Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II

Part 6

Chapter 63,719 wordsPublic domain

L'8 settembre Urbino insorgeva e fugati i gendarmi pontificii, abbattuti gli stemmi del governo papale proclamava l'unione all'Italia sotto la dinastia di Savoia; Fossombrone ne seguiva l'esempio innalzando il vessillo tricolore. A tale notizia il generale Lamoricière mandava ordine al Di Curten di ridurre a servitù le ribellate città. Il giorno 11 Fossombrone veniva violentemente assalita da una forte colonna di mercenari, i quali sorpresa la città vi rinnovarono le scelleratezze e gli eccidî che funestarono la patriottica Perugia; non ebbe il _prode_ Di Curten l'ardire di assalire Urbino, ove lo attendevano in armi i generosi cittadini rafforzati da 800 volontari accorsi in loro soccorso dalle terre vicine, risoluti all'estrema resistenza.

Nè, nella baldanza brutale di quell'orgia sanguinaria, ardiva di muovere su Pergola che erasi pure sollevata con grande entusiasmo e si sosteneva con vigoroso ardimento, ispirato coll'esempio dai patriotti G. Batt. Jonni e Ascanio Ginevri.

Per tutte le Marche il Lamoricière aveva fatto proclamare lo stato d'assedio e le scorazzava terrorizzando le popolazioni con atti feroci.

Al Cialdini, a cui il governo del Re aveva dato l'incarico di liberare le Marche da tanto flagello, era imposto il dovere di accelerare le sue mosse per cogliere il nemico disseminato e sconfiggerlo prima che avesse potuto raccogliersi.

Il mezzogiorno del 11 settembre una brigata di cavalleria e tre battaglioni di bersaglieri, divorata la via, accerchiavano la città di Pesaro.

Il Cialdini mandava un parlamentario coll'intimazione della resa, ma essendo stata questa respinta, l'artiglieria, che appena arrivata aveva preso posizione, apriva il fuoco contro porta Rimini e porta Cappuccini. Dopo un'ora di cannoneggiamento i nostri bravi bersaglieri entravano in città per le porte sfondate.

La guarnigione mercenaria erasi riparata nel forte coll'intendimento di resistere; ma il giorno di poi dopo un vivacissimo fuoco della nostra artiglieria piazzata sul colle di Loreto, inalberava bandiera bianca e si arrendeva a discrezione.

Il giorno 12 i nostri s'impadronirono di Fano e la mattina del 13 riprendevano la marcia per Ancona.

Il 14 si volle dare un po' di riposo alle truppe a Senigallia, ma, saputosi che la colonna del generale Di Curten si trovava sulle alture di S. Angelo, il bravo generale Leotardi ordinava al brigadiere Avogadro di Casanova di muovere subito ad attaccarli e questi, con due battaglioni della brigata Bergamo e coi Lancieri di Milano, verso le 2 pomeridiane assaliva il nemico vigorosamente e lo sbaragliava, facendo buon numero di prigionieri.

Nella notte del 14 il generale Cialdini veniva informato che il generale Lamoricière si dirigeva per la Valle del Chienti a marcie forzate verso Ancona con circa 4000 uomini e che era seguito, ad un giorno di distanza, dal general Pimodan colla 2ª brigata di circa 5000 uomini; e gli si riferiva pure che avrebbe passata la notte del 15 a Macerata.

Da Macerata per Ancona il Lamoricière poteva percorrere tre strade; la 1ª, più breve e più diretta, discende in Val di Potenza, passa questo fiume, sale a Monte Casciano e per Monte Fiore procede per Osimo e di là ad Ancona; la 2ª che, dopo passato il fiume Potenza segue il versante a maestro di questa valle mette a Recanati, sale a Loreto e per la Valle di Musone va alle Crocette di Castelfidardo e ad Ancona; la 3ª segue la cresta delle colline fra Potenza e Chienti, per Monte Lupone e Monte Santo sbocca alla spiaggia, varca il fiume Potenza presso la foce, viene a Porto Recanati e per Camerano va ad Ancona.

