbransa. Nostre senhier faccia a vus compagna, per que en re nous qual duptar: tal quida hom que perda que gazainha. Seigner es de la terra e de la mar, per quel rei engles e sil d'Espangna ne varran mais, sei vorres ajudar.
II
Ricorda a un uomo, superbo della sua ricchezza, l'instabilità della fortuna.
De la rota son posti esempli assai, che gira e volge e non dimora in loco, e mette in bono stato quel c' ha poco, al poderoso dá tormenti e guai. Or' a che no' tel pensi, po' tu 'l sai che piccola favilla fa gran foco? non t'allegrare troppo né dar gran gioco, ché non se' certo come fenirai. Se alcun è che tu veggi in malo stato, in quel medesmo tu pòi avenire, ch'a te né lui Dio non l'ha giurato. Aggio veduto per li tempi sire, che la ventura l'ha sí governato, che piú che vita desira morire.
III
Risveglio doloroso.
Un nobel e gentil imaginare sí mi discese ne la mente mia; in veritá (ch'eo allora dormia) el me paria con la mia donna stare in un giardin, baciare ed abbracciare, rimossa ciascun'altra villania. Ella dicea: — Tu m'hai in tua bailía: fa' di me, o amor, ciò che ti pare. — In quel giardin si avea da l'un canto un rosignol, che dicea in so' latino: — Securamente per vostro amor canto.- — I' mi svegliai che sonava matino: considerando il bene ch'avea tanto, venme voglia deventar patarino.
IV
Amore gli dona in sogno un fiore della sua donna.
L'altrier, dormendo, a me se venne Amore, e destatomi disse: — Eo so' messaggio de la tua donna che t'ama di core, se tu, piú che non suôi, se' fatto saggio. — Da la sua parte mi donò un fiore, che parse per semblant' il so visaggio. Allor nel viso cangiai lo colore, credendo el me dicesse per asaggio. Però con gran temenza il dimandai: — Come si sta la mia donna gentile? — Ed el me disse: — Ben, se tu ben stai. — Allora di pietá devenni umile. Egli sparío; piú non gli parlai; parvemi quasi spirito sottile.
V
Amore manifesti alla sua donna le sue pene.
POETA. Dimme, Amore; vorestù tornare da la mia parte a la donna mia? AMORE. Sí, se tu vogli, ma ell'è follia: ché talor nòce lo troppo adastare. POETA. E lo meo core vi vòl pur andare, e ti demanda en sua compagnia. AMORE. Di presente me meterò en via dapo' ch'eo veggio ch'a lui e te pare. Or me di' ciò che tu vòi che gli dica: che tu non fini clamare mercede? Perzò non è bisogno andarne mica, per aventura ch'ella non ti crede. POETA. Sí fa'; che di me vive e se nutríca; e 'l cor non pò durar, se no' la vede.
VI
Amara delusione.
L'altrier pensando mi emaginai mandare Amore a la donna mia; ed a lui piacque per sua cortesia andar a lei; tanto ne'l pregai. Poi retornò e disseme: — Che fai? tutta l'ho misa ne la tua bailía: I' ti so a dire, ch'ell'è a mezza via, e vien a te, se tu a lei non vai. — Po' me venn'un penser da l'altro lato, e fortemente me represe e disse: — Amico meo, tu hai folle pensato. Or credi tu ch'ella con te venisse? E tu anderesti a lei? Se' tu in istato? — Parveme allor che l'alma se partisse.
VII
Lamenta l'avversa fortuna che gli fa fare sempre il contrario di quel che vorrebbe.
Ogni meo fatto per contrario faccio, e di niente d'intorno mi guardo: l'estate so' più freddo che no el ghiaccio, l'inverno per il gran calor tutto ardo. Se ho lettera de gioia, sí la straccio, se di dolore, la repogno e guardo; chunque è mio amico, sí i' lo minaccio, se mi saluta, sí me fier d'un dardo. Credo che Dio ensieme e la natura erano irati quando mi creâro, che trasformôrmi d'ogni creatura. Però il lor non gittarono en paro, e l'alma che mi deron clara e pura giammai no' l'averanno en suo reparo.
VIII
Vicende di fortuna.
Quattr'omin son dipinti ne la rota per la ventura dello esemplo dato: e l'altro sta di sopra incoronato, e l'uno in su valentemente nota. E 'l terzo se tien le mani a la gota, ed è vilanamente trabucato, e 'l quarto sta di sotto riversato, e d'ogni estremità li dá sua dota. Io fui quel che lá su andai montando intorno intorno la rota girata, e fui di sopra a tutto il mio comando; poi la testa mi fo incoronata. Or son caggiuto d'ogni ben in bando, nel finimento de la mia giornata.
