Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 14
Allorchè, fallito il generoso tentativo di Carlo Alberto, si chiuse, coll'armistizio di Milano del 6 agosto 1848, quel periodo che aveva avuto principio nella stessa città il 18 marzo colla miracolosa rivoluzione, presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a Torino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici avvenimenti del 1859. Poche volte in quel decennio mi avvenne di esser richiesto di schiarimenti intorno alle Cinque giornate; alla mia volta non ne parlava volontieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'insieme di quei ricordi. Ma quando la fortuna tolse il velo della sventura che copriva gli avvenimenti del 1848, li riabilitò e dimostrò il valor pratico che avevano, e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine di cose, allora li contemplai anch'io con maggior compiacenza, nè più mi pesò il parlarne. D'altra parte si fecero più frequenti anche attorno a me le domande di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto delle generalità; chi aver spiegazioni di fatti determinati; ma i primi erano in maggior numero; il che ben si comprende, non essendo cosa facile il farsi un concetto vero dello stato di Milano durante le cinque giornate. Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni persona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo consentono i suoi mezzi, pensando che ogni comunicazione col di fuori sarà interrotta; ma una città come Milano che contava già allora intorno a duecento mila abitanti, che non era preparata, che aveva tante relazioni, sì estesi commerci, che contava sì gran numero di persone viventi del lavoro giornaliero; una città simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque giorni rimane totalmente segregata da ogni comunicazione col di fuori, cosa che da lunghi secoli non era avvenuto, è naturale che abbia dovuto trovarsi in condizioni nuove e tali che dànno luogo alla fantasia di almanaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitudine? Chi vegliava alla sicurezza della città? Come si comportò il bel sesso, che non è chiamato a combattere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi vennero fatte, e certo si fecero e si fanno ai contemporanei di quell'avvenimento, e sopratutto a coloro che in maggiore o minor grado furono anche attori.
Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità, che del resto ben si possono qualificar di legittime, poichè tendono anch'esse a dare un'idea più esatta di quel grande avvenimento.
Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo fare una dichiarazione, e prego il lettore ad averla presente, ed è questa: che io non intendo stabilire concetti generali, nè sostenere che quanto avvenne nei luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto in ogni altro, dappoichè potrei cadere in errori che ho evitato nella narrazione principale. Io seguo anche in questo la massima di narrare quanto avvenne sotto i miei occhi; o, per meglio esprimermi, miro a dedurre da que' fatti le conseguenze che mi si presentarono le più ovvie, le più naturali; ma in un avvenimento che si estese su d'una superficie così vasta, ove tante e sì diverse potevano essere le condizioni, è certo che altri ha potuto venire a conclusioni diverse senza che vi debba essere contraddizione fra le altrui conclusioni e le mie nel senso che l'una escluda l'altra.
Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno al mezzogiorno del 18 marzo, Milano si coprì di barricate, poichè ogni idea d'una soluzione pacifica della gran quistione era completamente svanita. I Tedeschi chiusero le porte della città, che erano tutte in loro potere, e non permisero più a nessuno nè di entrare, nè di uscire. Nella notte dal 18 al 19, quantunque diluviasse, si continuò a costruire barricate; ma i Tedeschi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle che, fatte nella sera in luoghi molto larghi, non fu possibile il difendere, come avvenne precisamente al ponte del corso di Porta Orientale e nelle sue adiacenze. Quasi tutte le barricate interne della città rimasero però sino alla fine, ma è impossibile il precisarne il numero, anche per quel vero furore destatosi il 23 di far ancora barricate, dopo che n'era cessato il bisogno. Un piano non vi era nè vi poteva essere; le barricate avevano questo di comune, che si aprivano in senso opposto l'una dall'altra, sicchè obbligavano ad andare a _zig-zag_ chi voleva percorrere una via qualunque sbarrata con barricate. Diverse erano pure le reciproche distanze che variavano dai 10 ai 20 e più metri; al che davano norma anche gli sbocchi delle vie laterali. Il materiale era fornito dal grosso mobilio di legno, da usci e porte, da panche di chiese, da carrozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti vuoti, da travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi anche da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci e negli ultimi due giorni, sopratutto le barricate esposte, venivano rinforzate da veri argini di materiale del selciato.
