Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 5

Chapter 53,628 wordsPublic domain

Questa scena si ripetè tutte tre le volte, ossia per ogni singola concessione[11]. Il chiasso divenuto maggiore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazî n'erano letteralmente stipati, non nel cortile solo, ma per le scale e per gli uffici stessi ov'eravamo noi a fronte della sentinella ch'era stata impotente a trattenere l'onda del popolo. Miste agli evviva si udivano le esclamazioni: _Vogliamo armi, Vogliamo armi_! Si toccava proprio l'apice del caos e del chiasso, quando una gravissima notizia viene a metter fine a quella singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a quelle trattative per un ravvicinamento divenuto impossibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa dal bastione di Porta Romana. _I Tedeschi... i Tedeschi!_ sì udì presto ripetere, ed allora cominciò la folla a fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona sorte, oltre l'uscita principale, il palazzo comunica con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via, tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono sgombri. La deputazione ch'era intenta a completare la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto anch'essa, conducendo seco quale ostaggio lo stesso vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della rivoluzione che volevasi prevenire.

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigioniero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Napoleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed il Municipio stesso.

Allorchè cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono ad alta voce che vi era tutto il tempo, poichè i Tedeschi non erano che a un tal luogo che nominarono, ma ora non rammento. Io prestai loro fede, tanto più che rimasero anch'essi, sicchè partimmo fra gli ultimi, sgombre che furono le scale.

Traversando il cortile considerai un istante la bizzarra scena che presentava, coperto com'era tutto di carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove giacevano sotto il materasso le sventurate due sentinelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse in quel luogo, non saprei dirlo di certo; ma strana spettatrice di quel tramestìo, essa fu veduta da mille e mille, moltissimi de' quali certo vivranno ancora e rammenteranno, con quella fedeltà con che posso rammentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo.

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della città; il grido _barricate!_ _barricate!_ aveva risuonato, e come per incanto già ne erano sorte in gran numero.

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte. Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso principalmente con un gran carro carico di botti vuote che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: indi con panche, usci, legnami, era stato formato un ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arcivescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a mano sinistra prima d'arrivare al ponte venendo dal palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano ancora affatto sgombri allorchè arrivò la truppa.

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lasciarono sorprendere nello spazio ancor libero prima di arrivar alle barricate.

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furibondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vedevano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra tutti furono due giovani di civil condizione che, fuggendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La porta era stata levata per formar la barricata sul ponte e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tedeschi videro i fuggenti entrar in quella casa e li seguirono. Allora i due giovani salirono su quante scale trovarono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati, e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà rimasero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano talmente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi fossero; solo dal modo di vestire, dalla calzatura ricercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso dall'uccisione delle sentinelle e già erano esse state vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Monforte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non credevano che potesse scoppiare un moto di tal portata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri mentre si trovavano in città, ignari di quanto era avvenuto.

Allorchè io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni nascoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio, caricai in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo. Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel combattimento; non pertanto io volli discendere nella via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare. Vuoto completamente era il corso; le porte presso la barriera, alla quale fa capo il corso stesso, erano già occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, scôrsi in poca distanza, a circa metà del tratto che corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età, ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro quello strettissimo vicolo, che primo si incontra passato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano _conche_ del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esistenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè aprissero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi fossimo, che cosa volessimo, assicurare che tutto il corso era libero di soldati, che non chiedevamo assolutamente altro se non che si desse ricovero a quel cadavere, affine di non lasciarlo in una strada sotto l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in quel modo, una delle persone che mi avevano dato mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che era un povero cuoco, la persona più innocua che ci fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Finalmente aprirono, e, deposto il cadavere nel primo luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tornare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri, ma giunto allo sbocco del vicolo, vidi avanzarsi da Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la causa. Retrocedettero essi andando giù verso il molino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fermai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannocchiale, stava attendendo d'un momento all'altro che passasse quella pattuglia. Trascorso più d'un quarto d'ora, mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che essa si era fermata un po' più addietro del palazzo Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne staccava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla sinistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava. Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti osservando. Quel soldato era un granatiere, avvolto nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma sicuro, sino a casa Castiglione, che è quella colle finestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso verso il principio del corso presso San Babila ov'era una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quell'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un dietro-fronte, s'avviarono verso la barriera di Porta Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.

Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio ordinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io conoscevo troppo il maneggio delle armi per non rimaner persuaso della pochissima efficacia che avrebbero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvicinava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi delle campane a martello risuonavano da ogni parte, e davano segno che si voleva dai cittadini continuare la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il formar un piano preciso, perchè era chiaro che il domani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orientale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fecero una barricata anche presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato a casa mia, passai buona parte della notte a far cartuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero forzate e si avesse un colpo meno incerto.

CAPITOLO QUARTO

Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila — Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli.

Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, risoluto a recarmi nell'interno della città. Or qual fu la mia sorpresa allorchè seppi dal portinaio che la casa era tutta circondata da Tedeschi. Per quanto l'acqua fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte, avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso sera presso il ponte e si erano appostati in assai numero e con cannoni, a poca distanza da quello. Dall'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso pure di soldati, sì che l'uscire era assolutamente impossibile; anzi era pure occupato un piccolo atrio aperto al pubblico dal lato del corso, ove si erano ricoverati nella notte quei pochi che avevano avuto la fortuna di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta ricognizione mi contrariò molto, poichè sentivo la fucilata lontana che cominciò prima ancora che albeggiasse, ma mi fu giuocoforza il rassegnarmi ad attendere il giorno per verificar meglio la possibilità di uscire, l'attitudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abitava un primo piano del palazzo, ma interno e senza finestre sul corso; m'era quindi necessità recarmi da qualche vicino il cui alloggio desse sulla pubblica via, ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta Orientale (ora _Porta Venezia_). Abitava nella stessa casa al terzo piano, ma con appartamento sul corso, il distinto pittore Carlo Bossoli, mio amico; deliberai recarmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto al basso. Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio, mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava sui circostanti tetti per lungo tratto, non essendo ancora eretta quella gran mole di caseggiato rosso, alla fine di quell'isolato di case, che più tardi venne costrutta dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino vidi tutta la scena e potei giudicare del combattimento in quelle parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseggiava, era a S. Babila, ove vi era lotta colla truppa, padrona della strada di S. Damiano, non che con quella padrona del corso di Porta Orientale, la quale componevasi di più battaglioni comandati da un colonnello che avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mitraglia ed a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era sempre nuvolo, sebbene la pioggia fosse cessata. L'ispezione mia fu completa, e la feci con un buon cannocchiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poichè appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto a muoversi una persiana, subito tiravano, ed erano stesi in catena lungo il corso dall'una e dall'altra parte col fucile sempre montato. Per quanto non pensassi anch'io che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri soldati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle eransi accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua caduto durante la notte; gli aiutanti andavano e venivano di gran carriera. Di quando in quando si vedevano soldati portar indietro un ferito, appartenente a quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco contro le barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano bene dacchè erano al coperto; ma dallo scarso numero dei feriti austriaci, giudicai che avessero ben poche buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poichè se anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi combattevano colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi un grande andirivieni di truppe; le porte della città erano chiuse, ma lo stradone detto di Loreto, che da quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva pieno zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati da quello spettacolo. Di quando in quando udivasi uno schioppettìo che veniva da lontani e diversi punti della città, onde era evidente che si eseguiva un piano concertato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni cosa, discesi sconfortato, riconoscendo l'impossibilità di poter uscir di casa da quel lato. Mi recai allora all'opposto, ossia da quella parte di casa Ciani che guarda sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar nessuno poichè poteva fare ogni esame dal mio appartamento. I soldati avevano abbandonato il Boschetto, ma non già per lasciarlo libero, sibbene per dominarlo meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati nel giardino del palazzo reale detto la _villa Bonaparte_. Tutto il fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto, dal quale è diviso per mezzo d'un