Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 21

Chapter 213,464 wordsPublic domain

Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30 luglio al 1º agosto, ossia quando si sparse la notizia che i Tedeschi aveano passato l'Adda, fu qualcosa d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire dalla città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo che questo spaventava vieppiù coloro che non potevano assentarsi; prevalse il partito più sano di lasciare che ognuno facesse quello che voleva ed una massa veramente considerevole abbandonò Milano, e realmente quando si giunse coll'esercito, si trovò assai squallida. Pur troppo però quei giorni di grande esaltazione non andarono privi di gravi sventure. Si parlò ancora di spie, di tradimenti, d'intelligenze col nemico, e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contemplare il castello, venne circondato da popolo che lo qualificò senz'altro da spia; lo sventurato si smarrì ed allora gli furono addosso con calci e con pugni; alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella scena s'intromisero e protestando che lo volevano condurre all'ufficio di Sicurezza Pubblica, lo presero di mezzo, se non chè, durante il tragitto i più esaltati si lanciavano contro di lui dandogli pugni nel ventre e nello stomaco, sicchè allorquando arrivato all'ufficio venne introdotto nella camera stessa del Direttore gettatosi su di una sedia, spirò. Venne poi riconosciuto che era un Ticinese, appaltatore di opere stradali, ottimo uomo che non avea mai fatto male a nessuno. Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei giorni, perchè questo mi venne narrato dallo stesso Direttore, l'illustre Fava, che fu presente alla morte dello sventurato. Così in quella città, ove nel marzo dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza, ossia uno dei capi più esecrati della Polizia austriaca, si inveiva anche per lontani sospetti contro innocenti; tanto influisce anche sulle masse la fortuna favorevole o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato il sentimento della popolazione, l'aveva inalzato alla generosità ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo quando si pensa che il Bolza aveva tiranneggiato per lunghi anni, sicchè il suo nome godeva di triste celebrità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo che cadde sopra innocenti. Nella popolazione vi era però sempre una parte buona, umana e calma, come lo provò il tentativo per salvare l'infelice Ticinese e come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa due settimane nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni erano laceri; l'indomani dell'arrivo, ossia il giorno 4 agosto di buon mattino, vedevansi i cittadini distribuir camicie ai soldati e recarne carri interi ai campi; i soldati che per una ragione o altra entravano in città, venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e bevande; la gran massa dei cittadini mostrava infine il suo buon cuore e capiva, col suo retto senso, che quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza. Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei giorni nefasti, si accenna in non poche di esse a fatti diametralmente opposti, ad ufficiali ed a soldati insultati, non solo, ma contro i quali si tirarono fucilate e vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo includa una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto, havvi fra i due questa differenza, che quelli che io ho citati sono del 4 mattina, e li posso garantire in tutta l'estensione del termine, poichè fui presente io stesso alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti narrati di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, perduta anche la battaglia sotto Milano, più non eravi speranza alcuna, e solo i più esaltati dominavano nelle vie. Ma ritornando ora al convegno coi miei amici, se io aveva chiesto molto a loro, non era poco nemmeno quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale, ciò che più d'ogni cosa gli interessava, era di conoscere il vero stato dell'esercito, e quale affidamento potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile battaglia che doveva aver luogo l'indomani. Io non poteva ascondere i miei dubbi e parlava con persone troppo franche per non usare anch'io di egual franchezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera, quella del generale Sommariva che era andato a Piacenza; faceva parte di quella divisione una delle brigate che più si erano segnalate nella campagna, la brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottrazione era facile immaginarlo. Oltre di questo non poteva ascondere lo stato veramente deplorevole in generale del nostro esercito; ma, come suol dirsi, finchè havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere una possibilità di combattimento felice; si calcolava inoltre su certe inondazioni che dovevano aver luogo e che avrebbero rese difficili le mosse del nemico; se ne parlava di già a Lodi di questo piano di allagamento. Soverchiante era il numero dei nemici, ma si sperava anche qualche aiuto nella Guardia Nazionale, infine qualche speranza potevasi pure ammettere. Tardi ci congedammo poichè e dall'una e dall'altra parte eravi sempre qualcosa da chiedere.