Certo importerebbe conoscere anche il numero complessivo; ma sarà sempre impossibile lo stabilirlo per la ragione che ho già accennato, non potendosi chiamar barricate delle Cinque giornate, quelle fabbricate il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere una cifra per darne un'idea, io credo che superassero le due mila. Ma su tal numero, poche, in proporzione, furono quelle che videro veri combattimenti attivi. Quelle ove si sparse sangue, ove si morì, erano, come è naturale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 18 e 19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che chiudevano i corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese, ed altrove. La grandissima massa, erano barricate di precauzione, pel caso che, superate le prime, i Tedeschi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile o per meglio dire, di allungare enormemente le vie di comunicazione. Per avanzare 100 metri conveniva farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva suggerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricordarne una che certo venne praticata da molti ancora viventi. Una delle vie più frequentate da combattenti e da quanti loro prestavano aiuto, era quella del Monte Napoleone, poichè conduceva a casa Vidiserti ove era il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi si era stabilita la doppia corrente di quelli che ne portavano e di quelli che andavano a prenderne; inoltre quella via conduceva, dopo breve tratto, per quella di S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la sede del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via del Monte Napoleone eravi una barricata, se non erro, poco lungi da casa Verri, che aveva, a circa un terzo e non più da quello stesso lato, una vettura (cittadina) che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta. Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transitarvi; dietro quello vennero altri; indi fu un diritto acquisito per tutti il passare. Non saprei dire le quante volte la traversai io pure, ma certo ben molte; la prima volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto elegante; ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi d'ogni genere di cose che costituivano le barricate, e a veder non pochi oggetti infranti e guasti, quel contrapposto d'un passaggio per una bella vettura con sedile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed ebbe senza più la mia piena approvazione, perchè la susseguente barricata, aprendosi dal medesimo lato, ne conseguiva un abbreviamento di cammino relativamente non piccolo.
Quanto allo spavento e al timore del quale ha dovuto esser compresa una parte almeno della popolazione, dirò che era assai meno di quello che parrebbe quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi e straordinari che avvolgono tutti in un comune pericolo, reagiscono in modo diverso sull'uomo, che i pericoli individuali. Prevalse tosto una certa ebbrezza, un nobile esaltamento che più o meno invase tutti. Certo molti non uscirono di casa, ma non si può dire altrettanto del maggior numero. I bottegai avevano la più gran parte le botteghe aperte; taluni di essi, come i venditori di commestibili, continuarono i loro spacci, e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I salumai divennero i fornitori principali di tutti i combattenti che non potevano più tornare alle case loro, perchè situate in quartieri occupati dai Tedeschi. Pane, salame, formaggio ed un bicchier di vino, fu il cibo di moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però dire che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi qualcosa di meglio e più conforme ai suoi cibi soliti; ma non ci si pensava, e, tanto meno a sedersi tranquillamente ad un desco, ciò sarebbe parso un sciupamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, andato a casa Taverna per riferire qualcosa, trovai il padrone di casa, il compianto Carlo Taverna, rammentato più sopra: _Ho un grande appetito_, gli dissi, _dammi qualcosa da mangiare_. — _Figurati_, mi rispose l'ottimo amico, _vieni con me_, e mi condusse in una cucina a pian terreno, ove eravi un pentolone in cui bolliva una quantità di carne già tagliata a pezzi, e sopra d'una tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe lunghe. Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo inforcato, ed un pezzo di pane in mano, stavano mangiando in piedi. Il padrone di casa prese una forchetta, andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei pezzi che comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frattanto un servitore era corso a cercar una sedia, un tovagliuolo e che so io; ma io non volli, e preferii star anch'io in piedi a mangiarmi la mia carne con il mio pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello il mio pasto più lauto di que' giorni; ma, sebbene avrei potuto averlo sempre, più non ricorsi alla cucina dell'amico, perchè era divenuta cosa secondaria il pensare al cibo; ed anche perchè quel genere di vita strapazzata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per la fame, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva. Del resto io credo che nessuno abbia sofferto di fame, e certo nessuno di quelli che erano provvisti di mezzi; agli altri deve aver supplito la generosità di quelli che ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia sempre provvista assai più che per cinque giorni. Mancavano bensì alcuni oggetti speciali che giornalmente vengono importati dalle campagne, come la verdura, il latte e simili; ma sono inezie che non hanno influenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di carne ha dovuto farsi sentire nei grandi stabilimenti, e specialmente negli ospedali; ma credo che in complesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì favorevolmente disposto che fuori di dubbio gli agiati cittadini si saranno condannati a qualche privazione, anzichè permettere che mancasse il necessario agli ammalati.
Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque giornate, può dirsi che fu affidata a tutti in genere, a nessuno in modo speciale, e fu piena, a quanto almeno io mi sappia. Anche questo potrebbe esser argomento d'uno studio psicologico non senza interesse. In una città di tanta popolazione che offre il giornaliero suo contingente di reati a danno delle persone e della proprietà, la _polizia_ (uffici di pubblica sicurezza) era interamente scomparsa; le guardie di polizia oltremodo invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si erano gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose andavano male la passavano brutta; ma ad ogni modo non eravi forza alcuna organizzata e rivolta a quello scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di furti o violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi; un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più grave, più esecrabile che in qualunque altro tempo. Solo convien fare un'eccezione rispetto ad un genere speciale di furti, quello delle armi. Io ho già accennato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste non tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle state tolte ai soldati tedeschi, le quali in realtà non erano proprietà di nessuno in modo speciale, ma dei primi arrivati. In alcuni casi si erano prese anche senza pericolo, come quelle delle guardie di polizia, che si arresero; indi seguì una caccia generale alle armi, che si estese anche a quelle di legittima proprietà privata. Fui vittima anch'io di cotesta giurisprudenza speciale rispetto alle armi. Io aveva avuto nella giornata del 21 un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere Ferranti. A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una stanza di casa Taverna per prendere un po' di riposo, e non fidandomi di nessuno, mi coricai sul fucile stesso avviticchiandomi con un braccio ed una gamba attorno ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi che credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il fatto sta che quando mi destai il fucile era sparito, il che molto mi dolse, sopratutto perchè non era mio; ma a fronte di quell'eccezione che trova nella natura stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo che fu un fatto degno di essere ben notato quello della sicurezza per le persone e per le proprietà che godette Milano durante le Cinque giornate.
Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa eravi di vero nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti a far la rivoluzione. Per rispondere convien prima farsi un concetto esatto, e precisare che cosa s'intende per _giovanetto_, potendo esser più o meno vero il fatto secondo l'estensione che si dà a quel termine.
Volendo chiamar tali solo quelli che hanno meno di 17 anni, perchè a tale età già si accettano soldati in molti paesi, e non si possono più chiamar giovanetti, io dirò che è vero il fatto che vi presero parte anche giovani di 15, di 14 e 13 anni; ma questo fatto non va esagerato, come sarebbe se si volesse far credere che costituirono il nucleo delle forze insurrezionali. Che abbia dovuto far senso il veder combattere giovanetti di 13 e 14 anni è ben naturale; ma io posso dire, con tutta sicurezza, che vidi anche uomini coi capelli bianchi. Si può dire che vi ebbero parte tutte le età e tutti i ceti; ma il vero nerbo, la lunga lotta perseverante, fu sostenuta dal fior della gioventù fra i 20 e 30 anni, e se aver si potesse una lista esatta dei morti colle armi alla mano, se ne deriverebbe la prova più sicura. Io ho visto parecchi morti e feriti, ma se dovessi accertare quanti di questi erano giovanetti, sarei imbarazzato; il che non vuol dire di certo che non ve n'ebbero, ma in località diverse da quelle nelle quali mi trovai io. Ora egli è un fatto che si possono ben dare individui fortunati che passano incolumi l'intera vita o lunghi periodi di essa, fra i pericoli delle battaglie, ma non corpi interi. Io credo che vi siano stati non pochi soldati di Napoleone I, che hanno fatto tutte le sue campagne senza toccar mai una ferita, ma non vi ebbe certo una compagnia intera che potesse darsi questo vanto. Ora volendo dare nelle giornate di Milano la preponderanza ai giovanetti, converrebbe supporre che fossero in tal numero da formar almeno una compagnia, se anche non s'intenda che dovessero esser uniti e combattere assieme; ma, ammesso pure che fossero sparpagliati su tutti i punti ove si combattè, una perdita proporzionale in morti e feriti, avrebbe dovuto esservi. Si lasci anche in questo, che la verità sia qual'è, perchè coll'esagerarla si svisa e si guasta; ma vi sono persone che non l'accolgono se non a condizione che abbia un po' di belletto.
_Come si contenne in generale il bel sesso?_ Ecco un'altra delle dimande che mi venne più volte diretta in questi od analoghi termini.
