Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II
Part 20
Nella fatale, ma pur gloriosa giornata d'Adua, schierata la sua compagnia sotto un fuoco infernale nemico, nella posizione che doveva tenere e difendere, incuorando i suoi bravi soldati che l'adoravano, dando loro l'esempio, eroicamente combattendo, per più ore sostenne urti tremendi che sempre respingeva; ma infine circondato da migliaia di nemici, senza ritrarsi d'un passo, vendendo cara la vita egli e i suoi bravi che sempre assottigliandosi si stringevano intorno a lui, cadeva ferito per non più rialzarsi. Così finivano quasi tutti della compagnia comandata da Leopoldo Elia, preferendo morire piuttosto che darsi prigionieri.
E un altro valorosissimo lasciava la vita in quella fatale giornata, un carissimo amico dell'Elia che merita di essere ricordato, il capitano Ciro Cesarini di Corinaldo.
Uscito dalla scuola di Modena entrava come sottotenente nel 4º reggimento bersaglieri. Nel 1894 domandò ed ottenne di essere mandato in Africa e venne destinato col grado di tenente alla 2ª compagnia cacciatori di guarnigione a Keren.
Dopo pochi mesi venne chiamato alla 3ª compagnia del 2º battaglione indigeni comandato dal maggiore Hidalgo--combattè da valoroso per l'espugnazione di Cassala e vi guadagnò la menzione onorevole e per merito fu promosso capitano nella 1ª compagnia del 1º battaglione indigeni sotto il comando del maggiore Turitto.
Col suo battaglione prese parte alla battaglia di Debra-Ailà ed all'inseguimento di Ras Mangascià.
Quando si formò il corpo di operazione contro gli Scioani, col suo 1º battaglione indigeni entrò a far parte della brigata Albertone--che come si è visto--fu la prima ad impegnarsi nel combattimento del 1º marzo--ed a sostenere tutto il grave peso dell'immensa oste nemica per essersi distanziata dalle altre nostre brigate.
Dopo la triste notizia del disastro toccato alle armi nostre nella battaglia d'Adua, alla famiglia, ai concittadini, agli amici, trepidanti per la sua sorte, venne notizia che il capitano Cesarini si trovava ad Adigrat; però la novella fu presto smentita. Solo poté essere accertata la sorte del valoroso capitano, quando fu liberato dalla prigionia l'ultimo scaglione dei prigionieri di Menelik del quale faceva parte il tenente Fuso, unico ufficiale superstite della compagnia comandata dal Ciro Cesarini, del quale raccontava così l'eroica fine.
«Il capitano Cesarini con la sua compagnia fu il primo ad attaccare il nemico e ne sostenne il fuoco per due ore di seguito.
«Quando il generale Albertone--dopo accanito combattimento contro masse nemiche dieci volte superiori alle sue forze--minacciato di avvolgimento--si trovò costretto ad ordinare la ritirata--il capitano Cesarini col resto della sua compagnia e con quanti altri potè raccogliere, venne incaricato di proteggere la ritirata--Ed egli--dando esempio ai suoi che in pochi rimasti si serravano intorno a lui--non abbandonava un palmo di terreno e battendosi come un leone compiva fin all'ultimo eroicamente il suo dovere. Ferito ad un braccio continuò a combattere--ma una palla gli fracassò un ginocchio--la ferita era orribile--il sangue ne usciva a fiotti--gli spasimi dovevano essere atroci.
«Io ed il furiere della compagnia volevamo prestargli soccorso--ma egli--visto che per lui era finita--ci pregò di non occuparci di lui--ordinava a me di prendere il comando della compagnia e di resistere fino all'ultimo.
«Allora lo trasportammo in una specie di grotta che vi era lì appresso--durante il tragitto perdette i sensi--lo adagiammo alla meglio e più non lo rivedemmo».
Ecco quanto il generale Albertone dice di questo bravo e della sua eroica compagnia.
«La compagnia rimasta col tenente Fuso, che ne aveva assunto il comando, col furiere ed una trentina di soldati Ascari rimasti, respinse quattro volte il nemico con altrettanti attacchi alla baionetta.
«Durante la mia prigionia intesi più volte dai capi Abissini la narrazione dei prodigi di valore del capitano Cesarini, il quale aveva meravigliato gli stessi nemici».
