Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 12
In quell'istante passa un signore di mia conoscenza, mi saluta e mi comunica la parola d'ordine, celiando su quella mostra di postumo zelo e raccontandomi che vi erano perfino signorine le quali facevano sentinella, e domandavano la parola d'ordine, emulando gli eroi della sesta giornata. Le notizie recavano che i Tedeschi erano già a Lodi, e si poteva perciò far la sentinella senza pericolo. Tutte quelle disposizioni mi indispettivano, perchè se talune, come l'ultima, era solamente ridicola, l'altra, relativa alle barricate, era dannosa, e già parevami intravedere poca fermezza in chi comandava, onde aumentava la mia avversione per quella parodia dei giorni della lotta. L'indomani, ossia il 24 marzo, arrivò a Milano il mio amico commendatore Maurizio Farina, piemontese, e venne difilato da me. Ho già fatto cenno di lui e detto come fosse la persona che mi aveva procurata la conoscenza del conte di Castagneto, ed indirettamente, posto in communicazione col re Carlo Alberto. Fedele alla sua missione, era venuto colla truppa a Novara; la dichiarazione di guerra era stata pubblicata il giorno innanzi, ed ei veniva per assumere informazioni esatte dello stato delle cose, affine riferirne al conte di Castagneto ed al re. Mi trovò abbattuto, ma io non volli confessare quanto male mi sentissi, ed entrai tosto in argomento. Egli si era già accorto, ed aveva già avuto prove delle illusioni che si nutrivano intorno alla guerra; ed io, deplorando quella strana cecità, non mancai di far presente come la guerra non poteva a meno di essere ancora difficile, padroni com'erano i Tedeschi delle fortezze. Se fosse possibile raggiungerli prima che vi entrino, diceva io, quella sarebbe la più felice delle combinazioni che si potesse dare. Per carità che non si illudano almeno i Piemontesi! Ei volle ripartire la sera stessa per Novara, ed io, che per tutto quel giorno non ero uscito di casa pel male che mi opprimeva, volli accompagnarlo. Dirigendosi egli verso Rhò, si andò al così detto Portello, ma colà si seppe che non si poteva uscire, e conveniva andar al corpo di guardia ch'era al Comando Generale, farsi conoscere, ed ottenere il permesso. Si andò, e trovammo un tale che si dava una grande importanza. Chiese che mi facessi conoscere. — _Probabilmente non avrò bisogno di andar lontano per questo_, risposi io. Domandai se eravi nel locale l'ingegnere Reschisi. Vi era infatti, ancora sempre occupato a compilare quell'inventario, del quale l'aveva incaricato io stesso. Ei venne, ed allora tutto fu appianato; l'amico partì ed io ritornai a casa; ma non reggeva più in piedi, talchè mia moglie mi fece chiamar un medico che giunse a sera inoltrata. Mi visitò, trovò che aveva una gran febbre ed una forte infiammazione, e meravigliatosi che avessi tardato tanto a chiedere i soccorsi dell'arte, mi prescrisse una copiosa sottrazione di sangue, dicendomi che per una settimana almeno, non pensassi ad abbandonare il letto. Egli stesso si diede premura di mandarmi tosto il chirurgo che eseguì l'ordinazione del dottore. L'indomani, ritornato il medico, rimase sorpreso di trovare il male diminuito in grado insolito nel volgere di sole 9 in 10 ore. Io che il giorno innanzi non rispondeva che a monosillabi, gli spiegai allora come non fossi stato mai ammalato, e non avessi saputo persuadermi di esserlo, finchè potei star in piedi; ma il rimedio aveva colpito giusto, era stato proprio come gettar acqua sul fuoco, di guisa che quantunque fossi ben lungi dal chiamarmi guarito, perchè sentiva la debolezza per causa della forte sottrazione sanguigna, pure pensava che non avrei passata in letto una settimana. Il buon dottore, che in questa seconda visita era stato edotto dal portinaio o da qualche vicino ch'io era _quello della bandiera sul Duomo_, come mi chiamavano per brevità, volle farmi i suoi complimenti, e si felicitò meco che le cose andassero sì bene; mi confessò che il giorno innanzi era stato molto in pensiero sul conto mio, e