Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 22
Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed in epoca di calma ed andamento regolare della cosa pubblica, vuol giudicare di epoche e momenti cotanto eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima condizione è il sapersi investire di quelle circostanze e di quei momenti cotanto critici, ed allora molte cose che sembrano impossibili diventano spiegabili. La spiegazione più ovvia che si potrebbe dare si è il dire: che oggi, assai più che in allora, la storia registrò fatti ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni in momenti difficili. Per qualche tempo fu un continuo arrivo al palazzo Greppi di ufficiali superiori, di aiutanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel pubblico cominciava a trapelare la verità, ossia come la difesa fosse cosa impossibile. Il proclama avea destato in alcuni entusiasmo, ma in altri spavento; molti si chiesero se quella resistenza non avrebbe potuto costar assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il Podestà ossia la persona la più competente per parlare in nome della città; quella carica cotanto importante in quei momenti era coperta dal nobile Paolo Bassi, distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova. Piene erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado mesti e silenziosi; io mi trovava nella maggiore di esse, allorquando quasi ad interrompere quella monotona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo del Podestà di Milano con due altri Assessori. S'informa immediatamente il Re che viene incontro e si ferma precisamente in quella sala, e direi quasi all'identico posto ove poche ore prima avea avuto luogo la scena che ho descritto di quello che implorò pietà per Milano; si preparava allora una scena opposta, ma quanto più sublime! Nel primo caso era il dolore che acciecava la ragione, nel secondo era invece la ragione che imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo di statura ma d'una figura nobile piena di espressione, s'avanza calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi con voce commossa chiede se si sono ben considerati anche i pericoli di quella lotta! Che non esprimeva la sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacrificio ha dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desiderare la difesa se fosse stata fra le cose possibili; ma a lui, il capo della città, non era lecito il chiudere gli occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli poteva anche costar caro, perchè vi erano esaltati che non volevano udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva la sua persona al bene del paese e veniva a compiere un atto doloroso ma che gli era imposto dal suo dovere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime per la sua abnegazione.
_Pur troppo la difesa non è possibile_, fu la risposta di Carlo Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si ritirò. Il Bassi rimase alcun poco con noi, io lo conosceva personalmente perchè ei faceva parte di quella Commissione per la legge elettorale alla quale apparteneva anch'io prima di andare al campo; tosto ritiratosi Carlo Alberto mi stese la mano: _caro Torelli_, mi disse, _ci conoscemmo in tempi migliori_. Quella Commissione avea seduto nell'aprile e maggio, i mesi delle più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo, ma non fui capace di aprir bocca, ero commosso di quella scena, di quella lotta che lacerava il petto a quell'uomo virtuoso.
Partito anche il Podestà si pensò seriamente a venire ad accordi definitivi col nemico, a riprendere le trattative per l'armistizio che era stato conchiuso la notte prima, ma poi disdetto; in pari tempo conveniva avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti a casa Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per questo furono di nuovo messi in moto gli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con quale disposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, dovevamo comunicare questi ordini; e notisi che in causa delle barricate non era più possibile valersi del cavallo. Allorquando finito anche quel cómpito, io ritornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta impossibilità di rompere la folla; arrivai quando durava ancora quella scena stranissima fra il popolo nella via e gli oratori al balcone di casa Greppi; il popolo, ossia quella frazione minima del popolo milanese che pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità della difesa; si invocavano le _Cinque Giornate_, si ammoniva contro la prepotenza degli Austriaci che non avrebbero mantenuti i patti, si citava l'esempio di Vicenza; tutto questo come se non dipendesse che dal volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tuttavolta io che aveva veduto ed era stato nel mezzo della folla del mattino, trovai che la violenza era scemata di molto; si succedettero più oratori cercando spiegare la necessità di sottomettersi, ed insistendo sopratutto sulla garanzia pattuita delle persone e delle proprietà.
Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora io entrai per la terza volta in casa Greppi per non più uscire che a notte avanzata. Tralascio di soffermarmi su quelle tristi ore, e dirò solo come fattosi notte cominciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati che ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qualche colpo di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che non si reagiva indusse l'idea che si aveva timore. Però anche quel gridìo, quello schiamazzo non era continuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed udivasi qualche insolenza più distintamente come da persona che voleva dimostrare che aveva più coraggio degli altri, talvolta cessava anche interamente ogni rumore. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era un continuo via vai che durò più ore. Finalmente si decise di farla finita. Io me ne stava presso l'apertura di una finestra, che pel gran caldo che faceva erano tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che vuol parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva quell'alta carica il generale marchese Carlo La Marmora, principe di Masserano; egli era ciò che si direbbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo franco come un soldato che va ritto al suo scopo. Entrando immediatamente in argomento, mi chiede se io voleva assumermi di andare a prendere e condurre colà due battaglioni delle guardie e disperdere quella ciurmaglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un tatto della più squisita delicatezza mi fece comprendere che sapeva di darmi una missione che non era senza pericoli.