E combattendo da valorosi lasciavano in quella giornata la vita pure, il prode tenente Monina Attilio, ed i forti giovani Adolfo Muzzi, Alfredo Pettinelli, Adolfo Santarelli, Cesare Salustri, Cesare Stramazzoni.
O forti e valorosi soldati--la vostra fine non doveva essere diversa! Solo agli eroi è dato la gloria di morire ravvolti nella propria bandiera!
Ancona e i luoghi della sua provincia che vi dettero i natali conserveranno sacra la vostra memoria!
* * *
Al generale Baldissera toccò di compiere le operazioni militari nel secondo periodo della campagna d'Africa 1895-96.
Con rapide mosse, con ardite dimostrazioni su Coatit, su Debra-Damo e su Adua, affine di coprire il vero obiettivo del corpo di operazione, riusciva in breve a liberare il presidio d'Adigrat; a riordinare gli avanzi del primo corpo di operazione che aveva combattuto ad Adua; a coprire la colonna minacciata nel punto più vitale; ad iniziare trattative di pace col precipuo scopo di guadagnar tempo, per ottenere la liberazione dei nostri prigionieri, il seppellimento dei nostri morti;--e portare soccorso a Cassala.
Operazioni tutte condotte a compimento con militare energia e con sommo accorgimento da meritare il plauso del paese.
=CAPITOLO XXXI.=
=Volontari italiani in Grecia.=
Nel 1897--un grido di entusiasmo echeggiava da un capo all'altro d'Italia per la causa ellenica--il filellenismo fu sempre fra noi una delle corde che più vibrarono nel cuore di quanti sentivano amore di patria e di libertà--e tutte le volte che la Grecia tentò di sottrarre dall'onta del governo turco le belle terre che le appartengono, l'Italia non vi rimase insensibile e mandò i migliori suoi figli a combattere per la sua redenzione.
Sarebbe troppo lungo il ricordare i patriotti che le diedero la vita in tempi ormai lontani ma pur non dimenticati; basterebbe ricordare il Santorre Santarosa--nel 1821--il Basetti--il Tarella--il Mamiot--il Tirelli--il Briffori--il Tarsio--il Viviani--il Torricelli--il Prenario--il Miovitowich--il Dania--il Rattelani--che diedero la vita per la Grecia nel 1822--e l'Andrea Broglio marchigiano che lasciava la vita ad Anatolica nel 1828--come molti greci lasciarono la loro vita per la causa italiana; accenneremo ai più recenti, e diremo che insorta l'isola di Creta dopo la campagna del 1866, ben duemila e più volontari e non meno di ottanta ufficiali corsero a dare agli insorti il loro aiuto. I primi, sbarcati a Sira furono posti sotto gli ordini di Zambra-Kakis, Bisanzios, e Coracas, gli altri sotto il comando del maggiore Mereu, e tutti diretti all'isola di Creta ove si combatteva per la propria indipendenza.
Al Mereu prima della sua partenza il generale Garibaldi consegnava la lettera seguente:
Caprera, 9 ottobre 1866.
«Il maggiore Mereu, uno dei miei prodi compagni d'armi, va in Grecia per combattere la santa causa di quel paese.
«Io lo raccomando caldamente ai miei amici.
_G. Garibaldi_».
In tutti i combattimenti per l'indipendenza della Grecia il sangue italiano fu sparso gloriosamente.
* * *
Nel 1867 la Grecia minacciava di sorgere in armi per la questione non solo di Creta ma anche per la causa macedone: una nuova spedizione di Toscani guidata da Sgarellino partiva da Livorno; toccata Caprera prendeva il comando della spedizione il bravo giovane Ricciotti Garibaldi.
Egli partiva diretto non a Candia ma al Pireo, con istruzioni del padre di vedere di portare la rivoluzione nell'Epiro e nell'Albania e di far sapere che se l'insurrezione avesse luogo, anche egli sarebbe accorso sul campo dell'azione.
Ma mentre un comitato ellenico era dietro ad organizzare un movimento sulla frontiera Epirota; l'intervento delle potenze intimava alla Grecia di spegnere il movimento nel suo nascere, e i volontari italiani dovettero rimpatriare.