Il generale Cialdini al mattino del 16 fece occupare un'eccellente posizione fra Osimo e Jesi, spingendosi fino a Castelfidardo.

Per trarre in inganno il Lamoricière sulle sue intenzioni il Cialdini mandava nel cuore della notte del 15 uno squadrone di lancieri a Filottrano, con incarico di ordinare perentoriamente pel mattino seguente 24,000 razioni di pane per l'esercito, il quale doveva attraversare il paese diretto per Macerata. Invece, nella stessa notte, i due battaglioni 11º e 16º che colla brigata Como avevano occupato Torre di Iesi, si portavano a passo accelerato accompagnati da una sezione d'artiglieria, ad occupare la forte posizione di Osimo.

Il Lamoricière arrivò il 15 a Macerata ed il 16 a Loreto, ove il 17 lo raggiunse la colonna Pimodan.

Soltanto il Musone separava i due eserciti; il generale Cialdini aveva dovuto disporre le sue truppe in modo da parare contemporaneamente a due attacchi, convergenti ma provenienti da direzioni opposte, e cioè da Loreto e da Ancona. A tale intento, aveva occupate le colline che dividono il Musone dall'Esino, e si protendono digradando verso il mare fin presso la confluenza dei fiumi. L'ordine di battaglia delle truppe italiane aveva quindi due fronti, l'uno rivolto al nord, verso Ancona e disteso dal ponte delle Ranocchie, per S. Biagio, la Badia e San Rocchetto, alle Crocette: l'altro, rivolto al sud, verso Loreto, dalle Crocette, per Campanari, Castelfidardo, S. Solino ad Osimo. Quest'ultimo era il più forte, come il più potente era il capo pontificio al quale doveva opporsi.

Il Lamoricière, che aveva per obbiettivo Ancona, comprese subito che per raggiungerlo gli era necessario d'impadronirsi della linea di colline che riunisce l'Esino al Musone e più che altro, del poggio che fa culmine al Monte Oro ad oriente delle Crocette. Divise perciò il suo corpo in due colonne: l'una forte di cinque battaglioni, tre squadroni e 12 cannoni guidati da Pimodan, che, con una conversione a sinistra doveva sloggiare le truppe italiane dalla suindicata posizione; la seconda, sotto il proprio comando, forte di quattro battaglioni, riparti di cavalleria e 4 pezzi, doveva attaccare da destra.

Alle ore 9,30 del 18, l'avanguardia pontificia, carabinieri e svizzeri, urtò contro i primi avamposti italiani sulla destra del Musone. L'estrema punta dell'ala sinistra italiana era formata da bersaglieri, ossia dal 26º battaglione, e di una compagnia del 12º, ed occupava col grosso il poggio e col resto il piano inclinato antistante, circoscritto a Nord-Est dall'Aspio ed a Sud dal Musone. Due grosse case coloniche si ergevano in quello spazio, l'una nel piano, l'altra a mezza costa.

Il combattimento si accese innanzi alla casa di sotto, che le cinque compagnie di bersaglieri raccoltesi là intorno, difesero valorosamente contro tre battaglioni pontifici, carabinieri e svizzeri, il primo cacciatori indigeni ed i zuavi franco-belgi con due cannoni; dopo accanitissima resistenza, soprafatti dal numero, i bersaglieri ripiegarono alla casa di sopra, che egualmente tennero con tenacia e che pur dovettero sgombrare. Ma, accorsi a sostegno, prima due e poi due altri battaglioni del 10º reggimento fanteria con due cannoni, dopo pugna ostinata le due case vennero riprese; ed invano varcarono il Musone e si schierarono in battaglia gli altri due battaglioni del Pimodan, che vi perdeva la vita, ed i quattro della colonna Lamoricière con tutta la loro artiglieria. Queste truppe non ressero a lungo al fuoco delle truppe italiane e si ruppero, sbandandosi quali verso Loreto, altre verso Recanati; mentre alcuni piccoli drappelli si diressero verso Umana. Riuscì a pervenire in Ancona solo il generale Lamoricière con pochi dei suoi, deludendo la vigilanza dei nostri.

