Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

Part 15

Chapter 153,956 wordsPublic domain

Una famiglia Della Barba era in Pisa nel secolo XIII: infatti un frate Egidio Della Barba nel 1270 è ricordato nella cit. _Chronica antiqua Sanctae Catharinae_, p. 430. L'unica canzone, che ci rimanga di questo rimatore, è conservata soltanto da V, donde la pubblicò per la prima volta il GRION nel _Propugnatore_, III, 101. Poi la diedero in edizione migliore il D'ANCONA e il COMPARETTI, nella _Collez. di opere inedite o rare_ del Romagnoli, 1881, II, 71-76.

v. 3: «che». Non è in V; ma è indispensabile per la misura del verso.

v. 4: «ch'om' agia». V ha «com'agio»; ma il senso mostra evidente l'errore.

v. 7: «de rota». V ha «de la rota»; ma quel «la» v'è di piú, guastando la misura del verso.

v. 10: «piú che nel». V ha «piú che del».

v. 13: «e sonde». Aggiungo un «e», che mi pare richiesto dal senso: Temendo io guardo («veo», vedo) e ne sono pauroso...

v. 17: «possedete». V «presedete».

V. 20: «com' fenice». V ha «com' fa fenice»; ma anche qui il «fa», per la misura del verso, è di troppo.

v. 21: «naturali». Cosí è nel ms. «Naturali» per «naturale» è per necessitá di rima, dovendo rimare con «'guali» del v. 24; del resto questa forma di singolare in «i» era frequente nei volgari toscani.

v. 26: «come compresi». V ha «me ne comprese»; ma è evidentemente errato.

v. 38: «ora». V ha «or»; ma cosí non tornerebbe la misura del verso.

v. 40: «la fior tembra». Che cosa sia questo «fior tembra» non comprese bene il GRION. Il TARGIONI-TOZZETTI (_Dizionario botanico_, parte II, p. 212) dice che col nome di «_timbra_» o «_timbro_» intendesi la _Satureia Iuliana_, cioè la santoreggia del monte San Giuliano, che non è altro che la _Micromeria Iuliana_ Benth., come m'informa il mio collega prof. Baroni, il quale mi avverte che codesta pianta ha la corolla caduca. Questa circostanza è importante per l'intelligenza del testo. Infatti il poeta termina invitando madonna ad aver pietà di lui, e a voler che non faccia come il fior «tembra», a cui cade la corolla.

VI

PUCCIANDONE MARTELLI

Di Pucciandone Martelli fortunatamente si può attingere qualche notizia dalla cit. _Chronica antiqua_ di Santa Caterina, dalla quale apparisce che prese parte alla vita pubblica di Pisa, specialmente nell'ultimo decennio del secolo XIII. Fu degli anziani per il gennaio e il febbraio del 1289, per il novembre e il decembre del 1292, per il gennaio e il febbraio del 1295, e infine per il maggio e il giugno del 1297. Forse è diretto a lui il sonetto CCXCI di Guittone che è in L e che incomincia: «Guelfo conte e Pucciandon la voce»?

La maggior parte delle poesie di questo rimatore sono soltanto nel Palatino 418 (P); solamente il son. «Signor senza pietanza udit'ho dire» è in L. Disgraziatamente in P mancano or qua or lá alcuni versi. Il VALERIANI ha stampato le due canzoni e la ballata assai scorrettamente, non avendo capito nulla del metro in cui sono scritte.

La ballata ci prova che il Martelli risentí qualcosa dell'influsso della nuova scuola fiorentina. Quella ballata, oltreché nel metro, ha qualche agilitá e dolcezza nella forma, insolite fra i guittoniani.