mi raccomandò la pazienza, per l'indispensabile settimana. L'indomani, ch'era il terzo giorno di cura, mi perviene una lettera dal Comitato di guerra, colla quale mi dà l'incarico di andare in Valtellina a provvedere alla difesa dello Stelvio, non che a quella del Tonale, nella vicina Valcamonica; l'incarico mi fece piacere, perchè parvemi un indizio che si prendessero le cose sul serio. Tuttavia deliberai di non dir nulla al momento, d'aspettar la visita del giorno dopo, del dottore, e poi andarmene. Frattanto cominciai ad affermare che già stava bene, e volli alzarmi, almeno per qualche ora, ma se la guarigione procedeva celere, nondimanco mi sentiva ancora debole. Il giorno dopo, alla solita ora, venne il medico e fu soddisfatto; io gli dissi che già avevo salute da vendere, ei non volle convenirne, e raccomandò ancora la pazienza. Partito che fu, io mi alzai, e diedi parte a mia moglie della risoluzione d'andare in Valtellina per la missione avuta. Ella fece le sue objezioni, e trovò ch'ero ancora troppo debole, ma io la persuasi che il poco che mi mancava a ricuperar la primiera salute l'avrei trovato per istrada, e che sarei guarito più presto e meglio che stando a Milano, anche perchè la missione mi andava genio. Infine si arrese, ed io partii per Como, ove arrivai verso sera. Giunto alla Camerlata, trovai che il cammino, da quel punto alla città, era sbarrato da barricate; arguii che vi era stato combattimento anche a Como, ed infatti, arrivato all'albergo, appresi i particolari del combattimento che vi aveva avuto luogo il 22 e 23, e più specialmente, in vicinanza della caserma di S. Francesco, che si trova fuori di Porta Torre, a sinistra di chi esce dalla città. Vi erano state più vittime anche da parte dei cittadini, ma i soldati, accerchiati da ogni parte, avevano finito coll'arrendersi.
L'indomani, di buonissima ora, andai a visitar quei luoghi, e vidi anche alcuni prigionieri, ch'erano rinchiusi in una chiesuola presso il Duomo, sul suo fianco destro; erano Croati. Salito sul vapore alla volta di Colico, essendo io conoscente del capitano, fui tosto messo a contribuzione per soddisfare la sua curiosità, poichè l'affare della bandiera aveva fatto il giro di tutti i giornali, e tutti volevano sentir qualche particolare della rivoluzione di Milano; taluni di quelli coi quali non aveva relazione di sorta, per farsi perdonare la loro curiosità, cominciavano a guisa d'introduzione, ad esaltar l'atto della bandiera, il che mi obbligava a protestare che non era stato accompagnato da pericoli, come si supponeva; ad ogni modo dopo quel complimento, non poteva esimermi dal rispondere qualche cosa, e si può immaginare che le dimande si succedevano le une alle altre senza interruzione. Alla mia volta però chiedeva anch'io informazioni sugli avvenimenti di Como e lungo il lago, e sullo spirito che colà dominava. Questo non poteva esser migliore. La confidenza nell'avvenire era grande, e con retto buon senso udii dire da molti: — _Ci vorranno grandi sacrifici, ma si faranno_. Avanti all'isola Comacina, il vapore si fermò, e vidi cosa che mi fece gran piacere. Dalla parte della prora vidi venir due facchini con due enormi ceste piene di carne. Era la provvigione destinata ai soldati prigionieri, relegati nell'isola Comacina; non rammento quanti fossero, ma non pochi, perchè la quantità di carne era ingente e di ottima qualità; mi rallegrò il vedere quel trattamento, e come dietro il soldato che aveva fatto il suo dovere, difendendosi, più non si ravvisasse che l'uomo divenuto innocuo. Giunto a Colico, dovetti sottostare ad altri interrogatorii, ma sbrigatomi presto e presa una vettura per Sondrio, vi giunsi prima ancora che cadesse il giorno. Avendo appreso che si era costituito un Comitato, andai difilato a quello, e mostrate le mie credenziali, spiegai lo scopo della mia missione. — _Ci abbiamo già pensato_, mi risposero. — _Perfettamente!_ ripresi io, _e come?