Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 16

Chapter 163,763 wordsPublic domain

Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io determinai di andare al campo ed entrare nell'esercito non avendo fede che in corpi regolari, ma dovetti differire di alcuni giorni perchè faceva parte d'una Commissione per un progetto di legge elettorale che aveva a suo capo il conte Porro, già membro del Governo Provvisorio. Si era detto che doveva durar poco; ma io cominciai allora ad imparare cosa sono i partiti politici e le piccole furberie. In quella Commissione che si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in minoranza sì, ma ben pronunciato; esso trascinò la discussione in lungo non solo, ma quando si venne finalmente alla conclusione, non so per qual fine suo proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la relazione, talchè io avendo perduta la pazienza, piantai relatore e Commissione, ed ai primi di giugno andai al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio gratuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come tale al 5º Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato Maggiore Generale sotto l'immediata dipendenza del generale Salasco. Il quartier generale era allora a Valleggio e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio amico il conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il conte Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, tutti milanesi, non che il signor Marco Minghetti, bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi quali tutti strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva promosso a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia perdonato questo breve cenno tutto personale, ma serva per provare che predicando agli altri che l'Italia stava allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella massima; se cause da me indipendenti non mi permisero d'attuarla prima, fui però in tempo di prender parte ai più serii eventi della guerra, nei cui particolari non intendo però di entrare. Farò invece un passo addietro, ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune considerazioni intorno a due fra le principali ragioni che vi contribuirono, delle quali ho bensì già fatto un cenno, di fuga, ma meritano essere conosciute più davvicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed a Pio IX.

Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni[35] difficilmente si possono comprender bene ed anche giudicare a seconda del merito, sta forse in prima linea quello dell'influenza di Pio IX e del clero.

Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto posso garantire, io non m'occuperò che del clero lombardo, benchè creda che la gran parte di quanto narrerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia.

La sua influenza fu grande, e tale che, se non esistessero ancora testimonî a decine di migliaia, in ogni classe di persone, difficilmente lo si crederebbe da chi dovesse apprendere soltanto dagli scrittori di storia la narrazione di fatti, de' quali non potesse più avvalorarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare di far cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa ingiusta, un errore storico dei più imperdonabili. Per quanto modesto sia il carattere di questo scritto, e si debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la sua base caratteristica rimane sempre la verità, e questa sarebbe lesa se tacessi di una delle cause più influenti dei fatti che narrai.

Queste premesse sono indispensabili non per i contemporanei degli avvenimenti, ma per la gioventù che crebbe dopo, e che, trovandosi educata in un'atmosfera affatto diversa, dura fatica a farsi un concetto netto di que' tempi sotto tale rapporto.

Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si proverà a studiare la storia dello svolgimento dell'idea dell'indipendenza nazionale italiana, troverà un punto capitale che si presenta da sè quale principio d'un periodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale di Pio IX. Esso comincia a metà giugno 1846, trova il suo apogeo verso la fine del successivo 1847, declina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la prima metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi, e come tali agiscono ancora durante le celebri Giornate di Milano.

Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita, uomo non senza meriti, ma vero tipo d'un pontefice quale lo svolgimento di tutta la storia del papato aveva costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in materia politica più ancora che in materia religiosa, diffidente de' principi italiani, ed anche dell'Austria, ma costretto a riconoscerla come il principal sostegno del suo trono.

L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli Stati Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nemmeno la possibilità che un Papa potesse essere diverso da quel tipo, sì perfettamente rappresentato da Gregorio XVI.

