Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 9
Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da Radetzky fu uno dei fatti più notevoli in quella memorabile lotta di cinque giorni, come fu uno di quelli intorno ai quali più si occupò la stampa per la circostanza che un uomo ragguardevole e certo di ingegno non comune, il noto pubblicista Carlo Cattaneo, volle appropriarsi il merito d'aver esso provocato il rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla presenza di molti testimonî, non pochi dei quali vivono ancora, non possa annoverarsi fra quelli che sia difficile l'appurare, non pertanto io confesso che mi sentirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza che provo nel combattere chi più non è in grado di difendersi. Tutti, ma sopratutto gli amici d'un defunto, possono sempre dire: _Scrivereste voi queste cose se vivesse ancora?_ Quand'anche si volesse rispondere: _le scriverei tali e quali_, a nulla servirebbe, essendo impossibile la prova; ma io volendo restringermi alla parte sostanziale di quel fatto posso dire che non mi trovo in tale imbarazzo. Per una combinazione meramente fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano nel 1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche di quell'anno. Fra i candidati del primo collegio eravi il Cattaneo e si venne al ballottaggio fra esso e l'egregio cav. Giovanni Visconti-Venosta. La lotta fu viva; i fautori della candidatura del Cattaneo per mettere sempre più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di narrare quel fatto nel senso accennato, come fosse la cosa più certa e che nessuno potesse avere l'ardire di porre in dubbio. Quel linguaggio provocante m'irritò, e richiesto dal direttore della _Perseveranza_ se non avevo difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, risposi non aver difficoltà di sorta, e gli diressi la lettera che ora ricopio da quel foglio[17]. Nulla aggiungo a quanto allora scrissi _lui vivente_, e credo sia il modo più delicato di rispettare la sua memoria, senza celare la verità.
Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale che precede la lettera stessa perchè i due scritti si collegano.
«Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cattaneo da sè, e tanti altri gli dànno, d'aver egli impedito l'accettazione dell'armistizio proposto da Radetzky, nella terza delle Cinque Giornate, abbiamo voluto interrogare una persona che era presente, il signor Torelli, quel medesimo che portò il primo la bandiera sul Duomo, e venne posto all'ordine del giorno durante le Cinque Giornate stesse.
Egli ci ha risposto colla seguente lettera:
«Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non minore al certo di 14 o 15, poichè oltre il Governo Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il Comitato di difesa[18], il presidente Casati espose la domanda di sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi prendesse primo la parola non rammento; certo, il signor Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma su quel numero di presenti tre soli opinarono per l'accettazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di rettorica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzky che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere le ragioni degli altri, aggiunsi solo: che nella mia qualità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si andava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si avesse accettata la sospensione, i combattenti l'avrebbero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l'ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che spero ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, _no, no, non accettiamo sospensione_, e questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio. Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che si può addurre come di gran servizio reso al paese.
_Tutto vostro_ LUIGI TORELLI.»
Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel Consiglio, trovai un signore che veniva a chiedere mano forte contro la direttrice di uno stabilimento d'educazione, certa madama Enrichetta Smith, superiora del collegio detto di S. Filippo, dove venivano educate giovinette d'ogni parte della Lombardia, appartenenti a famiglie distinte; il Governo vi aveva ingerenza nella nomina della superiora, dei professori e delle fanciulle ammesse ai posti gratuiti; passava per aristocratico, ma aveva credito di buon istituto di femminile educazione.