Canzone I. È veramente da lamentarsi che il cod. P, che solo conserva questa canzone, l'abbia cosí guasta, da rendere difficilissimo raccapezzarne lo schema metrico. Certamente vi mancano or qua or lá dei versi. Dopo aver fatto vari tentativi, credo che lo schema possa essere questo: _ABBA_, _BAAB_ | _bCcD_, _EEcBB_; ma, per ridurre le varie strofe a questo schema costante, sono stato costretto a rabberciare qua e lá i versi.

v. 2: «vene». P ha «'nfra meve»; ma mi sembra forma insolita per dire «in me», «dentro di me»: tutt'al piú il p. avrebbe detto «in meve». Congetturalmente quindi correggo «'nfra vene», fra le vene.

v. 3: «quei». P ha «quelli»; ma in questa forma non torna il verso.

v. 7: «saggio». P ha «sagio», come piú sotto «selvagio», «agio» ecc. Non credo di dovere accettare queste forme, le quali non si trovano in altri rimatori pisani e che probabilmente derivano dalla grafia particolare dell'amanuense.

vv. 14-15. Questi versi furono assai malamente stampati dal VALERIANI, che dette il v. 15 cosí: «Son signor senza pietá», non accorgendosi che in tal modo mancava la rima con i vv. 10-11. Il mezzo migliore per rabberciarli era di trasportare il «son» nel v. 14. v. 20: «ed umiltà». V ha «od».

v. 20: «adorna». Cosí in P: il VALERIANI, non so perché, legge e stampa «a Donna piagenza».

v. 22. Il verso certamente in P è guasto. Credo bene pel senso di dover cambiare «a sua potenza» in «a mia potenza», e intendo: Non si creda che ella per amore mai («ma'») metta la sua virtú in mio potere, perché io prenda loco in tale cuore.

vv. 24-25. Il VALERIANI li stampa lasciando perfino un «non» nel v. 25, e ponendo «aitale», senza accorgersi che bisognava sciogliere in «à 'n tale».

v. 31: «tornerá». P ha «a tornara», che il VALERIANI cambia arbitrariamente in «ha tornata».

v. 31: «in bassanza». Ho trasportato queste parole dal v. 30, come sono in P, al v. 31, perché in tutte le strofe di questa canzone il verso quattordicesimo deve essere endecasillabo.

v. 35 e sgg. Tutta questa strofe è guasta ed è assai difficile ricostruirla. Certo è che, guardando allo schema metrico, non si può lasciare «crudele fero», che P ha al principio del v. 38: e, guardando pure allo schema metrico delle altre strofe, si capisce che manca una parte del secondo piede della fronte.

v. 45: «m'asicuro». P ha «m'asicura»; ma è evidente che debba correggersi, per aversi rima con «puro» del verso precedente.

v. 46. Son costretto ad aggiungere «egli» per la misura del verso.

v. 48. Veramente P ha «che lo meo cor sostene tuttavia»; ma, come si vede nelle altre strofe, questo verso deve rimare col precedente. Credo che debba leggersi: «che tuttavia lo meo cor sostene».

v. 49. P ha «faria ben ked io d'altro non curo»; ma è evidentemente un verso guasto, anche perché deve essere un settenario e non un endecasillabo.

v. 52 e sgg. Questa strofa è ancora piú guasta delle altre. Forse qualche verso può togliersi, senza guastare il senso; ed io mi sono sforzato, togliendo alcune parole, a ridurre la strofe allo schema delle altre. Veramente V ha: «Amore, se risurgi la mia mente cosí forte seguente ti parraggio, che farai acordanza con lei di darmi amanza di campare, di che d'ella faccio non folle pensare ma tuttor mi procaccio star selvaggio di lei nascostamente». Quale senso plausibile si può ricavare da queste parole? Senza dire che ne verrebbe fuori una strofe di 18 versi e con la sirima diversa da quella di tutte le altre strofe. Cosí come propongo di leggere, il senso è chiaro: Amore, se fai risorgere la mia mente, ti seguerò cosí fortemente, che t'accorderai con lei di concedermi amore. Faccio non folle pensare di lei a star selvaggio, a nascondermi a lei, che mi diviene come l'uomo che cammina, che cela la luce (cioè fa ombra) a chi va con lui. — Ma avrò proprio còlto nel segno? E poi quel «faccio» che rima con «selvaggio» non si dovrà forse leggere «faggio»? v. 54: «regina». P ha «redina».