L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'osteria di S. Giorgio agli ordini del mio capo. Il re Carlo Alberto aveva colà passata la notte. Le notizie del nemico confermavano sempre più che avrebbe in breve attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avamposti, l'attacco formale che segnalò il principio della battaglia non ebbe luogo che poco prima del mezzogiorno.

Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori di porta Romana ed a circa mezzo chilometro, se pure, dalle mura della città. I Tedeschi fecero lo sforzo principale su di un punto intermedio fra porta Romana e porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione era divenuta generale; vi ebbe più di un morto e ferito a poca distanza dal Re, e posso anzi narrare un fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava in prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro ad esso stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e vicino a questi mi trovava io; alquanto più addietro eranvi altri ufficiali ed addetti allo Stato Maggior Generale, fra i quali un colonnello polacco.

Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro così singolare, deviata probabilmente dall'aver battuto contro piante che entrò nel gruppo degli ufficiali, che stavano dietro il generale Salasco, portò via netto la testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a ferire un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano come scorta e gli fece sì profonda ferita che si dovette ammazzare tosto onde por fine alle sue sofferenze. L'inondazione sulla quale si faceva assegno non ebbe luogo. La Guardia nazionale però intervenne in numero non molto grande, ma di certo vi era. Verso le tre sopravvenne un temporale con tal violenza che sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si decisero a Gamboloita ove i Tedeschi presero due cannoni e dopo le quattro venne ordinata la ritirata, ed il Re Carlo Alberto entrò in città.

Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del palazzo Greppi, per stabilirvi il Quartier generale non saprei dirlo. Certo si è che fu un'idea infelicissima e forse devesi a quella scelta se l'indomani si ebbero a lamentare quei disordini che resero così segnalato il giorno 5 agosto. Colà sceso anch'io dovetti pensare un po' anche ai casi miei, e però presentatomi al generale Salasco lo pregai che mi permettesse di andare a casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare, ma non sapeva se e quando avrei potuto ritornare; il generale acconsentendo volle che indicassi io stesso l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9 antimeridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella notte sì triste per me, dirò solo che la passai in bona parte raccogliendo quanto potei in documenti e valori, mettendo un orribile scompiglio in tutte le mie carte, assistito unicamente dalla servente che piangeva comprendendo benissimo ch'io doveva partire per sempre ed essa rimaneva incerta della sua sorte; in mezzo all'ansia che me pure opprimeva mi toccava a farle coraggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole, che giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e poteva sempre calcolare sul mio appoggio ovunque fossi. Riunito che ebbi le mie carte a notte già bene avanzata presi un po' di riposo. L'indomani di buon mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni prese la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le 8-1/2 tenesse pronto il cavallo volendo essere esattissimo alla mia promessa.

Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto abbandonai la mia casa per avviarmi al quartier generale principale in casa Greppi.

Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Venezia) vidi gruppi di cittadini che parlavano con grande animazione, altri procedevano mestissimi; allorchè arrivai presso la piazza del tempio di S. Carlo due cittadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, cominciando col chiedere scusa se si permettevano di fermarmi mi interpellarono: _se era vero che si era conchiuso un armistizio e l'indomani dovessero entrare i Tedeschi_. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola _armistizio_ mi era di già giunta all'orecchio partita da uno dei crocchi incontrati ove si declamava ad alta voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva si bene lo stato dell'esercito da giudicar tosto come la cosa esser dovesse non solo possibile ma inevitabile; tuttavia siccome io ignorava in realtà quel che fosse seguito mi limitai a risponder loro: _io non so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Quartier generale_. Fui contento di non dovere aggravare il loro dolore con una risposta positiva, nè eravi ragione di dir loro cosa io ne pensava. _Oggi vuole essere una giornata seria_, dissi però a me stesso: _Oggi più che mai occorre prudenza e calma_, e feci proponimento di mantenerla.

Punto io pure dal desiderio di conoscere la verità spinsi il cavallo al trotto e presa la via di _S. Paolo_ ed il vicolo di _S. Fedele_ entrai nella via di _S. Giovanni alle case rotte_ che sbocca sulla corsia detta allora _del Giardino_ (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi casa Greppi.

Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via, allorquando odo il rumore di grida confuse ed un individuo armato di fucile mi viene incontro e gesticolando e movendo il fucile come fosse un bastone prorompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso la parola _casa Greppi_. La via di _S. Giovanni alle case rotte_ continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a destra dalle case, che sussistono ancora, ed a sinistra dalla cinta di un giardino ed era anzi piuttosto stretta; l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e movendo furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava letteralmente. Io che non capiva nulla di quel suo schiamazzo, _signore_, gli dissi senza scompormi, _io non so cosa ella voglia, io vado precisamente a casa Greppi e non ho bisogno che nessuno mi insegni ov'è, faccia il favore di sgombrarmi la via_. Queste parole le pronunciai in tuono risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come paralizzato, non replicò verbo, si ritirò da un lato ed io che non era più lontano di un centinaio di metri da quella casa ben presto la raggiunsi. La corsia del Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso enorme, entrai nel cortile di casa Greppi pieno di soldati, consegnai il mio cavallo ad un carabiniere e salii all'appartamento dov'eravi il Re Carlo Alberto e l'ufficio dello Stato Maggior Generale, e mi presentai al mio capo il generale Salasco. _Oh era ben sicuro_, mi disse, _della sua puntualità_, e poi soggiunse. _Oggi è probabile che noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi. Può contarvi con sicurezza_, risposi io e fatto il mio inchino ritornai nella sala attigua dove vi erano i miei compagni. Appresi da loro cose gravi, l'armistizio era stato conchiuso durante la notte e recava che entro il mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercito Sardo avrebbe abbandonato Milano ritirandosi in Piemonte; quell'armistizio era stato communicato al Municipio non che al Comitato che fungeva da Governo, la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella notizia. Era naturale che il primo effetto esser dovesse quello dello spavento; le voci per quanto false anzi prettamente calunniose di crudeltà commesse contro prigionieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche in Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto irritati _questo poi no_, si disse da molti ed in ogni parte della città; il ricordo delle Cinque Giornate era sempre fresco; le condizioni totalmente mutate dell'esercito austriaco erano ignorate dai più ed altri nel loro esaltamento non si davano per intesi ed il grido _alle barricate, alle barricate_ risuonò di nuovo in Milano. Frattanto alcuni fra i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi e volevano sapere netto e chiaro cosa eravi di vero; impediti di salire cominciarono a gridare nella via e poi si fissarono in capo di voler tenere come prigionieri quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re. Si fu precisamente in quel momento di primo impeto che sopravvenni anch'io ignaro di tutto e per questo non aveva compreso nulla di ciò che volesse l'individuo che mi aveva fermato presso lo sbocco della via di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi non si era però tranquilli, cominciarono taluni a dire che dovendoci battere era ben meglio batterci contro i Tedeschi che contro i propri cittadini e come avviene che una corrente d'idee generosa nel suo fondo sebbene d'impossibile esecuzione, prima di essere abbandonata conviene che faccia il suo corso, perchè non si trova chi abbia il coraggio di opporvisi, così a poco a poco s'impadronì dei presenti l'idea della resistenza che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto il dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima spinta decisiva, avvenne uno di quei fatti che sono caratteristici in quei momenti di esaltamento.

Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti a ceto civile, vengono non armati e chieggono di parlare a Carlo Alberto; egli ordina di lasciarla passare e viene egli stesso nella sala maggiore piena di ufficiali d'ogni grado. La folla si apre, compare da un lato la grande, la maestosa figura di Carlo Alberto, dall'altro si avanzano tre o quattro cittadini che vengono a parlare a nome del popolo milanese. A capo era un individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina; giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed aprendo le braccia: _Ah! Maestà_, esclama con voce stentorea, _salvi la sventurata Milano_, e continuò di quel tuono; ma non volendo riferire che quanto rammento in modo esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera fra il Re e quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo imponente il vedere quell'individuo di forme atletiche in ginocchio colle braccia stese davanti a Carlo Alberto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti ancor vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno quella scena colla precisione che la ricordo io. Quando l'individuo ebbe finito, _si alzi_, disse Carlo Alberto, _ci penserò_. Si ritirò con alcuni generali, ricevette ancora una deputazione e si decise di difendersi. L'oratore che si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la buona notizia.

La parola era data; non parve a quelli che contornavano il Re e fors'anche a lui stesso che ciò bastasse per far conoscere la sua intenzione; conveniva farlo in modo solenne e si deliberò farlo mediante un manifesto.

Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella sala ove aveva avuto luogo la scena che ho descritta allorquando mi si avvicina un ufficiale e mi dice che il general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un locale vicino pieno anch'esso di ufficiali ed il generale Salasco mi dice _favorisca stender lei il manifesto_. Si può facilmente immaginare l'impressione che doveva farmi simile incarico. _Signor generale_, risposi io, _obbedisco ma voglia avere la compiacenza di spiegarmi bene il concetto che devo esprimere_.

_Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi_, rispose d'esso, e poi soggiunse: _Caro Torelli, vegga di far presto_. Mi portarono un foglio di carta ed un calamaio; ritiratomi in un canto della stessa stanza in mezzo ai rumore di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa contro Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, accarezzando l'ultimo filo di speranza, aveva voluto recarsi a Milano anzichè a Piacenza ben fortificata e dove poteva riposare e ricomporre l'esercito. Ma era detto che solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire.

Nel breve tempo che impiegai a stendere quel manifesto mi venne vicino il generale mio capo, per vedere se avrei presto finito, tanto era impaziente. Non molti di certo si trovarono sì pressati ed in momenti sì difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta importanza in nome d'un sovrano. Finito che ebbi di stenderlo lo lessi al generale Salasco, ma accortomi che qualche frase meritava di esser corretta. _Permetta_, gli dissi, _che lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene_ rispose e corse a mostrarlo a Carlo Alberto che l'approvò pienamente. Allora più non vidi quel foglio che doveva avere esso pure le sue vicende[39]. Venne recato alla stamperia più vicina, stampato, ed immediatamente diffuso in tutta Milano.

Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla difesa.

Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare in giro a portare gli ordini relativi ed io fra questi sono incaricato di andare nelle parti più lontane di Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento alla porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone che si agitano, che gridano, che spiegano la cosa a nuovi che sopravvengono con intenzioni ostili non conoscendo ancora la determinazione della decretata difesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì e mi lasciò passare.

In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava a traversar strade centrali, preferii andare diritto per la Corsia del Giardino e quindi presi la via lungo il naviglio meno frequentata, ma dove poteva spingere il cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere la sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli ordini. Essi ignoravano completamente ciò che era avvenuto in casa Greppi, nè sapevano comprendere la possibilità di una difesa che avesse probabilità di riuscita. Quella missione mi procurò la conoscenza delle condizioni della città anche nei luoghi lontani dal centro — chiuse la gran parte delle botteghe; la popolazione a capannelli, ma scarsa; regnava ovunque la desolazione o lo spavento. Il collegio Calchi Taeggi ove dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta la mia missione ripresi il mio cammino, se non che vedendo come quà e là s'inalzavano barricate stimai non essere prudenza il tornare al mio posto a cavallo, poichè era molto probabile che o non vi potessi arrivare od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai il mio cavallo e per la via la più breve mi ricondussi a casa Greppi. Nella via Monte Napoleone ed in quella di S. Vittore Quaranta Martiri (ora Pietro Verri), nella via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino, si erano già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo dello stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la fede nel successo; non mancava per piccolezza d'animo, ma perchè ognuno sentiva che ben altre erano le condizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cercasse di illudersi era troppo chiaro che l'esercito austriaco nulla aveva che fare con quello del marzo passato; moltiplicato al decuplo e forse più, compatto ed ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello che era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione? L'esercito piemontese, si era battuto gagliardamente, ma era stato vinto, la ritirata era stata disastrosa, Milano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati affranti dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istupiditi, eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si era ancor battuto il giorno innanzi, aveva lasciato sul terreno più di un bravo ufficiale e non pochi soldati, ma era stato soccombente. L'esercito austriaco accerchiava sempre più da vicino la città e vasto si estendeva il suo campo con innumerevole artiglieria; se anche i cittadini non sapevano enumerare distintamente tutte quelle cause esse reagivano colla potenza della realtà. Allorchè giunsi di nuovo a casa Greppi trovai la via ancor sempre stipata da gente e continuava il gridìo, mi presento al mio superiore, rendo conto della mia missione, ma tosto mi accorgo che la scena è cambiata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era già arrivato e convien dire che giudicassero della possibilità di una difesa come la giudicavano coloro ai quali aveva recato io gli ordini. A togliere ogni speranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un generale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a quell'ora poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or come si fa a difendersi senza munizioni?

Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi questo allo Stato Maggior Generale?