Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte

Part 10

Chapter 103,823 wordsPublic domain

Allora io dissi loro chi era e come io venissi precisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte di dietro non erano passati, perchè prima vi era il custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne qualcosa rispetto alla parte anteriore. _Io sono d'avviso_, conchiusi, _d'andar subito a riprender quel locale._ Ma gli oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei più risoluti, troncando la questione, si avviarono a corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii. In un momento superammo il brevissimo tratto, che sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal portone del Genio s'odono due colpi, l'uno viene dal piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' nostri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci raccogliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma entrando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che è precisamente il primo dalla parte opposta al portinaio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai ad insistere per un nuovo assalto. _Dio mio! sono pochissimi_, dissi loro; ma sorsero molti a gridare: _No, no, a domani, a domani; è un'imprudenza, a domani_. In realtà essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso parte nella giornata alla fazione del Genio, mi faceva una specie di punto d'onore di riprender quel posto, che aveva costato la vita al mio capo; e quando perorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti io, poichè giammai in vita mia chiamai altri a dividere pericoli che non affrontassi pel primo.

Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il partito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono grida di _soccorso_, di _aiuto_, che provenivano dal ferito caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di andare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita, ma gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che aveva anch'essa le sue difficoltà, quando ci venne ad entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo: _Son qui anch'io_. La cosa divenne allora facile; prendemmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una completa oscurità, poichè la notte era nuvolosa e ventosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nemmeno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il fatto è ch'io non vidi distintamente la persona che trasportammo colà, nè mi sono curato mai di sapere chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! davvero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e di quell'ora.

Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla panca, mi sento chiamare distintamente e per nome, da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede se son io il signor Torelli: _Per appunto_, risposi. — _Ebbene_, replicò d'essa, _vi è un giovine quì in una porta vicina che chiede di lei._

A Milano chiamasi _porta_ non solo l'apertura che dà accesso alla casa, come si dice da per tutto; ma anche il locale che serve di abitazione al portiere.

La giovine guida mi fece traversare la via e mi condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, andando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla barricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede immerso in un catino d'acqua tinta di sangue. _Sono tra quelli_, mi disse, _che andarono all'assalto del Genio, ma nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che partì dal piano superiore._ — In sostanza ei non voleva che farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva l'aria ilare, come volesse dire: _Non si dubiterà che mi sono battuto anch'io, e me la sono cavata ancora a buon mercato: poteva esser peggio_. Allora conoscevo anche il nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro, in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ritenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, avrebbero da sè stessi sorvegliato il Genio che si dominava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà. Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giuseppe, risolvetti andar verso quella parte affine di scoprire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza.

Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giardino[19], discesi lungh'essa verso il locale del Lotto. Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta, e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa soppressa di S. Maria del Giardino, che quantunque di stile barrocco, aveva la particolarità di una vôlta ardita e larghissima, ed era stata convertita in un deposito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ultimo dopo quello veniva il Casino, l'unico di tutti i fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era in allora e chiamavasi il Casino dei _Lions_, servendo a convegno delle persone del ceto signorile, che pagavano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti (_in linea politica_). Ne faceva parte anche io e soleva recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali v'era copia. Il Casino era l'ultimo limite al quale si poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, così chiamato dal nome del suo proprietario anche allora, che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giuseppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine grande di statura che teneva nell'una mano il berretto e coll'altra agitava furiosamente la sua capigliatura, prorompendo in esclamazioni di dolore.

— _Che cosa ha?_ chiesi io.

— _I Reisingher, i Reisingher_ (era il nome d'uno dei reggimenti tedeschi); mi rispose.

— _Ma io non li vedo!_

— _Sì, i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del giardino Confalonieri._

— _Ma io vengo da quella parte; ne sono penetrati nel locale del Genio alcuni pochi, non so come; ma esso ora è ben sorvegliato._

Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avanzarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della porta, due giovani con in mezzo un'altra persona. L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso dell'individuo da loro condotto, mi chiarì tosto ch'essi traevano seco un prigioniero.

— _Chi è?_ chiesi al giovine desolato, ma che si era molto calmato vedendo una persona suppergiù tranquilla e che non partecipava punto al suo spavento.

