Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II
Part 7
Il mio magnanimo alleato, l'Imperatore Napoleone III, sentì che la causa italiana era degna della grande nazione sulla quale impera. I nuovi destini della nostra patria furono inaugurati da una giusta guerra. I soldati italiani combatterono degnamente accanto alle invitte legioni della Francia. I volontari accorsi da tutte le provincie e da tutte le famiglie italiane sotto la bandiera della Croce Sabauda addimostrarono, come tutta l'Italia m'avesse investito del diritto di parlare e di combattere in nome suo.
«La ragione di stato pose fine alla guerra, ma non a' suoi effetti, i quali si andarono esplicando per la inflessibile logica degli avvenimenti e dei popoli.
«Se io avessi avuta quell'ambizione che è imputata alla mia famiglia da chi non si fa addentro nella ragione dei tempi, io avrei potuto essere soddisfatto dell'acquisto della Lombardia. Ma io aveva speso il sangue prezioso dei miei soldati non per me, per l'Italia.
«Io aveva chiamati gl'italiani alle armi; alcune provincie avevano subitamente mutato gli ordini interni per concorrere alla guerra d'indipendenza, dalla quale i loro Principi aborrivano. Dopo la pace di Villafranca, quelle provincie dimandarono la mia protezione contro il minacciato restauro degli antichi Governi. Se i fatti dell'Italia centrale erano la conseguenza della guerra alla quale noi avevamo invitati i popoli, se il sistema delle intervenzioni straniere doveva essere per sempre bandito dall'Italia, io doveva conoscere e difendere in quei popoli il diritto di legalmente e liberamente manifestare i voti loro.
«Ritirai il mio Governo; essi fecero un Governo ordinato: ritirai le mie truppe; essi ordinarono forze regolari, ed a gara di concordia e di civile virtù vennero in tanta riputazione e forza, che solo per violenza d'armi straniere avrebbero potuto esser vinti.
«Grazie al senno dei popoli dell'Italia Centrale, l'idea monarchica fu in modo costante affermata, e la Monarchia moderò moralmente quel pacifico moto popolare. Così l'Italia crebbe nella estimazione delle genti civili, e fu manifesto all'Europa come gl'italiani siano acconci a governare sè stessi.
«Accettando la annessione io sapeva a quali difficoltà europee andassi incontro. Ma io non potevo mancare. Chi in Europa mi taccia d'imprudenza, giudichi con animo riposato, che cosa sarebbe diventata, che cosa diventerebbe l'Italia, il giorno nel quale la Monarchia apparisse impotente a soddisfare il bisogno della costituzione nazionale!
«Per le annessioni, il moto nazionale se non mutò nella sostanza, pigliò forme nuove; accettando dal diritto popolare quelle belle e nobili provincie, io doveva lealmente riconoscere l'applicazione di quel principio, nè mi era lecito di misurarlo colla norma dei miei affetti ed interessi particolari. In suffragio di quel principio, io feci per utilità dell'Italia, il sacrificio che più costava al mio cuore, rinunziando a due nobilissime provincie del Regno avito.
«Ai Principi italiani che han voluto essere miei nemici, ho sempre dati schietti consigli, risoluto, se vani fossero, ad incontrare il pericolo che l'accecamento loro avrebbe fatto correre ai troni, e ad accettare la volontà dell'Italia.
«Al Granduca io aveva indarno offerta la alleanza prima della guerra. Al Sommo Pontefice, nel quale venero il Capo della Religione dei miei avi e dei miei popoli, fatta la pace, indarno scrissi offerendo di assumere il Vicariato per l'Umbria e per le Marche.
«Era manifesto che queste provincie contenute soltanto dalle armi di mercenari stranieri, se non ottenessero la guarentigia di governo civile che io proponeva, sarebbero tosto o tardi venute in termine di rivoluzione.
«Non ricorderò i consigli dati per molti anni dalle potenze al Re Ferdinando di Napoli. I giudizii che nel Congresso di Parigi furono proferiti sul suo Governo, preparavano naturalmente i popoli a mutarlo, se vane fossero le querele della pubblica opinione e le pratiche della diplomazia.
«Al giovane Suo Successore io mandai offerendo alleanza per la guerra dell'indipendenza. Là pure trovai chiusi gli animi ad ogni affetto italiano e gli intelletti abbuiati dalla passione.
