Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 6

Chapter 63,614 wordsPublic domain

Allorchè mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia ispezione verso la parte del Boschetto, il pacifico belga, che vedeva la mia impazienza, mi si avvicina e con tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi annuncia che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il corso di Porta Orientale verso i Giardini pubblici. L'avrei baciato per la buona nuova, ma mi limitai a dirgli _merçi, grand merçi_, e su di volo da Bossoli dal quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della porta grande d'ingresso nei Giardini pubblici, nè si vedevano più pattuglie andar avanti indietro; i cannonieri, benchè fossero sempre presso i loro pezzi colle miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la prima che si incontrava da quella parte, per la ragione che dalla detta barricata al punto ove era la truppa non corre più la linea retta; la truppa aveva l'arme al piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi e pericoli; l'una, quella di andar di casa in casa lungo i tetti guadagnando tutto lo spazio fra il palazzo Ciani ed il vicolo che conduce al Boschetto; l'altra, di uscire senz'altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo partito aveva il vantaggio di allontanarmi ancora quella distanza di oltre 100 metri, ma lo svantaggio, per la disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio d'esser visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare delle intenzioni di un uomo che prendeva quella via. Il secondo partito era più franco e più risoluto, ma mi metteva in maggior pericolo almeno nei primi tre o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi per questo secondo partito; montai nel mio appartamento, non dissi nulla a mia moglie alla quale non spiaceva che mi fosse impossibile di abbandonar la casa; in questa sicurezza, essa con una certa signora Chiesa, era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani, dopo quella famosa paura, ed ambedue si alternavano nell'opera pietosa con una signora Greppi-Carcano che abitava pure in quella casa. Io presi i miei pistoloni e la munizione e mi legai tutto fortemente al petto con un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato su di esso il _paletôt_, discesi risolutamente alla porta. Ivi sotto quel piccolo elegante atrio concertai meco stesso il piano definitivo e feci gli ultimi calcoli; con un piccolo cannocchialino misurai di nuovo la distanza delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il tiro, mi dissi, è incerto, ed hanno le armi al piede; prima che si pongano in misura di tirare io avrò già fatto una diecina almeno di passi. Non sono cacciatori, e quindi non è probabile che abbiano armi di precisione. È vero che hanno i cannoni ma, se sono carichi a palla, non vorranno tirare perchè sarebbe uno strano caso se mi pigliassero; se sono carichi a mitraglia, a quella distanza la così detta _rosa_ è già sì grande che se quella specie di proiettile può colpire una moltitudine, non è probabile che colpisca un uomo solo. Così andava meco ragionando, ma nel medesimo tempo non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino stesso; un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva voluto traversare il vicolo di S. Primo poco lungi dalla mia casa, ed era stato steso morto: però il poveretto s'era dato a correre e con ciò naturalmente destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano allora assai più vicini.

Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno, pensai, per una persona che ha un affare di somma importanza, forse per un medico che non può a meno di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo. Del resto scoprii in quest'ultimo istante una nuova difesa alla quale fino allora non aveva fatto attenzione, quella dei fanali a gas colle loro colonne che poste in linea come sono, benchè a distanza di circa 25 metri l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non ispregevole. Fatto un ultimo appello a me stesso, staccate bene le braccia dal petto e colle mani sciolte onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le case ed i fanali. Io aveva troppa pratica del maneggio di armi per non sapere che non sarebbe stato mai il colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe offeso; ma supposto poco probabile il caso di venir colpito tosto, avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi falliti; epperò io mi aspettava quel segnale dopo i primi dieci o dodici passi, poichè tanti e non meno io calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero in grado di tirare.

Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto mi spingeva ad affrettare il passo, ma la ragione mi diceva _adagio_, ed io ascoltai la ragione e non solo proseguii con passo ordinario, ma, oltre il contento di aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di veder confermato il mio giudizio intorno alla difesa che potevano offrire i fanali, poichè da casa Ciani al ponte tre ne contai ch'erano stati schiantati dalle palle di cannone e giacevano fracassati a terra. Giunto al ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si presentò una scena stranissima.

Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e non meno, era tutto pieno di mobili gettati alla rinfusa, e nel bacino stesso non si scorgeva che poca acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta e fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si notavano più vetture di quelle dette _cittadine_, una delle quali per caso singolare era caduta, direbbesi, in piedi, ossia trovavasi nel naviglio nella sua posizione normale. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un sottil velo d'acqua copriva la vernice del cielo della _cittadina_, e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che aveva attirato la mia attenzione. Le altre vetture meno fortunate erano colle gambe per aria in mezzo a panche, scranne, usci, legnami, travi e travicelli d'ogni dimensione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo, che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo, poichè era sempre sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi fermai un istante a contemplarlo; e dico un istante, poichè il passar quel limite sarebbe stata stoltezza e quasi un voler tentare la fortuna; ma bastò quel momento perchè la scena mi rimanesse vivamente impressa nella memoria. Però se quello spettacolo mi dovette colpire per le bizzarre combinazioni che offriva quell'ammasso di tanti oggetti diversi, non tardai a riconoscere la causa che l'aveva prodotto, giacchè ravvisai subito che quello non era altro che il materiale della barricata che gli abitanti di Porta Orientale avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a traverso il corso. Ma altro è costruire una barricata ed altro poterla difendere, e se ciò è difficile in qualsiasi luogo, quando si abbia avanti un nemico risoluto, assai più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel naviglio; la cosa che allora non sapeva spiegarmi era la mancanza di acqua, ma seppi poi che precisamente in quei giorni era stata tolta, affine di procedere a quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi che richiede quel canale artificiale, e l'acqua gialla e sporca che aveva veduto, era la poca limacciosa del fondo mista a quella caduta nella notte.

Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il mio cammino, ma non più sul medesimo lato, bensì piegando a sinistra sul ponte stesso mi recai al lato opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea rimane al coperto, difesa dal gran palazzo Serbelloni-Busca, da qualsiasi colpo diretto che venga dalla parte superiore del corso. Nel traversare il ponte diedi una occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane, e non è a dire con quanta compiacenza, dopo pochi minuti secondi, m'accorgessi ch'erano fuori di vista. Il pericolo era allora pienamente superato; il primo passo adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene anche il secondo, il quale consisteva, non già nell'andare da quel luogo a S. Babila, ma sibbene nel penetrare nella barricata, affine d'avervi riparo dai colpi dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano.

Io doveva avvicinarmi al punto più vicino della barricata non ancora esposto e poi, approfittando d'un momento in cui non si sparasse, darvi la scalata colla massima celerità possibile. Non mi pareva che il pericolo dovesse esser grande perchè non sentiva colpi, e pochi secondi potevano bastare per mettermi in salvo, mentre se i Tedeschi non erano già pronti a tirare, difficilmente mi avrebbero colpito tirando di furia. Del resto avevo già quella baldanza che suol dare il buon successo ed il sentimento di aver propizia la fortuna.

Avviatomi pertanto con passo accelerato, non aveva forse fatto un centinaio di metri allorchè, oltrepassata di poco la porta di casa Castiglione, precisamente la stessa già descritta a proposito del granatiere tedesco che il giorno innanzi si era inoltrato sino a quel punto prendendo di mira la barricata di S. Babila, ecco presentarmisi dal lato opposto del corso un nuovo interessante spettacolo. Di fronte a quel luogo havvi il Seminario grande, o per meglio dire si vede la porta barocca ma colossale, che dà accesso al vasto cortile interno in fondo al quale poi sta il Seminario. Il portone era spalancato ed il cortile pieno di chierici e di mucchi di materassi, cuscini e pagliaricci; erano i materiali d'una barricata che i chierici stavano combinando per attraversare con essa il corso, ed erano tutti affaccendati nell'opera patriottica: chi andava di qua, chi andava di là; alcuni erano perfino in manica di camicia. Era impossibile il non fermarsi a quello spettacolo; non dirò d'essermi fermato molto, ma certo assai più che avanti quello del naviglio, dacchè potevo farlo impunemente. Del resto non era solo la singolarità di quello spettacolo che lo rendeva caro a' miei occhi, ma anche la considerazione della parte che già prendeva il clero al nazionale movimento. Se coloro che tanto si affacendavano erano i giovani chierici del Seminario, era evidente però che non agivano senz'essere di pieno accordo coi loro superiori.