Alle 2 del pomeriggio il combattimento era cessato.

Dalla parte di Ancona tuonava il cannone. Fin dalle 8 di mattina la flotta aveva aperto il fuoco contro la piazza, danneggiando le opere di Monte Cardetto e di Monte Marano; verso sera si ritrasse al largo avendo raggiunto il suo scopo, cioè quello di distogliere il presidio della piazza dal portare soccorso ai combattenti di Castelfidardo.

Il giorno 19 fra il generale Cialdini ed il colonnello Coudenhoven venne stabilito che i pontificii avrebbero deposte le armi in presenza delle truppe italiane. Si arresero circa 5000 pontificii, con 150 ufficiali; 11 cannoni, cassoni e carri di artiglieria caddero nelle mani del vincitore.

Così ebbe termine la battaglia di Castelfidardo colla vittoria delle armi italiane.

* * *

Il giorno 20 il generale Cialdini diede le disposizioni per un largo blocco intorno ad Ancona, in aspettativa della sua 13ª divisione e del 5º corpo che distava di poche marcie.

Il giorno 23 il generale Fanti riconobbe la piazza dal lato di mare e presi concerti coll'ammiraglio Persano dichiarò il blocco serrato di terra e di mare; sbarcò il parco d'assedio nella grossa spiaggia di Numana e dispose il completo investimento della piazza.

Dalla parte di terra l'obbiettivo principale era quello di Monte Gardetto, dal qual forte si poteva comandare e battere tutte le altre difese della piazza; per raggiungere tale obbiettivo era necessario impadronirsi delle posizioni fortificate di Monte Pelago e Monte Pulito, onde impiantarvi le batterie per battere la Lunetta di S. Stefeno e Monte Gardetto.

Il generale Fanti ordinava pertanto che si concentrassero vivissimi fuochi d'artiglieria sulla Cittadella e sul campo trincerato, e comandava che si prendessero di viva forza la lunetta di Monte Scrima e il Lazzaretto.

Il giorno 24 si apriva il fuoco contro le opere esterne della piazza.

Dalla sua parte Cialdini radunati su Montagnolo 12 pezzi rigati investiva la Cittadella e il forte Scrima, che fu dovuto abbandonare dalle truppe pontificie e subito occupato dai nostri. Il giorno 25 il generale Cadorna vi piantava la 4ª batteria e con essa apriva il fuoco contro il Lazzaretto, dal quale si voleva sloggiare il nemico.

Il giorno 26 fu deciso dal Fanti l'attacco al Monte Pelago. La brigata Bologna, condotta dal brigadiere Pinelli, si slancia col più grande vigore sulla posizione, unitamente al 23º e 25º battaglione bersaglieri, e nonostante la fitta grandine di palle di carabina e di mitraglia dei cinque pezzi ivi piazzati, i nostri bravi continuano la loro corsa; ufficiali e soldati gareggiano a chi prima porrà il piede sul parapetto nemico; in un baleno superano gli spalti, saltano nel fosso, s'arrampicano sui parapetti e la bandiera del 39º reggimento sventola sul culmine del forte: i mercenari sono messi in piena fuga.

I nostri bravi soldati inebbriati dalla vittoria inseguono il nemico, scalano i parapetti della seconda lunetta e v'impiantano la bandiera del 40º reggimento impossessandosi di altri due pezzi.

Monte Pulito viene occupato dal 39º reggimento che vi si stabilisce.

Si dà allora alla squadra il segnale di aprire il fuoco e questa assale con le sue bordate il Gardetto e il Forte dei Capuccini, che ne vengono gravemente danneggiati.