«Era cosa naturale, che i fatti succeduti nell'Italia settentrionale e Centrale, sollevassero più e più gli animi nella Meridionale.
«In Sicilia questa inclinazione degli animi ruppe in aperta rivolta. Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero devoto all'Italia ed a Me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano italiani che soccorrevano italiani; io non potevo, non dovevo rattenerli!
«La caduta del Governo di Napoli riaffermò quello che il mio cuore sapeva, cioè quanto sia necessario ai Re l'amore, ai Governi la stima dei popoli!
«Nelle due Sicilie il nuovo reggimento si inaugurò col mio nome. Ma alcuni atti diedero a temere che non bene si interpretasse, per ogni rispetto, quella politica che è dal mio nome rappresentata. Tutta l'Italia ha temuto, che all'ombra di una gloriosa popolarità e di una probità antica, tentasse di riannodarsi una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale, alle chimere del suo ambizioso fanatismo.
«Tutti gl'italiani si sono rivolti a me perchè scongiurassi questo pericolo. Era mio obbligo il farlo perchè nell'attuale condizione di cose non sarebbe moderazione, non sarebbe senno, ma fiacchezza ed imprudenza, il non assumere con mano ferma la direzione del moto nazionale, del quale sono responsabile dinanzi all'Europa.
«Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell'Umbria, disperdendo quella accozzaglia di gente di ogni paese e di ogni lingua, che qui si era raccolta, nuova e strana forma d'intervento straniero e la peggiore di tutte.
«Io ho proclamato l'Italia degli italiani, e non permetterò mai che l'Italia diventi il nido di sette cosmopolite, che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale.
Popoli dell'Italia Meridionale!
«Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l'ordine. Io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra.
«Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza, che protegge le cause giuste, ispirerà il voto che deporrete nell'urna.
«Qualunque sia la gravità degli eventi, io attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile e quello della Storia, perchè ho la coscienza di compiere i miei doveri di Re e di italiano!
«In Europa la mia politica non sarà forse inutile a riconciliare il progresso dei popoli colla stabilità delle monarchie.
«In Italia so che io chiudo l'era delle rivoluzioni.
«Dato da Ancona addì nove ottobre milleottocentosessanta.
«VITTORIO EMANUELE
«_Farini_».
* * *
Il giorno 15 ottobre il generale Garibaldi pubblicava questo manifesto:
«Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro alla Nazione intera, determino:
«Che le Due Sicilie, che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente Dittatore, fanno parte integrante dell'Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi discendenti.
«Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura conferitami dalla Nazione.
«I prodittatori sono incaricati dell'esecuzione del presente decreto.
«_G. Garibaldi_».
Il 21 il plebiscito era votato con la formula:
«Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia».
E nel giorno stesso Garibaldi emanava il seguente
Ordine del giorno:
«Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.
«Ben presto i valorosi dell'esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.
«_G. Garibaldi_».
Garibaldi aveva finita la sua impresa colla quale aveva collegata all'Italia settentrionale l'Italia meridionale. Arrivata al Volturno la divisione Della Rocca, serrò Capua di regolare assedio.
Il 31 di ottobre il generale consegnava solennemente alla legione ungherese la bella bandiera ricamata dalle Signore napoletane; il 4 il Generale faceva la solenne distribuzione della medaglia, che il Municipio di Palermo aveva decretato ai _Mille_. Il giorno 6 passava in rassegna il glorioso esercito, che aveva combattuto sì strenuamente per l'Italia e Vittorio Emanuele.
Il giorno 7 il Re Vittorio Emanuele faceva il solenne ingresso a Napoli, fra un entusiasmo indescrivibile ed una pioggia di fiori. Nella carrozza davagli la destra il generale Garibaldi: di fronte sedevano i due prodittatori Mordini e Pallavicino.
Il giorno 8 il Generale consegnava al Re il plebiscito delle Due Sicilie, e prendeva da lui congedo, dopo di avergli raccomandato i suoi valorosi compagni d'armi; indi faceva pubblicare il seguente ordine del giorno, per accomiatarsi dai suoi compagni:
Ai miei Compagni d'armi,
«Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
«Sì giovani! l'Italia deve a Voi un'impresa che meritò il plauso del mondo.
«Voi vinceste--e vincerete--perchè siete ormai istruiti nella tattica che decide delle battaglie!
«Voi non siete degeneri di coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi Macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell'Asia.
«A questa pagina stupenda della Storia del nostro paese, ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene.
