Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 7

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_Davvero, se riuscisse_, dissi io, _sarebbe un bel colpo_. Or siccome io aveva dovuto stare inerte mezza giornata, credetti che spettasse a me l'arrischiarmi a far qualcosa di segnalato; onde rivolto al Casati: _Signor podestà_, gli dissi, _vado io_. Dapprima v'ebbe un momentaneo silenzio, ma tosto fu rotto da diverse esclamazioni di _bravo, bene!_ Io mi apparecchiava ad andare senz'altro; quando, fra la folla si fa largo una persona che non avevo veduta mai, grande, con volto abbronzito e pieno d'espressione, che mi dice: _Vengo anch'io_. Uno del Municipio me lo presenta e mi dice: _Questo è il signor Anfossi_; e presenta me a lui. Gli stendo la mano, e dico: _Andiamo_. Quando appresi che vi erano Ungheresi, pensai che sarebbe bene rivolger loro il saluto sempre caro all'orecchio ungherese, di _Eljen Madjar_, che significa: _Evviva l'Ungheria_; ma, temendo di non pronunciarlo bene, mi rivolsi ad un Litta Modigliani, ivi presente ch'era stato a Vienna, ed in diplomazia, e gli chiesi se il mio modo di pronunciarlo andava bene. Mi rispose che sì, ed armato di quel solo talismano, confidando nella fortuna, ci ponemmo in cammino io e l'Anfossi; nessun altro ci seguì. Usciti dalla via de' Bigli, ed avendo appreso che tutta la via di Brera era occupata dai Tedeschi, andammo per le vie di Croce Rossa, Borgo Nuovo e Fiori chiari, e sboccammo sulla larga via avanti al palazzo di Brera. Colà arrivati, io trassi il fazzoletto bianco che teneva alto in segno che venivamo con intenzioni pacifiche, ed andammo diritti verso il fitto della soldatesca, che, del resto, era totalmente separata dai cittadini. Al primo arrivare io pronunciai, con tutto l'entusiasmo possibile, l'_Eljen Madjar_, gettandomi in mezzo agli Ungheresi che in realtà formavano la grandissima parte di quella truppa, e, per verità, v'ebbe un istante che credetti che il colpo andasse bene. _Eljen, eljen!_ risposero non so quanti, e mi stringevano la mano. Rivoltomi ad un maggiore che comandava quella truppa, ch'era un battaglione intero, lo salutai col miglior garbo possibile, e quindi entrai in argomento, dicendogli che, al punto in cui erano le cose, mi pareva che l'umanità esigesse di non fare inutili sacrifici, e perciò si arrendesse, e stesse certo che se gli avrebbero avuti tutti i riguardi possibili. Il maggiore si trovava precisamente presso la prima porta, sempre chiusa, che si incontra venendo dal centro della città; piovigginava, ed egli era chiuso in un gran mantello impermeabile. Mi ascoltò con mirabile freddezza, senza far gesto o movimento di sorta, guardandomi con un'espressione piuttosto di curiosità che altro e quand'ebbi finito: _No_, rispose, _non lo posso: non fate ostilità voi e non ne faremo noi_.

Io rimasi sorpreso di questa risposta e la partecipai all'Anfossi. Un gran cerchio di soldati s'era fatto attorno a noi. Rimanemmo alcuni istanti perplessi, quando l'Anfossi si curva su di me e mi dice a bassa voce: _Caro mio, andiamo; ci potrebbero condurre in castello_.

