Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 18

Chapter 183,804 wordsPublic domain

Sono vere e grandi questioni internazionali, che si devono prendere sul serio e non illudersi, credendo che possano vincersi senza lotta morale e fors'anche materiale; sono questioni che non si devono studiar solo in fugaci articoli di giornali, ma nella loro essenza e nelle cause che vi diedero origine e ne prepararono lo svolgimento. Alle molte questioni intricate e speciali d'ogni Stato, d'ogni luogo, or si aggiungono queste minacciose per tutti, ed ogni nazione deve trovar uomini energici che abbiano il coraggio ed il sapere di rintuzzar quel nemico che prepara e vuol far trionfare una barbarie d'un nuovo genere uscita dalla civiltà degenerata. L'Italia non deve star addietro alle altre nazioni in questa coalizione che viene imposta dai sovvertitori d'ogni ordine. I migliori elementi si troveranno ancora nella classe che ha molto da perdere; ma i sacrifici de' singoli sono un nulla in confronto del sovvertimento dell'ordine sociale; epperò la questione non deve rimaner individuale, nè considerarsi in rispetto ai solo interessati, ma deve elevarsi al vero naturale suo livello, cioè d'una delle più gravi che agitar possono la società.

L'_Italia è libera_; ma non lo è da tutte le tirannie. È libera dalla tirannia politica che dava ad un individuo, sotto qualsiasi nome o titolo, l'autorità di comandare a suo talento. Era un gran male e ci vollero nullameno di 22 anni per liberarsene interamente, ma la libertà politica che si ottenne generò forse anche le altre che si attendevano le popolazioni, quella del libero svolgimento di tutte le opinioni, il rispetto all'onore dei cittadini, alle sue convinzioni politiche e religiose? Sarebbe un'amara derisione il voler sostenere in senso affermativo una tesi simile! Tirannuncoli d'ogni specie si impossessarono della libertà ed a forza di intimidazioni fanno violenza e trascinano altri, anche contro le proprie convinzioni, ed impediscono di fatto che usino dei loro diritti. Da che proviene questo? Dalla mancanza di coraggio della propria opinione; il qual coraggio deve essere un elemento indispensabile nella vita d'un popolo libero. Sta nei decreti della Provvidenza che una nazione non solo ha bisogno di trovar uomini coraggiosi per redimersi se non è indipendente, ma che anche dopo redenta non può prosperare se non trova altri cittadini coraggiosi che non si lasciano sopraffare ed indurre ad agire contro le proprie convinzioni. La libertà è per tutti, ed appunto per questo, l'abuso degli uni si rivolge in tirannia contro gli altri. E sono forse poche le parti in Italia nelle quali si esercitano pressioni tiranniche, intimidazioni ed abusi? Si invocano leggi, si grida contro la loro impotenza; ma non vi è legge che non divenga impotente, quando i cittadini volontariamente abdicano alla propria indipendenza e fingono rispettare uomini che disprezzano e rinnegano la loro opinione, per farsi vilmente servi dell'opinione di quelli che temono. _L'abuso è grande_, si dice, _non vi è persona per quanto si chiami aliena dall'ingerirsi in pubblici affari, per quanto cerchi sottrarsi agli sguardi altrui e seppellirsi fra le domestiche pareti, che sia al coperto di insulti gratuiti, di maldicenze d'una stampa che non conosce nè moderazione, nè leggi; or come pretendere che senza avere un gran coraggio si possa esporsi a dover lottare con essa?_ Ma chi dà influenza, chi mantiene sì baldanzosa questa stampa? È il vostro esagerato timore, e il credere che dipende dal capriccio di chiunque il dare o togliere definitivamente l'onore de' cittadini. Credete voi, per venire ad una prova di fatto, che in Inghilterra dove havvi pure libera la stampa, i cittadini si diano gran fastidio della stampa maledica, che rispondano agli attacchi de' giornali screditati? Essi cominciano anzitutto col non permettergli l'entrata nelle proprie case e tanto meno poi li comprano per non concorrere a mantenerli in vita. Un tal procedere, divenuto comune, obbliga la stampa ad andar guardinga e moralizzarsi anche nel proprio interesse. Avviene precisamente l'opposto di quanto avviene nei paesi, ove per timore si viene a patti coi peggiori giornali, fosse pur solo per averli neutrali; il che ha poi per effetto di incoraggiare i giornali stessi ad esercitare un terrore del quale traggono profitto. Or dubitereste voi che se anche in Italia si imitasse l'esempio dell'Inghilterra, non si avrebbero le stesse conseguenze?