— _È il consiglier Pagani_, rispose, _un austriaco marcio._

Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani, ma non lo conosceva nemmeno di vista; epperò garantisco la risposta datami, ma non garantisco che fosse realmente il consiglier Pagani e tanto meno che questi fosse un austriaco marcio.

Il giovane menzionato si unì al gruppo che conduceva il prigioniero ed era evidente ch'era con loro, e rimasto a far guardia alla porta.

Quanto ai Reisingher altro non era che la conseguenza della voce corsa che fosse stato ripreso il Genio, alla qual fazione s'era fatto intervenire un reggimento; quanto poi all'arresto del Pagani, o di chiunque fosse, era un atto di precauzione contro un sospetto di tener mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ritennero la possibilità di un'intelligenza e vollero assicurarsi della sua persona. Non occorre nemmeno dire che non gli venne torto un capello.

Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rapporto ai Reisingher, non pertanto siccome il fabbricato del Lotto confinava colla via degli Andegari, che fiancheggiava in parte anche il giardino Confalonieri, rimasto solo volli andare a verificare se in quella strada vi fosse qualche novità, e traversato tutto quel porticato pel quale erano venuti i giovani col prigioniero, salii la scala che conduceva al piano superiore ch'era in fondo a destra del detto corritoio. Al primo o secondo ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si apriva precisamente su quella via e si trovava quasi di fronte alla porta abbruciata, per la quale eravamo prima entrati e poi usciti precipitosamente dopo quel tale saluto. La via era completamente deserta, non eravi anima vivente, nè udivasi rumore alcuno. Rassicurato che assolutamente nulla era seguìto all'infuori dal fatto dei pochi che erano penetrati nel locale del Genio, pensai andare al Governo e rassicurarlo se mai quelle esagerazioni del reggimento Reisingher fossero giunte a sua notizia. Benchè fosse già assai tardi nella notte, trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai l'accaduto e come già fosse stato esagerato. Ne erano già edotti, e l'uno dei due, non rammento bene quale, ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue freddo: _Non ci staranno a lungo_.

Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per riposare alcune ore. Ai primi arbori era di nuovo in piedi; corro difilato al Genio, dalla parte del Monte di Pietà, e trovo alcuni curiosi sulla porta.

— _Ma! e i Tedeschi?_ chieggo loro.

— _Non vi è più nessuno_, mi rispondono.

— _Non basta_, soggiunse uno di loro, _hanno abbandonato anche il Comando Militare._

Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso è vero, ed allora torno al Governo Provvisorio; altri erano pur venuti a narrare la stessa cosa, ed io la confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il Governo mi pregò di andar colà io a prendere possesso del locale in suo nome, scegliendo qualche persona a cui affidare l'incarico di compilare un inventario regolare, quanto era possibile in quelle circostanze. Vi ritornai; il piano terreno era già pieno zeppo di gente, che faceva un gran baccano; i primi si erano accontentati di entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni facchini con mazze di ferro, cominciarono ad abbattere le porte chiuse, irrompendo in tutte le camere, e dietro ad essi la folla. Allorchè arrivai io, il luogo presentava già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze destinate allora ad uffici; il suolo era già gremito di carte, ed un ritratto dell'imperatore era già fatto a pezzi.

Mentre ero colà, odo alcuno che dice: _Vanno in cantina, e laggiù vi sono Tedeschi_. Io non aveva manifestato la mia qualità, perchè, non avendo distintivi, era inutile il farlo se non si presentava una circostanza che lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si presentò fu quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tedeschi avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio durante la notte; per qual motivo si sarebbe taluno nascosto nei sotterranei? Non pertanto essendosi colà diretti quei facchini colle loro mazze, e già rivoltandomi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai alla possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi fra loro.

La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala che salendo mette capo al piano superiore e discendendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non durarono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benchè bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si facevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando con grossolani improperi quegli atti. _La faremo veder noi a questi Tedeschi_; e giù colpi tremendi, con cui disfacevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. _Ah se li troviamo!_ Uno di questi venne fuori con una singolar espressione: _Che non vi fosse anche quì qualche tradimento come al Genio?_

— _Ma che tradimento!_ esclamò uno della folla che compatta seguiva, entrando da ogni parte.