v. 60: «parrá». P ha «parerá»; ma cosí non può stare per la misura del verso.

vv. 70 e sgg. Anche questa strofa è assai guasta e mutila in qualche verso.

v. 81: P ha «dovreste aver mercede», senz'altro; ma deve mancare la parola finale, perché il verso dovrebbe rimare con «molto» del verso seguente, ov'è la rimalmezzo.

v. 83. Anche qui, per la misura del verso, credo necessario togliere il «che», che in P è innanzi a «non fi' grave».

Ballata II. È in P con qualche lacuna. Il VALERIANI non comprese nemmeno che è una ballata.

v. 15. P ha: «la vostra angelica sembransa»; verso, come si vede, di nove sillabe: né tornerebbe ugualmente, se si leggesse, come fa il VALERIANI, «angelicale». Credo che manchi una parola innanzi ad «angelica», che le dia valore di superlativo: congetturo quindi che manchi «sovra».

v. 18. Questo verso è certamente mutilo in P, perché quello a esso corrispondente nelle altre strofe è endecasillabo.

Sonetto III. È in L. È un sonetto doppio.

v. 18: «me... faccia». Il VALERIANI prende «me» per «me'» (meglio). No: il senso è: Dio vi lasci trovare miglior servitore, e lasci che io trovi un signore che ricompensi.

Canzone IV, v. 18: «allegresse». Qui mantengo l'ortografia propria dell'antico dialetto pisano, per la rima con «avesse».

v. 51: «odito». P ha «odite».

v. 61: «intendenza». Non «intendanza», com'è in P, perché mancherebbe la rima con «benvoglienza».

Sonetto V. È in L. È un sonetto artificiosissimo per la doppia rimalmezzo che è in tutti i versi. Anche qui, a causa della rima, ho mantenuto le forme ortografiche pisane «bellessa», «adornessa», ecc.

v. 11. Verso assai difficile a intendersi. Pare voglia dire: Che vi trova meravigliosissimi («permirata») tutti i sentimenti («ogna sens'ha») che vi pensa («che i pensa»).

VII

BACCIARONE DI MESSER BACONE

Anche di questo rimatore ben poco sappiamo. Fu amico di fra Guittone, che gli diresse una delle sue lettere, confortandolo a mostrarsi prode a vantaggio della sua patria. Quale fu l'occasione per la quale l'aretino cercò di stimolare a forti opere di guerra l'amico pisano? Dice fra Guittone: «Segondo la parvissima caritate, umanitate e bonitate mia, compassione di vostra passione presi; e non solo giá voi, ma pisani tutti compatiti e doluti ho quasi aretini, amore che porto essi me distringendo» (_Lettere_, ediz. Bottari, p. 70). Egli dunque compiange gli amici pisani per qualche grave sventura pubblica. Poiché altrove abbiamo veduto Panuccio lamentarsi dello sgoverno dei ghibellini in Pisa nel 1285, mi pare assai probabile che a quei fatti si riferisca la lettera di Guittone. Il quale, in un altro passo della lettera, dice a Bacciarone che, tornato in patria, ben poteva provvedere con l'opera sua al bene di essa: «Tornando a casa vostra nell'agio vostro, buono parvo for magno sembrerá voi, e quasi soavissimo affanno grave, al buono parvo presente, ed al mal grande sovvenendo bene» (ivi, p. 71). A quale opera poteva il guelfo rimatore d'Arezzo stimolare il signore pisano e i suoi compagni, se non a quella d'osteggiare la prepotenza ghibellina? A questi stessi fatti mi par certo che si riferisca la canzone III. Le rime di Bacciarone sono solamente in L.