V
MEO DI BUGNO
Coscienza netta non cura farneticar di gente.
Tutto el tempo del mondo m'è avenuto, e sempre me n'andrò con questa norma, che lá, 've non pongo 'l piè, faccio l'orma, non so qual de' demòni m'ha veduto, che, sendo santo, non serò creduto, anzi me sgrideria la gente a torma. Unde el conven ch'eo vegli e poco dorma, da tante parte me veggio asseduto. Ma non mi muto per altrui parlare: ben è vertá ch'io ne son pur dolente, e come bestia lasso ogn'om belare. Om che si sente iusto ed innocente, a faccia aperta pò securo andare, e non curar ferneticar di gente.
NOTA
I
MEO ABBRACCIAVACCA
Meo di Abbracciavacca di Guidotto de' Ranghiatici pare che appartenesse a una famiglia di cambiatori pistoiesi, perché tale fu suo padre, che fu console dei cambiatori nel 1237, e un suo figlio, Forese, fu nel 1304 nella banca degli Ammannati. Suo padre, e forse altri della sua famiglia, furono di parte ghibellina. Meo visse assai a lungo, perché era ancora vivo nel dicembre del 1300, quando, in un atto notarile di quell'anno un altro suo figlio, Iacopo, è detto: «_Dominus Pucius (Iacobuccius) Bargomei_ (sic) _Abraciavache de Pistorio_» (vedi nei miei _Rimatori pistoiesi_, p. XLIV e sgg., negli _Studi e ricerche di antica storia letteraria pistoiese_, nel _Bull. stor. pist._, XII, 38 sgg., e in _Per la storia letteraria del sec._ XIII nel _Libro e la stampa_, VI, 78-79).
È dunque un vero fossile della maniera guittoniana, perché forse poetava ancora dietro le orme del dittatore, quando giá in Pistoia si udivano le dolci note della poesia di Cino. È il piú arido e il piú oscuro dei rimatori del gruppo pistoiese. Egli si aggira sempre nel circolo delle idee della poesia cortigiana; riproduce, piú o meno fedelmente, concetti e forme provenzali, che abbiamo udite le mille volte in altri poeti del suo tempo o a lui di poco anteriori; adopera tutti gli artifizi della scuola, come le rimalmezzo, le rime imperfette, spezzate, equivoche, i sonetti a dialogo, i sonetti con due sole rime ed altre consimili preziositá; e soprattutto è oscuro, pesantemente oscuro, tanto da rivaleggiare in questo col piú oscuro dei guittoniani, Panuccio del Bagno. Di questo rimatore specialmente e di fra Guittone d'Arezzo si mostra caldissimo ammiratore e imitatore: del primo infatti rimaneggiò una canzone: «Di sí alta valenza ha signoria», in quella sua: «Considerando l'altèra valenza»; col secondo tenzonò su vari argomenti, e a lui diresse tre epistole in prosa. Se mai qualche peculiaritá si voglia trovare in questo oscuro e faticoso rimatore, è, a mio parere, l'esagerazione dei difetti della scuola, e l'imitazione cosí pedissequa de' provenzali, da non muovere un passo nelle canzoni, se non dietro le orme di quelli; cosicché si avvertono facilmente, or qua or lá, imitazioni da Bernardo di Ventadorn, da Peirol, da Gaucelm Faidit, da Peire Vidal, da Blacasset e da altri ancora.
Il testo delle poesie dell'A. è condotto sull'edizione che giá ne feci nel 1907 nei _Rimatori pistoiesi_, e quindi sul Laurenziano-Rediano (L), e per la canz. III anche sul Palatino 418 (P): l'ho migliorato in alcuni punti, giovandomi delle osservazioni che mi furono fatte da coloro che ebbero occasione di recensire il mio lavoro, e adattandolo alle norme stabilite per questa collezione.
E ciò s'intenda detto di tutta questa edizione dei _Rimatori pistoiesi_[2].