Nella notte del 26 essendosi ultimati i lavori del forte Scrima, e piazzatavi una batteria d'obici ed altra di pezzi rigati sulla sinistra, al far del giorno tutti questi pezzi aprirono il fuoco contro le posizioni fortificate della piazza. Intanto il generale Cialdini ordinava al 7º battaglione bersaglieri, comandato dal capitano Brunetta, sotto la direzione del suo capo di stato maggiore tenente-colonnello Piola, di occupare rapidamente Borgo Pio. Il battaglione si slancia risolutamente, e cacciati i posti nemici lo occupa provvedendo subito alle opere di prima difesa; verso sera due altri battaglioni di bersaglieri il 6º e il 12º rinforzarono il 7º e occupano solidamente quel borgo.

Alle ore 8 del 27 il 6º battaglione dei bersaglieri ebbe l'ordine d'impadronirsi del Lazzaretto; sotto un fuoco micidiale questi bravi si lanciano all'ardita impresa; una barca serve da ponte nello stretto canale che isola il Lazzaretto.

Il primo plotone accompagnato da un drappello di zappatori procede sotto un fuoco vivissimo all'atterramento della porta; ma il sottotenente Ferrari Luigi si slancia entro il ridotto per una cannoniera seguito dai suoi bersaglieri, e, cadendo all'improvviso sul nemico, facilita la apertura della porta; in un'ora l'intero battaglione si stabiliva al Lazzaretto, impossessandosi di 3 pezzi e facendo prigionieri 3 ufficiali ed i soldati che lo presidiavano.

Il giorno 28 e la notte fra il 28 al 29 le truppe piemontesi si occuparono nel piantare a 400 metri dalle mura, nuove batterie. Il Lazzaretto era stato rinforzato da altre truppe, ma vedendo il generale Fanti che le batterie del Molo e quella della Lanterna lo avevano preso di mira e lo fulminavano, dava ordine al contrammiraglio Persano di attaccare quelle batterie e farle ad ogni costo tacere.

Il Persano corrispose prontamente all'invito del Fanti. Ad un'ora pomeridiana la Piro-fregata «Vittorio Emanuele» si abbozzava a 500 metri di distanza dalla batteria Casamatta della Lanterna; le Piro-fregate «Governolo» e «Costituzione» assecondarono la «Vittorio Emanuele» ormeggiandosi a 500 metri di distanza a ponente della Lanterna. Alle due pomeridiane le manovre erano eseguite sotto il fuoco delle batterie della piazza; senonchè il vento forte che soffiava da scirocco fece arare gli ancoroti che tenevano abbozzata la «Vittorio Emanuele» la quale dovette cambiare di posto e per manovrare fu obbligata a mettersi fuori di tiro. Fu segnalato alla «Carlo Alberto» di prendere il posto della nave suddetta e questa s'andò ad abbozzare verso le 3 pom. a 200 metri di distanza dalla Lanterna, senza rispondere neppure con un colpo ai tanti che le piovevano attorno dai forti.

Alle 3 1/2 fatto il tiro di prova questa fregata lanciava tutta la sua fiancata contro la batteria della Lanterna; che ne aveva rovinato il piano superiore. «Il Governolo», «La Costituzione» e il «Carlo Alberto» continuavano a fulminare le batterie del porto.

La «Vittorio Emanuele» rientra in azione e a tutta velocità manovra per passare ad un tiro di pistola dalla Lanterna; alla temeraria manovra rimangono pietrificati gli stessi artiglieri delle batterie nemiche; ma, arrivata la bella fregata all'altezza della Lanterna lancia a bruciapelo la sua terribile fiancata e come se nulla fosse passa avanti prendendo il largo per girare di bordo e portarsi a lanciare all'occorrenza l'altra fiancata; ma non ve ne fu bisogno, perchè ad un tratto si vide uscire denso fumo dalle cannoniere della batteria e da li a poco si fe' udire un terribile scoppio e la Lanterna apparve avvolta in una fitta colonna di fuoco.

Svanito il fumo si vide la batteria ridotta ad un mucchio di macerie, sotto le quali rimasero sepolti ufficiali e artiglieri. La catena che sbarrava l'entrata del porto non esisteva più, perchè i pontoni che la reggevano erano stati affondati dai colpi di cannone delle fregate, per cui il porto stesso era aperto alla nostra squadra e quindi Ancona poteva considerarsi perduta per i mercenari papalini.

