Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte
Part 11
Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel tale della barba nera ci rispose secco: _Non ho polvere da gettar via_. Nel fondo io era contento; non solo era quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava, e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli prese la cosa per suo conto e partì malcontento, ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi meravigliato di quella risposta così poco garbata, di cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa. I _barabba_ del famoso progetto delle trentamila lire erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori, e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro; ma di questo non si davano pensiero, facendo assegnamento i più fra loro che sarebbero morti i compagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma. Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo per ripararlo, consigliando i _barabba_ ad andare dal Governo Provvisorio, ma nessuno vi pensò.
Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi chè dubitassi della convenienza della risposta. Credo oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con poca prudenza quanto alla forma.
Uscito di là e recatomi non rammento ben dove, incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta, ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezzanotte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè fino allora non era stato inquietato. Le barricate finivano al naviglio; egli conosceva il modo di passarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, passando per le case che si trovavano presso al posto dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di S. Lorenzo, avanzo d'un monumento romano che piglia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime al portone che sovrasta al naviglio.
Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un insolito movimento verso i bastioni; la truppa si preparava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non rimase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi dirigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la porta che mette alla strada più retta verso quella città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno. Una delle ultime case del corso, e presso la porta medesima, era stata incendiata, onde s'ebbe per qualche tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del bastione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa. I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il corso; dalle ultime barricate presso i _Martinitt_ si tirava da noi sulla truppa, benchè con poco effetto, a causa della forte distanza; le campane all'ingiro suonavano tutte a stormo; era un fine degno di quel grandioso dramma che furono le Cinque giornate, compiendosi precisamente allora la quinta. Anche quell'ultima ora ci costò però una vittima; un signore civile, e non più giovine, si avanzò fuori dell'ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tettoia di quel luogo che ho più volte citato.
Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser puntuale al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in breve tempo, e mi posi in cammino per andare a Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Martiri[20] e di là per la piazza di S. Fedele e per la via S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò per la ragione che le piazze erano meno ingombre di barricate, e quantunque si allungasse, in apparenza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo. In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era molto stancato, ma in quel giorno aveva talmente abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio così fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era effetto dell'enorme stanchezza. _Ebbene_, dissi fra me stesso, _mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno._ Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra e sinistra una panchina di pietra; io m'assisi precisamente su quella a destra del santo. Tale e tanta era la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di sentir abbastanza il beneficio del riposo, e decisi di pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di riposar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentissero sollievo. _Dieci minuti_, diceva fra me, _di simile riposo bastano per ristorarmi_; ma io non credo che ne passassero cinque che già ero immerso in profondo sonno, ripetendo pur sempre finchè fui padrone dei miei sensi: _dieci minuti, dieci minuti_. Quanto dormissi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche qui è il caso di dover dire che soltanto un milanese che conosca la campana di piazza de' Mercanti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra un addormentato ai piedi della torre. La tradizione popolare vuole che quella campana dati dall'epoca dei Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in tutta Milano. Ma checchè sia di quella campana, certo si è che il suono ne è penetrante in modo straordinario. Essa era stata una delle più instancabili durante tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo. Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo in piedi esterrefatto; non so raccapezzar nulla sulle prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore fortissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi volessi tenerlo fermo e mi chieggo: _Ma dove son io?_ Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La ragione si fece ben presto strada anche a traverso a quell'acerbo dolore. — _Tu dovevi andare a Porta Ticinese_, mi dissi, _e ti lasciasti sorprendere dal sonno._ Allora battendomi la fronte come se avessi commessa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi volessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio, piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sollievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piazzaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armorari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva condurmi alla meta. Passai la corsia della Lupa, quella della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo[21], e giunsi al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine dal modo violento col quale ero stato destato. Or qual fu la mia sorpresa, allorchè avvicinatomi alle colonne di S. Lorenzo, ed avanzatomi fino al portone che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno! La barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione, ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo state praticate anche colà le portine laterali. Mi arrampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino. Che più non avessi a trovare i compagni della spedizione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano, poichè, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicchè era naturale che la spedizione non avesse luogo; ma il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guardia esce un individuo armato e mi chiede _chi sia e cosa faccia lì_.