Canz. I, v. 3. Veramente L ha «d'esto mondo»; ma mi sembra che qui «mondo» non significhi nulla. Credo che voglia dire: «Spesso ho pensato di tacere, abbandonando il proposito di parlarne in questo modo».
v. 28. L, veramente, ha «pena»; ma di questa lezione non riesco a persuadermi. Intendo: «Non è colpa intera d'amore, ma d'odio».
v. 31: «ad esso». Cosí credo debba sciogliersi «adesso» di L, riferendo «esso» a «piacere».
v. 31. Il CASINI, nell'ediz. diplomatica che fece del Laurenziano-Rediano 9, lesse «fa legge»; ma, oltreché codesta frase non dá un senso soddisfacente, è proprio scritto «s'alegge».
v. 57. «Con so» manca in L; ma giustamente ve lo aggiunse il Casini. v. 61. «dobblanza». Cosí correggo la mia edizione, poiché mi pare che in tal modo corra meglio il senso, e perché anche nella seguente canzone al v. 35 si dice: «Dunque dobblanza tenete in sentire». Vuol dire: «Mi pesa anche il dubitare (dobblanza = dubitanza, dubbio) di ciò».
Canz. II, v. 11. «Prendendo» ha L; ma non dá alcun senso, quindi bene il Gaspary lesse «prendono».
v. 15. L ha «per servire»; ma, poiché ogni strofa incomincia riprendendo le ultime parole della strofa precedente, è certo che qui si deve leggere «star servidore».
v. 55. Il NANNUCCI volle leggere «torte», e intese che fosse un avverbio «a torto»; ma, oltreché codesta sarebbe una forma inconsueta, è da credersi che si debba sciogliere in «tort'è», anche perché l'Abbracciavacca prediligeva queste rime imperfette.
v. 57. L ha «porea»; ma, poiché la strofe precedente termina con «poría», per la sopraddetta ragione deve leggersi «poría».
v. 65. Nella ediz. del 1907 scrissi «né voi»: ma deve correggersi, com'é in L, «né in voi».
Canz. III, v. 3. Il BIADENE, che già pubblicò questa canzone, unisce «pensero» con «piager» del v. 2 e ne forma un concetto solo, quello di «piacevole pensiero»: credo invece di dover togliere l'«e» dopo «beltate» e la virgola che avevo posta dopo «pensiero», e cosí piú facilmente si può intendere: «Lo pensiero soviemmi», cioè «mi torna in mente».
v. 19: «non deggi'». Ho aggiunto l'«i» per ragioni fonetiche.
v. 29: «ch'è». Io stesso nella mia vecchia edizione ed anche il Biadene abbiamo lasciato «che»; ma certo è meglio intendere cosí: «Poiché è provato, cioè si è visto, che sotto viso dolce si nasconde cuore amaro, allora non si cela piú...».
v. 39: «ragione». Cosí scrivo, seguendo il BIADENE ed L, sebbene P abbia «rasone».
v. 42: «bassenza». Cosí correggo «bassansa» di P., seguendo, per ragioni di rima, L.
Son. I, v. 2: «e luxuria». Nella mia precedente edizione avevo creduto aggiungere un «è» innanzi a «luxuria»: ma la risposta di fra Guittone fa presupporre una triplice necessità affermata dall'Abbracciavacca.
Lettera I a Fra Guittone. È in L.
Son. III, v. 4: «Ed eo». Cosí è in L, e non «ecco», come errando lesse il BOTTARI (_Lettere di fra Guittone d'Arezzo_, Roma, 1745, p. 76).
v. 7: «Regno»: non «segno», come avevo creduto di leggere, per aver un senso più chiaro, nell'ediz. del 1907. «Regno» dice veramente L.
Lettera II a Fra Guittone. È in L, da cui la riproduco. Fu già pubblicata dal BOTTARI (_Lettere_ citt., p. 77).
Son. IV, prima terzina. Com'è in L, questa terzina non dà senso. L'ho rabberciata, sciogliendo il «che» in «ch'è» nel primo verso e aggiungendo la congiunzione «e» nel terzo. Il senso allora corre spedito: «Me ne scoraggio, perché anche la giustizia di Dio è senza difetto. Vorrei sapere come misericordia chiede contro di essa al vero Dio o mi dà la salvazione dell'anima».
Lettera a Bindo di Alessio Donati. È in L, da cui la traggo, correggendo l'ediz. cit. del BOTTARI.
Son. V, v. 8: «unde». Cosí ha L, non «onde», come lesse erroneamente il BOTTARI.
v. 12: Tolgo l'«e», che avevo creduto di aggiungere, ma che non è in L, e sciolgo il «perché» in «per che». Leggo quindi «per che è», giacché nel ms. è anche questo «è».
v. 13: «animai». Veramente L ha «animali»; ma in tal modo non tornerebbe più il verso.