Ma... io sono forse caduto un po' basso nell'opinione del mio lettore! Forse taluno, nel quale aveva destato qualche interesse, come cronista, dirà o penserà che finisco male colla lezione che voglio dare.

Permetta il lettore delle ultime linee che anch'io esprima la speranza, che non tutti, almeno, parteciperanno questo giudizio. Quanto diversamente procederebbe la cosa pubblica in Italia se ognuno avesse il coraggio della propria opinione, se quando è chiamato a dar un voto od esprimere il proprio parere, consultasse non già quale sia l'opinione di quelli che fanno più chiasso e si chiamano o si credono i rappresentanti della pubblica opinione, ma unicamente la propria convinzione! A me pare che potendo persuadere quanto debole sia la forza dei tirannelli, che è basata anzitutto sull'altrui timidezza od incuria, potendosi ottenere un po' di coraggio nella numerosa classe dei cittadini chiamati dalle leggi a cooperare al governo del paese, si vada per via diritta alla radice del male senza chieder nulla alle autorità ed alle leggi. È un rimedio che sta nelle facoltà di ogni singolo individuo e per questo io credo che non si possa abbastanza insistere, perchè lo si raccomandi, lo si diffonda e lo si adoperi. Ma a qual classe mai si potranno rivolgere questi eccitamenti con maggior fiducia, se non a quella dei cittadini indipendenti, in condizione d'aver bisogno di nessuno? Ad essi faccio l'ultimo appello e lo farò nel nome di que' tanti che caddero perchè l'Italia giungesse a quella meta che pur raggiunse, ma che non si manterrà, se ai nemici attivi, oggi più interni che esterni e che lavorano alla sua dissoluzione, non si contrappongono cittadini risoluti a difenderla ed a renderla onorata e rispettata.

AGGIUNTE ALLA SECONDA EDIZIONE

RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere l'esercito piemontese — Il quartier generale viene trasferito a Marmirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza — Ritirata su Goito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — Deputazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale Hess.

Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di giugno all'esercito piemontese, venissi accettato qual luogotenente nel 5º regg. Aosta fanteria, ma immediatamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto gli ordini del generale Salasco, comandante supremo di quel corpo. La conoscenza della lingua tedesca contribuì a procurarmi quell'onorevole destinazione, ma mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il 18 ed il 24 giugno i nostri avamposti sorpresero il corriere che recava la corrispondenza da Mantova a Verona. In complesso erano da oltre 400 scritti fra rapporti ufficiali e lettere private, formando queste la parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre trovato il mezzo di far pervenire la corrispondenza dall'una all'altra fortezza. Ognuno vede qual bellissimo colpo sia quello di poter mettere la mano su di una massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza velo di sorta, rispetto a ciò che contengono; se non che quel regalo della fortuna cadde interamente sulle mie spalle.

Non solo era importante il conoscere il contenuto di tutto quel carteggio, ma bisognava anche far presto; mi accinsi in entrambi i casi con tutta la buona volontà consacrandovi oltre il giorno buona parte della notte.

I rapporti ufficiali non contenevano cose di rilevanza; si riferivano in gran parte a particolari di servizio, a promozioni, ad informazioni sulle nostre posizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un punto determinato aveva per noi un'importanza reale e lo tradussi per esteso non facendo che un cenno degli altri; si scorgeva che le notizie di più grave momento si trasmettevano per altro mezzo.

Di maggior interesse al confronto era la corrispondenza dei privati; erano figli che scrivevano ai genitori e viceversa; amici ad amici; oltre di ciò vi erano alcune lettere per ragioni commerciali. Feci per prima la separazione fra queste diverse classi; fra le private più d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate dalla ritirata da Milano in poi; or bene non ve n'era una sola che parlando di quel fatto non lo attribuisse alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità del resto già per sè stessa così chiara, non potevasi dire allora perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Milanesi che Radetzki erasi ritirato unicamente per la resistenza loro, ossia in causa delle Cinque Giornate, e con tale argomento asserivano poi anche che il più era fatto, e questo si osò dirlo persino in un proclama (25 marzo) d'un capo partito.

Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si servono per ingannare i popoli ricadono anzitutto sui popoli stessi. Lo slancio veramente sublime delle Cinque Giornate venne tosto usufruttato da faziosi per mire parziali e non per l'utile della causa pubblica, la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo della guerra, e non vi mescolassero la politica; ma che dire se invece si lasciava credere alle popolazioni non esservi quanto alla guerra che da cogliere i frutti. Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre mani, oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del nemico che andava sempre ingrossando, eravi una lettera preziosissima di un ufficiale di Stato Maggiore che scriveva ad un altro ufficiale a Vienna. Quella lettera trattava del modo col quale era stata condotta la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba critica della condotta del maresciallo Welden che aveva perduto tempo, uomini e danari nell'impresa di Vicenza, mentre se fosse marciato diritto su Verona senza darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di combattere Carlo Alberto, vinto il quale, ogni altra resistenza seria diveniva impossibile; ma poi finiva colle testuali parole: _con tuttociò noi speriamo fermamente di rompere la lunga linea piemontese che dalla Corona_ (monte sopra Rivoli) _si estende a Governolo, e battere quell'esercito_.

Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno che conosceva molto bene il suo mestiere epperò la tradussi tutta fedelmente (erano 6 pagine) e la portai al mio capo immediato, il colonnello Cossato, facendone rimarcare la grande importanza; in pari tempo proposi che annullati i rapporti ufficiali e le lettere che contenevano notizie militari, e ciò per eccesso di precauzione, poichè nessuna diceva cose nuove, si desse corso alle altre assolutamente innocue. Qual conto poi si facesse di quel rapporto sì bene particolareggiato di quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho voluto citare quel fatto perchè si rannoda ad altro ben più grave per noi, ossia all'esecuzione precisa ed esatta del piano di dividere la gran linea e poi battere separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto; piano che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle posizioni del Monte Corona e di Rivoli, ed ebbe fine il 4 agosto colla battaglia di Milano. Furono 18 giorni di lotta continua che comprendono tre battaglie (Staffale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri più o meno importanti, ma non vi ebbe un sol giorno senza sangue, senza strazio di popolazioni, senza profondi dolori da parte di leali e onesti patrioti, senza pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto interesse nella storia dei popoli, e che meriterebbero la preferenza su d'ogni altro di essere ben studiati, perchè in essi si condensano, dirò, gli effetti di lunghi anni passati e pongono in evidenza vizî e virtù, egoismi ed abnegazioni, viltà e coraggio.

Pur troppo la storia genuina di questi periodi è difficile a scriversi; la passione si intromette sempre e la verità è offuscata dalla vanità e presunzione di chi si ascrive successi felici oltre la misura che gli si compete, e di chi invece assolve sè stesso e getta sugli altri le sventure. La posizione subalterna che, giovine, io occupava allora, mi salva da ogni responsabilità di importanti determinazioni prese; fedele esecutore di ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso narrarle con piena cognizione di causa, e come fu trovata pienamente veritiera la mia narrazione delle Cinque Giornate, benchè circoscritta solo a quanto poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che incontrerà eguale giudizio anche questa narrazione che comprende la ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza, e la giornata del 5 agosto in Milano. — Ora farò ritorno al campo piemontese ed alla terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio erasi trasferito il quartier generale principale da Roverbella a Marmirolo, che dista pochi chilometri da Mantova. Ciò indicava che si voleva dare alle operazioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa, ed il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a Governolo, favorevole ai nostri, sotto il comando del generale Bava. Il modo col quale venne annunciato fu, a dir vero, un po' troppo pomposo; si sarebbe detto ch'era stata una vera battaglia campale; ma queste esagerazioni si comprendono pensando alla necessità di rialzare l'animo de' soldati e lo spirito pubblico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il manifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava sulla faccia dei luoghi, e poteva calcolare le conseguenze di quel combattimento, non che i sagrifici che aveva costato e che erano assai limitati, non lo si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera, e come è uso dei pubblicisti, che vogliono essi dirigere l'opinione pubblica, lo si magnificò ancor più. I cuori si aprivano alla speranza.

Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di guardia nella notte dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato Maggiore, ch'era annesso all'abitazione del general Salasco. Io stava leggicchiando non so cosa, allorquando verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia l'arrivo di un ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado incontro e veggo un ufficiale di cavalleria, bel giovane, ma colla singolarità di una barba ad uso del Mosè di Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da un pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benvenuto e gli chieggo se vuole asciugarsi, ma ei risponde che ha fretta di parlare col generale Salasco e _pur troppo_ mi dice! _reco cattive nuove_ — _le cose vanno male, abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci in furia e fretta_. Io mi sentii rimescolare il sangue; entrai tosto dal general Salasco al quale annunciai l'arrivo di quell'ufficiale dicendogli che aveva affari gravi ed urgenti da comunicargli. — Il general Salasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'ufficiale circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e lo pregai di volermi dare qualche notizia più particolareggiata. — Prima d'allora io non aveva veduto mai quell'ufficiale; si cominciò col declinare reciprocamente i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente di cavalleria che veniva dal quartiere generale del Comandante il corpo d'armata sulla destra del Mincio il generale De Sonnaz.