Ora quel signore era venuto ad avvertire che il collegio era esposto ad una possibile invasione de' Tedeschi accampati a poca distanza sul bastione, ma che essendosi fatta la proposta alla direttrice d'allontanarsi, essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto pericolo. La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di alunne di quel collegio, i quali insistevano per lo sgombro di esso; e già era la seconda volta che veniva quel signore a tal uopo, dacchè la prima volta non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo. Il fatto di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo aiuto; e come la città era piena di racconti di invasioni, io al quale quel signore si era rivolto, non potei a meno di riconoscere che se quell'istituto era realmente così esposto, la cosa meritava seria attenzione. _Venga lei, venga lei_, mi disse allora quel signore. _Davvero è una spedizione ben poco marziale_, risposi scherzando; tuttavolta mettendomi nei panni dei genitori lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella parte che veniva notata come molto esposta. La persona ch'era venuta a chiedere un atto di autorità contro madama Smith, partì tosto che ebbe la mia risposta, per communicare la notizia ai parenti che lo avevano spedito. Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio, ma ignorava il luogo preciso dove si trovava; epperò recatomi nel vicino ampio corritoio e visti alcuni giovani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo ove voleva recarmi per quella missione. Si presentarono subito due giovanotti e si partì senza indugio. Strada facendo combinammo il piccolo nostro piano. Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei giovani, col maggior garbo possibile, a voler accontentar i parenti che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più che essa non ci perde nulla, nè vorrà darci ad intendere che le fanciulle studiano. Se poi non si arrende, l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove, perchè in queste circostanze non si possono fare complimenti e bisogna sbrigarsi presto. I due giovani erano contentissimi; quella spedizione si presentava loro come una piccola avventura lieta in mezzo a tanti fatti serii.
Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del ponte di Porta Tosa, passato il palazzo Sormani presso l'istituto della Guastalla, ma per arrivare alla fronte del collegio conveniva passare innanzi a quell'istituto e piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava il fabbricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo già nella via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco, quando uno de' miei giovinotti: _Ma eccole_, esclamò, _escono di già_, e lo disse quasi con rammarico, perchè tutta l'avventura andava evidentemente in fumo.
Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal centro, e precisamente quasi di contro alla chiesa di quell'istituto, si apre una via interna rinserrata fra muri, che direbbesi un viale piuttosto lungo che riesce al locale di S. Filippo, ma al lato opposto della fronte. Era probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizî che richiede un grande stabilimento; la porta che mette sulla via era spalancata, e quel viale presentava la scena la più allegra ed animata, dacchè stavano ivi raccogliendosi le giovinette alunne saltellanti e giulive che abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo sui due piedi a contemplare quello spettacolo. A me, che tutto il giorno era stato sempre compreso d'idee gravi, torbide, tristi, parve d'essere trasportato in un'oasi tranquilla e gioconda; trovava anzitutto naturale quell'allegria nelle giovinette. Per esse la prima buona conseguenza di quel grande trambusto era la sospensione d'ogni studio e lavoro, non potendosi pretendere che in simili occasioni si abbia lena e calma per attendere alle occupazioni consuete.
Del timore di un'invasione quelle non se ne davano pensiero, sicure che se pericolo vi fosse, altri avrebbe provveduto: sentivano invece la propria importanza. Come poi fosse avvenuta la conversione della direttrice non saprei dirlo, poichè quando io vidi che lo scopo era ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler conoscere madama Smith. Evidentemente o essa, senza attender altro, erasi impaurita del pericolo ed aveva dato l'ordine della partenza anche prima di sapere che veniva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era affrettata a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più probabile, atteso il poco tempo che io aveva posto fra la determinazione di andare e la sua esecuzione. Erano lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua moglie, e credo che per opera loro fossero condotte quelle fanciulle nel centro della città. Se taluna di quelle giovinette, che ora saranno mamme di altre consimili giovinette, avesse per avventura a leggere questo scritto, non durerà fatica a richiamarsi alla memoria quella scena di tripudio che allora tanto mi esilarò. Ma l'allegria doveva durare ben poco.
Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si presenta un signore che si era informato della mia missione, e salutatomi con molta deferenza: _Signore_, disse: _Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste giovani che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso havvi un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto. Non crederebbe di provvedere anche per quelle?_ — _Io ignoro completamente_, risposi, _l'esistenza di questo stabilimento, ma non può esservi dubbio che bisogna pensare anche ad esso. Favorisca di condurmi_. Preso commiato con le debite grazie dai due giovani ch'erano venuti meco per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova guida. Fra i molti stabilimenti di carità che annovera Milano, havvene uno destinato a raccogliere orfane e figlie di poverissimi genitori che s'intitola, dal suo fondatore, _Ospizio Castiglione_. È situato in vicinanza della citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di Porta Tosa, da cui non era allora diviso che per un muro, il quale separava un terreno posseduto dal detto stabilimento da altro terreno annesso allo stabilimento di alienati, detto la _Senavretta_, che spingevasi precisamente fino al bastione.