Canzone I, v. 16: «loro e i loro e 'l loro»: cioè danneggiando essi e i loro seguaci e i loro averi.

v. 52: «conducía». Cosí deve essere per la rima col seguente «obbría»; non «conducea», come ha L.

v. 96: «per potersi». Mi pare che il senso richieda che cosí si corregga il «poterm'» di L.

v. 120: «potete». L ha «potetava».

Canzone II, v. 23: «voglienza». L ha «veglensa».

v. 49: «fiata spico». L ha «fieta». Intendi: È cosa che odora («fiata») piú che spigo. Lo spigo poi ognun sa che è un'erba aromatica.

v. 54. Intendi: Quanto piú possiede senza Dio, piú è iniquo.

v. 62: «impasso», cioè impazzo. Anche qui conservo l'ortografia pisana per la rima con «lasso».

v. 74: «for' nullo par bono»: cioè fuori di cui non appare alcun buono.

v. 100: «in tal pentèro». L ha «pente pentero». Intendi: Non vi sono tante stelle in cielo, né gocce d'acqua in mare («candelle»), quante io non ho gocce (lacrime) in tal pentimento.

Canzone III, vv. 7-8. «Torto» qui sta per «tolto». Il senso è: Perché mi vedo tolta gioia da ogni parte; e il cuore sempre accorto erra a darmi il contrario della gioia, cioè il dolore.

v. 9: «isperato». L ha «sperato».

v. 13: «chi di guardar». L ha «che di guardarno v. 17: «e chi ne ha». L ha «e chi 'n dá». Intendo: E chi ha fatto ciò, che si fugga il bene e si segua il male, tra quelli che piú avevano potenza in Pisa?

v. 22: «furon». L ha «fisson». Il senso è: Non l'ardire di chi ho detto nel saper ferire senza fallir colpo. Perché furon montati in alto monte («serra»), sembra loro («vis'è lor») non manchi diporto, né alcuno sconforto dicono li cacci dalla terra («li sterra»).

v. 26: «noi'» (noia). L ha «no»; ma il senso richiede questa correzione.

v. 31. Forse vuol dire: Hanno pensato di far fare il porto dentro la porta di Pisa, finché dura la guerra.

v. 32: «averrá». È una di quelle che si dicevano rime false.

VIII

GERI GIANNINI

Questo rimatore tenzonò con un Si. Gui. da Pistoia (vedi sopra, nei _Rimatori pistoiesi_, p. 19) e con Natuccio Cinquino. Il VALERIANI dá a lui un terzo sonetto «A quei ch'è sommo dicitore altèro»; ma in L, ove sono le rime che di lui rimangono, è di anonimo.

Sonetto I, v. 10. Il VALERIANI stampa: «E del no chero, ch'ha esta balanza», ma queste parole non dánno senso. Il verso che segue: «se piú tardanza fa, tanto 'l desiede» fa capire che si parla di qualche cosa che tarda a venire. Intendo: Si può («posi») dire che è gran fallire del nocchiero che guida questa bilancia. E il nocchiero parmi che debba intendersi Amore. È un sonetto anche questo assai tenebroso.

v. 15: «par Deo». Non credo affatto si debba intendere, come vuole il VALERIANI, «per Dio». Il poeta vuol dire: Non ho («non porto») alcun conforto pari a Dio, ossia pari a quello che mi viene da Dio, ché io tengo in servitú («'n feo», in feudo) la mia scura vita, e ho paura di non esser mai padrone di me stesso.

Sonetto II, v. 9: «chi 'n dire». L ha «chi 'n nire». La correzione è facile, se si pensa al verso corrispondente del Giannini: «che gran fallire dire posi 'ntero». Il VALERIANI stampa «chi in ire».

Sonetto III. Si. Gui. da Pistoia gli rispose col sonetto «Tanto saggio e bon poi me somegli» (vedi nei _Rimatori pistoiesi_, p. 19).