_Signor generale_, gli risposi, _io parto immediatamente, abbia solo la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie. — Fuori di Porta Romana_, mi rispose d'esso.
Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio che mette alla via e che era pieno di carabinieri chieggo al capo-posto che mi apra. — Egli esita — _ma_... _Signor Ufficiale_... mi dice... _Signor Ufficiale!_... Io comprendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei credeva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser la stessa cosa, ma io non divideva quel timore e gli dissi: _apra pure; io ho molta premura_. — Allora cominciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediatamente.
Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai senza affrettarmi verso la via Monte Napoleone e poi studiai il passo, e per il Borgo Monforte ed il bastione di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi recai all'accampamento delle guardie che era un breve tratto ancora fuori di quella porta. Ne informai tosto il maggiore anziano, che fece mettere in armi due battaglioni il che però richiese qualche tempo. Calcolando che se io li avessi condotti per le vie più brevi doveva attraversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto perdere gran tempo deliberai condurli lungo i bastioni sino all'altura della Zecca con che percorreva bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni spiegate.
Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orientale mi si fece incontro il Duca di Savoja che era accampato precisamente colà e mi chiede la ragione di quel movimento di truppa — io non aveva avuto ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio Emanuele, allora principe ereditario ed al quale la Provvidenza riservava sì alti destini. Gli spiegai lo scopo della mia missione, e preso commiato, continuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della medesima, nella via detta allora della Cavalchina (ora via Manin), mi avviai difilato a casa Greppi, ma allorquando giunsi presso la chiesa di S. Bartolomeo[40] e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi avanzarsi un corpo di truppa.
Faccio fermare quella che conduceva io, e grido: _chi va là?_
Mi si risponde, _Savoja_, e si ferma anche quella.
Io mi avanzo ed apprendo ivi essere il Re che usciva da casa Greppi, con quella scorta s'avviava verso i bastioni[41]; chieggo tosto del primo ajutante e gli dico come non mi era stato possibile l'arrivar prima per la grande distanza alla quale fui obbligato di andare.
_Ella ha fatto benissimo il suo dovere_, mi risponde e la ringrazio.
_Ma ora_, riprendo io, _che faccio di questa truppa; deve tornare al suo accampamento?_
_No_, replica il generale, _mi viene opportunissima. Ella vada a casa Greppi, la circondi e vi rimanga finchè tutti siano usciti_.
In meno di dieci minuti fui colà, posi un cordone a tutti gli sbocchi delle vie che fanno capo a quella del Giardino isolando così casa Greppi. — Tuttavolta raccomandai di non far violenza che in caso di provocazione e se taluno si presentava persuaderlo colle buone ad andarsene; lo scopo era ottenuto, il Re era in salvo, io non voleva con uno zelo intempestivo guastar l'opera e d'altronde anche a me non era stata usata violenza di sorta; ciò fatto salii di nuovo e per l'ultima volta in casa Greppi; vi erano alcuni inservienti di Corte affaccendati a raccogliere oggetti della real Casa, ma siccome nessuno aveva voglia di prolungare oltre il necessario quel soggiorno, si sbrigavano presto. Io feci ancora una corsa lungo l'appartamento verso la via, tutto era silenzio come silenziosa era la via, strano contrasto colle scene che avevano avuto luogo durante la giornata. Verso la mezzanotte abbandonai quella casa colla truppa, e preso commiato dal comandante della medesima che ritornò all'accampamento io mi avviai verso casa mia affranto non tanto per le fatiche di corpo benchè non fossero state leggeri, quanto per l'amarezza d'animo per tante e sì diverse scene dolorose delle quali era stato spettatore ed in alcune anche attore.
Fra le ragioni che mi tormentavano eravi anche quella dell'inatteso scioglimento della mia ultima missione. Fallire lo scopo per dieci minuti, era doloroso! Chi aveva liberato il Re prima di me? Ben si comprende che in quella notte io aveva ben altro da fare che di occuparmi a venire in chiaro di quel fatto, ma lo seppi dappoi ed ecco cosa era avvenuto.