Nel 1875, Mico Liubibratic, un eroe Erzegovese, che col Vucalovich si era mantenuto in campagna contro i Turchi per l'indipendenza della sua patria fino al settembre 1862 riportando segnalate vittorie il 13, 14, 18 ottobre--tali da destare l'universale ammirazione e da obbligare il governo ottomano a segnare in Ragusa un trattato favorevole all'Erzegovina (trattato i cui patti non furono poi rispettati)--aveva ripreso le armi e indirizzava un fiero proclama alla gioventù di tutte le nazioni, perchè rispondessero al suo appello. Garibaldi alzava anche esso la sua voce in favore dell'Erzegovina col seguente proclama:
A Liubibratic ed ai suoi gloriosi compagni!
«Miei cari amici,
«Voi vi siete assunti una difficile missione, ma bella, superba, santa; quella dell'emancipazione degli Slavi dalla più atroce delle tirannidi.
«Io vi invidio e giammai tanto mi pesarono gli anni come oggi, che non posso dividere con voi glorie e perigli.
«Già m'indirizzai a tutte le popolazioni che languono sotto il giogo ottomano e non dispero di vedere raggiungere la vostra bandiera dai prodi che contano nella loro storia i Leonidas, gli Spartachi e gli Scanderberg.
«Il vostro divisamento di sostenere la guerra di partigiani durante l'inverno, lo credo il migliore; l'avvenire è vostro. Qualunque uomo che non sia un perverso farà sua la causa vostra e come noi palpiterà di gioia al vostro glorioso trionfo».
Roma, 29 ottobre 1875.
Vostro
_G. Garibaldi_.
Al patriota esule triestino, presidente del Comitato per gl'insorti erzegovini, scriveva così:
«Mio caro Popovich,
«Ove rimanesse un insorto solo nell'Erzegovina, bisogna aiutarlo.
«Io spero che Liubibratic e compagni si sosteranno sino alla primavera. Intanto bisogna lavorare per loro a tutta forza.
«Dite ai valorosi del Montenegro che il mondo ammira il loro eroismo, e salutateli caramente per me».
Roma, 31 ottobre 1875.
Sempre vostro
_G. Garibaldi_
E quando ebbe per telegramma i particolari della battaglia di Piva nella quale i Turchi toccarono una solenne sconfitta, così gli scriveva:
«Caro Popovich,
«I liberi d'ogni paese europeo esultano per la splendida vittoria degli eroici figli dell'Erzegovina orientale».
Roma, 5 novembre 1875.
_G. Garibaldi_.
Non è quindi da meravigliarsi se all'annunzio dell'insurrezione di Creta nel 1897 e dell'attitudine del governo Ellenico di sostenerla anche a mano armata contro il Turco, in Italia vecchi patrioti e giovani di cuore ardente, sentirono il sacrosanto dovere di continuare la gloriosa tradizione della camicia rossa, quale simbolo di libertà per gli oppressi.
Per opera dell'insigne patriota Ettore Ferrari, coadiuvato dal colonnello Gattorno, si formò un corpo di garibaldini. Ma in parte per le difficoltà frapposte dal Governo Italiano, che per riguardo ai trattati internazionali doveva ostacolare l'imbarco dei volontari, ma ancor più _per le incertezze dello stesso governo di Grecia_, il numero degli accorsi fu assai limitato. E per provare che tali incertezze riuscirono dannose alla causa ellenica, basti il dire, che avendo il generale Menotti Garibaldi (col quale sarebbero andati i colonnelli Pais, Cariolato, Elia, Bedischini e tanti e tanti che lo avrebbero seguito da formarne una divisione) telegrafato al fratello Ricciotti se doveva partire, riceveva risposta, che gli diceva inutile la partenza, giacchè riteneva, dal modo come si mettevano le cose, che forse egli stesso sarebbe stato costretto a fare ritorno in Italia.
Per tutte queste contrarietà si potè solo formare intanto un 1º battaglione di duecento cinquanta uomini, che comandati dal Mereu, furono i primi a partire per la Grecia. Del grosso del corpo di ottocento uomini, formatosi poi, il generale Ricciotti Garibaldi comandante di tutta la Legione, ne formava altri due battaglioni il 2º e il 3º.
E ci volle tempo non breve, dopo giunti al Pireo e ad Atene, perchè questi bravi potessero avere le armi e il più stretto necessario per un corpo destinato a combattere. Finalmente il 7 di maggio il Ministro della guerra partecipava al comandante del corpo garibaldino generale Ricciotti Garibaldi, l'ordine di marcia.