IX

NATUCCIO CINQUINO

Questo rimatore appartenne all'antichissima famiglia pisana dei Cinquini (R. RONCIONI, _Delle famiglie pisane_, in _Arch. stor. ital._, disp. XIII ter, t. VI, p. II, suppl. 2º, p. 947 sgg.). I Cinquini presero attiva parte alla vita pubblica in Pisa negli ultimi decenni del secolo XIII: un «Vannes Cinquina» è anziano per il settembre e l'ottobre del 1289, un «Guiscarduccius Cinquinus» è degli anziani per il marzo e l'aprile del 1289 e del 1290, e un «Bonaiuncta Cinquinus» per il settembre e l'ottobre del 1292 (_Chronica antiqua_ cit.). Credo che si debba identificare il rimatore con quel «Benenatus Cinquina», che è anziano per il settembre e l'ottobre del 1299 (_Chronica_ cit.). Per me Natuccio è lo stesso che Benenatuccio. È nuovamente anziano per il luglio e l'agosto del 1305 (ivi). Fu in corrispondenza poetica con Bacciarone e con Geri Giannini. I suoi sonetti sono soltanto in L.

Sonetto I, v. 11. Costruisci: «e non è viso (visto) per mia 'ntenza», cioè non vedo da me come ciò possa essere.

v. 12. Costruisci e intendi: «Se alcun uomo risiede in vita degna, fora mei (meglio) a lui vita che stallo (stanza, dimora) in morte; se da ciò (ossia dalla vita degna) poi si parte, e' va a perdenza».

Sonetto II. Risponde al sonetto di Natuccio Cinquino: «A cui prudenza porge alta lumera».

v. 11: «fuggon». L ha «fuggen».

Sonetto III, v. 6: «no è». Cosí in L e non, come vuole il VALERIANI, «non è».

v. 9: «vo'». Cosí in L e non «voi», come legge il VALERIANI.

Sonetto IV, v. 11: «e 'l ben». L ha «e ben»: aggiungo l'articolo, perché richiesto dalla grammatica e perché è innanzi a «fallire».

X

LOTTO DI SER DATO

Rimangono di questo rimatore due canzoni, una delle quali: «Della fera inferta e angosciosa», è d'argomento politico e pare riferirsi al dominio della parte ghibellina in Pisa nel 1285. Sembra quindi che anche questa canzone si debba annoverare fra quelle poesie dei guelfi pisani che in quel tempo si lagnarono del mal governo dei ghibellini e del conte Ugolino della Gherardesca. Le due canzoni sono conservate soltanto da L.

Canzone I, v. 15: «cèra». L «chaira».

v. 17: «deviso». Intendi: Non v'è donna né uomo cosí fermo nell'operare che non abbia divisa (= distratta) la sua attenzione a riguardare lá dove sente che ella apparisce.

v. 32. Intendi: Ha per ispecchio la strada («ruga»), ossia ha gli occhi bassi a terra.

v. 60. L ha «che 'l saggio conta voglia opassione». Per me è evidente che il copista non vide il segno dell'abbreviazione nel «p» di «opassione», oppure, copiando, dimenticò di scriverlo. Il senso è, come dice il VALERIANI: Ché il saggio pone in conto (anche al v. 49 il rimatore ha usato «conto» per «tengo in conto»), cioè a merito, la buona voglia che si ha d'operare.

Canzone II. Questa canzone ha nelle singole strofe lo stesso schema metrico della canzone che in L segue immediatamente a questa: «Magna medela a grave e perigliosa» di Panuccio del Bagno. È assai probabile che Lotto la indirizzasse a Panuccio e che questi gli rispondesse, cercando di confortarlo delle sventure della patria e della sua parte.

v. 17: «l'èe». L ha «lei».

v. 18. Intendi: Che, dopoché Dio ebbe fatto lei («quella cosa» cioè l'uomo), gli fu («fuli») cosí amorosa, cosí cara, che le die' libertá di fare il bene e il male.

v. 29. Intendi: Conforto a questo avremmo soltanto il «trapassamento» (la morte), parola che è qui nello stesso senso del «trapassare» del v. 34.

vv. 37-39. Intendi: Se non fosse che sappiamo che le nostre anime terrebbero («terren'») tal via, che girerebbero («giréno») a perdizione senza aver mai redenzione».