Nulla di certo avrebbe potuto impedirlo; ma non solo a me non era passato pel capo quel pericolo, ma anche dopo che l'Anfossi mi rese avvertito, non lo temetti, e ciò per la ragione che l'ufficiale aveva pronunciate quelle parole con un'inflessione di voce quasi dolce. L'Anfossi, che non conosceva il tedesco, non poteva trarne la conseguenza trattane da me, che, in fondo, non solo non fosse ostile, ma quasi desideroso di componimento. _Voglio tentare ancora_, dissi all'Anfossi; ma egli non aspettò, e se ne partì. Avvicinatomi di nuovo all'ufficiale, cominciai con un argomento che parevami della più chiara evidenza: _È impossibile_, gli dissi, _che possiamo rimanere in tale stato di cose: conviene che si venga ad una conclusione_; e tornai al solito argomento de' poveri soldati sacrificati inutilmente, ma tutto fu inutile. Ascoltò di nuovo la mia omelia, colla stessa freddezza, e poi rispose: _Non fate nulla a noi, e noi non faremo nulla a voi_; ma questa volta in modo più risoluto. Compresi che non mi rimaneva che d'andarmene col mio fiasco. Salutato il maggiore, che rispose al mio saluto, ripresi la stessa via che aveva fatto venendo. La piazzetta avanti al Comando generale, fiancheggiata ora da una casa nuova alta, lo era in allora da una chiesa o cappella intitolata a S. Eusebio ed unita a casa Castelbarco, ed aveva arrotondato il canto, fra la stessa piazza e la vicina di Brera. Girando quel canto, quasi di nascosto, alcuni soldati si erano recati sul davanti di casa Castelbarco, ove più non erano veduti dagli ufficiali. Io mi tenni presso quel lato, e appena mi trovai fuori dallo sguardo degli uffiziali mi vidi avvicinato da quattro soldati; uno italiano, gli altri Ungheresi. Mi balenò un lampo di speranza, che almeno una conquista in piccolo io la potessi fare, inducendo que' soldati a venir meco; ma, quale illusione! essi mi chiesero tabacco. Io non ne aveva, perchè non fumo; epperò loro dissi fra lo scherzo ed il serio: _Venite con me, e ve ne darò quanto ne volete_; ma non vennero; solo l'italiano voleva che tentassi ancora di persuadere l'ufficiale, ma gli risposi ch'era tempo perduto. Quel piccolo fatto però accaduto a me stesso, mi spiegò come que' cittadini, venuti colla piena convinzione che il colpo potesse riuscire, erano in buona fede, e sbagliavano solo nel giudicare la condotta passibile degli ufficiali. Tornando malinconico su' miei passi, pensava all'efficacia della disciplina. Non pertanto, volli render conto della mia missione ai membri del Municipio, che fino allora non avevano altra veste. Il Casati mi ringraziò, e mi comunicò che mi avevano nominato aiutante dell'Anfossi, il quale faceva da capo: eravi anche un altro aiutante, del quale ho dimenticato il nome, ma che vidi, dopo il 1860, maggiore nella guardia nazionale di Milano. Benchè il colpo andasse fallito, non aveva mancato di fornirmi una prova che il morale de' nostri sì potenti nemici era scosso; la risposta datami dal maggiore non voleva uscirmi dal capo; una sospensione delle ostilità, senza che l'una o l'altra parte rimanesse padrona della situazione, era inconcepibile. Nel fondo io ci vedeva l'irresoluzione, e mi pareva già molto.

La giornata del 19 volgeva alla fine; era stata importante; sopratutto per il successo a Porta Nuova, dovuto principalmente all'Anfossi. Quegli archi che i Milanesi chiamano _Portoni_, rappresentano, o, diremo meglio, richiamano una delle conquiste più felici di que' giorni; padroni di essi, noi avemmo una linea decisa di difesa. Dopo essere uscito di nuovo, e fatta non mi rammento bene quale ispezione, tornai a casa Taverna, ed entrato nella prima sala che trovasi dopo il piccolo corridoio che s'incontra al primo piano, sentii il Giulini che esclamava: _È qui il Torelli; ci rimettiamo a lui_. Come è facile il supporre, io non compresi nulla di quella frase, ch'era evidentemente la conclusione di qualche discussione; or ecco che cosa vi aveva dato origine. Io ho già narrato come il Municipio, ritirandosi dal palazzo di Governo, conducesse seco ostaggio il Vice Presidente conte O'Donnell; in casa Taverna gli era stata assegnata una