Alle 4 1/2 cessava il fuoco ed il maggiore Mauri recavasi a bordo dell'ammiraglio per chiedere un armistizio; ma il Persano rispondeva che egli non aveva la facoltà di accordarlo e che bisognava trattare col generale Fanti; senonchè ripugnando al Lamoricière di trattare col Fanti non mandò alcun parlamentario e quindi il Fanti ordinava che alle 10 di notte tutte le batterie riaprissero il fuoco. Da due ore i nostri fulminavano la città, quando fu annunziato al Fanti l'arrivo di un parlamentario e la resa fu conclusa.

Così poterono fare ritorno in Ancona i patriotti conte Michele Fazioli, conte Ferdinando Cresci, l'Ornani, l'Albani, i fratelli Gigli, il Bravura, l'Andreucci, lo Stronati, i fratelli Schellini, l'Andreani e tanti e tanti altri che per sfuggire alle gravi pene, perfino di morte, inflitte loro dal _mansueto_ governo dei preti, avevano dovuto abbandonare la patria e le loro famiglie.

* * *

Disfatto a Castelfidardo il generale Lamoricière ed entrate le truppe italiane nella capitale delle Marche, il conte Cavour, sfidando la collera di qualche potenza europea, chiese al Parlamento subalpino l'approvazione della sua politica, che era quella di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente avessero dichiarato di voler far parte della Monarchia Sabauda, ed avutone l'assenso dispose tosto che il Re stesso si mettesse alla testa dell'Esercito per passare il Tronto. Già il Re aveva emanato il seguente proclama ai soldati, che stavano per occupare l'Umbria e le Marche:

Soldati!

«Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria, per restaurare l'ordine civile nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i propri voti.

«Non avete a combattere potenti eserciti, ma liberare infelici provincie italiane dalle straniere compagnie di ventura.

«Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me o all'Italia, ma ad impedire che gli odi popolari rompano a vendetta della mala signoria.

«Ora insegnerete coll'esempio il perdono delle offese e la tolleranza cristiana a chi, stoltamente paragona all'islamismo, l'amor della patria italiana.

«D'accordo con tutte le grandi potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro d'Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare io, d'accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d'indipendenza e di sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo delle sette malvagie, cospiranti contro la mia autorità e la libertà della Nazione.

«Soldati! Mi accusano di ambizione. Sì, ho un'ambizione: ed è quella di restaurare i principii dell'ordine morale in Italia, e di preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra».

11 settembre 1860.

_Vittorio Emanuele_.

Il generale Cialdini nell'imminenza della battaglia di Castelfidardo dirigeva questo proclama alle truppe:

Soldati di questo Corpo d'Armata!

«Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio, trasse nei nostri paesi.

«Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza.

Soldati!

«L'invitta Perugia domanda vendetta e, benchè tarda, l'avrà.

«Il generale comandante il 4º corpo d'armata

_Cialdini_»

Garibaldi, informato che il generale Cialdini aveva disfatto a Castelfidardo i mercenari del Papa capitanati dal Lamoricière, emanava il seguente ordine del giorno:

Caserta, 5 ottobre 1860

«Il quartiere generale è a Caserta; i nostri fratelli dell'Esercito italiano, comandati dal bravo generale Cialdini, combattono i nemici d'Italia e vincono.

«L'esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le provincie serve del Papa sono libere. Ancona è nostra: i valorosi soldati dell'esercito del settentrione hanno passata la frontiera e sono sul territorio napolitano. Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.

_G. Garibaldi_»

Il 7 ottobre indirizzava a Vittorio Emanuele la lettera seguente:

Sire!

«Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici loro conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte, pongono i soldati di Francesco II nell'impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male, che la M. V. ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e fare abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora pel Borbone.

«So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore e merito un poco di essere creduto. È molto meglio accogliere tutti gli italiani onesti a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni, che potrebbero essere pericolose nell'avvenire.

«Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.

«La M. V. promulghi un decreto, che riconosca i gradi de' miei Ufficiali. Io mi adoprerò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.

Della M. V. ubbidientissimo

_G. Garibaldi_»

Il 9 ottobre Vittorio Emanuele da Ancona lanciava _ai popoli dell'Italia Meridionale_ il seguente manifesto:

Ai popoli dell'Italia Meridionale,

«In un momento solenne della storia nazionale e dei destini italiani, rivolgo la mia parola a voi, popoli dell'Italia meridionale, che mutato lo Stato nel nome mio, mi avete mandato oratori d'ogni ordine di cittadini, magistrati e deputati de' municipii, chiedendo di essere restituiti nell'ordine, confortati di libertà ed uniti al mio Regno.

«Io voglio dirvi quale pensiero mi guidi, e quale sia in me la coscienza dei doveri che deve adempiere chi dalla Provvidenza fu posto sopra un trono italiano.

«Io salii al trono dopo una grande sventura nazionale. Mio padre mi diede un alto esempio, rinunziando la corona per salvare la propria dignità, e la libertà de' suoi popoli. Carlo Alberto cadde coll'armi in pugno, morì nell'esiglio; la sua morte accomunò sempre più le sorti della mia famiglia a quelle del popolo italiano, che da tanti secoli ha dato a tutte le terre straniere le ossa de' suoi esuli, volendo rivendicare il retaggio di ogni gente, che Dio ha posta fra gli stessi confini, e stretta insieme col simbolo di una sola favella.

«Io mi educai a quell'esempio e la memoria di mio padre fu la mia stella tutelare.

«Fra la corona e la parola data, non poteva per me essere dubbia la scelta, mai.

«Riaffermai la libertà in tempi poco propizii a libertà, e volli che, esplicandosi, essa gittasse radici nel costume dei popoli, non potendo io avere a sospetto ciò che a' miei popoli era caro. Nella libertà del Piemonte fu religiosamente rispettata la eredità, che l'animo presago del mio Augusto Genitore, aveva lasciato a tutti gli Italiani.

«Colle franchigie rappresentative, colla popolare istruzione, colle grandi opere pubbliche, colla libertà dell'industria e dei traffici, cercai di accrescere il benessere del mio popolo: e volendo rispettata la religione cattolica, ma libero ognuno nel santuario della propria coscienza, e ferma la civile autorità, resistetti apertamente a quella ostinata e procacciante fazione, che si vanta la sola amica e tutrice de' troni, ma che intende a comandare in nome del Re, ed a frapporre tra il Principe e il popolo la barriera delle sue intolleranti passioni.

«Questi modi di governo non potevano essere senza effetto per la rimanente Italia. La concordia del Principe col popolo nel proponimento dell'indipendenza nazionale e della libertà civile e politica, la tribuna e la stampa libere, l'esercito che aveva salvata la tradizione militare italiana sotto la bandiera tricolore, fecero del Piemonte il vessillo e il braccio d'Italia. La forza del mio principato non derivò dalle arti di una occulta politica, ma dallo aperto influsso delle idee e della pubblica opinione.

«Così potei mantenere nella parte di popolo italiano riunito sotto il mio scettro, il concetto di una egemonia nazionale, onde nascer doveva la concorde armonia delle divise provincie di una sola nazione.

«L'Italia fu fatta capace del mio pensiero, quando vide mandare i miei soldati sui campi della Crimea accanto ai soldati delle due grandi potenze occidentali. Io volli far entrare il diritto d'Italia nella realtà dei fatti e degli interessi europei.

«Al congresso di Parigi i miei legati poterono parlare per la prima volta all'Europa dei vostri dolori. E fu a tutti manifesto, come la preponderanza dell'Austria in Italia fosse infesta all'equilibrio Europeo, e quanti pericoli corressero la indipendenza e la libertà del Piemonte, se la rimanente penisola non fosse francata dagl'influssi stranieri.