XI

NOCCO DI CENNI DI FREDIANO

Furono in Pisa verso la fine del secolo XIII due notai che ebbero nome Nocco, un «Noccus de Avane», anziano per il luglio e l'agosto del 1289 e un «Noccus de Ceuli», anch'egli anziano nello stesso anno per il novembre e il decembre (_Chronica antiqua_ cit.). Ma se il rimatore debba identificarsi con uno di questi due, è assai difficile risolvere. Di lui non rimane se non una sola canzone, che è in L. Fu assai malamente stampata dal VALERIANI, il quale ne comprese assai poco lo schema metrico.

v. 21. Il VALERIANI stampa mutilo questo verso «vedrete in gio' montarmi», non essendosi accorto che L aveva anche «e 'n frutto bono».

v. 37: «ma Amor». L ha «m'amor».

v. 38: «for' voi». Intendi: Amore, pur volendo, vide che non potea fare a me lo stesso (cioè: come ho detto sopra), senza di voi.

v. 44: «ingannòme». L ha «ingegnome», mantenuto, senza ragione, dal VALERIANI, il quale, per il senso, è poi costretto a spiegarlo con «ingannommi».

v. 45: «saccio per vista». L ha «aggio»; ma il senso mi pare richieda «saccio». Il VALERIANI stampa «provista» = «provvista», non avendo compreso il senso, assai facile del resto, di «per vista», che vale «per averli veduti». Il senso è: So, per averli veduti, che crescono molti alberi.

v. 50: «'n frutto». L ha «che 'n frutto», ma il «che» è di troppo.

v. 73: «cavrete». Cosí in L: il VALERIANI stampa invece «m'avrete». Il senso qui è chiaro: Ovvero mi caverete dalle mani d'amore, nelle quali mi metteste, tornandomi nel mio primiero stato.

XII

GERONIMO TERRAMAGNINO

Il nome «Geronimo» si ricava dal v. 1 del sonetto di risposta, che in L segue all'unico che ci rimanga di lui: quel sonetto d'anonimo incomincia «Gieronimo, com' credo, voi sapete».

v. 9: «assetto». L ha «essetto», dal VALERIANI cambiato in «effetto». Ma non credo che, sebbene Terramagnino fosse poco abile versificatore, si mostrasse però cosí imperito da non sapere trovare una nuova rima e ripetesse proprio la parola «effetto» del v. 3. Intendo: Glorioso di ogni buona provvista («assetto») di dottrina che avete fatta.