Il giorno 9 la Legione approdava ad Hagia-Marina; ivi giunta il generale avvisava telegraficamente il principe Costantino a Domokos del suo arrivo; questi lo invitava a raggiungerlo senza ritardo. A Domokos la Legione garibaldina fu posta sotto gli ordini del generale di divisione Mauromichaelis.
La mattina del 17 maggio l'esercito turco, forte di settantamila uomini, diviso in cinque divisioni, con movimento aggirante attaccava l'esercito greco, di appena 28 mila combattenti.
L'attacco più accanito si svolse nel centro, contro le trincee intorno a Domokos, tenute validamente dalle truppe greche comandate dal generale Mauromichaelis, che da prode vi lasciava la vita.
A questo combattimento prese parte il 1º battaglione garibaldino comandato dal Mereu, che vi perdette ben 50 circa dei suoi valorosi fra morti e gravemente feriti. Per la morte del generale Mauromichaelis che le comandava, e per il numero preponderante del nemico, le truppe greche dovettero abbandonare le trincee di Domokos. Da quel momento la battaglia poteva dirsi finita, perché il principe ereditario, a notte fatta metteva tutto il suo esercito in ritirata per Furca.
Mentre questo avveniva al centro, all'estrema sinistra la divisione Hairi Pachà spingeva distaccamenti con l'obiettivo di impossessarsi della strada Koto-Agoriani-Dereli-Moccoluno onde tagliare ai Greci la ritirata; mentre col grosso delle sue forze si presentava ad attaccare la piccola divisione Tertipis che occupava Balimbeni-Kasimir-Amaslar.
Contro la divisione Hairi Pachà combattevano eroicamente il 2º e 3º battaglione dei garibaldini, fiancheggiati dalla brava legione Filellenica.
Ecco come il generale Ricciotti Garibaldi descrive il combattimento.
«Indovinato il piano di attacco del generale Hairi Pachà, decisi di prendere contatto con le truppe nemiche in una specie di semicerchio rientrante che faceva la pianura a piè delle colline, il cui corno destro era tenuto solamente dalla Filellenica ed il sinistro da alcuni Euzoni della divisione Jertipis.
«In mezzo a questo semicerchio vi era una collinetta isolata; e questa era la posizione che io ordinai d'occupare per tener testa alle masse nemiche; già i tiragliatori turchi più avanzati, ne avevano raggiunte le falde a destra e sinistra accogliendo la comparsa della nostra colonna con un ben nutrito fuoco. Fermate per un momento le prime compagnie dissi ai miei bravi così:
«Compagni! ricordatevi che oggi è affidato a voi l'onore e la dignità d'Italia».
«Queste poche parole furono accolte con fremito d'entusiasmo e non ebbi dubbio che questa terza generazione di Camicie Rosse sarebbe stata degna delle precedenti.
«Ordinai a Martinotti, comandante del 2º battaglione, di stendere la 1ª compagnia in ordine aperto e prendere possesso a passo di corsa della collinetta--obbiettivo del nostro campo d'azione.
«Per fortuna la nostra brava 1ª compagnia giunse sul culmine della collina, che era attraversata da una scogliera di muro a secco, pochi minuti prima dei turchi. Arrivati alla scogliera i nostri aprirono un fuoco accelerato sul nemico--ma questi a sua volta li fulminava con fuoco incrociato.
«Fu in questo momento che accadde un fatto il quale sarà sempre un dolore per l'Italia.
«Fra i primi che giunsero sulla cresta della collina vi erano alcuni ufficiali del mio stato maggiore, tutti provvisti di fucile. Con essi si trovava il nostro Antonio Fratti. Raggiunta che ebbi in pochi minuti la sommità, mi sentii dire: Generale, Fratti è ferito! Mi rivolsi al piccolo gruppo che si allontanava col ferito, e chiesi: «Come sta Fratti?» Mi fu risposto «è morto».
«Ne sentii dolore vivissimo!
«Povero Fratti! fu destino che dovesse trovare l'estremo giaciglio là sotto un salice sulla sponda del Pentamili!
«All'apparire dei nostri il movimento in avanti del nemico si era arrestato; ma tutto il fuoco lo aveva concentrato sulla collina e le Camicie Rosse presentavano uno splendido bersaglio tanto che in un momento ne caddero parecchie.
