Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 13

Chapter 133,810 wordsPublic domain

— _Bravo, bravo._ Ma che cosa era mai avvenuto di quella sentinella? che fece quando arrivarono i Tedeschi? come scomparve senza dir nulla? Era quello il punto più oscuro che non era arrivato mai a potermi chiarire. Or bene, appena il Miani mi narrò che il suo servitore era stato di ritorno un quarto d'ora dopo colle chiavi e che era stato salutato dalla fucilata da parte della sentinella, l'enigma si chiarì, tutto si spiegò e nel modo più facile. Il Miani non aveva collocato colà sentinella di sorta, e quella ch'io credei che fosse la nostra sentinella, era il cacciatore austriaco. Forse potrà questo far senso a più d'un lettore, ammesso ch'io ne possa avere un numero almeno modesto, ma si ritenga pure che dalla rivelazione del Miani in poi, non solo non fui giammai titubante nell'ammettere tale soluzione, ma quanto mi riusciva prima inammissibile ogni altra, altrettanto facile ed evidente m'apparve quella; e siccome (qualora l'amor proprio non mi faccia velo) io credo che non possa dispiacere anche ad altri il toccare intorno a ciò l'evidenza, mi permetterò di riassumere di nuovo quel fatto, ponendolo in presenza di quella soluzione. Ho già narrato come io coi miei quattro compagni[24] non entrassi dalla porta principale che metteva sul Monte di Pietà, ma da una secondaria della contrada degli Andegari, la quale, dopo uno stretto corritoio, metteva in un grande cortile cinto da porticato. Colà trovai l'individuo ch'era il servitore del Miani, il quale, richiesto che aprisse il piano superiore, rispose _che andava subito a prendere le chiavi_, abitando poco lungi. Dopo un quarto d'ora circa io udii un colpo di fucile dalla parte verso strada che richiamò la mia attenzione, onde vi accorsi immediatamente; ma nulla vi era che accennasse a lotta; l'individuo che aveva fatto fuoco era a circa metà d'un atrio basso, oscurissimo. La mia stanchezza era tale, che una parola al di là del necessario non la dicevo: epperò, visto che nulla eravi, tornai ai miei compagni, ma prima, per cortesia, salutai la sentinella con quell'espressione di _bravo, bravo_, accompagnata dall'atto di toccargli la spalla. Arrivato ai miei compagni dissi: — _Non è nulla: sono i soliti tiri sciupati._ Da quel momento in poi noi contammo, direi, i minuti, aspettando l'arrivo delle chiavi; se dapprima l'impazienza era temperata dal riposo, mano mano che passò il tempo, essa aumentò, sì che sentendomi poi anche riposato, cominciai a parlar forte. Ciò che havvi di certissimo si è che dal colpo che ferì il servitore del Miani alla scarica che poi fecero i due cacciatori austriaci contro di noi, rimasti miracolosamente illesi, benchè a soli 15 metri di distanza, non vi ebbe colpo intermedio, il che era naturale che avvenisse, qualora il colpo da me udito fosse partito da una sentinella nostra. Per ultimo havvi un'altra circostanza che, presa isolatamente, è di nessuna importanza, ma n'acquista invece colla soluzione accennata.

Ho narrato già, e lo ripeto, che quando io, dopo salutata la sentinella mi scostai da lui, vidi, nell'atto del ritirarmi, un pennacchio ondeggiante staccarsi alquanto dal cappello del giovine che aveva leggermente piegato il capo senza profferir verbo. Al momento non mi fermai su quella circostanza, perchè, come dissi, si vedevano allora tutte le forme possibili di cappelli e berretti; ma sì tosto il Miani mi chiarì la cosa, allora mi spiegai anche l'affare del pennacchio, era quello che portavano i cacciatori austriaci. Lontanissimo dal supporre che la sentinella da me accarezzata potesse essere altri che uno dei nostri, la circostanza per sè così inconcludente del pennacchio non si era mai presentata alla mia memoria, perchè era un particolare connesso con un supposto, fino allora inammissibile, quello della sentinella austriaca; ma dato che il supposto era invece realtà, mi spiegai anche il pennacchio, sul quale non aveva mai richiamato il mio pensiero.