L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in piedi; il Re, chiamati i generali tenne un consiglio di guerra, e venne deciso di abbandonare quella posizione e di andar incontro al nemico verso Villafranca. Prima che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e buona parte della giornata andò perduta sì che non si potè partire che dopo il mezzogiorno; il caldo era sì opprimente che in quella marcia perdemmo più soldati per insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri da Villafranca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma fatta sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più che una marcia assai più lunga. Alla sera del 23 tutto il corpo ch'era a Marmirolo si trovò a Villafranca. L'indomani (24 luglio) si partì, non sò per qual causa, tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico nelle vicine colline, si venne alle prese in più punti, ma il combattimento principale ebbe luogo in una località chiamata Staffale.

Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno dessa il nome di battaglia campale, ma era però stato un combattimento di maggiore importanza di quello di Governolo e basti il dire che si fecero nullameno di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette ad un'abile manovra del Duca di Genova, quello fra i Principi di Casa Savoja che aveva ereditato il genio militare. Gli Austriaci avevano lasciato sul campo non pochi morti e fra questi alcuni ufficiali.

Come era ben naturale venne dato tosto l'annuncio di quella vittoria al Governo di Milano, e venne ritenuta come un felice preludio della battaglia che doveva seguire il giorno dopo, e tutto accennava a far ritenere che quella sarebbe stata la vera battaglia campale e decisiva. Buona parte della notte dal 24 al 25 venne passata da noi ufficiali di Stato Maggiore nello stendere ordini e prendere disposizioni relative alla battaglia dell'indomani.

Il mattino del 25 verso le ore 6 il general Salasco mi fa chiamare, mi annuncia che sono stato prescelto a recare un ordine importantissimo al generale De Sonnaz a Volta al di là del Mincio, e mi presenta al general Bava; questi mi dà istruzioni più particolareggiate, mi dice di passar per Goito, ove doveva pure comunicare certi ordini al comandante delle truppe in quel luogo; il general Salasco mi consegna una lettera pel generale De Sonnaz. Il tutto si riferiva ad un attacco che il De Sonnaz doveva fare non più tardi del mezzogiorno sul fianco del nemico, avanzando su Borghetto, ove doveva passare il Mincio ed operare a Valeggio la congiunzione col corpo dello stesso Bava. Il giro ch'io doveva fare era un po' lungo (poco meno di 30 chilometri), ma ammesso che non avessi incontrate difficoltà, vi era il tempo da poter arrivare fra le 9 e le 10, sì che non mancasse anche quello necessario perchè la truppa, che già doveva ritenersi pronta, raggiungesse senza sforzo il vicino ponte di Borghetto (6 chilometri da Volta). La stanza ove ci trovavamo era immediata a quella del Re Carlo Alberto, il quale entrò nella medesima e mi disse le precise parole. _Raccomandi anche a mio nome al generale De Sonnaz che attacchi all'ora indicata._ Ringraziati i generali dell'onore che mi facevano, e fatto il mio ossequio a Sua Maestà, mi occupai tosto della partenza. Essendo impossibile che il mio cavallo, se l'avessi adoperato in quella lunga corsa potessi poi adoperarlo nella battaglia, noleggiai uno di quei leggerissimi biroccini colà in uso, con un buon cavallo ed ingiunsi alla mia ordinanza che allorquando la truppa sarebbe marciata su Valeggio, si unisse a quella, conducendo colà il mio cavallo; così disposto ogni cosa, io partii col mio condottiere, un giovine di circa vent'anni. In breve io fui a Roverbella, ma quivi trovai la via verso Goito barricata, e tutta la truppa disposta in ordine di battaglia.

Siccome temevasi che la guarnigione di Mantova facesse una sortita per prendere il nostro esercito alle spalle od anche solo molestarlo, si era dovuto lasciare della forza a Roverbella. Era un reggimento e precisamente il 17 con un po' d'artiglieria e cavalleria; altra egual forza erasi lasciata a Goito per difendersi da un attacco sulla destra del Mincio pel caso che movesse sopra Volta.