Continuando il mio cammino passai avanti a casa Arese, e veduto un servitore sulla porta, mi fermai e lo richiesi se il padrone era partito: mi rispose di sì e che era partito il giorno innanzi uscendo dalla città pochi minuti prima che venissero chiuse le porte. Questo mi fece gran piacere, poichè nessuno in quel momento poteva dire come sarebbe finita la sollevazione; certa invece era la guerra ed a' miei occhi ogni giorno che si fosse potuta anticiparla era un gran guadagno. Da casa Arese si giunge ben presto a San Babila, e mano mano che mi avvicinava, riconosceva che il supposto pericolo andava sempre più diminuendo per causa della configurazione del terreno e della disposizione della barricata. Questa era stata costrutta in modo opportunissimo: partendo dalla prima casa sulla linea che volge a S. Damiano, andava in isbieco a raggiungere l'angolo del caffè delle Colonne, includendo la via Bagutta, il qual punto era interamente coperto dalla chiesa di S. Babila e dalla colonna detta del _Leoncino di Porta Renza_, mentre la parte esposta era soltanto quella che si trovava di fronte alla via di S. Romano. Il mio ingresso fra i combattenti venne quindi fatto senza che incontrassi alcun pericolo. Non pertanto fui accolto festevolmente; era indubbiamente il primo che dal mattino di quel giorno aveva attraversato il corso nella sua lunghezza. Fino al ponte tutte le porte e le finestre erano chiuse; dal ponte in giù dal lato destro ancora esposto, benchè in via di sola possibilità, tutto del pari era chiuso; dal lato sinistro vedevasi aperta qualche finestra e taluno si affacciava, ma sulla via non un'anima. I compagni futuri di combattimento mi avevano scorto da lungi allorchè era arrivato al ponte, e si erano rallegrati vedendomelo traversare, e riconoscendo che era fuori di pericolo. Si fece subito un cerchio attorno a me e cominciarono le dimande a furia: d'onde veniva e che cosa sapeva. Io dissi loro tutto ciò che il lettore già conosce intorno alla forza e posizione de' Tedeschi e narrai l'affare dei chierici che fece molto piacere. Alla mia volta chiesi conto dei combattimenti in città e se il fuoco era cessato da molto: mi risposero ch'era da oltre un'ora che stavano tranquilli; di quanto avveniva nelle altre parti non sapevano se non che si combatteva di certo a Porta Nuova ed a S. Vicenzino. Chiesi ov'era il podestà e se eravi un capo che dirigesse la sollevazione. Mi risposero che il podestà e i membri del municipio, andati dapprima in casa Vidiserti, eransi trasferiti in casa del conte Carlo Taverna nella contrada de' Bigli, come ho già accennato, e che a capo militare era stato scelto un certo Anfossi, emigrato piemontese che veniva dall'Egitto, uomo arditissimo.

Dopo che reciprocamente avemmo soddisfatta la nostra curiosità, io volli visitare minutamente la barricata, della quale ora è difficile il farsi un concetto esatto per i molti cambiamenti seguiti in quella località. In luogo di quella casa alta con architettura veneziana, che sta ora sull'angolo fra il corso e la via di S. Damiano, eravi allora una casa ben più modesta ma che sporgeva assai, restringendo il corso, tanto che a chi veniva dalla via del Durino non si affacciava la colonna del Leoncino se non dopo oltrepassata quella stessa casa d'angolo. La via in quel punto era d'un terzo almeno più stretta dell'attuale, e la barricata che ho già descritto, e che partendo da quell'angolo andava per isbieco ad appoggiarsi alla casa dove havvi il caffè delle Colonne, era molto solida, poichè oltre le travature era rivestita d'un rialzo di terra e ciottoli. Durante il mattino del 19 essa sostenne l'urto de' proiettili che venivano da Porta Orientale, finchè le truppe coll'artiglieria rimasero nelle vicinanze del palazzo Serbelloni-Busca. Per dare un'idea della forza che avevano taluni proiettili, mi basterà l'accennare un fatto solo. Sull'angolo di quella casa, ora scomparsa per far luogo all'allargamento, eravi un negozio di vino con ispaccio al minuto, cioè una bettola che era aperta anche in quel giorno. Or bene una palla da cannone attraversò netta tutta la parete, ma all'altezza di due metri e cadde nell'interno; di guisa che gli avventori si affrettarono a sgomberar la bottega.

Dopo aver ben visitato tutto, stimai opportuno di recarmi al municipio per comunicare quanto io aveva veduto, ed anche udito, dagli stessi Tedeschi a loro non saputa. Ben presto arrivai a casa Taverna e venni tosto introdotto dal conte Casati che trovavasi con altri assessori in una stanza del primo piano. Narrai quanto aveva veduto dal mattino in poi, e mi fermai sulle parole testuali del colonnello che fecero un gran senso. Assai domande mi vennero dirette da parecchi, i quali in ispecie volevano sapere se la moltitudine che avevo veduto era armata, e se potevasi sperar da essa un qualche aiuto. Risposi che la massa era grande di certo, ma che per quanto io avessi guardato col cannocchiale non aveva potuto scoprir armi e che la maggior parte mi erano sembrati curiosi. Seppi dappoi che il colonnello annoiato da quella massa di gente, allorchè sul tardi della giornata si era ritirato fin presso alle porte, le fece aprire d'un tratto e ordinò una cannonata a mitraglia. Fuggirono tutti d'ogni parte; alcuni rimasero feriti, e per quel giorno non si lasciò più veder nessuno.

Fra i presenti in casa Taverna la persona colla quale avevo maggior confidenza era il Giulini, quello che mandava per mezzi sicuri le mie lettere in Piemonte e che allora fu de' più insistenti ad assediarmi d'interrogazioni. Compiuto quell'atto di dovere, io tornai alla barricata di S. Babila deliberato di rimanervi. Il numero dei difensori non era grande potendo salire a quindici soli e male armati, taluni avendo fucili da caccia ed altri alcune delle armi tolte ai corpi di guardia disarmati che erano le migliori. Durava tuttavia una specie di sospensione di ostilità, onde vi erano frammisti a combattenti molti curiosi, quand'ecco odesi ad un tratto di nuovo il cannone da Porta Orientale. I curiosi disparvero, i combattenti si avvicinarono alla barricata, ed io scelsi il mio posto mettendo in ordine gli enormi miei pistoloni, arma più sicura dei fucili da caccia. Qual fosse la causa precisa, per cui dopo una lunga sosta venissero allora riprese le ostilità, non saprei dirlo in modo esatto, ma è probabile che sia stata la molestia che veniva alla truppa da un famoso tiratore che armato d'ottima carabina svizzera era andato sino a casa Serbelloni seguendo precisamente quel cammino sicuro che aveva fatto io venendo, ossia rimontando a destra il corso da S. Babila sino al ponte. Quella casa, che merita nome di grandioso palazzo, fa angolo fra il corso di Porta Orientale sul quale ha la fronte principale e la via lungo il naviglio; ma quella fronte non si unisce alla prima ad angolo retto, bensì l'angolo stesso è tagliato, evidentemente a lasciare un maggiore spazio per accedere alla via lungo il naviglio; onde resulta una piccola terza fronte e tale che in essa si praticarono due finestre. Colà erasi posto quel bravo tiratore per nome Broggi. Egli era al sicuro di ogni colpo diretto; caricava la sua carabina e poi avanzandosi verso la fronte del palazzo e sporgendo solo quanto era necessario per prendere la sua mira, tirava sulla truppa, per quanto lontana. Convien dire che non lo facesse sempre indarno, perchè fu allora che venne ripreso il fuoco che non poteva esser diretto alla barricata, la quale più non vedevasi dal punto ove si erano collocati i Tedeschi. Essi tiravano a palla e le palle battendo, sul selciato facevano scherzi stranissimi deviando a destra ed a sinistra, infrangendo stipiti ed arrivando coi loro salti sino ai secondi piani. Ma dopo qualche tempo si avanzarono sino a che due cannoni si trovarono sulla linea retta dalla parte della barricata che si appoggiava all'angolo della via Bagutta. Noi rispondemmo alla meglio col nostro fuoco, che però era innocuo per la troppa distanza, ma anche il loro non ci cagionò danno alcuno essendo noi difesi dalla barricata. Però un risultato funesto lo ebbe pur troppo, e fu la caduta del povero Broggi. Dopo un'ora circa il fuoco cessò, e noi eravamo ancora al nostro posto, quando seguendo quella via coperta già da me descritta, arrivò un giovane piuttosto alto e che, se non erro, udii chiamare col nome di Rusca. Io non lo conosceva, nè dopo quel giorno più lo vidi; egli teneva in mano una carabina tutta intrisa di sangue. _Che c'è?_ chiesi io che era tra i primi da quel lato: _Il povero Broggi è morto_, mi rispose: _una palla di cannone di rimbalzo deviando a sinistra lo colse in quel luogo ove si credeva sicuro e lo tagliò netto in due_. Il Rusca ch'era poco lontano accorse, ma per vedere quello spettacolo e per raccogliere la carabina. Grande fu in tutti il dispiacere per quella morte, il Broggi valeva solo ben più di molti assieme, pieni di buona volontà ma inesperti all'uso dell'armi; egli univa tutte le qualità del buon tiratore; polso fermo, occhio esercitato e pratica della sua carabina. Il Rusca andò al Municipio a narrare l'accaduto, e poco dopo vedendo ch'era subentrata una nuova calma, vi andai io pure per apprendere che cosa avveniva nelle altre parti della città.

CAPITOLO QUINTO

L'autore con Augusto Anfossi, capo dei combattenti, si recano al Comando Generale nella via di Brera per intimare la resa ad un battaglione di Ungheresi, ma senza frutto — Alla sera del 19 l'autore è chiamato a giudicare uno scritto del vice Presidente O'Donnell, ritenuto prigioniero in casa Taverna, sede del Municipio — Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed il Duomo; l'autore reca la prima bandiera tricolore sul Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo Provvisorio.

Amico del padrone di casa, il conte Taverna, e del Giulini, conoscente di buona parte degli altri, non solo venni lasciato passare, ma fui introdotto nella sala principale, ove stavano riuniti i membri del Municipio, ed era una stanza piuttosto grande che dava sul giardino. Era quasi piena di gente, con un continuo andirivieni; animatissimi erano i discorsi: chi narrava una cosa, chi l'altra, allorquando, forse un quarto d'ora e non più dopo il mio arrivo, entrano due cittadini, annunciando che sul piazzaletto avanti al Gran Comando[12], a Brera, eravi una quantità di soldati che venivano ad atti fraterni colla popolazione, e soggiungendo essere essi certi che se alcuno rivestito di qualche autorità si fosse presentato, ed avesse intimata la resa, il colpo non falliva. Parlavano con tale convinzione che non mancarono di far tosto un grande effetto su tutti. _Ma come possono dir questo?_ chiese, non rammento se il Casati od altro, ma certo uno del Municipio; _da quali fatti lo arguiscono?_

_Lo dicono_, risposero essi, _i soldati stessi_.

_Ma sono Italiani?_

_Sono Ungheresi ed Italiani. Ritengano che si arrendono; ma converrebbe che andasse uno che conosce il tedesco, perchè gli ufficiali sono tedeschi._

Erano momenti nei quali tutto si credeva possibile; da un giorno e mezzo si erano già vedute tante cose, dapprima giudicate impossibili, che si cominciò ad accogliere anche quell'idea.

_Mi dicano_, chiesi io, _sono molti?_

_Molti; è pieno tutto il piazzaletto avanti al Gran Comando._

_Sono mescolati i soldati alla popolazione?_ domandai io di nuovo.

_Questo no, perchè hanno paura degli ufficiali; ma alcuni che hanno girato il canto di casa Castelbarco parlano coi cittadini._