Nelle donne vi era un esaltamento più spiccato ancora che negli uomini, e dirò, un esaltamento sublime. Taccio delle terribili angoscie provate da moltissime che avevano mariti e figli impegnati nella lotta, non potendo parlare che di quelle colle quali per qualsiasi ragione venni a contatto o si mostrarono in pubblico. Era nelle donne un affannarsi per cercare di far qualcosa anch'esse, per aiutare, per servire. Ho già menzionato quella giovinetta che nella notte dal 21 al 22 mi venne a chiamare a nome di quel proto ch'era stato ferito nell'affare del Genio; la poverina era tutta spaventata a veder quel sangue, aveva messo sottosopra la biancheria in quella stanza, voleva che le dicessi se la ferita era grave, se sarebbe guarito presto. Io la tranquillai, dicendole, che grave non era, che poteva forse chiedere un po' di tempo a guarire, essendo questo un caso che si avvera nelle ferite al tallone, ma che non essendo medico, non poteva dir nulla di positivo.
Io rammento d'aver visto pochi tripudii in mia vita così vivi ed animati come quello delle signore sui balconi della Corsia de' Servi nel tratto che percorsi da S. Pietro all'Orto al Duomo la mattina del 20, allorchè si sparse la notizia che i Tedeschi avevano abbandonato la Polizia ed il Duomo. Tutti i balconi erano tappezzati di bandiere tricolori; dove pigliassero tanta stoffa ed in un momento la trasformassero in tante bandiere, non saprei dire.
Se chiedevasi qualcosa ad una bottegaia non vi lasciava finire che si affrettava a servirvi. Un giorno, non rammento quale, ma negli ultimi, entro in un caffè, arso dalla sete e chieggo una limonata; mi vien fatta all'istante da una giovane; la bevo e pongo sul tavolo il denaro. _Oh giust!_ mi risponde rifiutando. Non vi è che una persona famigliare col dialetto milanese che possa ben comprender la forza di quell'esclamazione _Oh giust!_ perchè vi contribuisce anche il modo stesso col quale si pronuncia. Tradotta in altri termini, con frasi della lingua colta, equivarrebbe a dire: _Ma le pare? Signore mi meraviglio! Non mi faccia questo torto_, precisamente come se il non pagare fosse la cosa più naturale.
_Signorina_, dovetti dirle, _se ella non mi permette di pagare, mi toglie la libertà di entrare un'altra volta nella sua bottega._ Allora si rassegnò ad essere pagata.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco — Narra un fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio.
Ho narrato fatti che, nel complesso, dànno un'idea favorevole della rivoluzione e dello spirito che dominò durante la medesima, per quanto anche que' fatti non possano rappresentare che una piccola parte di tutto quel meraviglioso avvenimento.
Ho detto e ripetuto che colle verità si sparsero anche molte esagerazioni.
Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di toccare anche questo argomento, dando qualche prova di tali esagerazioni? Se dovessi consultar solo la mia convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mostrar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un tema ingrato; ma io non considero la questione da questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esagerazioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli, se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosamente ingranditi, potrei sembrare che venga a transazione col mio proposito.
La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni che non reggono al tempo, e solo deturpano la bellezza del fondo su cui si attaccano.
Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lusinghiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla verità.
Io ho già fatto cenno della fisionomia che presentava Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione, quello che vide sorgere un sì gran numero di combattenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa vennero, come dissi, battezzati _gli eroi della sesta giornata_. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro gesta, poichè nei primi giorni immediati alla fine della rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi colse, e dopo fui mandato in missione lontana, sì che passò una decina di giorni, senza che di loro più mi occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condannato ad udire le loro millanterie.
Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli politici, con un far da maestro, con pretese strane, incredibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e premî, cominciando non pochi di loro a far propaganda repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi della sesta giornata, ed era quella di considerare la guerra come un accessorio, generosamente accordato al Piemonte, da ultimare; essi non si degnavano di scendere a quel tema, ma stavano nelle alte sfere della forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la Lombardia ed il Piemonte.
Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza aggiungere la qualifica di _eroico_, _capace di miracoli_.
Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi però il primo la sua vita e quella de' suoi figli.
Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il più volgare buon senso non poteva a meno di trovar strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che altrove, così più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete cosa si rispondeva? _Ah! non li volete, neh! perchè non sono Piemontesi!_ Non solo poi si sostenne che veniva quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora del suo ingresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima dell'ora fissata, il largo e lunghissimo corso di Porta Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al di qua di Melegnano; arriverà certo; passa ancora del gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a perder la pazienza; ma si diffonde la notizia che i Polacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si vede un agitarsi, un movimento straordinario presso Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro berretto nazionale, gridando a squarcia gola: _Viva Milano! Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi!_ e simili esclamazioni.
Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano creduto alla storia del corpo ausiliare polacco.