Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 3
Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva danno, poichè lo forniva esso colle sue saline del Tirolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile e per rappresaglia duplicò il dazio d'entrata dei vini dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva ad una proibizione.
Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto il procedere dell'Austria, e menzionando quella determinazione adoperò il termine di _rappresaglia_. È facile l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Alberto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circostanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto sproporzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, le complicazioni degli avvenimenti che andavano svolgendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, potevano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un potente alleato.
Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò nel _fatato_ anno 1848. Il governo austriaco, che più non si illudeva sull'attitudine del re Carlo Alberto, risolvette procedere con energia contro i fautori delle idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qualche prova di rigore che valesse a dimostrare l'impotenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro volta erano invece sempre più risolute a provare quanto accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con dimostrazioni per sè stesse inconcludenti, ma che assumevano importanza pel significato politico che loro si annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più fumare cominciando dal 1º gennaio 1848, non tanto nello scopo di far un danno all'erario, che ben meschino sarebbe riuscito, poichè nessuno poteva impedire che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto nelle città quanto nelle campagne si cessò dal fumare col 1º gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la parola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò dal suo canto il governo deliberò di prendere argomento da quella dimostrazione per dare una buona lezione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gennaio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tardarono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di polizia travestite e come era facile a prevedersi, si diedero a fischiarle; di che esse si corrucciarono ed invelenirono, onde, com'era nei desiderii, si passò alle vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano mandato da Vienna con missione non pubblica, ma dicevasi con quella di riferire fedelmente al governo centrale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'irritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione utile, poichè mentre i cittadini contavano tanti feriti ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al governo che avevano disapprovata quella misura, furono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche questo è vero, che circa quella provocazione in origine censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo quella fatal sicurezza che si comunicò anche ai capi militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacchè non tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già dominava i governanti civili e militari, dei quali non pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni dì più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete di vendetta.
Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le riassumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori libertà pei popoli e dell'ingerenza loro nel maneggio della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo costituiscono le cause che chiamai _generali_, perchè comuni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti, in Italia invece erano in seconda linea al confronto dell'idea dell'indipendenza nazionale, sopratutto nell'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si comprendeva da ogni persona colta e intelligente di materie politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi l'_italiana_. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelligenza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le _locali_ ossia le speciali per quella città. Poco prima dello scoppio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per misura di precauzione. È vero che non si torse loro un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frattanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del 3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più devoti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da molti in ogni parte d'Italia, in nessun luogo lo era con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lombardia; non è a dire poi quale partito ne traessero coloro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi erano persone spaventate dalla terribile lotta da impegnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad una determinazione energica ne seguiva talvolta un'altra che la temperava; nel complesso però prendeva sempre più favore il partito risoluto.
Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise solennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo passo che dalla sua data stessa trae grande importanza, poichè precedette lo scoppio della rivoluzione francese.
Il governo austriaco alla sua volta era entrato in una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi accennata, che vedeva sorger nembi da tutte le parti del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed avvicendavano partiti di prudenza e partiti di severità; si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sentire alle autorità municipali, che reclamavano contro gli arbitrî della polizia, che si sarebbero esaminati e presi in considerazione i desiderii delle popolazioni, perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, comprendevano benissimo quale fosse la causa del linguaggio insolito e non vi prestavano fede.
In tale stato di tensione somma degli animi nel quale si trovavano governanti e governati del grande impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o, a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.
Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma nello stesso tempo il principio del loro scioglimento dappoichè si entrò allora in un nuovo periodo, in quello dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qualifica di _fatato_ per i molti e strani avvenimenti che in esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Statuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'entusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto le armi dimostrava come il neonato non si avesse a festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con preparativi serii di guerra; se non che tale era l'entusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paventarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già formato il suo piano d'attacco e designata la città nel territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popolazione instava per farla finita col regime assoluto e chiedeva libere istituzioni.
Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, partì con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani, che non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima di lui era pure partito il conte Spaur, governatore della Lombardia, sì che a capo del governo vi era rimasto il vice-presidente conte O'Donnell.
La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi recarsi il 18 marzo al palazzo di governo per fare la dimanda della libertà di stampa, della guardia nazionale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella degli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popolazioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra, ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i medesimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte sulla medesima via, senza alcun speciale accordo.
Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini che _sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi popoli instituzioni liberali e convocava i rappresentanti dei diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro_.
Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere pirico del quale era pregna l'atmosfera. _Vienna_, si disse, _è in rivoluzione_. Il popolo stesso, la moltitudine dei cittadini, che due anni prima era ancor completamente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di educazione politica e comprese, come non era possibile che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il popolo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del fatto, moltissimi sorsero a dire: _Se tanto si fa dai Viennesi, come staremo noi tranquilli?_
CAPITOLO SECONDO
Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive i _Pensieri sull'Italia di un anonimo lombardo_ — Suo viaggio in Piemonte ai primi di marzo 1848.
Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi dirò indispensabile, il premettere questi cenni poichè essi dànno la spiegazione dei fatti, e specialmente del come la popolazione in massa comprendesse la situazione, talchè poi ogni classe somministrò il suo contingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande episodio di quel movimento generale di tutta Europa, al quale si collega. Nulla parmi più meschino della narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno; nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rappresentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero adoperati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare il concetto di quell'insurrezione considerandola come la esplosione di materia preparata da lunga mano, accumulatasi quale effetto di molte cause operanti sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua vera natura, che affermar non si può senza provarne un intimo compiacimento.
Prima però che, abbandonando queste considerazioni generali, io entri nella narrazione dei fatti parziali, conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo il somministrar la prova della veracità dei fatti che possono essere sindacati da altri contemporanei, ma ancora della sua competenza nel dare i giudizj intorno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in uno che, rimasto estraneo ai fatti stessi, fosse stato sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il riconoscere come mi debba star a cuore di provare che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi, nè indossare il facile manto del profeta; ma non potrei ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia vita antecedente a quel grande episodio.
Allorchè avvennero i moti del 1831 in Italia, io mi trovava giovine studente a Vienna, amico di ungheresi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come l'unica base possibile d'un sistema razionale che si fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al capriccio dell'uomo, ma su d'un fatto che non è creato da lui ma dalla natura e dalla storia, sul fatto della nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli studii venni in Italia ed entrai al servizio amministrativo del governo austriaco, tale essendo il desiderio de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, dominato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta servire un governo ed adoperarsi per combatterlo. Quindi cominciai collo svincolarmi da quell'impegno senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del mio servigio, che fosse in opposizione al giuramento che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena libertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avveramento dell'idea dell'indipendenza d'Italia.
Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla storia: l'una che una grande potenza la quale dispone di un potente esercito, non si combatte che con un esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il meno efficace era quello delle congiure. L'Italia contava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napoletano; il primo stimato per fama tradizionale, il secondo forte per numero; trovar modo di agire su quelli che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero il concetto della liberazione d'Italia, era la via più retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pubblico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m'accorsi quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841 feci un viaggio d'esplorazione politica in tutta Italia per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico dominante nelle varie contrade; pur troppo il livello dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A Napoli mi fermai più che altrove; vidi alcune manovre di quelle truppe eseguite con maestria, ed una cavalleria bellissima pel materiale; la forza non mancava, ma che dire dell'animo dei padroni di quella forza? Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma ne feci con alcuni distinti stranieri, e fra questi con inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può facilmente immaginare di qual natura fossero quei racconti e qual concetto potessi io desumerne pel concorso di quella popolazione ad un'impresa che avesse per iscopo l'indipendenza nazionale. In Toscana nessuno allora parlava male del governo; ma eravi già un nucleo di persone che si occupava di politica e che poneva per base del risorgimento italiano la cessazione del dominio straniero; di che vieppiù mi persuasi nel 1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà come esploratore politico. Il numero dei _benpensanti_; termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza, si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese che solo mi pareva offrire una base solida, era il Piemonte; io non aveva atteso sino allora ad andarvi. Avendo fatto in Lombardia la conoscenza col commendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, liberale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio per tutta Italia, al suo ritorno in Piemonte, ove appresi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che potevano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi; il Piemonte solo presentava le condizioni serie per concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva un esercito pieno del sentimento del proprio onore: il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la cosa non era nè facile, nè allora tampoco probabile, ma bastava che si potesse chiamare possibile, perchè non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea. Si parlava sempre in modo velato (1841-43), ma si tendeva a quel fine. Valerio fondava le _Letture di famiglia_, e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la _Società Agraria_ nel 1843 e fui fra i fondatori; era un manto che ben presto divenne così trasparente, che nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve l'opera _Le Speranze d'Italia_ del Balbo, già da me menzionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nel modo di vedere, salvo nella questione intorno al potere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spinsero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che presero per tema il modo di procurare l'indipendenza all'Italia, e nel 1845 scrissi i _Pensieri sull'Italia d'un Anonimo lombardo_, stampati poi a Losanna nel successivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mio libro pronta e felice accoglienza, se è lecito arguirlo dallo spaccio delle copie.[4] Io mi proponeva anzitutto il quesito _dell'indipendenza_; non parlai d'unità, poichè io partiva dal principio che tutto dovesse farsi col sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia _una ed indipendente_ era un ideale ben più seducente; ma come arrivarvi colle sole nostre forze? L'esercito piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano forse cimentarsi a una guerra contro l'Austria e dire in pari tempo agli altri sovrani d'Italia: «Vogliamo cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato?» Un progetto simile era allora un delirio; una soluzione in tal senso non si poteva ammettere, che accettando l'aiuto straniero contro il quale io mi pronunciava risolutamente, osservando che le nazioni non si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e che per la redenzione d'Italia doveva scorrere solo sangue italiano. Ora, posta simile condizione, non si doveva complicare la questione e cominciare col dividerci, col farci dei nemici anzichè degli alleati, nella stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle altre potenze, dagli altri popoli, e noi stessi avremo maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri posteri, volli discutere anche il caso dell'intervento straniero e quello specialmente della Francia che volevo meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile fra tutti, perchè dicevo allora: _Alla Francia si può cedere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in compenso del prestato aiuto_.