Quel signore, per far più presto, mi trasse a traverso gli orti, e giunto colà, mi presentò alla superiora come uno del Comitato di difesa che veniva per prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora trovai un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero titolo di economo. Ambidue erano abbattuti; la superiora invece donna piccola, ma piena di spirito, non dava segno di turbamento e rispose con calma e precisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo a cui quello stabilimento fosse esposto, basti il dire ch'era di gran lunga maggiore che a S. Filippo. La superiora mi chiese se volessi vedere le allieve. _Ben volentieri_, risposi.
Mi condusse allora in un locale a pian terreno ampio, con gran finestroni tutto all'ingiro che scendevano sino a terra; si vedeva a prima giunta ch'era stato fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente edifizio, nè poteva essere più opportuno allo scopo, dacchè era agevole dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria ad ogni istante.
Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute su panche, poste in linea orizzontale a traverso della gran sala con un largo spazio nel mezzo. Al mio entrare colla superiora, si alzarono; io pregai le maestre che le facessero sedere, e cominciai a percorrerne le file. Il loro aspetto inspirava tristezza, perchè si vedeva che le poverine erano comprese dallo spavento, e pallide per notti insonni presentavano un contrasto strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco prima le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero: _Noi poverine, noi siamo di nessuno_. Vi erano giovinette di sei e sette anni, altre più adulte. Accarezzando le più piccole, cominciai a dirigere loro delle parole di conforto, e prima di partire tenni un breve discorso a tutte. Dissi loro che le cose andavano bene, che si facessero coraggio, che non si credessero abbandonate, che si pensava anche ad esse. Mi parve che si rianimassero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi: condurle via era impossibile pel troppo numero; ma avendo osservato certo muro di cinta verso la città, pensai che praticando in esso un'apertura, si poteva andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbreviando il cammino, e collocandosi all'estremità del fondo verso il bastione una sentinella, si poteva esser sicuri d'aver il tempo di fuggire. Cotesto partito lo suggerii, ed ella mi disse che il medesimo consiglio erale stato dato da non so quale ingegnere, e che l'avrebbe seguìto. La consigliai anche di non tenere le alunne immobili, ma di svagarle col farle movere, al che pure annuì. Dopo dati quei consigli, dissi alla superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi dovessero venire, ma ch'io credeva la cosa poco probabile, perchè il fatto ch'essi avevano lasciato volontariamente posizioni forti, dava indizio che si concentravano per ritirarsi, onde era probabile che altro non seguisse. _E lo stabilimento della Senavretta?_ mi disse, non so se l'economo od il sacerdote che erano presenti. _Oh! io non saprei che farci_, risposi; _se i Tedeschi vogliono pigliarsela coi matti, sono padroni, ma non lo credano._ E preso commiato da quella brava donna piena di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della città andando difilato a casa Vidiserti.
CAPITOLO OTTAVO
La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome del Governo.
Qual fu il mio stupore, allorchè, entrato nel cortile dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure accovacciati nel cortile stesso! Compresi tosto che doveva essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i soldati che si trovavano nel locale del Genio situato nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedizione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io provassi d'essermi trovato assente, ma una notizia più crudele, mi attendeva. _L'Anfossi venne gravemente ferito_, mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con lui. — _Ma dov'è? Dove l'hanno portato?_ chiesi tosto: _voglio andare a vederlo_. Egli tacque; ma un altro signore: _A che serve celarlo?_ soggiunse; _non sono momenti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è morto_. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un angolo volli rimaner solo per qualche istante; ma non vi era rimedio, e l'unico mezzo per onorar la sua memoria era quello di crescere di zelo e di attività nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire nulla; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo. La notte era già vicina, sicchè andai subito a far una ispezione ai Portoni di Porta Nuova.
Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria, sì che la passammo facilmente, io, l'Anfossi ed i tre altri compagni, era stata sostituita da una delle più solide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costruzione; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva fatto una barricata che andava quasi fino alla vôlta di ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e molto; enormissimo poi era lo spessore di quella barricata, nè si avevano palle di cannone che potessero trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già inoltrata tornai all'ufficio, ove appresi che avevano mandato a dire di curare anche il Genio di fresco conquistato. _Ma come mai_, dissi, _si troveranno ora combattenti ancor disponibili? Farò il possibile._
Uscii ed andai di nuovo dal Manara, la cui posizione era fortissima e difesa da un buon numero di uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che avrei potuto trarne partito col mandarli al piano superiore del locale del Genio per difenderne da colà l'ingresso con sassi e mattoni, benchè non sapessi troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in luogo tutto cinto da barricate.
Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai soldati delle stesse palle; ogni casa che si credeva in pericolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Taverna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in una delle stanze che dànno sulla via de' Bigli un gran cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il mio divisamento, entrammo nel locale del Genio. Occupava esso un vasto spazio, ossia all'incirca quello ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, estendendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale pure era stato dato il fuoco, come alla porta principale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo conosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14 in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in diretta comunicazione con un atrio ampio ma basso, nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto il locale nel suo insieme era disadatto, con un sol piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto. Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo per una scala situata al lato orientale sotto il portico. Al nostro arrivo trovammo un individuo ch'era stato posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione e lo richiesi di aprirmi. _Ho lasciato le chiavi a casa_, mi rispose, _ma abito vicino e vado tosto a prenderle._
Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà. Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in onta alle mie raccomandazioni, ch'erano sempre di andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si esaurivano. Allora nè dissi nulla nè chiesi spiegazioni, perchè tale e tanta era la mia stanchezza che risparmiavo anche le parole. Convinto che al momento nulla eravi da temere, ritornai presso i miei colleghi, ma prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra sulla sua spalla, dissi: _Bravo, bravo_. Il locale era oscurissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi addentro dalla porta principale; non rispose motto, solo avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di pennacchio. Notai questo incidente nel modo più positivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia, perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano cappelli e berretti d'ogni forma possibile. Ritornato a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sentinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggiamento; cannoni postati a poca distanza della contrada dell'Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe, con grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle andavano a battere contro la barricata che chiudeva la via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed il custode che aveva detto di essere vicino, non viene; dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, perchè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause possibili di tanto ritardo, quand'ecco ad un tratto si presentano due armati al lato opposto del porticato, spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritirandosi immediatamente. _I Tedeschi_, esclamammo tutti. Per una di quelle strane combinazioni che si spiegano coll'oscurità e con la furia, benchè ci facessero fuoco addosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fossimo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. _Usciamo_, dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale eravamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro partito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa, è facile l'argomentarlo. _I Tedeschi nel Genio! Ma d'onde venuti? e come? Per prima cosa_, dissi ai miei compagni, _conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere._ Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. Allora uno dei giovani annunciò il fatto. _Oh, impossibile!_ fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e finalmente gli volge queste precise parole (s'intende in dialetto): _ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno sparato sul muso in questo momento!_ Io aveva troppa fretta per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che dei due non armati non poteva più trarre partito alcuno, dissi loro: _Io credo che il meglio per essi sia che vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il Monte di Pietà_. Li salutai e m'incamminai subito, e solo, per detta via, che da quel lato ha principio precisamente al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata; colà giunto dissi loro: _I Tedeschi sono nel Genio_.
_Oh lo sappiamo, e già da un po', e vogliamo riprenderlo._
_Benissimo_, replico io.
Ma non erano tutti di questo avviso: _non sappiamo nulla sul numero_, dicevano i dissidenti; _è oscuro; aspettiamo l'alba_.