Come questa soluzione chiarisce il fatto nella sua parte essenziale, così ne chiarisce anche altri che potrei chiamare secondari, ma attinenti allo stesso. Allorchè dopo l'inattesa scarica noi uscimmo, credevamo essere i primi ad annunciare il fatto della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi; ma invece ho narrato come io trovassi presso la casa del colonnello Arese un drappello di dodici quindici persone che discutevano sul da farsi. La ragione si è che l'allarme era stato dato dal servitore del Miani, ferito. In quella mezz'ora che noi lo attendemmo invano, la notizia si era diffusa, e benchè non certo tanto che ancor non vi fossero di quelli che l'ignoravano, di che ebbimo noi stessi la prova alla Croce Rossa, rispetto ai primi coi quali parlammo, ciò non pertanto già si era diffusa abbastanza, perchè si raccapezzasse anche quel numero di giovani ch'io trovai in gran discussione avanti alla casa summenzionata.

Per ultimo, la spiegazione Miani mi diede anche la ragione di quell'interminabile cannoneggiamento da via S. Giuseppe, ch'io non riusciva a comprendere. Ed infatti se l'uscire dal Genio per la via Monte di Pietà, doveva esser cosa assai scabrosa, lo era invece molto meno pigliando la via degli Andegari, ossia precisamente la porta per la quale entrammo noi. Da questa, alla via S. Giuseppe, brevissimo era il tratto; ora, tenendosi sbarazzata quella via, e cannoneggiandosi sulla destra nella linea del teatro della Scala, come facevano gli Austriaci, rimaneva libera la linea opposta rasente la chiesa di S. Giuseppe, linea che dovevano tenere i soldati ritirandosi, essendo i cannoni appostati presso allo sbocco della via di S. Giovanni alle Quattro Faccie[25].

Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma, che tale fino allora era stato per me l'avvenimento notturno del Genio, mi fece l'effetto di tôrmi un vero peso dal petto, tanto mi aveva preoccupato il pensiero di cercarne la spiegazione. Dovetti però convenire che la mia fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello stampo, non fu piccola. La sua condotta non fu solo umana, ma non esito a dire che fu generosa. Allorchè c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio del Genio, io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il mio equivoco. Non poteva egli esser colà da molto tempo, poichè non vi era allorchè uscì il servitore del Miani, e quindi venne nel tempo che quello impiegò per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me, che venendo dal cortile debolmente rischiarato dalla luna, ma pur rischiarato, ed entrando sotto l'oscuro atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un uomo. Forse io dovetti la mia salvezza all'essere disarmato ed alla circostanza di non averlo interpellato. Che sarebbe avvenuto dell'uno e dell'altro se io mi fossi accorto allora del mio errore, è impossibile il dirlo, e le congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui ch'era a peggior partito è della più chiara evidenza; egli non aveva che ad abbassar la baionetta per sbarazzarsi di me. Ma non fu quella volta sola che si trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio compagno andammo a rilevare da terra il ferito che giaceva al suolo a pochi metri dalla porta del Genio. Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate? Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre raccoglievano un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur troppo sono crudeltà che si commettono bene spesso, e chi in epoche di calma, a mente fredda, e senza aver avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare, cade in grandi errori ed illusioni. Per convincersi di ciò basta pensare agli orrori delle guerre civili, nelle quali si sacrificano tanti innocenti e donne e fanciulli, persone impotenti all'offesa. A questo paragone che è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un istante il fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere tosto l'arma e venir contro di voi? È vero che nel nostro caso di due soli soldati bloccati in quell'edificio, il partito più umano verso di noi era anche il più utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circostanze mantenere il sangue freddo ed il ragionare. Del resto poi, fra i diversi motivi possibili che possono avere indotto quel soldato a così agire, io devo dar la preferenza al più generoso, trattandosi di un uomo che in meno d'un'ora fu padrone due volte della mia vita.

Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene, oggi ancora io farei, senza esitanza, le mille miglia per avere con quel soldato un abboccamento di un'ora. E quante volte mi sono detto: _Oh s'ei vivesse ancora e potessi sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo intorno al primo incontro! Che pensò mai quando io ponendogli la destra sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne e come partì?_ Molte cose avrei a chiedergli; ma non è probabile che con tanti combattimenti che poi ebbero luogo, ei viva ancora.

Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale egli ed il suo compagno si sottrassero, poichè anche questo fu per noi un mistero; sicchè taluni, non potendolo spiegare, ricorsero all'idea del tradimento. Io credo che dovettero la loro evasione ai capricci della luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta, che in quella notte la luna giuocava ad ascondersi; essi approfittarono d'un momento di completa oscurità per sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via di S. Giuseppe; è l'ipotesi più probabile.

CAPITOLO DODICESIMO

Narrazione particolareggiata dell'avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo.

Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni altro mi stava a cuore di decifrare, esso non era però il solo del quale desiderassi uno schiarimento. Un altro ve n'era al quale non avevo preso parte diretta, ma che assai mi stava a cuore per la sua complicazione, per le molte e svariate versioni che n'eran corse e perchè toccava da vicino persone che avevo appreso a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto avvenuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo. Che cosa era stato di quei bravi giovani che io visitai coll'Anfossi sul campanile? Si era parlato di massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva accolto con tanta benevolenza, e poi che cosa eravi di vero in quella voce di un soldato ferito sul campanile? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di recarmi direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo in proposito.

L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i morti nelle cinque giornate, io andai alla canonica di S. Bartolomeo, e chiesi del parroco. — _È in casa_, mi risponde la servente, ed annunciato che vi era una persona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un salottino a pian terreno, e mi invita a passare. Il parroco mi viene incontro, ma io mi fermo sulla soglia, e prima di passarla gli chieggo se mi riconosce.

Il parroco esitava: pareva propendesse più per il no che per il sì, quando la servente, miglior fisionomista: — _Io sì_, esclama, _che lo riconosco; è quello che è stato qui coll'Anfossi quella notte che sono andati sul campanile._

Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale atto di confidenza come fossimo vecchi amici, e mi invitò a sedere.

— _Signor parroco_, gli dissi, _Ella deve perdonare la mia curiosità, ma tante ne dissero intorno ai fatti avvenuti nella sua casa e nella sua chiesa, che io mi sono preso la libertà di venire da lei per sapere che cosa havvi di vero._

Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo era chiesa sussidiaria a S. Francesco da Paola), chiamavasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece pienamente alla mia curiosità, facendomi un racconto che ascoltai attonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia, fu seguìto da non so quante dimande ed esclamazioni ed atti di meraviglia. Io credo d'essere rimasto seco lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il suo racconto, e assieme commentammo quei fatti.

Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori. Con ciò io faccio, in realtà, un'eccezione alla norma fondamentale di questi miei _Ricordi_, che è quella di non narrare che fatti de' quali io posso garantire personalmente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi, ma quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, perchè anzitutto il narratore non era persona da alterare la verità, nè aveva ragione alcuna per ciò fare, ed altresì pel motivo importante che non si tratta di fatti avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon numero di testimonî, non pochi dei quali vivono indubbiamente ancora e possono fare un sindacato, il più competente che idear si possa, del mio racconto. Ben duolmi che non posso riprodurre la narrazione dell'ottimo prete che in breve sunto, non volendo narrare più di quanto ben chiaramente ancora la memoria ritenne di quel colloquio.

Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi era quel suonare delle campane a stormo, e fra i molti campanili, uno de' più rumorosi, sotto tale rapporto, era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla stessa via sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via della Cavalchina[26], eravi la Zecca, vasto locale che fu sempre occupato dai Tedeschi. Il capo di quel posto deliberò far tacere quel campanile e togliersi quel fastidio. Quantunque la via più retta fosse quella da me accennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta, perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei quali stavano i nostri combattenti sempre in buon numero, sia per l'importanza del luogo, sia per la felicissima sua posizione, potendovisi far fuoco al coperto. Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via, e fu quella di traversare, come già accennai, una serie di giardini ed orti che si trovavano dietro le case che fronteggiavano quella via, e ciò per tutto il tratto dello stradone di S. Angelo, ove sorge la Zecca, fino alla canonica od abitazione del parroco ch'era unita alla chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel quale i soldati tedeschi entrarono, fu il giardino del duca Melzi, quindi veniva una sequela di orti e giardini, sì che ebbero a scavalcare non pochi muri. Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati tutti quegli ostacoli, pervennero alla canonica, la quale però aveva comune con altre case di privati, un cortile; giunti inosservati sin là, fecero prigionieri quanti incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed il sagrestano. Li condussero tutti nella chiesa presso l'altar maggiore, disposti in semicerchio, e si collocò dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò fatto, l'ufficiale rivolto loro: — _Giurate_, disse, _che non vi è più nessuno sul campanile_.