— _Sì, il tradimento del Genio, di questa notte._

— _La faremo veder noi._

Si poteva scommettere con tutta sicurezza che non uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da coloro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad impedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo. Allorchè si abbattè l'ultimo scompartimento sulla destra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e, raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo giorno della lotta e pressochè morto dalla fame. Quando vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaciglio. La folla ch'era subito entrata dietro di noi, cominciò ad esclamare: _Oh che bel cane!_ Si sparge la voce: _Si è trovato_.

— _Cosa? Cosa?_ chiedono molti dei lontani.

— _Un cane._

Una risata generale accolse la notizia. La folla non divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e quando vide il risultato della spedizione si vendicò ridendo e con motti arguti. Ben contento anch'io che così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione dell'inventario, e mi venne indicato l'ingegnere Reschisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa Vidiserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poichè ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato.

I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avvenimenti principali della notte; l'abbandono del Comando Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la ritirata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spiegava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano, essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per conservare le loro posizioni e libera la circolazione sui bastioni.

CAPITOLO NONO

Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne per tale scopo — Progetto d'una sorpresa a S. Eustorgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà.

Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in attività le barricate mobili, l'idea delle quali veniva allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una larghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre un metro. Riuscirono esse opportunissime in quella località, perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si estendessero dall'una all'altra parte. Si collocavano quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio arrivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che da una legnaia d'uno stabilimento o Luogo Pio, detto dei _Martinitt_, che accoglie orfani poveri per educarli ad arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, ma i colpi riuscivano completamente innocui.

Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi cameroni con finestre del pari molto grandi, che erano munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno, precisamente di fronte alla parete contro la quale venivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella, mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione conchiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano esaurito i proiettili a palla.

Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni giovani che volevano parlarmi.

— _Entrino pure_, risposi io.

Entrarono allora tre giovani di quella classe che si chiamano _barabba_, e che, per darne un'idea a coloro ai quali suonasse nuovo questo termine, corrispondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che una volta si dicevano _bravi_ e che i Toscani chiamano _beceri_.

L'oratore di que' tre giovani mi disse senza preamboli che essi con altri loro compagni si proponevano di prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eustorgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire.

L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavorevole; ma nessuno poteva essere trovato in una posizione più fortunata di me per uscirne senza andare incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato, come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: _Il Governo Provvisorio non mise a mia disposizione un sol centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro proposta direttamente al Governo_. Ma non pensai a quella scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar la cosa in sè stessa, precisamente come se non dipendesse che da me l'aprire un cassetto e dir loro: _Ecco, qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste sono per loro_. Trattando dunque la cosa come se fosse in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustificazione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei _barabba_ sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno scopo di lucro in contraddizione con l'indole che fino d'allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto quel formale rifiuto, i _barabba_ si ritirarono mormorando. Compresi che aveva commesso un errore a non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei quali l'uomo dovendosi pronunciar sui due piedi, si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quell'assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, allorchè, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino, che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e che credeva che in un dato luogo si potesse collocare della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi passassero sopra. _L'intenzione è ottima_, risposi, _ma badi che sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del bastione._

Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa; ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io compresi che si trattava d'un passaggio esistente da parte a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande che poteva passare per esso un uomo; sicchè nel suo concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa, darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco alla miccia si desse un minuto prima od un minuto dopo del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si trattava di collocar della polvere in un vero corritoio con due lati aperti, chiudendoli alla meglio; ma come mai supporre che la polvere accesa trovando due lati che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza di far saltare un bastione di più metri d'altezza e di enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero magazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa in una mina fatta secondo le norme della scienza, avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione, collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica ad un mercante di vino, in quei momenti! D'altra parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non chiedeva nulla per sè, e la credeva possibile; epperò, senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nessuna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi questa volta di salvar me dalla responsabilità del rifiuto, e: _Senta_, gli dissi, _ella converrà che per far saltare il bastione occorre una buona quantità di polvere: ora io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia._

Io dubitava assai che vi fosse, ma poi non credeva che l'avrebbero data per un esperimento così incerto.

Ei trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile l'assicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere.

A canto al locale destinato al Comitato del quale io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvisato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo piccolo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'adoperavano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno dei più utili.