_ Mi narrarono allora come il 24 fosse stata insorta tutta la Valtellina; come si facessero prigionieri, senza spargimento di sangue, i pochi soldati che vi erano; come s'installasse a Sondrio un Comitato, e due giorni prima (eravamo al 29) avessero mandato allo Stelvio una ventina di giovani che a Tirano si erano uniti con altri di quel luogo, avviati alla stessa meta. Decisi allora di continuare il viaggio sino a Tirano e pernottare colà, per andar poi l'indomani a Bormio ed allo Stelvio. Tardi nella notte arrivai a Tirano, a casa mia, e tosto feci accendere un gran fuoco in un certo salotto ove da anni girava su e giù pensando alla guerra dell'indipendenza, ed ove aveva tenuto in proposito dei colloquii coi due soli amici, ai quali confidava i passi che facevo e gli scritti che mandava in Svizzera; col commendatore Farina e col più volte menzionato marchese Giuseppe Valenti-Gonzaga di Mantova, che entrambi erano venuti a trovarmi nel 1847. Non pareva vero anche a me che potessi dire: _Non vi sono più_, ma una nube nera traversava subito quell'orizzonte sì roseo: _Quì non vi sono più_, ripetevo, _ma sono ancora in Italia_. Con tutto questo, per altro, in quel momento, e dopo quanto aveva veduto sul lago di Como e traversando la Valtellina, confesso che anch'io avevo fede viva nel successo; l'idea che s'avesse a soccombere nella lotta, non voleva entrarmi. Benchè già fosse passata la mezzanotte, il parroco seppe del mio arrivo, ed essendo uomo caldissimo per la causa nazionale (preposto Zaffrani Carlo) venne a visitarmi, e parlò meco a lungo, e mi narrò come tutto camminasse bene anche colà, ed il giorno innanzi una dozzina, credo, di giovani, fosse andata a Bormio e poi allo Stelvio, unendosi a quelli di Sondrio. L'indomani all'alba ero in viaggio alla volta di Bormio, che dista sei ore, ove giunto, andai diritto al Municipio. Anche colà erasi proclamata l'indipendenza dall'Austria il 26, abbassandone gli stemmi, non essendovi nessuno da combattere. Ma non si fermarono a quell'atto, bensì con un buon senso pratico che encomiai, essi pei primi senza aspettare nè sapere che venissero giovani armati da Sondrio e da Tirano, avevano mandato dodici uomini armati alla quarta cantoniera dello Stelvio. Risalito in vettura, o, dirò meglio, presa la slitta, mi avviai a quella volta, e giunsi fra le 3 e le 4 pomeridiane alla suddetta quarta cantoniera. Non dimenticherò mai lo spettacolo che mi si presentò. Il tempo era freddo, ma bellissimo, la slitta scoperta, e non si vedeva che neve; que' monti sterminati pareva facessero pompa d'insolita bellezza; ad ogni risvolto della strada appariva qualche nuova lontana cima spiccante sull'orizzonte d'un azzurro cupo bellissimo. I cavalli usi a camminar sulla neve, andavano celerissimi anche in salita. Al mio arrivo, annunciato da un interminabile schioppettìo di frusta che il postiglione maneggiava con abilità non comune, tutta quella gioventù venne sul piccolo ripiano che trovasi avanti la cantoniera, curiosa di apprendere chi fosse; e riconosciutomi, e sapendo che venivo da Milano, cominciarono le allegrie, le interrogazioni reciproche e l'indispensabile grido intercalare di _Viva l'Italia_. Una delle prime mie dimande fu come si era provveduto alla sicurezza del _Passo_ (così chiamasi la vetta che forma confine fra la Valtellina ed il Tirolo).
— _Il passo è custodito_, mi risposero, _da cinque in sei metri di neve._
Madre natura ci aveva prevenuti tutti. Si passò allegramente tutta la sera e parte della notte fra il fuoco, il buon vino e le chiacchiere; della malattia io non me ne ricordava più, benchè tutti mi trovassero pallido, perchè la gioia mi elettrizzava; quell'aria poi mi dava nel ridestato appetito, un riparatore straordinario. Il mattino seguente, ed era l'ultimo di marzo, volli prendermi una soddisfazione, ordinando un saluto ufficiale alla bandiera tricolore, e posta in linea tutta quella gioventù sul piano avanti la cantoniera, che si trova a 2546 metri sul livello del mare[23], trassi una bandiera che aveva meco e che venne festeggiata con spari ed evviva che l'eco dei monti ripercuoteva.