bella stanza al primo piano con prospetto sul giardino attigua a quella ove sedeva il Municipio stesso. Quantunque non potesse uscire era vigilato anche colà da una guardia e questa avendolo veduto a scrivere, mise il campo a rumore e provocò osservazioni e consulte. Tosto taluno propose di impadronirsi dello scritto; altri reputava il passo troppo duro, dacchè qualunque cosa avesse scritto, non ne poteva sorger guaio non comunicando egli con nessuno. Si insisteva da una parte e dall'altra; finalmente si venne ad una specie di compromesso e fu questo, che si mostrasse lo scritto a persona di confidenza del Municipio, e se questa assicurava che nulla conteneva da tornare a nostro danno, si restituisse senza chieder conto dell'argomento. Lo scritto era in tedesco, e fu giuocoforza andar in cerca di qualcuno che conoscesse tal lingua. Io arrivai a caso in quell'istante e veduto dal Giulini, gli diedi causa di uscire in quell'esclamazione che al momento doveva essermi inesplicabile. Io era così lontano dall'attendermi quell'incarico, chè sino a quel punto ignorava completamente che l'ostaggio fosse colà e per di più non aveva veduto mai quel personaggio. Accettai però l'incarico, che infine era la mitigazione di un atto veramente duro, quale sarebbe stato quello di togliergli senz'altro lo scritto. La stanza assegnata al prigioniero era prossima ad un gabinetto stretto stretto che serviva da studio all'ottimo Carlo Taverna, diviso solo per una scala interna, da quella. Il prigioniero che il giorno innanzi era ancora il capo del Governo di tutta la Lombardia e di diritto lo era ancora, fu fatto passare in quel gabinetto ov'ebbe luogo il mio incontro con lui; egli era accompagnato dal conte Casati che doveva presentarmi. In quali termini fosse prima stata annunciata all'O'Donnell quella determinazione, io lo ignoro; ma rammento in modo preciso che entrando nel gabinetto disse al Casati queste parole: _Veggo che mi trattano proprio da prigioniero_. Il buon Casati gli rispose protestando ed insinuandogli che volesse far ragione alle circostanze ed alle difficoltà della sua posizione; poi, molto commosso, sedette su un piccolo sofà. Io ed il prigioniero ci avvicinammo ad un tavolino presso la finestra sul quale eravi una lampada, ed egli estrasse il manoscritto che cominciò a leggere: ma io lo interruppi dicendo: _Non permetto ch'ella si scomodi; la scrittura è chiara; voglia favorirmela_. Il tono col quale pronunciai quelle parole, esprimeva spiccatamente il rispetto alla sventura e lo rincorò; sicchè a sua volta mi consegnò lo scritto con tale atto che significava: Vi ringrazio del vostro contegno. Lo scritto era una narrazione degli avvenimenti, un rapporto diretto al Ministero di Vienna; ma in esso non era cosa alcuna in aggravio del Municipio e dei cittadini, e invece ei si lagnava amaramente della polizia, asserendo che essa non aveva mai conosciuto lo spirito pubblico, correndo dietro a dicerie su tali e tali persone ed a pettegolezzi. Il racconto giungeva sino al momento dell'abbandono forzato del palazzo di Governo, e faceva precisamente menzione anche dell'arrivo dell'arcivescovo, notando come avesse una coccarda tricolore sul cappello (io l'aveva veduta alla bottoniera, ma l'O'Donnell diceva positivamente sul _cappello_: credo che l'avesse in entrambi i luoghi). Letta che ebbi quella relazione, dichiarai che conteneva assolutamente nulla che potesse comprometterci; al momento non volli però dar conto a nessuno del contenuto; lo narrai più tardi, finita la lotta, non essendovi più ragione alcuna di farne un segreto. La soluzione venne comunicata all'O'Donnell, al quale fu restituito il manoscritto me presente, e parve esilararsi; era una bella persona e sopportava con dignità la sua sventura. Uscito di nuovo coll'Anfossi, facemmo una ispezione; poi, essendo già la notte molto avanzata, rientrammo e ci coricammo nell'angolo di una sala e prendemmo alcune ore di riposo. Il domani (20) eravamo in piedi prima dell'alba; io andai ai Portoni di Porta Nuova ed a S. Babila, diedi alcune disposizioni e ritornai a casa Taverna sempre di buon'ora. Al mio