L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò sempre il Papa principe temporale qual suo nemico; coloro stessi che in piena buona fede credevano che la condizione di essere sovrano indipendente fosse necessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non si dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che doveva generare l'inevitabile lotta fra l'interesse nazionale e l'interesse del capo della Chiesa. Quasi contemporaneamente alla nuova dell'elevazione al trono del nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti liberali; indi a poco arriva l'atto dell'amnistia così lata, così ampia, senza restrizioni. L'effetto è indescrivibile, non già solo in Italia, ma in tutta Europa, anzi in tutto l'orbe civilizzato. Pochi documenti furono riprodotti così prontamente da tutti gli organi della pubblicità come quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza e per la forma, che fece l'effetto di un vero avvenimento, del quale tutti si occupavano, nelle città e nei villaggi, in pubblico ed in privato. Notizie venute da Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo generale per quanto già si era fatto, ma annunciavano riforme in senso liberale, e l'inaugurazione netta e franca di una politica italiana, ossia d'una politica tendente a procurarle la sua indipendenza; allora l'entusiasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno. Pio IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'emancipazione nazionale; il perno, il centro il più naturalmente indicato per la spinta morale verso quella secolare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un Papa liberale! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti scrittori e pensatori antichi e moderni; ma nulla importava che venissero presi in fallo; l'effetto era tanto maggiore anche per questo; che importava mai che quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essenziale si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuto tanto naturale quanto inevitabile, non esisteva più; e la teoria, benchè appoggiata sino allora dal fatto, veniva distrutta da un altro fatto più recente, che doveva essere principio di un periodo opposto, convertendosi in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo. Sia pure il primo Papa liberale, che si pone a capo della falange degli aspiranti all'indipendenza nazionale, non è per questo meno potente, meno vero o meno decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la meglio organizzata che si conosca e con una disciplina secolare, le cui ramificazioni s'intrecciano con tutta la società, dalle classi alte alle infime; i suoi ministri sono ricevuti nei palazzi e nei tugurî, sono ascoltati dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui e sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un esercito la cui potenza morale è sempre grande, ed in quell'epoca era sconfinata.

L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre trovato fautori nel clero lombardo, ma la speciale missione del clero, la certezza che il capo visibile della Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica, faceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad ogni azione; ma, dacchè si annunciò essere liberale il Papa stesso, cadde la ragione del ritegno, ed il clero si fece caldo sostenitore dell'idea dell'indipendenza italiana, e fu pel suo mezzo ch'essa divenne popolare anche nelle campagne. Già un gran passo era stato fatto in quel senso da scrittori che, condannando gli insani tentativi delle cospirazioni, avevano accennato alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello scopo, cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano dare i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e sostanze; il che non si ottiene che con una convinzione profonda, che conviene prima saper generare. I molti scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza velo, avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già allargato il numero non solo dei credenti nell'avvenire d'Italia, ma anche di quelli che sarebbero stati pronti ai sacrifici; nullameno, per quanto fosse grande questo numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a diffondere e commentare la possibilità d'una patria libera ed indipendente. L'idea, già per sè generosa e seducente, non più contrastata, ma all'opposto favorita dal clero, penetrò letteralmente in tutti gli strati della società; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevitabile conflitto coll'Austria. E si accettava anche l'idea della guerra, e le probabilità di vincerla si deducevano da quella concordia universale che si manifestava. A prezzo di grandi sacrifici già si vedeva l'Italia padrona di sè, fare il suo cammino senza lotta fra lo Stato e la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a dire quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero di coloro che avevano fede nei destini del paese e togliendo ostacoli in seno alle famiglie, ravvicinando giovani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale, alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero andavano d'accordo, ma dissentivano intorno alla questione del potere temporale del Papa; questione che veniva naturalmente ad eliminarsi, dacchè il Papa stesso si faceva campione dell'indipendenza nazionale.

Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne viddero i prodromi nelle misure che il Governo austriaco andava prendendo rapporto alla nuova attitudine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento, meno che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase stranamente sconcertato. Egli comprese perfettamente che non si poteva fondare unicamente sul numero dei soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte segrete; epperò decise di combatterlo. Cominciò colle ammonizioni ai parroci, col far sorvegliare e quasi sindacare le prediche; ma riusciva al risultato opposto, poichè un parroco ammonito diveniva subito oggetto di simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità governativa, ultima nella gerarchia degli stipendiati, e che si trovava all'immediato contatto delle popolazioni, era il commissario distrettuale. Oltre le attribuzioni amministrative, aveva quelle della polizia propriamente detta, la quale allora si divideva in due distinte categorie: la polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica sicurezza odierno e la polizia politica. Rapporto alla prima, le condizioni fatte da una sequela d'anni di governo forte erano buone, e per questo quelle autorità avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni, certo nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bisogno in cui si trovò il governo, allorchè dovette combattere anche il clero, la parte politica prevalse.

Si fu a que' commissarî che venne ingiunta la sorveglianza sul clero, sopratutto nelle campagne, ma l'effetto ne fu che i commissarî, già poco benevisi, caddero ancor più basso, e vennero riguardati come gli stromenti i più ciechi del governo; facilmente nacquero quindi le lotte fra essi ed i parroci e le autorità comunali, che, per essere gratuite, una certa indipendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano piccole, se vuolsi, prese una per una, e sovente la loro conoscenza non varcava i modesti confini del Comune; ma suppliva il numero; era il fermento che si faceva generale; dalle città veniva l'intonazione; colà il gran chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta superficie.

Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la Lombardia, che sorse il 1848.

Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro alle difficoltà colle quali doveva lottare il Papa, si erano già accorti che non era nè poteva essere quel tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione pubblica dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato che lo si voleva spingere oltre il limite al quale credeva poter andare; ma nelle moltitudini nulla di questo era ancora trapelato; e siccome poi anche fatte quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e mantenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso fra Pio IX ed i suoi antecessori, così grandissima era sempre la sua autorità e la sua influenza, al principiare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti i giorni di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entusiasmo colle università e coi licei, e molti chierici cambiar carriera e prendere il fucile. Il clero già vincolato, fermo al suo posto, porse tutto l'aiuto che poteva dare moralmente ed anche con sacrifici materiali; vi ebbero esempî generosi, e non pochi; e può dirsi, senza esitanza, che il più gran numero fece il suo dovere; ed io richiamo quei meriti, anzitutto perchè è un fatto, una verità, ma poi perchè non diviene mai tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi nei quali è dimenticata o contrastata.

PAPA PIO IX.

Io non so se avverrà che si trovi lo storico che saprà tramandare ai posteri il ritratto morale di Pio IX. Ne dubito molto, e sicuramente sarà impresa difficile. I fatti ai quali si mescola la passione, sono sempre i più difficili ad accertarsi nella loro vera natura. L'entusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che alterano le proporzioni; rapporto a pochi uomini si passò dall'uno all'altro eccesso, come rapporto a Pio IX. Per quanto grande fosse l'entusiasmo in Lombardia nei primi anni del suo papato, credo che fosse superato da quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel tempo. Più ancora di quelle testimonianze valgono quelle dei contemporanei sempre viventi; e questi narrano che nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe descrivere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel giugno 1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, invocò la benedizione di Dio sull'Italia. La vasta piazza era piena stipata di popolo d'ogni ceto e d'ogni età.

La preghiera era sincera e venne esaudita.

Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si presentava Vittorio Emanuele II, la personificazione dell'unità ed indipendenza italiana; i frenetici applausi dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo re d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la passione, di questo grande periodo storico che riunisce il 1846 al 1870, vi ebbe il Pontefice stesso; la benedizione si sarebbe rivolta contro di lui nel concetto di coloro che dànno anche alla Provvidenza le passioni umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del poter temporale si possa paragonare ad un castigo. Verrà forse un giorno in cui si troverà che fu il più grande beneficio per la religione; ed è in questo senso che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sincera preghiera di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia e della religione. Egli è però certo che quelle due estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono avvenimenti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diventano nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la religione vien chiamata in aiuto a fini temporali, quando questi sono più contrastati e quella più fiaccata; si confondono le idee; più non regna che la passione; ed, in mezzo a tanto caos, l'impresa nazionale fa il suo cammino, giovandosi della virtù e degli errori del grande protagonista, del quale si vorrebbero ora mettere in evidenza solo gli errori, negando i meriti. Sarebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli Italiani? Se fosse possibile imporre silenzio alle passioni, io direi che non vi è indulgenza che basti per giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a lui deve l'Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un linguaggio che sente la passione, potrebbe chiedere taluno?

Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova ci tengo, e ci devo tenere, perchè almeno presso quei pochi che mi leggeranno vorrei pure trovar credenza non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto siano modesti ed individuali, portano alla conseguenza che merita la fede invocata.

Io ho già fatto cenno come, non contento di rinchiudere in me le aspirazioni per l'indipendenza d'Italia, mi facessi a propugnare quelle idee anche con scritti; il mio punto di partenza era quello: che l'Italia _doveva redimersi da sè_. Partendo da simile base, era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già un'impresa arrischiata il combattere la potentissima Austria colle forze unite delle quali potevano disporre i sovrani del Piemonte, della Toscana e delle Due Sicilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente si fosse accesa una guerra civile; cosa inevitabile se si fosse voluto sacrificare due di essi al terzo. D'altronde, dicevo allora, l'Italia non solo ha bisogno di costituirsi, ma di sorger forte e che abbia confidenza in sè stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle altre nazioni.