Non volli però abbandonar il luogo senza aver fatto assolutamente nulla. La neve ci era buon riparo, per allora, ma in maggio e giugno doveva sparire; ora il passo dello Stelvio è ad un tempo facile o difficile a difendersi, secondo che venga o non venga rispettata la neutralità del suolo svizzero che in parte lo circonda. Pensai dar io al Governo del Cantone Grigione la partecipazione dei fatti di Milano, e dell'avere il Governo Provvisorio, che dovevasi preparare alla guerra, mandato me allo Stelvio, il quale, al momento, non presentava pericolo di sorta, ma, scomparsa la neve, era possibile che fosse attaccato da quel lato, soggiungendo che come il soldato nostro avrebbe religiosamente osservata la neutralità del territorio svizzero, così io pregava, in nome del mio Governo, che si prendessero le debite cautele onde si rispettasse anche da parte degli Austriaci. Non era cotesto un atto di diffidenza verso la Svizzera, ma egli è certo che se i Grigioni non mandavano i soldati appositamente, il confine era senza sorveglianza, ed il passarlo, prendendo alle spalle il posto che si trovasse all'altura dello Stelvio, ossia al vero passo che è ancora 300 e più metri sopra la quarta cantoniera, poteva esser l'affare di poche ore.
Feci copiare la mia lettera da uno dei giovani che possedeva una bella calligrafia, e spedii un messo ad impostarla a S. Maria, che è il paese svizzero il più vicino, in una vallata detta di Monastero, che comunica anche col Tirolo, sboccando nella vallata dell'Adige. Preso quindi commiato da que' bravi giovani, mi ricondussi a Tirano, ove riposai una giornata, assumendo informazioni intorno al Tonale, che si trovava in analoghe condizioni dello Stelvio. Perciò non stimai necessario il farvi apposita visita, sibbene, valendomi de' materiali raccolti nei tempi andati, stesi una relazione particolareggiata de' diversi passi esistenti fra la Valtellina ed il Tirolo, nonchè fra questo e la Valcamonica, facendo risaltare come il Tonale fosse in condizioni assai più pericolose dello Stelvio, e come, senza trascurare quello, convenisse portarvi la più seria attenzione, potendo divenire valicabile in aprile ed ai primi di maggio per essere notevolmente più basso. Benchè fossero corsi sei o sette giorni e non più, che io aveva abbandonato Milano, mi pareva un lunghissimo tempo, ed ardeva dal desiderio di ritornarvi, sicchè alla sera del 2 aprile era già di nuovo nella capitale lombarda. La vita attiva, l'aria salubre, l'ottimo appetito, ma più di tutto la compiacenza di aver trovate le popolazioni così ben disposte, mi avevano pienamente rimesso, sì che mia moglie convenne che aveva avuto ragione quando le dicevo che il viaggio mi avrebbe fatto bene.
CAPITOLO UNDECIMO
L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua missione — Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate, celebrate nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio, Miani, fornisce all'autore lo schiarimento intorno ai Tedeschi che entrarono nel Genio nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora quell'avvenimento, che era sempre stato per lui un enigma.
L'indomani, 3 aprile, dopo aver rimesso al Comitato di guerra la mia relazione, avendo avuta la commissione direttamente da lui, mi recai presso il Governo Provvisorio a fargli pure la relazione verbale. Mi trattenni a lungo col presidente Casati e col conte Durini, ch'erano assieme; vollero udire tutte le particolarità, soffermandosi specialmente sullo spirito delle popolazioni. Allorchè mi accomiatai: — _Sappia_, mi disse il conte Durini, _che domani si celebra una messa solenne in Duomo per i morti nelle cinque giornate. Ella favorisca di venir con noi_. Io ignoravo quella determinazione, ma accettai l'invito, che il buon Casati confermò con parole gentili. Il giorno 4 aprile, all'ora indicata, io mi trovai al Marino, la sede del Governo Provvisorio; mi assegnarono un posto fra gli ufficiali. Or volle il caso che, al momento di partire dal palazzo del Marino, mi trovassi a fianco del maggiore del Genio (poi colonnello) Miani. Era desso un uomo di vaglia, che aveva servito nel Genio sotto l'Austria, ma poi si era ritirato a vita privata, ed aveva preso parte alla rivoluzione. Io lo conosceva, come suol dirsi, di vista, ossia sapevo che era un ex ufficiale del Genio e si chiamava Miani, e così alla sua volta egli sapeva chi fossi io, ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci. Avviato il corteo verso il Duomo, entrammo in breve nella contrada di S. Raffaello, che allora prolungavasi assai più verso S. Fedele, essendone stata demolita una parte per formare uno dei grandiosi accessi alla grandiosissima Galleria Vittorio Emanuele. Allora era ancora in tutta la sua umiltà, ma sboccando sul fianco destro del Duomo, la stessa sua ristrettezza faceva risaltare ancor più la mole maestosa di quella cattedrale. Or bene, appena fummo in vista del Duomo, il Miani ruppe primo il silenzio per incominciare a discorrere meco, e, rivoltosi a me: — _Ella_, _mi disse, deve provare una gran compiacenza nel vedere il Duomo; quanto la invidio per quella prima bandiera!