arrivo vidi un agitarsi insolito nell'atrio e nel cortile, ove si udivano le parole _polizia_, _duomo_: affrettatomi a salir le scale trovai la prima sala piena ed appresi che i Tedeschi durante la notte avevano abbandonato la Polizia ed il Duomo; tutti però non vi prestavano fede, e molti la credevano una finzione, un'astuzia per attirare i cittadini e farne poi man bassa. La Polizia ed il Duomo erano due punti essenzialissimi. Qui è d'uopo però spiegare la parola _Polizia_. La gioventù e le persone in genere che non hanno oltrepassato i 40 anni[13] non possono averne un'idea esatta. Chiamavasi _Polizia_ tutto il complesso dei fabbricati nella via Santa Margherita ove si trovavano gli uffici che in oggi si chiamano di _Sicurezza pubblica_, non che le carceri preventive e correzionali; ma il concetto che il popolo aveva di quell'insieme, le idee che destava il nome di _polizia_ erano ben diverse da quelle che desta la moderna denominazione. Oggi tutti sanno che nelle carceri ovunque siano, non si conducono che quelli i quali attentano alla vostra proprietà ed alla vostra vita; ma allora!! Si figuri il giovine lettore che la frase: _L'hanno condotto in Santa Margherita_, equivaleva a dire: _Per un pezzo quell'uomo non vede più luce_, — _è scomparso_, — _starà a Milano, verrà condotto lontano, nessuno lo sa_. Prima del 1848 non si andava però sino a temere della vita: nessuno venne ucciso, come direbbesi, alla sordina, ad uso del medio evo. L'Austria aveva fatto processi politici più o meno regolari, prima d'allora; vi erano state condanne a morte, ma nessuna esecuzione; più tardi vennero anche queste, ma fino al 1848 il patibolo non era stato asceso di fatto da nessuno; non pertanto l'essere messo in prigione per ragioni politiche, l'esser condotto a Santa Margherita era cosa che faceva spavento. Fra gli agenti di polizia i più detestati erano gli Italiani. Il popolo col suo buon senso comprendeva ch'era impossibile che i Tedeschi ci potessero amare o potessero ammettere il nostro diritto di voler comandar noi a casa nostra; ma non poteva tollerare che gli Italiani fossero più zelanti persecutori de' Tedeschi stessi. Vi erano commissarî di polizia che avevano accumulato sul loro capo un odio indescrivibile; i nomi del Bolza e del De Betta erano popolarmente esecrati, nè ci aveva classe di persone che non li conoscesse. Era allora capo della polizia il barone Torresani Lanzenfeld, tirolese. Non credo che personalmente fosse un cattivo uomo; ma aveva usurpata la fama di uomo molto abile, non essendolo punto, come osservò lo stesso O'Donnell. Il caseggiato materiale di Santa Margherita si estendeva molto addentro dalla parte ove erano le carceri; non eravi una divisione precisa fra carceri comuni e politiche; nella prima che si trovava esser libera si metteva l'uno o l'altro arrestato, senza però mescolare i detenuti, almeno per norma generale. Comunque sia, in tutte le sfere della società il nome di Santa Margherita era conosciuto e temuto. Allo scoppiar della rivoluzione quel locale, già sempre ben munito, era stato rinforzato con truppe e si era difeso con danno non piccolo dei cittadini; all'udire che lo avevano abbandonato volontariamente durante la notte, sorse quel dubbio d'un tranello, diviso dalla grande maggioranza degli accorsi a dare la notizia. Quanto al Duomo era la stessa cosa. Il Duomo, quella meravigliosa cattedrale, che è il vanto secolare di Milano, e s'identifica talmente con tutto il suo essere passato e presente, che volendosi rappresentar la città per mezzo d'un monumento, si sceglie sempre quella mole marmorea cotanto caratteristica perchè gigantesca e gentile ad un tempo; il Duomo, dico, ebbe una larga parte nella rivoluzione del 1848. Allorchè scoppiarono i primi moti, il posto del Palazzo reale al fianco sinistro del Duomo, venne rinforzato con truppa ed artiglieria. Vicino al Palazzo reale havvi l'Arcivescovado, che i Tedeschi occupavano del pari, tenendosi così padroni del vasto tratto compreso fra la via dei Restelli, la via Larga, Piazza Fontana ed il fianco sinistro del Duomo. Dall'Arcivescovado si entra in Duomo per mezzo