Prendendo in mano la carta topografica ed esaminando la disposizione delle nostre truppe in quel memorabile giorno si vede che non era cattiva; il grave errore della lunghissima linea che aveva durato fino ai 22 luglio era stato corretto colla marcia del 23 da parte della truppa sulla sinistra del Mincio e dal concentramento della truppa del generale De Sonnaz sulla destra, nessun corpo era cotanto lontano l'uno dall'altro da non potersi aiutare a vicenda; ma pur troppo quel concentramento non era stato l'effetto d'un piano concepito da una mente direttrice che corregge in tempo un errore, ma era invece di già una conseguenza dell'errore stesso, il movimento era stato imposto dal nemico. Il corpo del generale De Sonnaz facendo uno sforzo inaudito di precipitosa ritirata era bensì arrivato in luogo opportunissimo per attaccare l'inimico, ma affranto ed in quel disordine che accompagna sempre una ritirata precipitosa; certo però si è che la disposizione del nostro esercito era buona. Infine il 24 luglio a sera i due eserciti il piemontese e l'austriaco si trovavano in questa singolar condizione che entrambi contavano un successo ed una sconfitta, entrambi si erano concentrati col nerbo delle loro forze sulla sinistra del Mincio ed entrambi potevano venir attaccati da tergo o sul fianco; il piemontese da truppe che sortissero da Mantova, l'austriaco dal corpo del generale De Sonnaz. Le colline che da Villafranca e Valleggio si stendono verso Sommacampagna dovevano vedere lo scioglimento di quel sanguinoso dramma.

Da quanto ho detto si comprende l'importanza che aveva la mia missione e quanto ci tenessi ad eseguirla. Sì tosto giunsi a Roverbella chiesi del comandante di quella forza, e comunicatogli lo scopo della mia missione lo interrogai se aveva notizie degli Austriaci che potessero venire da Mantova. _Sono già a Marengo_, mi risponde, _e mi attendo di essere attaccato da un momento all'altro. La via da qui a Goito è occupata dai Tedeschi; nulla di più impossibile di voler andare a Goito._

Marengo[37] dista 5 chilometri e non più da Roverbella.

_A Goito posso rinunciare_, soggiunsi, _ma non a Volta. Io devo assolutamente andarvi a qualunque costo!_

_Ma come vuol fare?_

Prendo la carta topografica e dico al colonnello: _andrò a Pozzolo_ e passerò colà il Mincio.

_Ella farà quello che crede, ma badi che tutta la campagna, tutte le vie da qui a Pozzolo sono in balìa dei Tedeschi; io ho poca truppa, non posso darle scorta._

_Non importa, non ne chieggo, e forse mi sarebbe più di danno che di utile. Io conosco un giovine di qui che mi servirà di guida e basterà._

Eravi a Roverbella un giovine arditissimo del quale mi era servito altre volte per esplorazioni, ei conosceva ogni via, ogni sentiero; lo faccio ricercare e per buona sorte era in paese.

_Senti_, gli dico, _mi hai servito altre volte, ma oggi devi rendermi un servigio segnalato; tu mi devi condurre a Pozzolo, ho un biroccino con un ottimo cavallo, ti darò un bel regalo._

Ei mi fa delle difficoltà, sapeva benissimo che i Tedeschi erano già vicini a Roverbella e potevano essere anche a Pozzolo, ma io insisto e faccio appello al suo amor proprio, al suo coraggio, al servizio grande che può rendere al paese; ei pensa un po' e poi mi dice: _facendo un giro verso Villafranca e poi ripiegando verso Pozzolo si può tentare_.

_Tu farai quanti giri vorrai_, rispondo io, _purchè mi conduca a Pozzolo._

_Ebbene andiamo_, replica esso. Il cuore mi si allarga; ma il còmpito non era finito; io doveva persuadere anche il vetturale che non era della tempra di quel giovine, ma per esso aveva già il mio piano ben risoluto. Gli annuncio la decisione presa: _In bocca ai Todeschi mi non ghe vado_, mi risponde in veronese con due occhi fuori dell'orbita per lo spavento; io cerco persuaderlo colle buone, gli dico che viene quel giovine che ci farà da guida, che conosce tutte le vie e ci condurrà dove non vi sono Tedeschi, ma d'esso non vuol udir ragioni e ripete di continuo _in bocca ai Todeschi mi non ghe vado_.