«Il capitano Capelli comandante della 1ª compagnia, mio figlio Beppino ed altri sette o otto si erano già slanciati giù del pendio contro il nemico strapotente; immediatamente diedi ordine a Martinotti di abbandonare la collina e di avanzare, a passo di carica, contro il nemico.
La 2ª, 3ª, 4ª compagnia furono spinte avanti in sostegno del movimento sulla sinistra, e quattro compagnie greche (3º battaglione comandante Martini), sulla destra.
«La sezione francese--sotto de Barre--seguì il battaglione italiano; e la sezione inglese--sotto Erio Short--si unì al battaglione greco.
«Ramos, greco, mio compagno indivisibile si mise alla testa dei suoi connazionali, e Mereu di quella della nostra destra.
«Alle 5 pomeridiane attaccati rabbiosamente, i Turchi interrompono la loro marcia in avanti, si fermano, balenano, si disordinano e infine volgono in precipitosa ritirata. Un grido si leva altissimo dalla Legione Filellenica: «Viva i garibaldini! Viva l'Italia!» Ben altro ci rimaneva da fare.
«Bisognava sloggiare i Turchi che si erano trincerati in un altura detta della Madonna. Montai a cavallo; pregai il valoroso capitano Varatassis, comandante la Legione Filellenica, rimasta in poco più di cento, e il capitano greco Stifiliades che era venuto a mettere a mia disposizione una compagnia di truppe regolari, di appoggiare la mia destra, e sostenuti alla sinistra dal 3º battaglione greco comandato da bravi ufficiali e diretto dal valoroso compagno Ramos, ordinai un attacco generale alla baionetta. Tutti con slancio ammirevole si avventarono ansanti sull'erta posizione nemica, ma i Turchi non aspettarono l'ardito e furioso assalto, abbandonarono la posizione e si diedero alla fuga.
Il sole era tramontato--le fucilate erano cessate--ed anche l'artiglieria taceva--ormai non vi era da fare altro che ritornare ai villaggi per pernottarvi.
«Le trombe suonarono a raccolta e da tutte le parti venivano gruppi di camicie rosse gridando evviva--ebbri tutti di un immenso entusiasmo.
«La prova era superata e splendidamente superata.
«La camicia rossa aveva scritto un'altra pagina non indegna di figurare accanto alle altre gloriose; e l'Italia nostra poteva andare superba di questa nuova generazione dei suoi figli. Avevano combattuto uno contro sette e non erano stati vinti!
«Verso l'una del mattino mi venne l'ordine di ritirarmi per la via di Dranitz a Lamia--e mi si diede notizia che tutto l'esercito greco si ritirava».
* * *
Ma il generale Ricciotti Garibaldi non volle abbandonare il campo prima di avere raccolti i feriti e fatto un convoglio di trasporti. E prima di tutto volle rendere l'estremo tributo al valoroso compagno Antonio Fratti dandogli onorata sepoltura. Fu preparata dai compagni la fossa e con mestizia di tutti venne sepolto sotto ad un salice vicino al ruscello Pentamili!
Fra i morti caduti nel combattimento di Domokos--va ricordato un giovane valorosissimo--Oreste Tomassi--degno figlio del maggiore Adolfo Galanti Tomassi che nel combattimento di Milazzo e del Volturno si meritava decorazioni al valore e promozioni.
L'Oreste Tomassi laureato a Camerino e nell'università di Bologna aveva 25 anni.--Si trovava a Vienna per affari--quando saputo che la Grecia aveva impugnato le armi contro la Turchia abbandonava ogni cosa e correva a Trieste per imbarcarsi il 22 aprile pel Pireo. Ecco come il valente giovane dava al padre notizia della sua decisione
Atene 19 aprile (1 maggio) 1897.
Caro Papà.
«Non so se avrai già ricevuto da Mario la notizia della mia partenza per la Grecia. Partii da Vienna il giorno 20 aprile e m'imbarcai a Trieste domenica passata; presentemente mi trovo qui in Atene dove sono arrivato oggi stesso insieme ad una numerosa legione d'italiani accorsi da tutte le parti del regno. Ci fermeremo qui probabilmente fino dopo domani per aspettare l'arrivo di Menotti Garibaldi; onde partire unitamente a un'altra legione di volontari per l'Epiro. Potremo essere in tutti circa tremila. Ricciotti Garibaldi ci ha fatta formale promessa di mandarci in prima linea, volendo il governo greco procurarci questo onore.