Fra gli ufficiali che si trovavano in casa Greppi, nella notte del 5 agosto, eravi il colonnello Alfonso La Marmora, capo di Stato Maggiore della divisione comandata dal Duca di Genova, il medesimo del quale ho già fatto parola, citando il fatto dei tre ufficiali superiori inviati a Volta il 27 luglio. Ei conviene premettere che il Re Carlo Alberto aveva ordinato che si evitasse possibilmente ogni violenza. Il La Marmora conosceva quell'ordine; evidentemente si dovette poi recedere e la stessa missione a me affidata ne è la prova. Il La Marmora, stanco di tollerare più oltre quel chiasso e quelle insolenze, deliberò di andare a chiamar truppa, ma confidò a nessuno la sua risoluzione ed ignorava poi completamente l'incarico che io aveva avuto dal suo fratello primogenito, il principe di Masserano. Egli uscì solo e come mi disse quando anni dopo[42] ci narrammo i nostri reciproci avvenimenti di quella memorabile notte, incontrò le medesime difficoltà da parte dei bravi carabinieri; non volevano aprire nemmeno a lui ed esso pure fu obbligato a passar per isbieco dalla porta aperta solo quanto era necessario perchè uscir potesse in quel modo. Ei pure non venne molestato. Non avendo obbligo alcuno di chiamare una truppa piuttosto che un'altra e sapendo che la brigata Piemonte era accampata a Porta Orientale, ossia in luogo ben altrimenti più vicino della lontana Porta Romana, si diresse colà e preso seco un battaglione, s'avviò verso casa Greppi.
Cammin facendo incontrò un bersagliere, al quale chiese ove era acquartierata la sua compagnia — _qui vicino_, rispose d'esso; allora il La Marmora andò colà prese anche quella, la pose in testa al battaglione ed andò difilato a casa Greppi. Il Re con quanti erano seco lui uscì immediatamente scortato da quella truppa e dopo pochi minuti ci incontrammo, come narrai, presso i portoni di Porta Nuova. Io era uscito molto prima di lui, poichè mentre non vi ebbe che la differenza di pochi minuti nell'arrivo, io aveva dovuto fare il quadruplo o quintuplo e forse ancor più di cammino. Fu un brutto tiro della fortuna, ma se lo perdono a quella volubile Dea egli è perchè volle che il premio toccasse ad un uomo quale si era Alfonso La Marmora, uno dei più benemeriti d'Italia e del quale doveva ben presto divenire sincerissimo ed affezionato amico.
ALLEGATI
ALLEGATO I
LA QUESTIONE DELLA BANDIERA.
Quando pubblicai questi miei ricordi nel 1876 era persuaso che non mi sarebbero mancate anche critiche; furono minori di quanto mi attendeva, ma fra le poche una ve n'ebbe che non posso lasciar passare sotto silenzio, ed è quella relativa alla bandiera da me recata sul Duomo la mattina del 20 marzo.
Il testo di questa seconda edizione è letteralmente eguale al primo che fu oggetto di critica. Come scorgesi io non dava grande importanza a quel fatto e non la darei nemmeno ora col dedicargli un'appendice se la questione fosse sempre la medesima, ma la critica gli cambiò natura non trattandosi più di sapere se fu un fatto d'un'importanza più o meno mediocre, ma se può ammettersi che io abbia usurpato sui meriti altrui. Se non vi fosse di mezzo quell'atto ufficiale del Governo provvisorio che accordò la cittadinanza al sig. Dunant, ginevrino, in seguito a molti titoli enunciati nella sua istanza, fra i quali quello di aver portata sul Duomo la _prima bandiera tricolore_, potrei anche dispensarmi di questa appendice, ma io non posso pretendere che altri si occupino di questo punto storico proprio microscopico e cerchino d'essi la verità. Tocca a me il metterla in evidenza e mostrare il valore di quel decreto nella parte che risguarda la bandiera _tricolore_ da lui collocata in _mezzo alla mitraglia dell'inimico_.
Si comprenderà come dopo 35 anni si possa facilmente essere disposti ad una difesa pacata e senza fiele, ma resa necessaria dalla ragione accennata.
