Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 4

Chapter 43,568 wordsPublic domain

Vollero i destini d'Italia che quindici anni dopo si verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino, e che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosissimi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla conseguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe riescita a conquistare, nelle condizioni di allora, la propria indipendenza. Però, dacchè l'aiuto straniero fu indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opinavo quando discutevo il quesito come un'ipotesi; così opino ora, dappoichè l'ipotesi d'allora, quantunque non desiderata, fu invece precisamente quella che condusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e quindi all'unità. Mi si perdoni la piccola digressione; ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo certi scritti relativi all'aiuto prestato dalla Francia, chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella della gratitudine senza servilità: della prima ha debito verso la Francia, dell'altra verso sè stessa. Risparmio al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spingere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione epistolare col conte di Castagneto, intendente del re Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi permisi offrire allo stesso per il real parco; nell'offrirla lanciai una frase sull'aquila, già glorioso emblema d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la risposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi bastò perchè, deposto ogni velo, ogni frasario meno che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re sulla possibilità d'una guerra coll'Austria per l'indipendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di Pio IX, che i fatti non tardavano mai a confermare le mie previsioni sull'espandersi dei sentimenti di libertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre crescenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo; non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella doppia corrente rendesse sempre più possibile un tentativo serio; però io mi guardava bene dall'esagerare e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso, m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena fede. Una di quelle relazioni diretta all'amico Farina, il medesimo che fu poi deputato in molte legislature,[5] venne comunicata al Brofferio, che io non conosceva che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche quando divenimmo colleghi nella Camera del Parlamento sardo, ei pubblicò fra i documenti della sua _Storia del Parlamento Sardo_, quella lettera che più non rammentavo, non essendo che una delle tante scritte allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual prova dello scrupolo che mettevo nel dare informazioni.[6] Le mie speranze fondandosi precipuamente sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limitavano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie relazioni in Piemonte, si fecero sempre più frequenti, e negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere una insurrezione non si parlò mai se non a guerra dichiarata; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era l'animosità fra' cittadini e soldati, onde scene di sangue erano avvenute a Padova ed a Pavia, non sì gravi come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi alla vendetta. Ai primi di marzo di quell'anno la situazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici, che io temendo non la si giudicasse con piena cognizione a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per riferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che si venisse alla dichiarazione di guerra, giacchè tutto favoriva quel passo per quanto arditissimo.

Essendomi già prima stato negato il passaporto pel Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo, e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza sostar mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera combinazione ignorando che per l'appunto in quel giorno si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio oculare dell'entusiasmo straordinario di quei giorni. Appena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel palazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di Milano in modo particolare, e come da un momento all'altro potessero scoppiare ostilità. _Ebbene sappia_, mi rispose egli, _che noi abbiamo chiamato anche l'ultima classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati_.

Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo personaggio, senator del Regno, uno dei pochi superstiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma avendo voluto informarmi in modo preciso anche della distribuzione della forza, rimasi sorpreso come fosse ancora tanto sperperata, sì che sarebbero occorsi non pochi giorni a concentrarla, mentre l'Austria continuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa quella situazione ed urgente il concentramento. Io non dubitavo delle intenzioni, ma temevo che il partito contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto mi si era fatto supporre; epperò quel fatto mi addolorò. Ritornato a Milano, narrai a pochi fidati amici quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la lentezza del concentramento delle truppe.

I pochi giorni che ancora decorsero prima dello scoppio della rivoluzione, li spesi a mandar lettere pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel fare continui calcoli del tempo che occorreva pel concentramento delle truppe piemontesi, allorquando il mattino del 18 marzo escì, a meraviglia di tutti, la strana notizia delle summentovate concessioni liberali dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto l'annuncio, che Vienna fosse insorta.

Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo alla narrazione dei fatti.

CAPITOLO TERZO

Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di barricate.

Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata a Vienna pel 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da taluni escivano queste voci: _Oggi si fa la dimostrazione al Governo_; _si radunano al Broletto_; da altri esclamazioni più risolute: _Bisogna finirla, è insorta Vienna_; _non è più tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono!_

Queste voci diverse accennavano alle due diverse correnti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni volevano passar per la via legale, andar al Governo, chiedere le concessioni colle buone, ma altri non volevano saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le 10 antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese, non desideravo un'insurrezione prima che rompesse la guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento di forze. Però giudicando che il conflitto era inevitabile, pensai ad armarmi, ed andai da certo Colombo armaiuolo, che aveva la bottega nella via _Mercanti d'oro_, una di quelle che oggi fanno parte della via _Torino_, e costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza del Duomo riesciva alla via della _Palla_, altra via compresa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.

Per una di quelle contraddizioni, che si spiegano solo colla confusione che regnava anche fra i dominatori, mentre era stato proclamato il giudizio statario, si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli. Entrato in quella del Colombo, feci scelta di alcune armi corte, che potessi nascondere sotto il pastrano; epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da guardie di finanza. Ed ecco, intanto che io stava pagando, odesi un rumore insolito; erano le botteghe che si chiudevano, ma con tal furia e fretta che sarebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo che il nembo innocuo, per gli altri bottegai, poteva non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese consiglio.

_Che volete?_ gli risposi io. _Se voi chiudete vi sfondano la bottega e vi portano via tutto; fate a mio modo: mettete qui sul tavolo il vostro registro, e dite a chi entra per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello che prende, e pagherà in appresso._ Ei seguì il mio consiglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega venne completamente svaligiata; nè tal sorte toccò a lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che erano armi, fu invasa e dispersa anche una bella collezione di armi antiche di casa Arnaboldi.

Tosto ch'ebbi fatto il mio acquisto, io uscii dalla bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito, e, traversata la piazza del Duomo, mentre mi avvicinava al Coperto dei Figini,[7] mi incontrai in un drappello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicchè dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica. Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che aveva qualcosa sotto l'abito, giacchè doveva sostenerle col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pericoloso, ma retrocedere era forse peggio; preferii il primo partito e rimasi, ostentando la più grande indifferenza; per buona sorte il drappello era poco numeroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un metro senza occuparsi punto di me; il che però non tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato, perchè da quel giorno in poi, finchè durò la lotta, quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fucilati.

Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei Figini e la corsia de' Servi,[8] ed entrato nel corso di Porta Orientale,[9] andai dal conte Arese a narrargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel momento io non potessi parlare di ostilità, era evidente che non potevano tardare a scoppiare; e quindi lo pregai a partire senza indugio di sorta per Torino, affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che cosa sarebbe succeduto di Milano.

A quel punto non era più il caso di discutere se quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva prendere il fatto com'era, ed assecondarlo. L'Arese comprese benissimo la gravità della situazione e mi disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini, donne e fanciulli, e procedeva lentamente, poichè il tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al palazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gremito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual fosse lo scopo preciso che si aveva. _Si fa_, rispose, _una grande dimostrazione per appoggiare le dimande di concessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà il Municipio ed il Delegato stesso[10] in persona._ Colui credeva nella possibilità di una soluzione pacifica, nè egli solo era di tale opinione, ma molti; perchè rammento ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano dopo la chiesa di S. Babila, escì da una bottega che, se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno gridò: _No, no: a che pro vuoi rovinare la strada_? E il giovane rientrò in bottega.

Giunto colla folla precisamente all'altura della via della Passione, ossia a poche decine di metri dal palazzo del Governo, sento gridare: _Sono quì, sono quì_. Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali, veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch'essa lentamente, perchè accerchiata da gran folla; ma per lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio libero nella sua strada. La deputazione era numerosa e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il delegato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dall'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri. Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia conoscenza, e fra gli altri il delegato Bellati, col quale aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, della quale egli era il più alto personaggio.