«All'armi tutti! tutti, e gli oppressori, i prepotenti sfumeranno come la polvere.
«Voi, donne, rigettate lontani i codardi, essi non vi daranno che codardi.
«Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.
«Questo popolo è padrone di sè. Egli vuole essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi mendicando la sua libertà; egli non vuole essere a rimorchio di uomini a cuore di fango, no! no! no!
«La provvidenza fece dono all'Italia di Vittorio Emanuele. Ogni cuore italiano deve rannodarsi a Lui, serrarsi intorno a Lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi!
«Anche una volta io vi ripeto il mio grido--all'armi tutti! tutti!--Se marzo del 1861 non trova un milione d'italiani armati, povera libertà, povera vita italiana! Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna, come un veleno. Il marzo del 1861, e se fa bisogno, il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.
«Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d'Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daranno l'ultimo colpo alle crollanti tirannide!
«Accogliete giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d'addio! Io ve la mando commosso d'affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L'ora della pugna mi troverà con voi ancora accanto ai soldati della libertà italiana.
«Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati, hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari coi consigli e coll'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la maschia figura di vent'anni. All'infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
«Noi ci ritroveremo fra poco, per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli schiavi ancora dello straniero. Noi ci troveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi della libertà.
_G. Garibaldi_.
Il giorno del suo ingresso in Napoli il Re Vittorio Emanuele indirizzava ai popoli dell'Italia Meridionale il seguente proclama:
17 novembre 1860.
Ai popoli Napoletani e Siciliani
«Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà di queste nobili Provincie. Accetto quest'altro decreto della volontà Nazionale, non per ambizione di Regno, ma per coscienza d'italiano. Crescono i miei, crescono i doveri di tutti gli italiani. Sono più che mai necessarie la sincera concordia e la costante abnegazione. Tutti i partiti debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell'Italia che Dio solleva.
«Noi dobbiamo instaurare un governo che dia guarentigia di viver libero ai popoli e di severa probità alla pubblica opinione. Io faccio assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta.
«Dove nella legge ha freno il potere e presidio la libertà, ivi il Governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.
«All'Europa dobbiamo addimostrare che, se la irresistibile forza degli eventi superò convenzioni fondate sulle secolari sventure d'Italia, noi sappiamo ristorare nella Nazione Unita l'impero di quegli immutabili dommi, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta ed incerta».
_Vittorio Emanuele_.
Il 3 novembre, il generale Della Rocca d'ordine del Re scriveva una lusinghiera lettera a Garibaldi con la quale ammirava i prodigi di valore e i sagrifizi dell'Esercito Meridionale, ed esprimeva la riconoscenza che la patria italiana deve al loro eroismo.
Garibaldi a sua volta scrisse un'affettuosa lettera di commiato al Re, la quale si chiudeva con queste parole:
«Vogliate Maestà, permettermi una sola preghiera nell'atto di rimettervi il supremo potere. Io Vi imploro affinchè mettiate sotto l'altissima Vostra tutela, coloro che mi ebbi a collaboratori in questa grand'opera di affrancamento dell'Italia Meridionale, e che accogliate nel Vostro Esercito i miei commilitoni che han ben meritato della patria e di Voi».
=CAPITOLO XXI.=
=Ritiro di Garibaldi a Caprera.=
Il giorno 8 di novembre il Generale volle vedere Elia, al quale fece invito di andare con lui a Caprera. «Sarete fratello a Menotti» gli disse stringendogli la mano. L'Elia commosso ringraziò il generale a cui fece capire che egli aveva altri sacri doveri da compiere verso la madre vedova e verso le sue quattro sorelle orfane; e prese congedo con dolore da quel grande che in meno di sei mesi aveva assicurata l'unità italiana, unendo sotto lo scettro di Vittorio Emanuele l'Italia Meridionale, con quasi otto milioni di sudditi devoti.
La mattina del 9 Garibaldi s'imbarcava per Caprera.
* * *
Fu grande fortuna d'Italia la rivoluzione siciliana del 4 aprile 1860.
Questa provocò la spedizione dei Mille. Se questa spedizione non veniva in tempo--come è provato dalle rivelazioni di Brassier de Saint-Simon--l'Italia si sarebbe sistemata in base ai risultati della guerra del 1859--e secondo il volere di Napoleone non si sarebbe avuta l'unità ma la federazione, ed il Papa ne sarebbe stato il Capo e tutt'ora Re di Roma!