di un passaggio sotterraneo comodissimo, aperto, se non sempre, in molte occasioni festive al pubblico; i Tedeschi entrarono per quel passaggio nella chiesa e sbarrarono le porte, con che trasformarono il Duomo in una vera fortezza. La parte superiore, che forma un seguito di vie, di piazze, di androni di marmo lavorato con l'arte più squisita, divenne la loro rôcca, il loro campo principale, il centro del loro fuoco. Le innumerevoli guglie erano le loro barricate, e giammai, dacchè si combattè dietro barricate, ve n'ebbero di così preziose. Non si ha che a gettare uno sguardo su quel gigante che domina Milano, per comprendere che cosa si poteva fare essendo padroni di quell'altura, ove si può circolare con tutta sicurezza e che si presta egualmente all'offesa ed alla difesa. Vi salirono cacciatori e fecero molto male, sopratutto il primo giorno. Nella notte dal 19 al 20 abbandonarono non solo quella posizione ch'era fortissima, ma tutto il circuito in loro possesso, ossia il Palazzo reale e l'Arcivescovado. Se non che per la stessa ragione adotta per la Polizia non si voleva credere alla sincerità dell'abbandono. Si discuteva in casa Taverna sul da farsi: taluno voleva che si accertasse subito il fatto; altri consigliava la prudenza, dacchè presto la cosa si sarebbe chiarita senza sacrificar nessuno; ma l'Anfossi, perduta la pazienza: _Finiamola_, disse, _io vado alla Polizia e Torelli andrà al Duomo_. Detto fatto ci poniamo in cammino. Ei volge a destra per la via S. Vittore 40 martiri[14] ed io prendo la via S. Pietro all'Orto, perchè era la meno ingombra di barricate. Essa sbocca sul Corso, che legalmente allora doveva chiamarsi Corso Francesco, ma che il pubblico chiamava sempre, come dissi, col nome antico e storico di Corsia de' Servi. Durante la traversata della via di S. Pietro all'Orto, pensai che sarebbe stato utile il munirmi d'una bandiera, onde arrivando sulla grande guglia ove aveva deliberato di salire, potessi dar con quella un segnale anche ai lontani, che i cittadini erano padroni del Duomo. Allorchè sboccai sulla detta Corsia mi si presentò una scena molto animata; quasi tutti i terrazzini, e non havvi casa che colà non ne abbia, erano pieni di gente, uomini, donne, giovani, vecchi; parlavano forte, gesticolavano, mostravano il loro tripudio; la notizia dell'abbandono del Duomo era corsa ma congiunta ancora al sospetto che l'abbandono fosse simulato; chi credeva, chi non credeva. Nella via vi era pochissima gente. Recatomi sotto uno dei terrazzini, tappezzato di bandiere tricolori e credo in vicinanza dell'Uomo di Pietra, pregai che mi si desse una bandiera annunciando che voleva portarla sul Duomo. _Subito_, mi rispose una signora molto gentile, e mi porse una bandiera. Era di discreta grandezza con la sua asta proporzionata. Allorchè mi avviava sempre solo, incontrai un giovine che aveva conosciuto alla barricata di San Babila: gli dissi che andava sul Duomo e se voleva accompagnarmi. _Accetto_, rispose, e continuammo assieme; il Duomo ci era sempre in vista e già divorava cogli occhi la cupola, quando arrivato allo sbocco della via di S. Radegonda sentii alcuni a dire: _Ma dove va? — Sul Duomo_, risposi io. — _Ma badi che ci sono ancora i Tedeschi._ A quel punto noi eravamo arrivati al fianco stesso del Duomo, ed io studiava il passo perchè ero impazientissimo; ma giunto a poca distanza dal _Coperto dei Figini_ alcuni cittadini, accortisi ch'ero risoluto ad entrar in Duomo mi gridarono: _No, no, per carità, vi è tradimento... vi è tradimento! Badi alla mina._ — Frattanto io aveva percorso tutto il fianco e, giunto alla fronte, vidi aperta la porta della chiesa e qualcuno sulla soglia. _Ebbene_, dissi ai cittadini che dal portico dei Figini mi gridavano di non andare, _io dico che sul Duomo non vi è più nessuno_. Era evidente che chiunque vi fosse stato poteva dirsi un uomo perduto; ora i Tedeschi sapevano far troppo bene la guerra per commettere simili errori. Pienamente persuaso che nessuno più non vi fosse, e pressato dall'ansia di dare il famoso segnale, salii di corsa la gradinata ed entrai in Duomo per la seconda porta.