Ma per arrivare a questo è indispensabile che la propria redenzione le venga, anzitutto, da sè stessa, e non da stranieri; è dessa che deve versare il suo sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde, ove troverà gli uomini per governare se mancheranno le occasioni per svilupparli, per porre in evidenza le sue attitudini militari e politiche? Chi crederà alla solidità di un ordine creato non dalla forza degli Italiani, ma dagli stranieri? Non è egli ovvio che si dubiterà che possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza propria? Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta non avrebbe preferito un'Italia una! Ma come era possibile il farla senza che nessuno l'aiutasse? La questione non era teoretica e di aspirazioni più o meno generose, ma pratica; era la questione che decider si doveva a cannoni e baionette sui campi di battaglia; e per l'Italia la sua prima, la sua questione vitale non era quella dell'unità, sibbene quella dell'indipendenza da ogni dominazione straniera. Si è su quel tema che conveniva portar allora l'attenzione della nazione e calcolare le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi; ed, a mio avviso, lo poteva in determinate condizioni, e lo doveva fare.

Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza, purchè questa fosse tutta opera nostra. Ero nemico dichiarato d'ogni intervento straniero.

Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare in rivista gli ostacoli da vincere, potentissimo, per l'influenza morale mi pareva ch'esser dovesse quello della guerra al principio del poter temporale del Papa; ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo, che i posteri apprezzeranno più assai dei contemporanei, non sapevano concepire quella separazione senza grande perturbazione nelle coscienze, e quindi con una pericolosa reazione anche sulla questione politica dell'Italia. A me pareva diversamente; ma il giudicare in quel modo prima che salisse al trono Pio IX, era cosa di ben piccolo merito, dacchè può dirsi che fosse l'opinione dominante; ed io scriveva precisamente correndo l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI.

Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, perchè in questo caso la data costituisce il perno della questione. La condotta di Pio IX durante il primo anno rovesciò quella credenza generale; capovolse, colla persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal modo che, non solo non si trovò più nel 1846-47 chi sorgesse a predicare contro il potere temporale del Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le conversioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed i consigli al datore della libertà, al primo italiano. Il Gioberti, persona di tanta autorità, aveva sognato un Papa paciere universale. Pio IX parve la realizzazione di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi rimanere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo Papa è facile il concepirlo. Un Papa liberale! I fatti, che si svolgevano sotto i miei occhi, non ammettevano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale a quello ch'egli produsse nel corso di pochi mesi; è vero che quelli prepararono il terreno, ma quell'impulso da lui dato fu di così strana efficacia, che, nell'effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella dottrina dell'incompatibilità del potere temporale del Papa colla libertà ed indipendenza d'Italia, mi chiesi allora?

Per una combinazione, i cui particolari risparmio al lettore, il mio libro, ch'era stato stampato lontano, fuori d'Italia, non comparve che quando già dominava l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il tempo di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di coscienza su quella professione di fede, non arrivai a persuadermi della possibilità che la libertà d'Italia fosse compatibile col dominio temporale del Papa. Pio IX tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale impresa, od è obbligato a cambiar via.

Contento che la data provasse che io non scriveva per oppormi alla corrente, la quale, naturalmente, non si lasciò punto commuovere dall'avviso opposto di uno scrittore che non poteva battezzare nemmeno col suo nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di Pio IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo, già fatto segno alle ire de' più grandi nostri nemici, s'incamminasse su d'una via cotanto difficile per amore dell'Italia. Un Papa liberale voleva dire, nell'opinione dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è considerato come un usufruttuario d'un potere non suo; gli aspiranti alla successione lo considereranno come un depositario infedele. Tutto quel secolare complicato edifizio che si chiama il potere temporale del Papa è basato sul principio d'uno sconfinato assolutismo, così lo prova la storia; e che in egual modo lo giudicassero quanti avversavano la causa italiana, lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorchè viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma, un termometro per un italiano, e nessuno più di me fu contento d'aver torto, poichè, per quanto fossi convinto che quell'individuo non poteva seguitare, non ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse infallibile. Ora quegli anni sono ben lontani, e come Pio IX cambiasse è a tutti noto; non poche furono le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli Italiani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori? Lasciate che io commetta un anacronismo, se volete, ma io non voglio separarmi dal Pio IX del 1847.

Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nell'epoca del suo grand'auge non trovavano abbastanza termini per inalzarlo; più tardi non ve n'erano che bastassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla sanno perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed i cui errori tornarono egualmente utili all'Italia.

Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime, e dico che divide gli errori coi tristi suoi consiglieri. Che lo straniero nulla voglia perdonare a Pio IX lo si comprende, benchè l'atteggiarsi di taluni, come se fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando), sia esso pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno l'obbligo di giudicarlo diversamente dagli stranieri; essi non hanno diritto di ripudiare i primi anni e sottrarre dalla storia gli effetti di quell'eccitamento che diede alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori che nella difficilissima via ha commesso.