«Figlio di un garibaldino--figlio di un soldato della libertà e dell'indipendenza d'Italia--ho creduto di fare semplicemente il mio dovere di accorrere ad arruolarmi per una nazione che combatte per gli stessi ideali per cui ha combattuto mio padre. Non dirmi che ho fatto male, perchè tu pure studente e figlio prediletto--abbandonasti studi e famiglia per una causa consimile.
«Se io morrò credo fermamente che tu saprai sopportare dignitosamente il dolore che ti potrò arrecare. A mamma dille che non è poi certo che io debba morire--e che se anche ciò fosse, si consoli pensando che sarò morto bene. Papà--_sono Garibaldino_!--Mentre ti scrivo vesto la leggendaria camicia rossa--se io morrò con questa camicia ne dovrete essere orgogliosi!--Se ritornerò che orgoglio per voi e per me! Saluta tutti i fratelli e sorelle--che in questa lettera voglio nominarli tutti--pensando che forse sarà l'ultima».
E fu l'ultima davvero! Ma quale soddisfazione--quale orgoglio per il padre suo--per la sua famiglia! E quale gaudio per noi vecchi nel vedere come i nostri figli sanno far loro i nostri ideali.
O giovani d'Italia che portate in cuore sentimenti così elevati, siate benedetti!
Il generale Ricciotti Garibaldi così scriveva per dare notizia al padre dell'eroica morte del suo Oreste:
«Egregio Sig. Adolfo Tomassi,
«Compio il doloroso dovere di spedirle il congedo del suo caro estinto.
«E mentre la prego di accettare le mie più sincere condoglianze, Le sia di conforto il pensiero che il suo Oreste--morendo da valoroso sul campo, ove si combatteva per l'umanità--ha insieme ai suoi compagni provato che nella razza italiana non sono estinte quelle qualità che resero così gloriosa la generazione passata.
«Il nome di suo figlio prenderà posto nella storia--tra i più gloriosi--come uno--che con il suo valore e il suo sacrifizio--iniziò un'era nuova di gloria--per la nostra gioventù--e questo è l'unico conforto che accompagnerà noi vecchi nel mondo al di là».
Sempre dev.mo Suo
_Ricciotti Garibaldi_.
«Corpo volontari italiani in Grecia.
«Si certifica che Tomassi Oreste ha preso parte alla campagna di Grecia dell'anno 1897 nella qualità di caporale..... e fu presente ai fatti d'armi di Domokos. Morto da valoroso sul campo di battaglia».
Atene, 27 maggio 1897.
Il comandante del corpo
_Ricciotti Garibaldi_.
Il colonnello: _Luciano Mereu_.
«Legation royale de Grece.
«Il R. Incaricato d'affari della Grecia esprime il suo più vivo rincrescimento d'essere impedito, per causa di malattia, di assistere alla commemorazione che si terrà questa sera in memoria del compianto filelleno Oreste Tomassi, valorosamente caduto nella battaglia di Domokos».
Vienna, 31 maggio--12 giugno 1897.
Ai Preg.mi Signori Signori Costiglioni Cofler e De Hoeberth Vienna.
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Portato l'ultimo tributo alla sepoltura del valoroso amico, e mandato l'estremo saluto ai valorosi che erano caduti combattendo per una santa causa, la colonna, che fra morti, feriti e scorte era ridotta a circa 450 uomini, prese la strada di Panaghia. Così finì la breve campagna di Grecia del 1897.
Dopo altre peripezie, che non torna conto di ridire--la brava Legione che aveva onorato anche una volta il nome italiano, e tenuto alto il prestigio della camicia rossa, ritornava in patria.
Questi sono i caduti morti nella battaglia di Domokos, gloriosa per i garibaldini: Antonio Fratti, Antonio Pini, Giovanni Capra, Ugo Silvestrini, Alfredo Antinori, Filippo Bellini, Ettore Panseri, Pio Simoni, Michele Frappampina, Guido Cappelli, Alarico Silvestri, Enrico Mancini, Oreste Tomassi, Francesco Fraternali, Romolo Garroni, Massimiliano Tombelli.
Onore ad Essi!
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