La spedizione dei Mille ha avuto un'importanza massima, più di qualsiasi altro evento della Storia d'Italia.
=CAPITOLO XXII.=
=Presa di Capua e di Gaeta.=
La mattina del 28 ottobre ambo gli eserciti settentrionali e meridionali erano intorno a Capua. Una conferenza tra Garibaldi ed i generali Menabrea e Della Rocca aveva già determinato il piano di espugnazione della fortezza, per l'esecuzione del quale il generale Menabrea diede i suoi ordini agli ufficiali del genio e prendeva tutte le misure per una pronta espugnazione della piazza, mentre il generale Della Rocca dava le sue disposizioni all'artiglieria ed agli altri corpi, per effetto delle quali, le truppe piemontesi rinforzavano il posto di Caiazzo abbandonato dai borbonici, di S. Maria e di S. Angelo; il genio e l'artiglieria si distribuivano nelle rispettive posizioni intorno alla fortezza e tutto era ordinato per il bombardamento.
Più di ventimila borbonici si erano trincerati con potenti artiglierie a Mola di Gaeta. Il 4 di novembre vennero destinati a conquistare quella posizione, la brigata granatieri di Sardegna, il 14º e 24º bersaglieri, due squadroni di lancieri di Novara e due batterie d'artiglieria.
Mola, è la parte più a mare della cittadella di Formia, ed è addossata ad una linea di colline che scendono sul mare lasciando appena posto per la strada.
Il 24º battaglione bersaglieri si andò a stendere su un'altura a cavallo della strada; a destra, sulle prime alture, si stendeva il 1º reggimento granatieri; il 2º reggimento granatieri si collocava più indietro; il 3º in riserva; il 14º battaglione dei bersaglieri venne mandato a sloggiare i borbonici che occupavano il paese di Maranola, situato in altura sopra Mola.
Alle ore 11 s'incominciò l'assalto con fuoco vivissimo da ambo le parti; un battaglione del 1º granatieri è mandato in sostegno del 14º bersaglieri e con vigoroso attacco scacciano i borbonici da Maranola.
Il battaglione granatieri dopo di avere cacciato i borbonici da Maranola, rinforzato da altro battaglione del 2º granatieri si scaglia arditamente contro l'alta posizione chiamata Madonna di Ponza fortemente occupata e difesa da due batterie; i nostri con slancio ammirabile vi sono sopra, fugano il nemico e s'impossessano dei cannoni.
Eseguite queste due brillanti operazioni, tutta la linea dei nostri si slancia risolutamente all'attacco di Mola sotto il fuoco assai ben nutrito del nemico, attraverso un terreno difficile, seminato da siepi, da muri e da fossi; marciano in testa la 3ª e la 4ª compagnia del 2º granatieri che primi scavalcano le barricate e penetrano nel paese, mettendo in fuga il nemico che lascia in potere dei nostri undici cannoni. Non restava che di espugnare la posizione del Castellone fortemente tenuta dai borbonici; i granatieri e bersaglieri esaltati dalle riportate vittorie, si lanciano valorosamente all'assalto e, superati tutti gli ostacoli ed ogni resistenza, riescono vittoriosi e l'espugnano.
* * *
Ricoverati entro le mura di Gaeta, i Borboni di Napoli si sforzavano di tener ancora testa alle forze vigorose dell'unificazione d'Italia, con una guarnigione di oltre 15 000 combattenti e con ben 528 bocche da fuoco.
Nella notte del 10 novembre 1860, otto pezzi da campagna aprivano il fuoco con tiri in arcata, producendo grande sgomento negli assediati; nella notte successiva il fuoco fu ripreso. Il giorno 12 il generale Cialdini, comandante delle due divisioni 4ª e 7ª, che aveva occupato tutte le alture dominanti la città e spinti i suoi avamposti più presso il Borgo di Gaeta--oggi Tlena--decise di ricacciare entro la cinta quella parte di truppe borboniche che aveva stabiliti i suoi bivacchi sull'istmo fino all'attrattina: le fa assalire da buon nerbo di bersaglieri che colla punta della baionetta l'obbliga ad abbandonare ogni esterna posizione.
Alla fine di dicembre tutte le batterie erano piazzate e l'8 di gennaio Cialdini ordinava si aprisse il fuoco. Mentre seguiva il bombardamento la diplomazia non mancava d'agitarsi. Napoleone III s'interponeva fra i belligeranti e riusciva a fissare un armistizio che aveva principio la stessa sera dell'8 gennaio per terminare il 19.