_ È facile immaginare che cosa dovetti rispondere, trattandosi poi che parlava ad un ufficiale. Per la centesima volta, se non più, protestai ch'era stata una spedizione senza pericolo, non negava per questo di averne compiacenza, ma come d'un regalo della fortuna più che di altro. Dacchè però il Miani mi aveva aperto l'adito a parlar seco lui, colsi l'occasione per sapere se mai esso fosse in grado di darmi qualche schiarimento intorno al guazzabuglio avvenuto nel locale del Genio, nella notte dal 20 al 21. — _Quello fu un affare ben altrimenti più serio_, dissi io, _e non sono stato mai capace di spiegarmelo. Come vi entrarono i Tedeschi?_ — _Ebbene_, mi rispose esso, _io sono in grado di servirla. Ella sa che i Tedeschi nella notte appunto del 20 al 21 abbandonarono il Gran Comando; essi ignoravano la resa del posto del Genio; credevano che si fosse sempre difeso, e mandarono due più risoluti cacciatori ad avvertire quel posto che si ritirasse esso pure come meglio poteva. I soldati vi arrivarono infatti, protetti da uno di quei momenti di profonda oscurità che si succedevano in quella notte nuvolosa e ventosa, ma trovarono il Genio vuoto. Erano ancora colà quando il mio povero servitore tornava colle chiavi per aprire il piano superiore a lei ed ai suoi compagni, poichè sappia che il Genio era stato consegnato a me, ed io aveva posto là il mio servitore, il quale era il custode a cui ella si rivolse. Giunto esso a pochi passi dalla porta, uno de' cacciatori che vi stava in sentinella sulla porta, fece fuoco contro di lui e lo ferì in un braccio. Il mio servitore tornò allora indietro, dando l'allarme; i due soldati non poterono più uscire, ed avvenne poi tutta quella scena ch'ella conosce meglio di me._
Allorchè il Miani terminava la sua relazione, noi eravamo giunti al Duomo; il discorso venne troncato; io andai al posto assegnatomi e cominciò la funzione.
Che preci si cantassero, in che consistesse la cerimonia, io non sarei stato in grado di dirlo nemmeno lo stesso giorno, perchè quella rivelazione mi occupò la mente in modo tale, che non pensai ad altro; vedevo ed udivo, ma senza che nulla mi facesse sensazione; rammento solo che eravi un posto riservato pei parenti delle vittime, e vi erano anche signore in severa eleganza, e fra queste una signora Guy, di mia conoscenza, cognata d'un negoziante Giuseppe Guy, rimasto morto in un combattimento presso Porta Ticinese. Non è certo di grande importanza il sapere che cosa si cantasse, non avendosi per questo che a consultare il rituale, ma io ho voluto accennare quella circostanza per dimostrare la profonda sensazione che mi fece la narrazione del Miani. La sorte toccata al servitore, fu per me la chiave dell'enigma.
Se eravi stato un avvenimento che mi aveva preoccupato in modo da avvicinarsi ad una idea fissa, era quello della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi. Il mio pensiero, ad ogni anche lontano cenno, ricorreva a quel fatto; nella breve mia malattia, inchiodato in letto, passavo in rivista tutte le possibilità senza potermi dar mai una chiara ragione del fatto; in viaggio ripassai ancora quella ipotesi, ma senza frutto; molte erano state le chiacchiere in proposito: chi diceva che erano soldati nascosti che sbucarono fuori nella notte; chi sosteneva ch'erano alcuni arditissimi, mandati dal conte Neipperg per prendere una grossa somma di danaro che egli aveva colà; chi, non sapendo come spiegar meglio il fatto, lo diceva effetto d'un tradimento, ed in quel senso parlava pure quel facchino delle cui prodezze mi toccò essere spettatore nei sotterranei del palazzo del Gran Comando. Ma non tenuto conto dell'ultima assurda e ridicola ipotesi, anche le altre non si spiegavano, e quindi io mi provava a cercar altre ipotesi, ma sempre senza frutto. Per me eravi un punto di partenza indubitato, una specie di caposaldo, intorno al quale non era lecito il dubbio, ed era quello della sentinella. Che quella vi fosse, nessuno lo poteva asserire con maggior sicurezza di me, che l'aveva toccata, e gli aveva posto la mano sulla spalla, dicendogli: