Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

Part 14

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LEONARDO DEL GUALLACCA

Diresse il suo serventese a Gallo, servendosi dello stesso schema metrico usato dal suo amico e delle stesse rime.

Anche per questa poesia (che è in L e in V) riproduco la cit. ediz. del MONACI, correggendola in qualche parte.

v. 1: «lasso». V «a nasso»; ma va conservato «lasso» di L, perché è anche nel v. 1 della canzone di Gallo.

v. 4: «l'asso». È noto che nel giuoco della zara o dei dadi si faceva un tiro infelice, quando si gettava l'asso.

v. 9: «Daviso». Sta per «David» per tirannia della rima. Il ricordo di Salomone, e soprattutto il v. 10: «lo profeta piagente», fanno congetturare che qui si debba intendere il «daviso» di L e V per «Daviso».

v. 35: «né 'n versi». Cosí in V: L non ha l'«'n», dopo il «né».

v. 37: «in fallo». V ha «ispallo» e L «isfallo»; ma credo che sia indispensabile la mia correzione. Il p. vuol dire: Chi s'innamora senza essere riamato («in fallo», «a vuoto»), ho udito dai saggi che si trova assai male.

v. 40: «rifallo». Cosí in L: V ha «a rio fallo». Forse vuol dire che l'esperienza del male rifá chi ha buon senso?

v. 43: «chi quivi serra». Cosí in L: V «chi vi serra».

v. 44: «chi saglie». Cosí in L: V «s'elgli».

v. 54: «ne dan d'amor». Congetturo che, pel senso, cosí si debba leggere, e non «vedran da lor lo saggio», com'è in L, o «vedran d'Amor lo sagio», com'è in V. v. 60: «Non crea a vista né ad atto». V ed L hanno «né a matto»; ma l'assai facile correzione è suggerita dal senso.

v. 72: «abocco». Cosí in V: L ha «attoccho».

III

PANUCCIO DEL BAGNO

Non fu egli dei Bagni di San Giuliano presso Pisa, come qualcuno ha creduto; ma d'una famiglia Del Bagno di Pisa. Infatti trovo che Rainerius de Balneo pel novembre e il decembre del 1297 è anziano a Pisa (v., nella _Chronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de Pisis_, ed. da F. BONAINI, nell'_Arch. stor. ital._, 1ª serie, t. VI, il _Breve vetus seu Chronica antianorum civitatis Pisarum ab an. Dominicae Incarnationis MCCLXXXIX ad an. MCCCCIX_). Pei mesi di novembre e dicembre del 1305 è fra gli anziani Puccius de Balneo (ivi).

In una sua canzone politica, «La dolorosa noia», si lamenta di certuni, «non saggi, alpestri», degni del capestro, che lo costringevano a stare dove non avrebbe voluto, in loro soggezione. Costoro avevan tolto dal governo «i valorosi e degni e buon rettori» e avevan tratte in loro potere tutte le cose del Comune, avevan conculcato ogni sentimento di giustizia «e perdute castella e piano in guerra». Si allude sicuramente alla cessione di castelli e di parte del piano di Pisa, che fu fatta dal conte Ugolino della Gherardesca e dagli uomini di sua parte dopo l'infelice battaglia della Meloria. Non mi pare vi sia alcun dubbio che in questa canzone Panuccio si lamenti della signoria ghibellina, che il conte Ugolino della Gherardesca impose a Pisa nel 1285.

Guittoniano puro, Panuccio è, tra i rimatori pisani, il piú oscuro e il piú artificioso: la sua poesia è tutta infarcita di forme e di reminiscenze provenzali.

Le sue rime sono quasi tutte soltanto nel Laurenziano-Rediano 9 (L), pochissime anche nel Vaticano 3793 (V). Sicuramente non appartengono a lui alcune canzoni: «Quant'aggio ingegno e forza in veritade» e «Chiar' ha 'n sé valore», «Lasso taupino, in che punto crudele», e il sonetto «Quando valore e senno d'om' si mostra» che il VALERIANI (_Poeti del primo secolo_, 1) gli assegnò: L li dá anonimi.