Si può esser certi che non vi era forse un solo che ne sapesse qualcosa, ma in quel momento la risposta negativa era quella che presentava il minor pericolo, epperò giurarono che non vi era nessuno. — _Ebbene_, disse allora l'ufficiale, _manderò a verificare_; e scelto un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagrestano di precederli sul campanile. Si può facilmente immaginare lo stato d'animo di quelle persone durante tutto il tempo che rimasero assenti que' soldati, e che durò poco meno di mezz'ora. Finalmente arrivano; ed ecco precedere il caporale, il quale, uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima all'altar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena entrato in chiesa si getta sui gradini dell'altar maggiore, gridando e dimenandosi orribilmente per dolori atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti da una ferita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mutilata anche la mano destra, sì che tutta la persona era coperta di sangue. A quell'aspetto, l'ufficiale si avanza commosso, ed interroga il ferito, ma in tedesco, talchè nulla compresero i prigionieri, che alla lor volta si credettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in italiano queste parole: — _Sul campanile non vi è nessuno; voi non avete alcuna colpa di questo fatto, benchè possa provenire da qualche vostro parente. Promettetemi di aver cura di questo ferito_.

I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la cura possibile del soldato, e vennero rimessi in libertà.

— _Ma_, continuò nella sua relazione il Lega, _un altro fu meno fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il predicatore quaresimalista, certo Lazzaro Lazzarini, ch'era nella sua stanza al primo piano. Entrò in essa un soldato e l'uccise; nulla si è potuto sapere intorno alla particolarità di quel fatto, non essendovi stati testimonî: pare che l'uccisore sia stato un guastatore, e che lo sventurato abbia tentato di far resistenza, essendoglisi trovati fra le mani alcuni peli di quel grembiale peloso che portavano que' soldati. Nella stanza non si trovò mancar nulla, sì che l'impulso di quell'atto atroce par proprio sia stato uno sfogo della natura selvaggia di quel soldato. Era stato ferito al capo, e quando entrammo nella sua camera, partiti i Tedeschi, era già morto._

I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via per la quale erano venuti.

Io non volli interrompere la narrazione del parroco, ma finita che l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per ischiarimenti e per alcune particolarità relative a quei fatti, intorno a che dirò anche a' miei lettori quanto ancora rammento di più notabile.

— _Ma i giovani sul campanile_, fu la mia prima domanda, _dov'erano andati?_

— _Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunatamente, ma proprio solo all'ultimo momento, si accorsero dell'invasione dei Tedeschi, prima che scendessero nella canonica; tre di essi, discese le scale, uscirono dalla casa: il quarto non credette esser più in tempo, e si nascose sotto un trave del tetto della chiesa_ (ad un terzo circa dell'altezza del campanile, si trovava una porticina che comunicava col sotto tetto), _per sua fortuna oscurissimo, poichè uno dei soldati, vista aperta la porticina, vi entrò, ed osservò qua e là; ma la grande ampiezza del locale e l'oscurità, impedirono che potesse fare una visita diligente e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello._

— _Ma e l'affare del caporale? Da chi era stato ferito?_

— _Ecco come avvenne. I nostri avevano legato una bandiera tricolore al parapetto in ferro, ed essa pendeva in fuori del campanile; allorchè il caporale che arrivò in cima col sagrestano, vide quella bandiera, volle strapparla; ma sul terrazzo dei vicinissimi portoni, vi erano i nostri, i quali, nulla sapevano di quanto avveniva nella canonica, ma visto quel soldato austriaco che strappava la bandiera, scaricarono i loro fucili contro lo stesso, ed una palla gli traversò il corpo fra lo stomaco ed il ventre, ed un'altra gli recise netta l'ultima falange dell'indice della mano destra._

Io aveva all'ora freschissima la memoria di quel campanile; epperò finita ch'ebbe la narrazione non potei astenermi dall'esclamare:

— _Ma come mai fu possibile che un uomo in quello stato discendesse le scale di quel campanile, e sopratutto la scala a piuoli?_

— _Eppure_, replicò il parroco, _ei lo fece; rimasi sbalordito anch'io, allorquando il sagrestano mi narrò i particolari di quel fatto._