fosso ove scorre acqua perenne che viene dalla Zecca; al di là del fosso havvi il muro di cinta del giardino stesso che era tutto guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una persona, tiravano immediatamente, e così contro ogni finestra o persiana che desse segno di movimento. Riconosciuto impossibile l'uscire anche da quella parte non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le sorti volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i nemici ritirare dall'uno o dall'altro di quei luoghi. Verso le dieci antimeridiane infatti il colonnello ordinò che la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a schierarsi poco avanti a casa Ciani, sicchè col suo aiutante finì col trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella casa andando verso il _Dazio_, come chiamansi da' Milanesi le porte della città. Io che non poteva star quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bossoli ed avevo veduto il colonnello parlare con molto calore al suo aiutante. Erano essi a cavallo ed i mezzanini di casa Ciani essendo piuttosto bassi, col loro capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre, distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò pensai che entrato nel mezzanino, avrei potuto udire quanto dicevano. Fatto il mio piccolo piano, discesi per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano allora tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un po' originale. Borghese fattosi ricco col negoziar di libri, era venuto a godersi tranquillamente la sua pace in Milano; era grande e grosso, non parlava mai e fumava sempre: la sua famiglia si componeva della moglie e d'una figlia, ed essendo amatore spasimato dei cani, non ne possedeva mai meno di tre. Io non aveva mai stretta relazione con lui, ma avendo un piccolo tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente e ci salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in que' momenti nei quali non si fanno complimenti, io mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era nella corte a passeggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il motivo che il lettore già conosce. _Ben volontieri_, mi rispose. _Ma allora abbia la bontà_, ripresi io, _di chiudere i cani in altro luogo ove non mi possano vedere_. _Giusto_, rispose, _giusto_, e precedendomi andò a raccogliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi venne a dirmi: _La camera è a sua disposizione_. Siccome però io non era stato mai in que' mezzanini, lo pregai di nuovo di voler essermi guida sino alla stanza, anche perchè desiderava che vedesse qual fondamento aveva la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella volta la pipa, andò avanti con gran precauzione onde non far rumore di sorta e mi condusse ad una stanza che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto un terrazzino del piano superiore. Le persiane, internate nel muro, erano chiuse e chiusi erano anche i vetri. _Questi bisogna aprirli_, dissi al belga, ed egli che li aveva in pratica, con mirabile pazienza li aprì senza fare il benchè minimo rumore. A traverso delle griglie vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque metri da noi distanti. Per qualche tempo stettero silenziosi e poi il colonnello rivolto all'aiutante: _Vediamo un po'_, disse, _che forza abbiamo ancor disponibile_. Io spalancai, come suol dirsi, le orecchie e rimasi maravigliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati nella stanza. Il belga, benchè non conoscesse il tedesco, distingueva perfettamente i suoni e riconobbe che io aveva avuto ragione di far quel tentativo. Mi die' un saluto colla mano, e non potendo più reggere senza fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, lasciandomi padrone della stanza. Il colloquio fra il colonnello ed il suo aiutante non fu lungo, ma rammento in modo esattissimo che l'aiutante disse: _Di compagnie abbiamo la tale, più mezza compagnia_: ed indicò anche i luoghi che ora non rammento; in qual senso egli parlasse, non seppi ben comprendere, ma interpretai quel discorso in senso a noi favorevole, massime che lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me e me, la truppa è stanca, questo colonnello non ha più che una compagnia e mezza ancor fresca, ossia che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun tentativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare in città! E lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi giù nella corte: guardo fuori da ogni buco, ma invano: i soldati erano sempre schierati dietro il muro della _Villa_ e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la cima d'un kepì; nè solo era cosa impossibile l'uscire, ma il lasciarsi vedere perfino a traverso di un'apertura qualunque, come era pericoloso il solo muovere una persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio padrone di casa che in quei giorni era gravemente ammalato. Una donna che si trovava nella sua stanza che dava sul corso in un appartamento del primo piano, volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i soldati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro le persiane; immediatamente ebbe un saluto di due o tre palle che, perforate le persiane, fecero la loro parabola entro la stanza, con grande spavento dell'ammalato che non si lasciò pregare a proibire quegli inutili atti di curiosità. Offendere non si poteva da luogo non difeso, poichè se fosse partito un colpo da una casa, essa era immediatamente invasa con pericolo di vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che avevano gli accessi protetti.