Canzone I, v. 4 «e stat'», ecc: Intendi: il «vostr'altèro plagimento e la gran conoscenza e la valenza» hanno preso tale stato altèro e perfezione, che, ecc.

v. 15: «vui». L ha «lui»: sostituisco «vui», voluto dal senso e riferito a «donna».

v. 25: «so'». L ha «fo», che non darebbe senso alcuno, né inteso per «faccio» né per «fu»; ma mi pare il senso corra, se si sostituisca «so'» = «sono». Intendi: Non sarei («fôr'» = fôra = sarei) amato, quanto son degno di essere.

v. 32: «diven'». Intendo «divengo» e spiego: E come io, o donna, veramente divengo degno d'essere amato...

v. 38: «del». L ha «dal».

v. 40: «altèr». L ha «altero», che non può stare per la misura del verso.

v. 42: «a voi». L ha «di voi», evidentemente errato.

Canzone II. Stampo questa canzone secondo l'ottima edizione che ne ha data LEANDRO BIADENE, _Canzone d'amore di un antico rimatore pisano_, Pisa, Mariotti, 1904, per nozze D'Ancona-Cardoso.

v. 67: «di cosa». Il VALERIANI mantiene «di cosa», e arzigogola intorno alla forma provenzale «_de re_» e a quella francese «_de rien_»; ma chi mai ha usato questa forma in tal significato? Il BIADENE, p. 16, che ha ben capito il passo, costruisce: «Né mai meo cor non tenne cura di cosa che sol di servir lei», e spiega: «Manifestamente 'di cosa che' vuol dire 'di altra cosa che', oppure 'di cosa alcuna tranne che'».

Canzone III, v. 18. Questo verso è certo lacunoso, perché dovrebbe essere endecasillabo: anche il v. 19 manca di due sillabe.

v. 25: «e 'n ciò che m'era». L ha «eccio».

v. 38: «grev'è a». L ha «grev'a».

v. 48: Il verso è evidentemente guasto in L: «in me pro scende». Arrischio la mia correzione come semplice congettura.

v. 50: «gravoso... languir». L ha «gravozi». Per la misura del verso tolgo l'«e» a «languire», com'è in L.

v. 69: «in cor». L ha «il cor». Intendo: E la morte, che m'assegna, mi sarebbe vita, perché sarebbero finite le pene nel mio cuore.

Canzone IV, v. 45: «grav'è. Sembro». Cosí correggo L, che ha «sembra», e intendo: Tal cagione mi dá ria pena, che è fuor di misura grave. Cosí pensieroso sembro aver vita...

v. 50: «e piú mi». L ha «piú enmi».

v. 51: «lo spirto». L ha «spirito», che non posso accettare per la misura del verso.

v. 52: «e qual piú pregiudicio». L ha «e qual piú progiudicio».

v. 64: «pena». L ha «pene». v. 67: «dipartire». Per la misura del verso correggo L, che ha «partire».

v. 70. Vuoi dire che conoscere il male («cernendo») e perseverare in esso è fallo molto maggiore che essere nel male, cioè fallire, non conoscendolo.

Canzone V, v. 10: «natora». L ha «di natura»: il «di» probabilmente fu aggiunto per errore, a causa del «di», che è avanti a «servire».

v. 22: «per lo piacere». L ha «per lor piacere»: ma non saprei a che cosa riferire quel «loro». Intendi: Ed attendendone in parte diletto, il quale io immaginai per il piacere che ne provavo.

vv. 31-35. Passo assai oscuro. Pare voglia dire: Per qualche ora parve che mostrasse verso di me che le («i») gradisse la gioia con cui io le servivo.

v. 34: «di ciò sorrise». L ha «di ciò sormize». Correggo, intendendo: Di ciò, cioè della mia gioia in servirla, sorrise con gran benignità. Questo benigno sorriso era la dimostrazione che ella faceva «per sembianza».

v. 35: «mea vista». L ha «me vista».

v. 38: «poi». L ha «per».

v. 42: «'n morte». L ha «e morte»: la correzione mi è suggerita dal principio della strofa seguente: «Regnando in morte».

v. 50: «m'ha sí». Correggo L, che ha «usima».

v. 68: «com'al foco cero». L ha «col mal foco cero».

v. 69: «ispero». Intendi: Né alcuna cosa spero mi possa risanare, finché ella mi disdegna.

v. 70: «disdegnand'». L ha «desdignand'».

v. 77: «ma perciò». Il senso, a dir vero, richiederebbe «e perciò». Che si debba leggere proprio cosí?