— _Ma dell'ufficiale che ne dice? come spiega quel suo discorso?_

— _Che vuole! io non posso dir altro se non che noi dobbiamo ringraziar la Provvidenza che ci fece capitare in un uomo ragionevole che seppe padroneggiare il suo impeto; del resto quel momento quando il caporale entrò in chiesa gettandosi a terra sui gradini dell'altare, contorcendosi e gridando per gli atroci dolori, fu un momento terribile; noi ci credemmo tutti perduti._

Tali furono i più notevoli particolari che mi narrò quell'ottimo uomo intorno al fatto di S. Bartolomeo avvenuto nel mattino del 21 marzo. Tutto ora è colà cambiato: disparvero la chiesa, il campanile e la canonica; e pur troppo è morto anche quel buon sacerdote; unici rimangono ora i _Portoni_. Che quegli altri edifizî dovessero sparire per far luogo ad una nuova e larga via (Principe Umberto), sta bene, e vi ebbe guadagno; ma quanto a' _Portoni_ mi sia lecito il dire che la loro distruzione porterebbe la perdita dell'unico ricordo che ancora conserva Milano della famosa epoca del Barbarossa. Quali vediamo noi i due archi centrali di quei portoni, tali li videro i Milanesi del secolo XII e di sette altri secoli successivi; ora dovrebbero avere un maggior pregio, dacchè più d'un ricordo delle Cinque giornate si collega anche ad essi; dall'altro lato la generazione attuale e le future godono di ben altra comodità e sicurezza, dacchè furono aperti ai due fianchi i passaggi pei pedoni, talchè le due porte centrali rimasero per il passaggio esclusivo dei rotanti. Or sarebbe egli un chieder troppo per quell'unico ricordo che si volesse conservarlo, e si cessasse dal metterne in forse la sussistenza a grado del primo venuto a cui talenti di chiamare quegli archi inutili, o peggio, pericolosi ingombri? Fra l'eccesso di chi vuole conservar troppo, e quello di chi vuole distrugger tutto, non so qual sia il più nocivo, certo si è che in Milano non è più possibile cadere nel primo, sibbene nel secondo; ma, restringendomi a que' _Portoni_, io nutro fiducia che il buon senso e la patria carità dei Milanesi li salveranno mai sempre da inconsulta distruzione.

CAPITOLO TREDICESIMO

L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di Milano durante le Cinque giornate rapporto alla circolazione, al vitto, alla sicurezza, non che intorno al contegno del bel sesso.

Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti avvenuti al Genio ed a S. Bartolomeo, che sono un'appendice alla narrazione principale, io potrei dire di aver raggiunto lo scopo di questi _Ricordi_. Esso è circoscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo quella piccola eccezione; ma se ristrettissimo è il mio campo, almeno è sicuro; ciò non vuol dire che scrivendo dopo ventisette anni senza interrogar nessuno nè consultar libri di sorta, non possa esser caduto in qualche errore forse di data, trattandosi dei fatti di minor importanza. Rispetto ai fatti principali escludo ogni inesattezza nel modo più assoluto, nè temo contraddizioni. E se questo mio scritto avrà vita, potrà essere collocato francamente fra i veridici; ma io non intendo fermarmi a questo punto, credo poter aggiungere qualche altra nozione che non sarà senza interesse, e quando verrò poi alla conclusione, ho qualcosa da chiedere al lettore concittadino.

Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio della guerra dell'indipendenza italiana, ed è quello della premura ognor crescente di voler apprendere i suoi particolari, il che del resto si spiega facilmente. Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità venne travisata nel doppio senso che dopo il buon successo si esagerarono i fatti e si mescolarono a favole, e subentrati i rovesci dell'agosto, si negarono anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli attori vanno scomparendo ogni giorno, non è egli naturale che la gioventù senta il bisogno di esser ben edotta della verità e voglia conoscere i fatti quali avvennero e non quali si vollero far comparire, e quindi interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro sopratutto che vi ebbero parte più o meno larga? Quante incertezze non lascia anche un libro veridico? Quanti dubbii può sollevare senza che il lettore sia in grado di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la convinzione che molti libri sono pieni di errori? Aggiungasi che anche quelle preoccupazioni politiche, le quali contribuirono ad oscurare il vero, non hanno cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor ricevere schiarimenti da contemporanei.