Son. VI, v. 12: «S'è per». Attenendomi ad L, correggo cosí la mia antica edizione, e il senso è chiaro: «Se è per colpa della fattura del corpo che contiene l'anima».
Lettera a Dotto Reali. È in L. La riproduco dall'edizione che ne ha data il MONACI nella _Crestomazia del primo secolo della lingua_, con lievissime modificazioni grafiche.
Son. VII, v. 4: «volere». L ha «voler»; ma, per necessità di verso, ho aggiunta un «e» finale.
v. 8: «ten». Cosí ha L, e non «tien», come, rabberciando, lesse il BOTTARI.
v. 14: «di lod'agi'altura». Il BOTTARI: «di loda gialtura».
Son. VIII. Nell'altra mia ediz. ho invertito l'ordine dei vv. 11-2 e 13-4, perché lo schema di questo son. corrispondesse a quello di Monte Andrea: «Languisce il meo spirto», di cui è risposta a rime obbligate; ma le giuste osservazioni, che altri mi ha fatte, m'inducono a rimaner fedele a L, anche perché mi sembra che ci si guadagni di chiarezza.
v. 13: «Monte». Mi pare che qui si tratti del vocativo di Monte Andrea. Infatti non è presumibile che il rimatore abbia voluto far rimare con «monte» del v. 10 proprio la stessa parola nel medesimo significato. Intendo: «Chè non v'è buono che possa dire: — Io discendo a valle, perché sento, o Monte, che vi posso trovare luogo fermo. — Né cavalieri, né baroni, né conti, né re possono dire ciò».
Son. IX, v. 10. Tolgo il «via», che avevo messo nella precedente ediz., perché, oltre che non necessario pel senso, non è in L.
v. 14: «dará li cura». Non occorre allontanarsi da L, che ha «dara li cura», per render piú chiaro il senso e cambiare «li» in «la», come feci nell'ediz. del 1907. Ma, prendendo «li» come pleonasmo, il senso corre assai bene.
II
SI. GUI. DA PISTOIA
Nonostante le piú diligenti ricerche, non ho potuto rintracciare chi mai sia questo antico rimatore: forse è Simbuono o Siribuono giudice, da Pistoia, a cui qualche cod. attribuisce due canzoni: «Spesso di gioia nasce ed incomenza» e «S'eo per cantar potesse convertire?». Certo è che il nome di Siribuono non è raro nei documenti pistoiesi.
I due sonetti sono nel Laurenziano-Rediano 9.
Son. I, v. 2: «el me' piace». Correggo la mia vecchia ediz., attenendomi ad L e intendendo: «Ciò che mi piace [il mio piacere] t'assegna me e il mio».
Son. II, v. 2. Mi attengo fedelmente ad L, correggendo la mia ediz.
vv. 1-5. Anche qui credo che bisogni attenersi ad L, perché chiaro corre il senso: «Perché, Iddio, ti compiacesti di donarmi gioia con ogni bene?».
III
LEMMO ORLANDI
Lemmo di Giovanni d'Orlando appartenne a famiglia popolana pistoiese derivata da Carmignano, castello che i pistoiesi avevano tolto ai fiorentini. Nacque da un Giovanni di Rolando di Oddo intorno al 1260. Nel 1283 condusse in moglie una certa Sobilia, da cui ebbe due figli, Vanni e Frosina. Fu, a quel che pare, a Bologna con alcuni mercanti, per la maggior parte toscani, nel 1284. Morí, poco più che trentenne, non molto prima del 6 gennaio 1294 (v. i miei _Rimatori_, p. LV sgg. e _Per la storia letter. del secolo XIII_, nel _Libro e la stampa_, VI, fasc, IV e VI).
Assai meno oscuro e artificioso di Meo Abbracciavacca, egli, pur ritenendo ancora della scoria guittoniana, provenzaleggia talvolta; ma si fa piú chiaro, meno prezioso. Delle sue rime deve esser piaciuta assai a' suoi tempi la cobbola «Lontana dimoranza», e ciò prova non solo il fatto che non son pochi i codici che la contengono, ma l'averla messa in musica Casella. Le due prime canzoni sono nel Laurenziano-Rediano 9, la terza è nel Vaticano 3214 e nel Riccardiano 2846.