Il primo argomento lo somministra lo stesso sig. Dunant. Nella relazione che fa ei confessa che _già vi era una bandiera_ allorchè ei portò la sua, ma asserisce che quella era una bandiera _bicolore_. Non potendo negare che pur ve n'era già una, e volendo sostenere che aveva desso portata la prima _tricolore_, dovette cambiare il numero dei colori della prima senza, ben inteso, accennare quali fossero i due colori. Cominciamo dunque a dire che d'esso non fu il primo che sia andato sul Duomo; altri vi era stato. Per poco che si voglia calcolare il pericolo di incontrarvi i Tedeschi, se non altro la possibilità vi era e quella non l'affrontò egli di certo; ma ei sentiva perfettamente che andarvi dopo che altri aveva constatato che realmente i Tedeschi erano partiti non poteva costituire un merito e cosa ideò egli allora? Di narrare che l'aveva piantata fra _la mitraglia dell'inimico_. Ora ciò era impossibile; la mitraglia dell'inimico non poteva arrivare al quinto e meno ancora della via che avrebbe dovuto percorrere dal punto più vicino che si trovavano i Tedeschi ed era il bastione di Porta Tosa. Ma come mai, si dirà, ha potuto il Governo provvisorio convalidare quel fatto ammettendo quel merito? I titoli ai quali appoggiò la dimanda di avere la nazionalità furono diversi ed io sono ben lontano dal voler toccare agli altri, ma quanto a quello della bandiera, a proposito della quale tutto il merito si concentra nel fatto del _pericolo_ corso, rimane un assurdo anche a fronte del decreto. Che direbbesi d'un decreto che dichiarasse che la cupola del Duomo è alta 150 metri? La cupola non s'alzerebbe d'un millimetro a fronte di quel decreto. Orbene rapporto alla _possibilità fisica_ è egualmente assurdo il supporre che il Duomo si possa fare alzare con un decreto, come il voler far credere che la mitraglia lanciata dai Tedeschi nelle Cinque Giornate potesse arrivare sulla guglia del Duomo; ammessa quell'impossibilità cosa mai rimane al signor Dunant?
Venendo poi all'asserta qualità di _bicolore_ della prima bandiera, credesi forse che sia probabile che fosse tale? La signora che me la porse doveva ingannarsi d'essa per la prima; io e quelli che erano meco, dovevamo del pari ingannarsi; io la sventolava, faceva molinelli per aria, fui trattenuto un istante dalla folla che gridava _no, no per carità, è un tradimento, la mina, la mina_. Come mai nessuno fece attenzione che non era una bandiera tricolore?
Del resto già nel 1848 sì tosto venni in cognizione dell'asserto da parte del signor Dunant, scrissi dal campo piemontese, ove mi trovava e precisamente da Valeggio, al presidente del Comitato di Pubblica Sicurezza, l'illustre Angelo Fava, pregandolo di voler rettificare d'ufficio quell'asserzione e ciò per la ragione che l'annuncio non era partito da me, ma dal Comitato di Guerra.
Nel 1876 vivendo egli ancora in Milano, ove io pure soggiornava, gli diressi una mia richiamando quella del 1848 ed allo stesso scopo d'allora. Ei rispose come suol dirsi _a vista_ ed autorizzandomi a stampare la sua risposta, il che feci, e la lettera dell'illustre patriotta fu unita ad alcune copie non ancor vendute del mio libro. Ora la riproduco, ma non è più sola, ma convalidata da un'altra per me preziosa attestazione, quella dell'esimio senatore Achille Mauri, ch'era membro del Governo provvisorio, e se io pubblico anche quella sì lusinghiera, lo devo al modo violento col quale fui attaccato nel 1876 come usurpatore delle glorie altrui. Del resto si farà la parte all'amicizia che corre fra noi due. Ora poi se dopo le dichiarazioni di que' due personaggi, membri entrambi dell'autorità suprema del Governo provvisorio nel 1848, havvi taluno che persiste a credere, che il signor Dunant portò la prima bandiera tricolore sul Duomo il 20 marzo 1848 _in mezzo alla mitraglia dell'inimico_, può esser certo che non mi incomodo più per combatterlo.
Lettera di Luigi Torelli.
Milano, 9 marzo 1876.
_Pregiatissimo signor Commendatore_,
Ho d'uopo di ricorrere alla celebre potenza mnemonica di Vostra Signoria illustrissima per un favore, ed ecco di che si tratta:
Io ho pubblicato un opuscolo intitolato: _Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano_. Accennando i fatti del 20 marzo, menzionai come io venissi incaricato dall'Anfossi di andare a verificare se era vero che i Tedeschi avessero abbandonato il Duomo. Vi andai e per dare il segnale richiesi ad un gruppo di signore che si trovava su uno dei balconi nel corso, oggi Vittorio Emanuele, una bandiera tricolore, che mi venne tosto gentilmente sporta. Cammin facendo incontrai un giovine che avevo conosciuto alla barricata di san Babila e lo invitai a venir meco, e venne. I Tedeschi avevano realmente abbandonato il Duomo nella notte, benchè molti lo credessero una finta o un agguato e gridassero perfino: _badi alla mina_. Saliti sulla guglia maggiore vi collocammo la bandiera e poi ritornammo a fare la nostra relazione. Il Comitato di guerra costituitosi nello stesso mattino volle che la notizia venisse tosto divulgata e fece stampare un avviso, che annunciava come il _cittadino Luigi Torelli valtellinese e Scipione Bagaggia di Treviso, avessero collocata la prima bandiera tricolore sulla guglia del Duomo_.
Più tardi, ma entro la giornata stessa, certo signor Dunant che aveva negozio di profumeria nella galleria De-Cristoforis, sostituì la bandiera da noi collocata con altra assai più grande e fece benissimo, perchè si vedeva assai meglio.
Il 24 marzo ossia due giorni dopo la ritirata dei Tedeschi sortì il primo giornale che vide la luce nella Milano libera, e fu il _Pio IX_, redatto dal ben noto scrittore Vincenzo de Castro, e nel secondo numero di quel giornale, sotto la data del 25 marzo, è contenuta la notizia intorno alla prima bandiera nel modo stesso che io l'accennai. Per due mesi interi ch'io rimasi a Milano, prima di entrare nell'esercito piemontese, nessuno elevò dubbi su quel fatto che venne riprodotto da tutti i giornali di quell'epoca. Nel giugno successivo trovandomi io al campo piemontese, un mio amico mi spedì un opuscolo di _fatti memorabili durante le Cinque Giornate_ senza nome d'autore, ma solo coll'indicazione generica che que' fatti erano avvalorati da 200 e più testimonî. In quell'opuscolo si narra come il signor Dunant recasse la prima bandiera tricolore sul Duomo in _mezzo alla mitraglia dell'inimico_. Ei trovò bensì che già vi era un'altra bandiera, ma quella era _bicolore_; l'amico soggiungeva che si rideva molto intorno a quella mitraglia ed alla trasformazione fatta subire alla mia bandiera. Io non ravvisai però la cosa sotto il solo punto di vista ridicolo; pensai che se i Milanesi avevano gli elementi per giudicare del valore di quelle asserzioni non potevasi dire altrettanto degli altri, ed era poi cosa ben strana che un fatto che non era partito da me, quello dell'annuncio al pubblico, venisse convertito in un aggravio a mio carico, e si potesse sospettare che mi era vantato di cosa non vera e per di più avessi usurpato sul merito altrui. Scrissi quindi alla S. V. in allora Presidente del Comitato centrale di Pubblica Sicurezza, protestando contro quell'asserzione, che la bandiera da me recata fosse una bandiera _bicolore_. Gli avvenimenti guerreschi che ben presto dovevano succedersi, fecero rivolgere l'attenzione di entrambi a ben altro; tuttavolta io non conservai il silenzio fino ad ora; ma nel 1853, avendo creduto mio dovere, dopo i fatti del febbraio di Milano, di ripubblicare i _Pensieri sull'Italia_ (del 1845), con aggiunte relative agli avvenimenti del 1848, menzionai l'affare della bandiera e lo combattei coi medesimi argomenti che ho ripetuto nel mio ultimo scritto.
Ripeterò che sono ben lungi dal menomare i meriti reali che può aver avuto il signor Dunant per chiedere la cittadinanza che il Governo provvisorio gli accordò, ma davvero se anche venne da lui adotto quello della bandiera, non fu certo per esso che gli venne accordata, perchè questo condurrebbe all'assurdo, cioè, che rimane comprovato che la portò fra _la mitraglia dell'inimico_, il che costituiva il vero merito, ma invece era cosa impossibile dacchè la mitraglia non sarebbe arrivata al quinto e forse meno ancora della distanza, e d'altronde doveva pur trovarsi questa mitraglia sul tetto del Duomo.
Ora a me pare che se dopo aver dato le prove dirette del mio assunto, vi aggiungo anche le indirette, ossia che nessuno elevò dubbio nei primi tempi e nemmeno il signor Dunant, benchè il _Pio IX_ si stampasse precisamente nella galleria De-Cristoforis, come ebbe ad osservarmi il chiarissimo De Castro, che non titubò a riconfermare ora anche pubblicamente quanto scrisse allora[43]; ed io all'opposto protestai immediatamente, la questione dovrebbesi ritenere esaurita. Or dunque io prego la S. V. a voler attestare se sta il fatto che le scrivessi dal campo in quel senso. Scusi l'interpellanza, ma Ella comprende che ora la cosa non tocca solo l'amor proprio, ma anche l'onor mio e del mio compagno.
Gradisca i miei rispetti.
_Devot. Serv._