A quel punto eramisi aggiunto un terzo compagno, precisamente al momento che girato il fianco del Duomo giudicai ch'esso era libero; ed era un mio fratello per nome Giovanni Battista, il quale dimorava nel borgo Monforte, e avendo preso parte al combattimento, veniva a veder che cosa accadeva nel centro della città. _Vieni anche tu_, gli dissi, e venne. Io precedeva i compagni colla bandiera e salii il primo la stretta scala granitica che riesce al vertice del Duomo con interminabili piccoli ripiani ove a stento possono darsi il cambio due persone. Non so quanto tempo impiegassi, ma di fermo ben poco. Io aveva una certa famigliarità col Duomo, perchè non passava mai anno che in qualche limpida giornata non mi recassi sulla maggior guglia a contemplare il bellissimo panorama che da quella si gode; il che mi tornò utile assai, poichè chi non ha pratica, può perdere ben molto tempo prima di trovar la via a superare tutti quei piani che si incontrano dopo che dalla stretta scala interna si arriva al primo ripiano.

Oltre l'ansia ben naturale di recare quel famoso segnale, aveva in mira di persuadere al più presto possibile del loro errore i gridatori _al tradimento; alla mina_. Giunto sul primo ripiano accennato, traversai di corsa quella specie di corridoio o galleria marmorea che si estende da un capo all'altro quanto è lungo il fianco verso la Piazza Reale, e salii la lunghissima scala scoperta che conduce al piano superiore. Siccome eravi chi stava all'erta se mi vedevano arrivare, così non aveva ancor finito di traversar la galleria che cominciarono gli evviva; io non mi fermai un istante, ma pervenuto alla sommità della vôlta, andai ritto alla guglia, e salito per quelle scale a chiocciola, quasi aeree, arrivai ben presto all'ultimo ballatoio fin dove era possibile di giungere. Quivi feci il giro sventolando la bandiera, fermandomi poi dalla parte verso la Corsia de' Servi, ove molti, conoscendo lo scopo della mia missione, stavano sull'avviso. Uno scoppio prolungato di evviva salutò l'apparire della bandiera. Io avevo preceduto di qualche poco i miei compagni che tosto mi raggiunsero su quel pinacolo, e insieme assicurammo a quell'altura la bandiera come meglio si potè dal lato della Corsia menzionata. Dopo breve riposo discendemmo, ma con calma, perchè eravamo stanchi. Allorchè dopo rifatto il cammino allo scoperto, stavamo per discendere per la scala incassata nello spessor del muro, osservai, a poca distanza dalla porta, frantumi di bottiglie e tizzoni spenti. Di questi la provenienza era chiara; i soldati avendo freddo si erano evidentemente riscaldati accendendo fuoco, al che le molti travi d'ogni dimensione usate per i ponti de' vari lavori in costruzione avevano loro somministrato il materiale; non così chiara mi riusciva la presenza di quelle bottiglie, ma seppi poi la provenienza anche di quelle. Io conosceva certo signor Angelo Tavola, il quale, impiegato di Corte, avendogli io narrato quel fatto, mi disse, che il giorno 19 i soldati mandarono a dire che avevano sete e si inviasse loro da bere. Per far questa mandarono loro delle bottiglie di Bordò, non rammento bene in qual numero, ma non poche. Disceso dal Duomo andai a far la mia relazione, ben s'intende, verbale. Seppi all'Ufficio che anche all'Anfossi era avvenuto la stessa cosa; si gridò anche a lui di non avventurarsi, ma non diede ascolto, e trovò il fabbricato interamente sgombro dai Tedeschi. Frattanto in quello stesso giorno la Congregazione Municipale, che fino allora non aveva mai parlato che come tale, fece il passo ardito di trasformarsi in Governo Provvisorio di fatto, benchè nella sua notificazione non adoperasse ancora quel termine, ma dicesse solo che _viste le circostanze.... assumeva in via interinale la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza_. Ai membri ordinari della Congregazione, dei quali rammento aver visti in casa Taverna, oltre il conte Gabrio Casati, podestà, gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare Giulini, aggiunse in via provvisoria i signori Vitaliano Borromeo, Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico Guicciardi e Gaetano Strigelli.

Il Governo Provvisorio aveva creduto bene di nominare un Comitato di guerra per coadiuvarlo, e l'indomani ne nominò altri, uno di difesa, uno di pubblica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per ultimo uno di sussistenza.