Canz. I, vv. 2-4: «fa'» e «ha'». Cosí interpetro, poiché è certo che in tutta la strofa il poeta parla in seconda persona ad Amore.
v. 13: «e'». Ho aggiunto l'apostrofo, perché è qui molto naturale questo «e'» = «egli» pleonastico.
v. 20. Pongo un punto e virgola dopo «mei» e muto il «che» in «ché», perché è certo che il senso cosí corre meglio.
v. 34: «com'». Muto pel senso il «con» di L in «com'».
v. 39. Com'è in L, il verso è falso: «Movet'ormai a merzede».
v. 48: «fior' e di nobeltate». Cosí L, e, anche per cagione di senso, mi attengo a questo codice.
Canz. II, vv. 34-5. Ho adottata la punteggiatura del Valeriani, perché in tal modo il v. 34 spiega come «sua vista era cangiata» verso di lui.
v. 56: «n'ha dato lei». Cosí ha L, e cosí credo si debba leggere, e non «n'ha dato a me», come posi nella mia antica ediz., tratto in errore dal Valeriani, che aveva rabberciato il passo con un «m'ha dato».
v. 61: «Ché grave 'n lui». Pongo dinanzi a «lui» un «'n», che è in L e che avevo soppresso nella mia precedente edizione.
Canz. III, v. 10. Per questo verso adotto, sebbene non sia nei codici, la buona lezione data dal NANNUCCI nel suo _Manuale_.
v. 14: «dolere». Cosí deve certamente leggersi per necessità di rima.
IV
PAOLO LANFRANCHI
Un Paolo Lanfranchi da Pistoia, che è certamente il rimatore, perché nessun altro di questo nome apparisce in documenti pistoiesi, fu dal febbraio all'ottobre del 1282 a Bologna; vi era ancora il 21 gennaio del 1283 (v. il mio art. cit. nel _Libro e la stampa_, p. 144). Di lá, molto probabilmente, visitò insieme con Guiraut Riquier e Folquet de Lunel la corte di Pietro III d'Aragona nel 1283 o nel 1284. Alla corte di quel re, e precisamente fra il 1283 e il 1285, anno in cui morí Pietro III, scrisse il sonetto in provenzale: _Valentz segneur_. Piú tardi, dalla Spagna fece ritorno in Pistoia, donde fu bandito per violenze private nel 1291 (v. i miei citt. _Studi e ricerche_, estr. dal _Bull. stor. pist._, XII, 44). Pare che fosse ancora a Bologna nel 1295 (v. nel _Libro e la stampa_, nell'_Appendice_). Appartenne a una famiglia di mercanti.
Degno di particolare attenzione è il suo sonetto provenzale, perché esso e i due di Dante da Maiano, sono i soli che si abbiano in quella lingua.
Nelle poesie italiane rifugge dagli artifici, e fa versi facili e talvolta anche armoniosi. Nel son. «Un nobel e gentile imaginare» si sente sincero, sebbene crudo, il realismo della poesia popolare. Qualche sonetto è di argomento politico: pare che vi si alluda alla caduta della fortuna di Carlo d'Angiò: cosicché da questi suoi versi sembrerebbe che il Lanfranchi fosse stato di parte ghibellina.
Il sonetto provenzale è nel Laurenziano XLI, 42 (L), i sonetti italiani sono nel Barberiniano XLV, 47 (oggi Vaticano 3953) (B) e due nell'Estense X, B, 10 (E).
Son. II, v. 2: «gira e volge». Correggo cosí la mia antica ediz., mantenendomi fedele a B.
v. 5. Credo bene attenermi a B, abbandonando la lezione data dal BAUDI DE VESME, che per il primo stampò questi sonetti: soltanto tolgo il «che» di B dinanzi a «tu 'l sai», e pongo «ora» e non «or» per necessità di verso.
v. 7. Anche qui mi attengo a B, che dá un senso piú chiaro della lezione da me seguita nella precedente edizione.
Son. III, v. 8. Veramente B ha «fa de mio amore, eo»: ma credo che, dividendo opportunamente, si debba leggere «de mi, o amore», e, correggendo la forma veneta «de mi» in «di me», venga fuori la lezione semplice e chiara «fa' di me, o Amor, ciò».
Son. IV, v. 10. Come è nel ms., il verso manca d'una sillaba: per compierlo v'aggiungo il «si» innanzi a «sta».
Son. VI, v. 2. Tolgo il «de», che avevo creduto di aggiungere in principio del verso, come non necessario.
v. 12: «con te». Veramente B ha «cum ti», che è forma veneta (si ricordi che quel codice fu scritto da Niccolò de Rossi trivigiano), la quale agevolmente si può correggere in «con te».
Son. VII, v. 3: «no el ghiaccio». Cosí mi permetto di correggere leggermente B, per ottenere la misura del verso.