— _Io sono_, risposi, _il capo delle pattuglie nominato dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la barricata senza un sol difensore._
— _Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio? Ella verrà con me._
— _Dove?_
— _Al corpo di guardia._
— _Non ci ho nessuna difficoltà._
Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osservazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo, ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente deluso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di far quell'osservazione, giacchè se i Tedeschi erano partiti, il fatto era troppo recente perchè alla barricata non si avesse da lasciar almeno una sentinella. _Noi non sappiamo chi ella sia_, mi si rispose. _Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non dal Governo Provvisorio, ed ella verrà a quel Comitato e si farà conoscere._
Che fare! Se io avessi avuta la mente calma e fredda come il mattino addietro, allorchè io non voleva sapere di quell'incarico, avrei trovato ch'era l'avvenimento più naturale e più comune, dacchè si verificava precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Governo Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pienamente normale, benchè il dolor di capo fosse diminuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e parlava a stento; oltrechè il mio accento non era pretto milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e legittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto riconosciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui contento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva asserto cosa non vera; lo dissi poi con tanta risolutezza che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse. Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quell'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel posto centrale? Ogni risentimento era già spento in me allorchè arrivammo a casa Taverna. Io espressi brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie come non si conoscessero decreti del Governo Provvisorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo, siccome la persona che mi accompagnava vi era completamente estranea, così dissi io stesso ch'era conseguenza naturale della posizione nella quale m'era trovato d'esser ignoto, nè più era il caso di parlarne, e con questo ebbe termine quella vicenda.
CAPITOLO DECIMO
I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio e del Tonale — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano.
La notte era molto avanzata, il cannoneggiamento era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone austriaco aveva già abbandonato Milano; la mia missione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano. Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal giorno che aveva abbandonata la mia casa a quel punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non assuefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non avesse leggi a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'impossibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'eccitamento, chiuso, direi, il periodo dell'incertezza intorno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agitatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo quattro notti che non mi era spogliato e non m'era riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col dolore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'opposto un dolor cupo, sicchè mi sembrava che avessi la testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mattino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta; veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì largo: veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta Orientale, nè già si accontentavano di portar cose mobili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi di quella strana operazione, nè da chi poteva venire quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno si adoperavano a quei lavori: _Ma chi vi diede_, li richiesi, _simile ordine?_
— _Ma non vede_, mi risposero, _che lavorano tutti?_
— _I Tedeschi sono andati._
— _Le barricate si devono conservare._
Una stranezza simile è impossibile, dissi a mè stesso; infine io sono sempre membro del Comitato di Difesa; andrò al Governo Provvisorio per saperne qualcosa di preciso. Se quel primo spettacolo doveva riuscirmi inatteso, non fu così il contegno generale della popolazione; si vedevano i parenti e gli amici che si incontravano per la prima volta, abbracciarsi, baciarsi, si sentivano narrarsi le vicende reciproche; ad ogni tratto si udiva l'espressione: _Sono proprio andati_; intanto che altri riferiva dov'erano le ultime colonne dei Tedeschi. Avvicinandomi più al centro, cominciai a veder figure che non aveva veduto mai durante il combattimento, persone tutte coperte d'armi, con sciabole enormi, spade, pistole alla cinta, stili da ogni parte, che procedevano con un'aria di fierezza, come uomini pei quali ciò che rimaneva da farsi per annichilare i Tedeschi fosse cosa piuttosto da scherzo che seria. Io già così mal disposto di salute, cominciai intraveder la verità e sentir avversione per quella gente. Erano infatti persone che non avevano preso parte alla lotta nei giorni passati, e sbucavano dai loro nascondigli, cercando mostrarsi in quel giorno sì vicino ancora a quelli dell'azione, perchè il pubblico credesse che avevano combattuto anch'essi.