Canzone VI, v. 6: «guerrero». Lo schema metrico delle strofe richiedeva qui una rima in «ore». Deve forse leggersi «guerrore» per «guerrero»? Può essere che il copista, trovando questa forma «guerrore» necessaria per la rima, l'abbia voluta correggere in «guerrero». Oppure il poeta s'è contentato d'una specie di consonanza?

v. 9: «quando». L ha «quanto».

v. 30: «senza mora». L ha «senza monora». Intendo: Ma ora che mi sono dipartito da lui, mi ricordo di tutto e ricordo quanto contrastai con lui («quanto ontai di lui») senza posa.

v. 38: «viveva dimorando». L ha «dimorava dimorando».

v. 59: «d'ella». L ha «ad ella». Intendo: Ahi! penso («aviso») che forte è il dolore, ove perda soltanto un poco di essa cosa».

vv. 76-79. Passo assai oscuro e difficile. Parmi si possa cosí intendere: Quando il suo sentire operava in me, penso («diviso») che ogni piacere languisse, quando io sentiva dolore senza che ne venisse a lei alcun male («diviso d'ognunque suo male»). Credo che forse, invece di «desentir», si debba leggere «resentir». v. 80: «e dammi noia». L ha «e dammi gioia»; ma il senso è, mi pare: E mi dá dispiacere in ciò in cui credo invece d'aver piacere.

vv. 82-85. Pare voglia dire: Desidero («desio») potere quello che ero costretto a desiderare solo da ultimo («a disiar infinale») e ben diverso da quello che non poteva mai effettuarsi.

v. 93: «ch'e' fui». L ha «che 'n fui».

Canzone VII, v. 13: «e non solo dimor'». Cosí in L. Il VALERIANI guasta il senso, per avere la misura del verso, e legge «dimorar»; laddove bastava leggere «solo» invece di «sol» com'è in L, perché il verso tornasse. v. 19: «venisse, u' sosten». Il VALERIANI stampa «'ve Pisa sosten regno», ma non vedo che ci sia ragione di allontanarsi da L, che ha come noi stampiamo. Intendo: E mi meraviglio che Dio sostenne (tollerò) che ciò avvenisse in un paese ov'egli sostien regno (in paese di cristiani), poiché essi hanno messo in «disguiglio» il comune.

v. 20: «disguiglio». L ha «disviglio», che si corregge facilmente, se si pensa alla «disguiglianza» del verso seguente.

v. 33: «ora l'hanno». Correggo, per la misura del verso, L, che ha «or l'an».

v. 40: «piano». L ha «e periano». Accetto la correzione giá fatta dal VALERIANI.

v. 42: «e che 'n vero». L ha «e che ver».

v. 53. Aggiungo un «è», che non è in L, ma che è indispensabile pel senso.

v. 55. L ha «ladron» e «mercanti».

v. 59. Intendi: E pare che dei detti signori adagi a ciascuno, cioè pare che tutti ne siano contenti.

v. 75: «sian lor piace». Intendo: E le terre che son tante perdute, non giá l'hanno volute difendere, ma piace loro che siano perdute. Il VALERIANI invece legge: «Ma perdute difender si han, l'or piace», e non so quale senso da ciò potesse ricavare.

v. 76. Intendo: E, quando è loro vietato far ciò, allora fanno pace solo per far del male agli uomini di parte avversa.

v. 79: «procederà». L ha «procedrà».

v. 91: «smodata». L ha «smondata».

v. 108: «ed ho di gravosa doglienza». Accetto la correzione del VALERIANI: L ha «ed di gravoza dogliensa».

Canzone VIII, v. 21: «diviso». Il VALERIANI stampa «divis' è da ciò», e veramente L ha «divize da ciò»; ma, leggendo «diviso», il senso è chiaro: Ma penso («diviso») ben diversamente da ciò.

v. 37: «ch'era». Aggiungo «ch'», sebbene non sia in L, pel senso.

v. 41. Il VALERIANI ha tralasciato questo verso.

v. 55: «fero». L ha «fera». v. 70: «falso». Pel senso, congetturo che cosí si debba leggere, sebbene L abbia «valco».

v. 83: «'ncontra». L ha «contra». Il VALERIANI non ha affatto inteso questo passo: malamente separa le parole di L, e legge «medico» invece di «me dico», e l'«enme» di L intende «emmi», «mi è». Cosí come lo stampo, mi pare che il passo dia un senso assai chiaro: Io dico («me dico») che somiglia a un pazzo sperimentato chi segue il suo danno ed ha contrario il bene: in me accade («'ncontra») quel che ho contato sopra.

v. 85: «allor». L ha «lor».

v. 92: «el mio tormento». L ha «en mia tormento».

Canzone IX. È soltanto nel Vaticano 3793 (V). Ho creduto però, anche per questa canzone, di seguire le forme grafiche di L, che piú si attengono all'uso del volgare pisano del secolo XIII.

v. 6: «lento». V «lente».

v. 7: «feci». V «fea».

v. 18: «ch'ove ho trovato». V ha «ch'aveo trovato». Il «trovato ho» del verso seguente suggerisce la correzione da me adottata.

v. 32: «parimento». V ha «parimente»; ma è facile la correzione, perché questa parola deve rimare con «conoscimento».

v. 38: «con seco om bene». Mi attengo a V, che ha «con seco hom bene», e correggo la lezione errata data dall'ediz. D'ANCONA e COMPARETTI: «con se combene». Intendo cosí il passo: «Voglienza d'amore» in altrui consiste in volere uomo goder bene con seco (con la donna amata): invece in me consiste in «fare lo mio piagere nel suo».

v. 40: «di fare». Cosí, certamente, e non «disfare», com'è in V.

v. 52: «a l'ofuscato». Cosí correggo V, che ha «a lo fustato».

vv. 59-62. Interpungo e stampo diversamente dal D'ANCONA e COMPARETTI, prima di tutto perché cosí si dá ad «ella» e a «mei» (me) il verbo «ha», che altrimenti mancherebbe; e poi torna meglio l'ordine grammaticale nel v. 61, che in V non dá senso alcuno: «c'acciò ch'eo son commosso». Intendo cosí: Vero è che ella non me (perché ha piú potenza di me) ha ciò per cui io sono commosso, ove ella è (V ha «eran» di facile correzione) sempre nella sua grande virtú.

v. 73: «vòl». Veramente V ha «sol»; ma il senso richiede questa correzione.

Canzone X. È soltanto in L, ed ivi è detta «rintronico», parola che pare sia una corruzione italiana della parola provenzale «_retroencha_», con la quale si voleva indicare piú la musica che la forma metrica del componimento.

v. 4: «infirma». L «infima». Intendi: Chi s'inferma gravemente, deve fare cherenza di medicina «ponderosa». Forse si dovrá leggere «poderosa», assai piú comune nell'antica poesia; tanto piú che il v. 6, «e non cui falla punto potimento», ci fa credere che il p. volesse dire «poderosa» e non «ponderosa». Tuttavia non ho voluto allontanarmi da L, che ha «ponderosa».

v. 11: «stolti». L ha «colti», che non dá senso. Intendo: Stolti coloro che aspettano a guarire del male d'amore: è difficile guarirlo, quand'esso è violentissimo.

v. 27: «l'omo». Non è in L; ma congetturo che possa mancare il soggetto del verbo «dea» del verso seguente, poiché il primo verso d'ogni strofa deve essere un endecasillabo, e questo, come è in L, mancherebbe di due sillabe: «Però en cui è poderosa».

v. 39: «eccellenza». L «eccilensa».

v. 40: «vertudiosa». L «verturioza».

v. 42: «a farne». Aggiungo un «a», che non è in L, ma che mi pare necessario.

v. 49: «vizi». L «visu». Penso che voglia dire: Credo che sia proprio dell'avversitá purgare, vincere e conculcare i vizi di ciascuno che stia pronto a volere, ché «l'avversitá» gli sarebbe di danno senza altro frutto, e ciò è pazienza che dá virtú a colui che sa pazientare.

v. 69: «Aver ch'è». L «averi den». Cosí correggo, intendendo: Dunque è buon provvedimento voler seguitare con fede e speranza («spera») e avere retto sperare in lui, che è quello che quotidianamente crea rimedi che non mai animo potrebbe escogitare eguali.

Canzone XI. È in L. Il p. parla oscuramente, in «dittato chiuso».

v. 4: «è alcun». Veramente L ha «c'alcun»; ma il senso è: Non è alcun uomo sotto il cielo con potenza di tal virtú.

v. 18: «che». L «o».

v. 31: «e». L «so».

v. 38: «conobbe». L «connove».

v. 55 e sgg. Gli ultimi versi di questa canzone sono un vero indovinello. Pare voglia dire: Ma se tale, che m'ha condotto a questo punto, volesse che giá avvenisse cosí, e se sapesse farmi avvenir ciò, divido («parto») il nome di lui, togliendone quella parte che gli sta innanzi, cioè separo «Corso» da Bonaccorso. Ma chi è mai questo Corso, col nome del quale si chiude la canzone?

v. 64: «me' so». Cosí separo «messo» di L e intendo: E so che è meglio a non dire a ciascuno il mio corso, perché non lo sappia Corso.

Canzone XII. È soltanto in L, ove è detta «quivica», «equivoca». Per capire qualcosa in questa oscura poesia, mi sono allontanato in parecchi punti dal testo datone dal VALERIANI.

v. 6: «n'ho capra». Cioè non ho che cappia, capisca, entri: nello stesso significato è usata questa parola nel sonetto di PANUCCIO, XVIII, 4.

v. 22: «nell'affannarmi». L «nell'affaimarmi».

v. 26-7: «l'autre donne». L «l'autre e donne». Ma che cosa vuol dire? Forse si allude con «petra» al nome di madonna o al luogo dove ella era?

v. 41: Verso assai difficile ad intendersi. Vuol forse dire: Ed io ho nel suo cuore grande virtú?

v. 58: «si m'è». L «sí mi». v. 63: «vidivi». L «visivi».

v. 68: «ha' mò». L veramente ha «homo»; ma è certo che qui vuoi dire che un uomo potrebbe domandargli: — Perché hai ora parlato, se anche voi in ciò pensate saggiamente? — Questo «voi» accenna forse alla persona cui è diretta la canzone?

Sonetto XIII, vv. 1-2. Il VALERIANI scioglie «sente» di L in «sent'e'» (sento eo), e a «pura la mia mente», com'è in L, aggiunge un «a» dopo «pura». Credo che abbia ragione.

v. 6: «vii». Cosí correggo L, che ha «luil».

vv. 9-10. Come si vede, mi allontano affatto dal senso e quindi dall'interpunzione del VALERIANI e intendo: Ed io dolente, quale è il mio operare? Si vede manifesto anche nel mio fallare.

Sonetto XIV. È in L. Anche per questo sonetto non ho tenuto alcun conto dell'errata lezione data dal VALERIANI, il quale interpunge in modo da mostrare di aver malamente inteso il senso. Il quale per me è questo: Se colui che regna ed è signore fosse sicuro della sua signoria, ciò, a mio credere, sarebbe ragione per la quale un uomo, che è basso, non avrebbe mai speranza di salire in altezza, ma d'aver miseria.

v. 10: «volgendo». L ha «voglendo», erroneamente conservato dal VALERIANI.

v. 17: «far». L «fa»; ma deve dipendere da «vesi», vedesi.

v. 18: «non cre'». L ha «non credo»; ma questa forma non può essere conservata per la misura del verso.

Sonetto XV. È in L.

Sonetto XVI. È in L.

v. 3: «sono». L ha «son», a cui aggiungo una sillaba per la misura del verso.

v. 11: «Postra». Cosí dice L; ma deve intendersi che questa strana forma sia stata adoperata per necessità di rima in luogo di «poscia».

v. 14: «terso». Si osservi che nel dialetto pisano si usava spesso «s» invece di «z», quindi sta per «terzo». Qui ed altrove, lo dico una volta per sempre, mantengo questa forma ortografica dell'antico dialetto pisano, per la rima. S'intende che, negli altri casi, mi attengo alle norme di questa collezione.

Sonetto XVII. È in L.

v. 10: «sé 'n tempo». Aggiungo questo «'n», che non è in L.

v. 16: «vallo». L «valle».

v. 18: Questo verso è aggiunto nel margine di L da mano piuttosto antica.

Sonetto XVIII. È in L.

v. 16: «chi non è ad esso». Veramente L ha «chi non già 'l meno sottoposto»; ma che cosa mai significherebbero queste parole? Congetturo che «ad esso» si possa sostituire a «meno», riferendo «esso» ad Amore, e si debba togliere «già», che guasta la misura del verso e non è necessario pel senso. Interpetro dunque: Perché chi non è sottoposto ad Amore può venire tosto a perfezione di bene.

v. 17: «di ben a perfezion». L «di bea perfession».

Sonetto XIX. È in L.

v. 11: «avverso». L «abbersa». Intendo tutta la strofe cosí: Ché non solo donna né uomo («converso») abbia core stanco di pensare e fare ciò per cui è perduto il bene, sicché ogni uomo leale può dire: — Non abbranco virtú, anzi il contrario («il male») — ...

Sonetto XX. È soltanto in V.

v. 11: «me tenuto tuo». Cosí deve correggersi V, che ha «me tenuto in suo agio il parere». Il senso allora è chiaro: E aggio tenuto me in tuo parere, cioè ho seguito la tua volontà.

v. 12: «cosa». L «certa», che non darebbe alcun senso.