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del palazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le era avvicinato, approfittai del momento per entrare anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il portico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impossibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza, tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e vi regnava un baccano tale che impediva di intendere distintamente cosa alcuna; nè tal baccano era cagionato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma pur da quella che si trovava ai piani superiori, sopratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti invasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte, fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle dei sottostanti; quindi urli grandissimi, nuovo baccano e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla colonna della prima arcata, affine di essere urtato un po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi, fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di spazio libero, mi cadde lo sguardo su un materasso in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener dovevano a due persone, evidentemente a due cadaveri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti mi disse: _Sono i due soldati ch'erano di sentinella al palazzo_. Allorchè la folla irruppe, avendo que' soldati fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa baionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile; così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sottrarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo da me accennato, ed erano stati coperti da un materasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni! dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incomposte, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue ondate di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa accadeva colà. La folla vi era un po' meno fitta ed era stata posta una sentinella alla porta che conduceva alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presidente del governo O'Donnell, il quale allora esercitava le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò passare; molti altri erano però già passati, e se anche colà non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i toni possibili: _L'arcivescovo, l'arcivescovo! largo all'arcivescovo_! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arcivescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e mezzo prima, prelato riguardevole e di carattere fermo, che aveva avuto una particolare cura dell'educazione del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi anni la vasta sua diocesi, lasciò di sè memoria onorata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il suo ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antecedente, e da quella solennità si era côlto pretesto di una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la facciata del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d'infierire alla polizia, la quale per impedirla aveva provocata una lotta, in cui fu sparso sangue e v'ebbe perfino una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili. Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva contribuito a sedare il tafferuglio, e per quell'atto, ma più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: _È qui l'arcivescovo, largo all'arcivescovo_, noi, quanti eravamo nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altro sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assiepava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente avevano afferrata quell'occasione per entrare, così non posso asserire con certezza se non d'aver veduto un sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorridendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quello che più mi colpì si fu il vedere che portava una coccarda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto doveva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse padrone di sè. Andare dal rappresentante del Governo per trovare il modo di scongiurare pacificamente il nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui appiccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che trattava col rappresentante del Governo che pur volevasi ancor mantenere.

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè quelli che escivano venivano surrogati da nuovi curiosi. Osservata dall'alto quell'onda continua di popolo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella rapida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era nella corte con quella già salita al primo ed anche al secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più non si dimenticano. Ma non andò guari che si aprì l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte Carlo Taverna colla notizia della prima concessione.

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di _sancta sanctorum_; io lo riferisco sulla fede dello stesso conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una volta mi narrò i particolari di quel fatto.

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si affidasse la polizia, per di più instava per l'immediata libertà di stampa.

L'O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze intorno alla gravità delle domande, osservando pure, che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni potevano venir disdette; ma i membri di quella Commissione insistevano sull'impossibilità di poter altrimenti frenare quel moto popolare che già aveva preso il disopra. Or siccome egli era solo, nè alcuno veniva in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande anzidette una dopo l'altra.

Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad annunciarla il conte Carlo Taverna.

Immediatamente uno degli astanti che aveva una voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva in petto: _Signori: il Governo ha fatta la concessione di_ . . . . . . . . Ma per quanto forte gridasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che superava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere silenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. _Scriviamo la concessione_, disse taluno, _e poi gettiamo il foglio nel cortile._ Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un calamaio, ma non carta, non penne. _La carta la troverò io_, grida uno, probabilmente un impiegato. _Quì ci sono dei bollettini_ (delle leggi) _che hanno sempre qualche foglio in bianco._ Detto, fatto: si prendono i primi bollettini che capitano sotto la mano, e si estraggono quanti fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si spargessero meglio fra la gente sottostante. Si può immaginare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi capisce, chi non capisce; ma le parole: Il _Governo ha conceduto_ colle quali cominciava il testo, fecero capire all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte voci si alzavano più forti delle altri gridando: _Evviva la concessione_ — _evviva il municipio_.