Arrivato a poca distanza da casa Taverna incontrai una persona di molta distinzione, mia amica e che non era estranea al Governo Provvisorio; ci stringemmo la mano.
— _Ebbene, sono partiti_, diss'io, _ma hai tu notizia dell'arrivo dei Piemontesi?_
— _Troppo tardi!_
— _Ma come troppo tardi? che cosa mi dici?_
— _Che vuoi? non fa più effetto._
— _Ma Dio buono! la guerra ha ancora da cominciare! È chiaro che Radetzky è partito quando fu certo che veniva l'esercito piemontese._
— _Per carità non dir questo; ti saltano agli occhi!_
— _Ma a che giuoco giuochiamo? credi tu forse che si possa far la guerra senza un esercito regolare?_
E qui s'impegnò un lungo discorso che io non riprodurrò, perchè non lo potrei garantire nelle sue particolarità come garantisco l'esordio che ho citato.
Pur troppo, nel Governo Provvisorio non era solo quel mio ottimo amico e bravissimo uomo, ad avere quell'opinione; nè io esprimo cosa nuova, ma accertata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in atti pubblici più o meno velatamente.
Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni del fine pel quale mi era avviato al Governo.
— _A proposito_, gli dissi prima di accomiatarmi, _chi ha dato ordine che si costruissero ancora barricate?_
— _Nessuno di noi_, mi rispose.
Io gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta Orientale, e come importasse di metter fine a quella stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che era un'esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però bisognava lasciare sfogo.
Il colloquio col mio amico mi addolorò. Che la popolazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà che potevano presentare le fortezze, e come ben altra cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato. Con altra direzione che le venisse data, poteva forse rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini. Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei primi essi stessi la calma necessaria a giudicare freddamente la posizione, se avessero annunciato che la guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto essere il principio di guerra ben più fortunata di quello che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta. Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pronunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto di _eroico_, e si finì a credere sul serio che la parte più essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo), s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si sentivano dire: _Che venite a fare?_
Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo ventisette anni[22], non intendo aggravare la parte che può spettare a que' reggitori, alcuni dei quali erano già allora miei amici, e gli altri lo divennero quasi tutti in appresso; dirò invece che la loro posizione era tutt'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opinione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi all'impero di quelle circostanze che s'imposero a tutti. Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale, già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire: _Questo non è che un primo principio; pensiamo alla guerra, e a null'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia secondario_.
Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime, dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivoluzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, allorquando il Municipio, come narrai, si era trasformato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pericolo di essere le prime vittime nel caso che la rivoluzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto morale, dacchè nessuna retribuzione mai ne ritrassero. Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente a resistervi.
Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini di buona fede ed amanti della causa pubblica che premessero sul Governo al primo suo esordire; già erano sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del Governo, o per la vanità personale, e costoro per primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo. Non erano corse 48 ore, dacchè gli Austriaci avevano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali, fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riuscivano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Provvisorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli eroi armati da capo a piedi, improvvisatisi dopo la partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto arguto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di _eroi della sesta giornata_. Essi facevano a gara a chi più adulava la popolazione, ed il tema immancabile era che l'essenziale per l'indipendenza era fatto; si trattava ora di raccoglierne i frutti, ed i volontarî bastavano; la truppa era un di più.
Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto deplorassero quella piega dell'opinione pubblica e si sentissero rivoltare a quei delirî, ma non ardivano tampoco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi dire: _Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto miracoli e ne faranno ancora_, e simili frasi.
Quanto a me, che non avevo ritegno a dire quello che sentiva, fui presto fuori d'azione appunto in quei primi giorni, perchè il mio male fisico si aggravò anzichè diminuire.
La curiosità mi aveva spinto a girar quasi tutto il giorno; uscito di casa verso sera, nel passare per la via del Durino, mi vien chiesta la _parola d'ordine_.
— _Ma che parola d'ordine? Chi ha ordinata questa buffonata?_
— _Che vuole?_ mi risponde la sentinella; _hanno dato questo ordine!_