Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 20
Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel disordine dei viveri e pel gran caldo; si sarebbe detto che pioveva fuoco; si cercava far camminare i soldati di preferenza nella notte, ma non sempre si poteva, e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a sinistra in attesa di un attacco; aggiungasi a questo una polvere che avvolgeva le colonne intere della truppa che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta tollerarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di que' giorni, citerò un fatto che accadde a me, di nessuna importanza per sè, ma espressivo qual prova dei caldo. Io recava a tracolla una tasca in pelle divisa internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il cannocchialino da campagna e la carta geografica, nell'altra aveva una piccola scorta di cioccolatta incartocciata. Un giorno volendo levare il cannocchiale sbaglio lo scompartimento ed entro colla mano in quello della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in una poltiglia, ritiro immediatamente la mano e veggo che quella densa poltiglia altro non era che la cioccolatta che si era fusa precisamente come se fosse stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era sparsa nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da molte ore e nelle più calde e la borsa in pelle nera facilitava il concentramento del calorico, ma si pensi a qual grado doveva salire per liquefare a quel modo la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sentirlo anche il nemico, era il medesimo sole che ci saettava e percorrevamo la stessa via, e ciò è verissimo; ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava nel morale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto noi eravamo in condizioni diametralmente opposte; il Piemontese, vera stoffa da soldato, sentiva profonda l'influenza morale, comprendeva che più non si scongiurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano quelle dello spirito che abbattono più delle prime, e d'altronde eravi poi anche questa differenza che quando l'esercito austriaco voleva riposare era padrone di farlo, ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che anche in questo doveva subire la legge dal vincitore.
Una causa grave di sofferenze come già accennai fu quella del disordine nella distribuzione dei viveri. Il servizio era male organizzato ed al campo vi ebbe sempre contemporaneamente in un luogo difetto e nell'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa viveri non mancò mai, ma così mal distribuita e sopratutto poi nei giorni di battaglia, che il povero soldato rimase più d'una volta 24 ore senza cibo. Il vizio veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo con disciplina militare; ora que' impresari temendo cader nelle mani del nemico e perder carri e cavalli, si allarmavano anche per pericoli ideali e ridicoli e trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre io (28 luglio) mi recava a Cremona per prendere disposizioni, incontro un piccolo convoglio di quattro o cinque carri, tirati da buoi che trottavano. Era nato un falso allarme per un preteso corpo austriaco che si diceva vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè corressero, avevano aguzzato dei bastoni e pungevano con questi i buoi a sangue, al punto, che, quando io l'incontrai, o per meglio dire li raggiunsi, trottavano alla lettera, come quelli che li pungevano. Sdegnato a quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo avanti al primo carro, intimai ai conducenti che si fermassero, e li apostrofai con una vera scarica di epiteti uno più forte dell'altro, poi gli dissi: che i Tedeschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro e noi v'erano più di 20 chilometri ed il nostro esercito di mezzo. Credesi forse che reagissero? Nulla affatto; si pigliarono in buona pace quel subisso d'insolenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure come i buoi che cacciavano, quell'assicurazione del nessun pericolo per quanto condita bruscamente fece loro piacere, cominciarono a scusarsi dicendo che avevano visto altri a fuggire, e senza cercar altro fuggivano anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse quel panico; mi feci promettere che avrebbero continuata la loro via di passo e con tutta calma, ed io proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri all'esercito fu uno dei cómpiti più ardui che cadde sugli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio al 3 agosto: io non conobbi più ciò che volesse dire riposare su d'un letto; durante la notte procedeva sempre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde non mancasse il necessario; durante il giorno doveva portar ordini pei movimenti militari. Una cosa dolorosa che mi dava non poca pena erano le inevitabili dimande che mi facevano sulle probabili sorti della guerra, tutti speravano che si facesse resistenza e si desse battaglia, in modo che il loro paese non cadesse nelle mani dei Tedeschi; io non voleva illuderli, ma nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali, ma coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben comprendevano che la speranza di vincere non era grande. Ben potrei però accennare ad onore di più d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e quanta buona volontà vi mettessero. A Cremona, per esempio, ove io giunsi il 28 a notte avanzata trovai al Municipio il Comitato ancora riunito, e non è a dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad una dimanda assai forte per razioni di viveri; ma chi mai ricorda ora, chi apprezza que' meriti? Eppure quei servigi resi in circostanze cotanto difficili e sventurate esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io fedele a questa massima non voglio tacere un fatto che mi avvenne in quei giorni e che torna ad onore del clero e dei cittadini di Codogno.
Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi recava in quel paese portando ordini; lungo la via incontro un corpo di truppa che camminava stanco, spossato; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi e veggo che un soldato che camminava in riva al fosso stradale lascia cadere un pane che rotola nel fosso ma di poca profondità ed asciutto, e nè esso nè altro fra i soldati si dànno il fastidio di raccoglierlo. Mi rivolgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'accaduto. _Che vuole_, mi risponde d'esso, _io ho dei soldati che non digeriscono più il pane, tanto hanno lo stomaco alterato e quindi non mi reca meraviglia quanto ella mi dice; tale poi è la stanchezza generale che nessuno avrà voluto far la fatica di discendere nel fosso per raccogliere quel pane._ Codogno è famoso pei suoi latticini, è un gran centro produttore di burro e formaggi; mi viene in mente di trar partito di quella sua ricchezza ed arrivato indi a poco colà, dopo esaurito il còmpito affidatomi, vado diritto dal parroco, gli dico che arriverà quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che a molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti ricchi fittabili si potevano fare delle polente ed unirvi un po' del famoso burro o del formaggio, era persuaso che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li avrebbe ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coadiutore, gli ordinò che cercasse subito tre o quattro altri sacerdoti e si spargessero per Codogno esortando la popolazione a far polente accompagnandole poi con un po' di burro o di formaggio che i soldati sarebbero venuti a prenderle.
Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui chiamati in aiuto, corrispose la bontà d'animo di quegli abitanti; in meno di due ore si erano preparate polente in ogni parte di quel grosso borgo. Frattanto era arrivato anche il corpo di truppa e si era accampato fuori del paese. Mandai ad avvertire il comandante come gli abitanti di Codogno avessero preparato una sorpresa pei soldati con polente e burro, volesse mandare buon numero di soldati onde trasportarle al campo. Il comandante non si fece pregare, e si videro file di soldati guidati da sacerdoti e cittadini alle diverse case, che a due a due portarono quelle polente, alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero gran festa a quel regalo. Molti anni dopo trovandomi io in Firenze in una società ed essendo caduto il discorso sul buon umore del soldato piemontese, un ufficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò: come essendo egli ufficiale d'artiglieria in una batteria di campagna che nella ritirata del 1848, sopra Milano erasi fermata a Codogno, quegli abitanti avessero preparate delle polente con burro e formaggio, del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che egli aveva dovuto fare le meraviglie vedendo come quel piccolo avvenimento avesse tosto cambiato l'umore dei soldati, alcuni dei quali facevano dei brindisi colla polenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostrazione d'animo che generalmente dominava, non si può a meno di convenire nella sentenza di quell'ufficiale, che poco basta per eccitare il buon umore nel soldato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due righe di lode anche ai buoni cittadini di Codogno se anche solo dopo 35 anni? Quei slanci svelano la buona natura della popolazione; ma perchè si avesse a giudicare come merita, converrebbe potersi trasportare col pensiero a quei giorni. Universale, come ripeto, era lo spavento per le asserte calunniose crudeltà commesse dagli Austriaci contro inermi cittadini.
Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come pur troppo passati forse anche solo due giorni Codogno sarebbe stata occupata dai Tedeschi; non pertanto si adoperavano con tanto zelo ed amore verso i nostri poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto al numero che poterono parteciparvi in confronto all'esercito intero, ma fu di vero sollievo per quelli a cui toccò ed il contegno di quegli abitanti merita esser ricordato poichè verranno indubbiamente altri tempi, fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la carità cittadina potrà essere di sollievo a soldati affranti dalle fatiche come quelli della ritirata del 1848. Auguriamo pur sempre che la fortuna secondi le nostre armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere come cosa possibile anche rovesci e sventure. Ultimate le mie incombenze tornai a Cremona.
Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città un attacco da parte del nemico, vi ebbe un combattimento che durò più ore; l'esercito nostro benchè già sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza compatto ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte della gran superiorità di numero del nemico, non perdette nella ritirata nè prigionieri nè un pezzo d'artiglieria.
Un grosso temporale venne anche in quel giorno a rinfrescare alquanto l'aria infuocata.
Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più che la linea dell'Adda che ancora poteva prestarsi ad un piano di difesa, e realmente il 31 luglio il generale Bava aveva impartito istruzioni in proposito. Ei contava sulla cooperazione del Comandante della 1ª Divisione, il generale Sommariva D'Aix, il quale formava l'estrema sinistra, ed il 31 stesso mese aveva passato il fiume a Grotta d'Adda, ma il 1º agosto sopraffatto dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vicinanze, il generale Sommariva lungi dal poter dar la mano al generale Bava, erasi recato a Piacenza con tutto il suo corpo; quello sconcertò il piano della difesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero contromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle missioni, e precisamente presso il generale Ferrero che si trovava in vicinanza di Pizzighettone mi avvenne di essere presente ad uno di quei spettacoli che difficilmente si ripetono, perchè prodotti da combinazioni fortuite, e da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del generale Ferrero per recargli l'ordine di cambiare di direzione; giunto a poca distanza da quella fortezza incontro il generale Passalacqua che colla sua brigata seguiva la via tracciatagli in forza del piano di difesa che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai sospendere la marcia e di voler prender cognizione di quell'ordine che recavo al generale Ferrero. Ei stava leggendo quell'ordine allorquando si ode un colpo come di tuono cupo, ma tuttavia sì forte da far tremare la terra, in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza un'enorme colonna di fumo, ma del diametro di più diecine di metri, e questa si slancia ad un'altezza non minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma, la cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade su sè stesso formando gran vortici di fumo ed avvolge dilatandosi tutta la fortezza; il generale Passalacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me e degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spettacolo sì imponente ma che non durò che pochi minuti.
Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una grande provvisione di polvere, più centinaia di barili; venuto l'ordine di sgombrare la fortezza non volevasi che quella preziosa provvista cadesse in mano del nemico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla, si cominciò a gettarne una grande quantità nell'Adda, ma quel mezzo di distruzione non riuscendo abbastanza celere, venne il pensiero di accatastarne una gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco, dopo prese le debite precauzioni perchè tutti si allontanassero. La polvere non trovando resistenza non produsse che quello scoppio cupo che ho menzionato, ma la grande quantità generò quella sterminata colonna di fumo che dapprima produsse l'effetto di un torrente che andava dal basso all'alto, e finita la spinta si rovesciò sopra sè stesso, si allargò dapprima a forma d'ombrello, e poi cadde generando una specie di nebbia nera che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire andarono distrutte in pochi momenti, eppure era ancora l'unico partito che potevasi prendere. Salutato il generale Passalacqua, raggiunsi in breve il generale Ferrero che diede tosto le disposizioni per la nuova via a prendersi; ciò avveniva il 1º agosto e quando il quartier generale era in Codogno. Colà si dovette il Re decidere, o ad andare su Piacenza, ovvero su Milano; ragioni militari avrebbero consigliato la prima via, ma Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano, che del resto era sempre stata la sua idea e l'esercito mosse alla volta di quella città. Il 2 agosto verso sera ebbimo ancora qualche scaramuccia col nemico nella vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agosto dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano.
Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo a quello menzionato, non aveva più avuto notizia alcuna diretta da quella città. Durante la breve fermata di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto a mia moglie che si ritirasse in Piemonte, ma poi non avevo più avuto notizia di lei nè della famiglia. Alle preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa pubblica, aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni private. Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il permesso di potermi recare a casa mia, al che acconsentì pregandomi però di ritornare il più presto possibile. Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno. Giunto a casa mia appresi che mia moglie era andata a Novara, il che mi fece gran piacere. A custodia dell'appartamento era rimasta solo una servente tutta spaventata per le dicerie che correvano, sicchè cominciai col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto i vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a trovarmi avidi di avere notizie dell'esercito. Alla mia volta io non era meno ansioso di conoscere cosa era avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare fu un vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le reciproche risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore lo sa; io cercherò riassumere in breve ciò ch'io appresi in quel primo colloquio famigliare coi vicini fra i quali eranvi persone distinte, compreso un alto impiegato dello stesso Governo provvisorio.