Sonetto XXI. Anch'esso in V. È, come dicevano gli antichi, un «sonetto equivoco repetito», cioè ha le rime con le stesse voci (perciò «equivoco»); ma con significato diverso e ripetute al principio de' versi (perciò «repetito»). È difficilissimo ad intendersi.

Il ms. veramente lo reca in questa forma:

Amor sa il mio volere miso di non falla giammai non \ / \ sovra \ / \ \ Che sua virtú da me sia punto sí forte lo parere \ divizo E l'alma avinta ognora se posoo e da me non mai punto e / \ / / sovro / / \ / tucco non com elli e tanto da me astenne saetta

Et quella amore in me che tanta ed onne virtú non sol di \ / \ porto parte / \ / in che pensando benenenza sentir di lei me donne

da cui non mai lei tanto / \ regna \ / di ben di sé vero in cui

Sonetto XXII. È soltanto in V.

v. 10: «corro». V «curo».

IV

BETTO METTEFUOCO

Ben poco sappiamo di questo rimatore, e nulla possiamo ricavare dall'unica poesia che ci ha lasciata. Una famiglia di questo nome era in Pisa sui primi del secolo XIV, ed ebbe qualche potenza, perché un Bindo Mettefuoco è notaro degli anziani pel gennaio e il febbraio del 1303 (v. nella cit. _Chronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de Pisis_).

Fortunatamente questa canzone è assai meno oscura e artificiosa di quelle di Panuccio, e quindi riesce piú facile darne un'edizione soddisfacente.

È in L e in V; ma nel primo è mutila (non ve ne sono che tre strofe): la terza strofa è invece la seconda in V.

v. 13: «'nde temo». V ha «ne dotto», che pare in parte correzione di L.

v. 14: «e paur'». V ha «che paura». Troppi «che» si susseguono; mi pare quindi preferibile la lezione di L.

v. 15: «no le». Cosí V: L ha «a lei non».

v. 17: «Se vo' vegno, e non veggo». L ha «se vo veggio non vegho», ove evidentemente è errato quel «veggio»; V «s'eo vengno e non vegio». Prendo da V «vegno», correggendo per tal modo l'errore manifesto di L.

v. 18: «sprendiente». Cosí L: V ha «splendiente». Preferisco la forma data da L, perché piú corrispondente all'uso antico pisano.

vv. 19-20: «sguardi... parli». Cosí L, laddove V ha «sguarda» e «parla». Il senso e la grammatica richiedono che qui ci sia il congiuntivo: Se io vengo da voi, e non vedo che il vostro splendente viso guardi con pietà e parli con dolcezza.... L'incompiutezza della canzone in L non detrae totalmente, a me pare, alla grande autorevolezza del codice.

v. 21: «reggo». Cosí L, ed è miglior lezione che il «tegno» di V, il quale non rima con «veggo».

v. 23: «vivendo». Cosí in L: V ha «servendo»: l'idea di servire è espressa nel verso seguente.

v. 30: «mi pare». Cosí in L: V ha «mi piace», che non può ammettersi in questo luogo, essendo «piace» proprio nel verso seguente.

v. 33: «or dunqua». Cosí in V: L ha «dumque».

v. 35: «non oso». Cosí in L: V ha «no' l'auso».

v. 37: «Ben so». Cosí in L: V ha «ben credo ne moragio».

v. 39: «nonde porò». Cosi in L, in forma certo piú antica e quindi piú genuina. V ha «e non credo campare». Si sente qui, come in parecchi altri punti, che lo scrittore di V ha rabberciato il testo che aveva dinanzi.

v. 40: «grazioso». V ha «lazioso».

v. 44: «eo». Non è in V.

v. 45: «possa». Cosí in L: V ha «e poi». Anche qui è evidente l'intenzione dell'amanuense di V di correggere il testo.

vv. 46-47: «Sire Deo». L ha «sire o Deo», e V «oi sire Deo».

v. 52: «de montagna». V ha un «la» fra «de» e «montagna», che guasterebbe la misura del verso.

v. 59: «e fái». V ha «falli»; ma l'ordine grammaticale richiede qui un «e», e mi pare allora naturale la forma antica «fái», i fa, gli fa.

v. 67: «e'». È indispensabile aggiungerlo per la misura del verso, sebbene non sia in V.

V

CIOLO DELLA BARBA