DOCTRINA DE CORT

Pubblico questo poemetto dal testo che ne ha dato PAUL MEYER nella _Romania_, an. XIII, pp. 181 e sgg. da un codice madrileno. Lo riproduco con pochissime varianti: ho accettato nel testo alcune delle correzioni che il Meyer ha fatte in nota, perché mi è parso chiaro che gli errori fossero cosí grossolani da doversi attribuire, nella maggior parte dei casi, piú a negligenza di scrittura che ad ignoranza dell'autore. Molti altri errori sarebbe troppo arrischiato correggere, perché possono essere necessari effetti della scarsa conoscenza che Terramagnino aveva della lingua provenzale. Infatti dice il Meyer: «_Terramagnino est un grammarien peu intelligent. Il ne comprend pas toujours son modèle et dans aucun cas il ne se montre capable de le perfectionner_». Il poemetto dunque ha assai poco valore come trattatello di grammatica e scarsa originalitá, poiché è un rifacimento delle _Razos de trobar_ di Raimondo Vidal. Può avere qualche importanza per gli esempi, che assai spesso dá dei trovatori provenzali, soprattutto perché alcuni di questi poeti non sono noti per altra fonte. «_Toute l'originalité de Terramagnino_ — continua infatti il Meyer — _consiste dans le choix des exemples, en général tirés des poésies des troubadours, qu'il allègue pour justifier chacune des règles qu'il emprunte à R. Vidal, même en des cas où les faits sont tellement constants et fréquents qu'il n'est pas besoin de les justifier. Ces exemples ne sont jamais ceux de R. Vidal. Notre auteur semble s'être fait une loi de remplacer toutes les citations de son devancier; on vient de voir qu'il n'a pas toujours été heureux dans ses substitutions. La sèrie des exemples qu'il rapporte révèle des faits qui ne sont pas sans intérêt pour l'histoire de la poésie des troubadours... Terramagnino connaissait des poésies provençales qui ne nous sont pas parvenues, ou qui du moins n'ont pas été signalées jusqu'à ce jour: nous ne devons pas être surpris si, parmi les poésies d'auteurs connus qu'il cite, il s'en trouve que nos chansonniers ne contiennent pas_». Dal che si può scorgere come il trattatello grammaticale dell'oscuro rimatore pisano non sia inutile per la storia della letteratura occitanica e della diffusione di questa in Italia. A ogni modo, nonostante i molti errori dell'autore, inesperto della lingua occitanica, la _Doctrina de cort_ ci prova come i nostri piú antichi rimatori avevano conoscenza vasta e diretta della lingua e della letteratura provenzale.

v. 1. Il ms. ha «en lo».

v. 4. Il ms. ha «faut mon acort per els».

v. 10. Il ms. ha «dic» e «mils»: quest'ultimo è certo un errore di scrittura per «nuls»; ma anche questo è errato per «negus». Il ms. ha anche «reprehendre». v. 16. Il MEYER osserva che qui il verso è assai guasto; ma come correggere?

v. 36: «anars». Il ms. ha «en ars».

v. 42: «genre». Il ms. ha «jen».

v. 44: «escriutz». Il ms. ha «eseratz», che mi pare errore di scrittura.

v. 58: «genr'». Anche qui il ms. ha «jen».

v. 63: «nom». Il ms. ha «mon», errore certo di scrittura.

v. 67: «gen». Dovrebbe dire «genre»; ma allora non tornerebbe piú il verso.

v. 71: «jeu». Il ms. ha «ies».

v. 74: «genre». Il ms. ha «ien».

v. 78: «tan». Il ms. ha «can».

v. 84: «en cestui»: Il ms. ha «entestiu».

v. 85: «qu'an». Il ms. ha «qu'am».

vv. 91-2. Il passo è certamente guasto. Il ms. ha «o golim», che si può correggere con «Ugolim».

vv. 97-98. Anche qui il passo è guasto. Il senso richiederebbe che si dicesse: «E las autras qui per semblansa — mostron qualitat ses substansa»; ma questi versi non sarebbero più ottonari.

vv. 99-100. Il ms. ha «o que conta, o que fay — o que soste, o con vay»; ma, dice bene il MEYER, l'imitatore non ha ben compreso il testo di R. Vidal, che aveva dinanzi.

v. 105: «De los». Il ms. ha «dels»; ma cosí non tornerebbe nemmeno la misura del verso.

v. 131: «sotz». Forse voleva dire «totas».

v. 164: «masclin»... «femnin». Il ms. ha «mascolin» e «femenin»: ma allora non tornerebbe la misura del verso.

vv. 181-2. Alla fine di entrambi questi versi nel ms. è «mi desplay», che guasterebbe la misura dei versi.

v. 202: «quim». Il ms. ha «quin».

v. 203: «quel». Il ms. ha «qual».

v. 243: «vai». Il ms. ha «vas».

v. 268: «anar». Il ms. ha «amar».

v. 281: «cestui». Il ms. ha «testiu».

v. 286: «deman'». Dovrebbe dire «demana»; ma allora mancherebbe la rima.

v. 312: «cars». Il ms. ha «anars».

v. 313: «ris». Il ms. ha «nis».

v. 320: «luecs». Il ms. ha «luets».