La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio, elevato al rango di battaglia, nonchè di quello più importante di Staffale del 24 dello stesso mese, aveva elettrizzato la popolazione; l'ultimo in modo speciale era stato annunciato come una splendida vittoria, ed i fogli pubblici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo perchè le notizie potessero giungere, ed il pubblico non veniva in cognizione che circa ventiquattro ore dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di grande allegria per Milano che festeggiava la vittoria di Staffale. Alla sera vi ebbe illuminazione in più luoghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della guerra. La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran parte della notte successiva, fummo tutti occupati a dar provvedimenti per la ritirata, e credo che nessuno si assumesse l'ingrato incarico di partecipare al Governo la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe osservare che non fu cosa molto regolare, ma in quei momenti si pensa dai capi anzitutto all'armata, ed era poi tanto più perdonabile la poca premura di dare quella notizia, in quanto che ignorandosi dal maggior numero la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur sempre ancora la speranza di poter prendere qualche rivincita. Solo il 26 luglio da Goito si cominciò a partecipare ufficialmente al Governo provvisorio la nostra sventura. Ma come sempre avviene in simili circostanze, le notizie date dai privati avevano preceduto le ufficiali; già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha dovuto circolare in Milano. Tuttavolta, siccome un privato non fa sempre impunemente lo spargitore di notizie infauste, è molto probabile che le prime fossero avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la gran massa del pubblico ignorava completamente il rovescio toccato il 25. Siccome però gli avvenimenti non davano tregua, così la realtà ha dovuto farsi strada ben presto, con che le notizie sfavorevoli finirono ad accavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata del 27 cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non dell'armata, ma di quella massa di privati, che o per ragione di contratti ed appalti per sussistenze militari o per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito. Allora la verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è impossibile che non venga anche esagerata, per il che i fuggitivi sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti i tempi, così accadde che Milano passò bruscamente dall'esultanza per il trionfo ottenuto, allo spavento per la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata nella quale ebbe principio la triste fase di confusione e di spavento. Le notizie dell'esercito si succedevano ma tutte sfavorevoli; si era in piena ritirata. Il 28 suddetto si annuncia che _stava per cadere Cremona_ e quantunque, militarmente parlando, non poteva avere grande importanza, non essendo città fortificata da potere offrire un punto d'appoggio per una resistenza; non è a dire quanto nel pubblico e sulla massa dei cittadini dovesse far senso quell'annuncio che venne tosto divulgato come fatto compito colle parole _sono già a Cremona — è occupata Cremona — Cremona è caduta_. I cittadini se la presero col Governo provvisorio al quale il giorno 29 luglio la piazza impose un triumvirato che assunse il nome di _Comitato di pubblica difesa_ e cominciò a dare provvedimenti in suo nome.
Queste furono le notizie più essenziali che potei avere in quel primo colloquio coi vicini di casa; fui obbligato a troncarlo presto, volendo essere esatto e ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore che mi erano state accordate. Giunto al Quartier generale ch'era in un'osteria fuori porta Romana, detta di San Giorgio, mi venne assegnato un alloggio in una delle più vicine case. Le ore vespertine di quel giorno vennero impiegate in preparativi per la battaglia divenuta inevitabile per l'indomani. Le truppe vennero collocate fuori della città in gran cerchio che appoggiavasi colla dritta al Naviglio di Pavia; aveva il suo centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa era però affranta dalla fatica e dalle sofferenze per il gran caldo.
Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai alcune ore con due amici che mi vennero a trovare e con ottimo consiglio avevano preparato un po' di pranzo in un'osteria vicina. Nel breve colloquio a casa mia non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie le più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Milano; ma con quei amici, uno dei quali era ufficiale della Guardia Nazionale e l'altro persona dell'alta società, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie intorno agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma rimontando anche addietro. Essi mi narrarono come nei due mesi passati i partiti avessero sconvolto Milano, come si fossero imposti alla popolazione con una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come molte famiglie civili fossero andate in campagna per sottrarsi a quella tirannia. Si predicava apertamente la necessità della Repubblica; ben prima di quei giorni, il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza s'era fatta onnipotente; si univano quindici o venti, si recavano in piazza S. Fedele avanti al palazzo Marino ove sedeva il Governo, e cominciavano a gridare ad alta voce, _fuori il Governo provvisorio_ e volevano notizie dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come potesse camminare l'amministrazione pubblica, in simili condizioni, è facile immaginarlo; si facevano piani di campagna, e si discutevano, nei giornali i più esaltati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbligava talvolta lo stesso Governo provvisorio ad ingerirsi con consigli che provenivano da loro, nei piani di guerra. Quanto al futuro regime da darsi alle Provincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella che godevano e della quale tanto abusavano; la stampa infine si era convertita in vera reale tirannia per i tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire denunciati di _Piemontesismo_ o di poco liberali, e perfino di aderenti in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti ne andò il giornale detto _L'Operaio_, redatto da certo Perego, era divenuto un vero flagello pei cittadini; entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio l'onoratezza e la buona fama di oneste persone[38].
Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la confusione che tutto quell'insieme aveva generato nelle menti, e voler rappresentare lo stato morale della città di Milano nel giugno e luglio del 1848. Non occorre tampoco accennare come gli autori principali di quei disordini, sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si lanciassero contro il Governo provvisorio reclamando la sua rimozione, dichiarandolo inetto e non al livello dei tempi e delle gravi circostanze; se nonchè allorquando il pericolo si fece maggiore e gli Austriaci si avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fuggirono ed i più andarono a Lugano per sorvegliare, come dicevano, gli avvenimenti.