Dal 19 al 21 furono fatte pratiche per la resa, ma avendo il Borbone rifiutato, alle ore 8 1/2 ant. del giorno 22 tutte le batterie assedianti entrarono in azione. Il bombardamento durò fino al 12 febbraio, producendo danni non lievi alla città e provocando esplosioni di magazzini di polvere. Infine il giorno 13 verso le 3 pomeridiane un orribile esplosione succedeva nelle batterie Malpasso e Transilvania, essendovisi appiccato il fuoco all'enorme quantità di 26 mila chilogrammi di polvere. Lo spavento in Gaeta fu così grande che rese necessario risolversi alla capitolazione, la quale fu firmata alle ore 5 pomeridiane.
Francesco II non s'intromise nella capitolazione e prima che l'esercito italiano entrasse a Gaeta s'imbarcava sul vapore francese «La Muette» che lo condusse a Civitavecchia.
Molti dei nostri valorosi ufficiali si distinsero nei combattimenti di Mola e nell'assedio di Gaeta e fra questi il prode capitano di San Marzano che veniva decorato della Croce militare di Savoia e promosso.
* * *
A Caprera il generale non rimaneva inoperoso; egli aveva l'anima fissa al riscatto di Roma e di Venezia ed invitava gli amici a preparare i mezzi occorrenti. Con questi concetti scriveva al Bellazzi alla fine di dicembre 1860.
Caprera, 29 dicembre 1860.
Caro Bellazzi,
«Io desidero l'apertura concorde di tutti i comitati italiani di provvedimento per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele con un milione d'italiani armati questa primavera, chiederà giustamente ciò che manca all'Italia.
«Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti; i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l'Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi.
«Noi siamo la Nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele; non escludiamo nessun italiano, che voglia francamente come noi; dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia di cui abbisogniamo immensamente.
Vostro
_G. Garibaldi_».
* * *
Dopo aver preso parte ad una seduta tempestosa alla Camera dei Deputati, Garibaldi era tornato a Caprera, quando il 6 giugno si sparse la fulminea notizia che Cavour _era morto_. L'impressione fu enorme; l'Italia perdeva il suo più grande uomo di Stato, la libertà un devoto amico, la Dinastia di Savoia uno dei suoi più validi sostegni.
Il Ministro Ricasoli, succeduto al Conte di Cavour, volle accontentare il generale Garibaldi coll'istituzione dei Tiri a Segno Nazionali, ma dopo pochi giorni il Barone Ricasoli non era più al Governo; il partito moderato voleva che si fosse proceduto allo scioglimento dei Comitati di Provvedimento, ma egli in nome della libertà di associazione, rifiutò e diede le dimissioni. Gli successe Rattazzi, che, conseguente al disegno del Ricasoli, commise al generale la direzione dei Tiri a bersaglio.
All'Elia che ne voleva istituire uno in Ancona il generale così scriveva:
Caprera, 18 gennaio 1862.
Caro Elia,
«Italia e Vittorio Emanuele è il programma consentaneo ai voti della nazione e fu di guida a tutti i Comitati di Provvedimento.
«Oltre ai servizi che hanno già resi alla patria, amministrati che siano da persone intelligenti ed oneste, potrebbero renderne altri importanti in avvenire, raccogliendo i fondi pel riscatto di Roma e Venezia.
«Qualunque altro Comitato che sorga con programma e fini diversi non potrebbe reggersi, perchè la Nazione lo riproverebbe.
«Accetto adunque con piacere l'offerta vostra di erigere in cotesta importante città un Comitato di Provvedimento. Intendetevi a tal fine con persone oneste e patriottiche e mettevi in relazione col sig. Federico Bellazzi, persona di mia confidenza, il quale ha diretto devotamente il Comitato Centrale di Genova, ma che si è ritirato, non accettando la presidenza di quel nuovo comitato.
«Gradite i sensi di stima e d'affetto dal
vostro
_G. Garibaldi_».
Nei primi giorni di maggio 1862, quando già da qualche tempo il generale era in giro nella Lombardia per l'impianto dei tiri a bersaglio, incominciarono a manifestarsi i sintomi di un tentativo per la liberazione di Venezia; il tentativo di Sarnico, che venne impedito dal governo.