Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II
Part 19
Colonna di sinistra, Albertone--Quattro battaglioni indigeni--Comando della 1ª brigata di batteria e batterie 1ª 2ª 3ª e 4ª.
Riserva, Ellena--3ª brigata fanteria--3º battaglione indigeni--Due batterie a tiro rapido e compagnia genio.
La colonna di destra doveva seguire la strada colle Zalà, colle Guldam, colle Rebbi Arienni; la centrale e la riserva la strada da Adi-Dichi, Gundapta, colle Rebbi Arienni; la colonna di sinistra la strada Sauria, Adi-Cheiras, colle Chidane Maret; il quartier generale doveva marciare in testa alla riserva.
Ordine a tutti di mantenere il collegamento--e il corpo di operazione si mise in moto. Si marciava di notte in terreni sconosciuti ai nostri--era possibile non avvenisse qualche disguido?
La colonna Albertone arrivava al colle Chidane Maret alle 5 1/4; secondo le istruzioni avute vi si doveva stabilire, cercare il contatto colla destra ed aspettare ordini; invece il comandante desideroso della gloria di venire primo alle mani col nemico, commise il grande errore di rimettersi in marcia; cosicchè all'albeggiare giungeva alle falde di Abba-Carima, mentre il 1º battaglione indigeni (maggiore Torrito) in avanguardia si trovava a circa 3 chilometri spinto più avanti; per cui avanguardia e colonna Albertone della sinistra, si erano allontanate di gran lunga dalle altre brigate e prive di ogni contatto.
Difatti alle 8 1/4 il battaglione indigeni (Torrito) avanguardia Albertone, fu il primo ad essere attaccato da forze preponderanti e nonostante la più disperata difesa fu rotto e posto in fuga; nel medesimo tempo le alture di Abba-Carima e l'Amba Scellodà si videro coronate da numerosissimi stormi di nemici, che investirono la brigata Albertone, isolata ad una distanza di sei chilometri e nell'impossibilità di essere soccorsa.
Il generale Albertone non si smarrì; lottava con la sua brigata contro forze dieci volte superiori e ne faceva strage, ma minacciata di aggiramento alla sua sinistra gli ascari non tennero più, e volsero il tergo al combattimento e si diedero alla fuga; invano gli ufficiali tentarono di fare argine, di arrestarli per ricondurli al combattimento, essi stessi venivano travolti da quella valanga.
Frattanto al colonnello Brusati era riuscito di stendere sulla sinistra di monte Belah due battaglioni del suo reggimento, e sebbene la brigata indigena continuasse a combattere efficacemente non impressionata dalla fuga degli ascari, pure il generale Barattieri alle 7 1/4 credette opportuno di mandare all'Albertone l'ordine di ritirarsi sotto la posizione della brigata Arimondi. Alla brigata di riserva era dato ordine di rinforzare la sinistra di Arimondi.
Ma la brigata Albertone era sempre più furiosamente attaccata da forze, contro le quali era impossibile lottare, in guisa che alle 11 era completamente avvolta e i reparti venivano colpiti dal fuoco nemico sul fronte, sui fianchi e di rovescio. Dopo avere subito perdite enormi, dopo avere perduto la maggior parte degli ufficiali, le truppe indigene cominciarono a ritirarsi prima alla spicciolata poi a grossi reparti; queste prive dei loro ufficiali, perfino dello stesso generale Albertone di cui non si aveva più notizie, non si poterono più riordinare e la rotta fu completa e convertita in fuga spaventosa.
Ne avveniva quindi che fuggiaschi e sterminate colonne nemiche che inseguivanli alle reni erano sopra alla brigata Arimondi, che si ordinava in posizione di resistenza e di contrattacco.
Invano il bravo colonnello Brusati tentava coi suoi di fare argine; invano il valoroso colonnello Galliano aveva schierato il 3º battaglione indigeni all'estrema sinistra per arrestare i fuggenti e tener testa all'irrompente nemico, tutti gli sforzi di questi eroi e dei loro ufficiali furono inutili; i battaglioni scossi dallo spettacolo che si manifestava ai loro occhi, malgrado gli sforzi dei loro comandanti, dei loro bravi ufficiali, malgrado l'esempio di serena bravura che dava il battaglione 9º (bianco), malgrado le batterie che facevano fuoco vivissimo, si davano alla fuga.
Frattanto gli ascari in fuga, tirandosi dietro forti masse di scioani, scuotevano le truppe delle brigate Arimondi ed Ellena che non avevano modo di spiegarsi e di prendere posizione. Mentre il generale Arimondi impartiva ordini alle batterie, le orde scioane, girando sul fianco sinistro, irrupero in massa addosso alla colonna e coronate le cime di monte Belach, facendo fuoco d'inferno sui nostri soldati bianchi e neri che si affollavano nell'insenatura, ne facevano strage.
Il prode Arimondi e il di lui aiutante di brigata ai quali erano stati portati via i muletti non poterono togliersi dalla disastrosa posizione e rimasero accerchiati.
Il generale Barattieri, visto che nè i bersaglieri, nè gli alpini avevano potuto tener testa e che tutte le alture si coprivano di nemici, chiamato a sè il colonnello Stevani si dirigeva verso il colle Rebbi Arienni, incontrava per la via il colonnello Nava e Vandiol del 16º battaglione, e disponeva per la ritirata verso il vallone.
Ma il tumulto cresceva colle ondate dei sopravenienti inseguiti e col grandinare delle palle. Era uno spettacolo da squarciare il cuore! Quanti valorosi ufficiali caddero non è possibile dire. A fianco di Barattieri cadevano il colonnello Nava e il tenente Chigi. Quando Barattieri giunse nella convalle presso Rebbi Arienni vi trovò il generale Ellena. Ivi chiamò a raccolta; fu raggiunto dal tenente colonnello Musini, dal tenente Marchiori degli alpini, dal capitano Bedini, dal tenente Partini, dal tenente colonnello Violante, dal tenente Ribotti, dal capitano Grassi e da altri e riuniti qualche centinaio di truppe fra alpini, bersaglieri ed altre armi si organizzò la resistenza per far possibilmente arrestare la foga del nemico.
Mentre questo succedeva alle brigate Albertone, Arimondi ed Ellena ecco quel che avveniva alla brigata Dabormida.
Verso le 6 la testa della brigata si fermava sul ciglio del colle Rebbi Arienni. Il generale Dabormida dopo di avere mandato avviso al comando che occupava il colle senza avere potuto mettersi a contatto coll'Albertone, proseguiva oltre solo accompagnato dal capitano Bellavita suo aiutante di campo e dal tenente Piva suo ufficiale d'ordinanza, allo scopo di formarsi una idea del terreno sul quale avrebbe dovuto operare, mentre la brigata prendeva formazione di ammassamento sul colle; intanto che il battaglione De Vito di avanguardia marciava più innanzi per vedere di trovare il contatto colla brigata Albertone.
Il generale Dabormida ritornato dalla sua esplorazione, visto il generale Barattieri che stava alquanto più indietro gli andò incontro e s'intrattenne a parlare con lui impensierito di non avere nuove dell'Albertone; a poca distanza l'Arimondi s'intratteneva coi colonnelli Airaghi e Ragni sullo stesso argomento giacchè tutti ne erano grandemente preoccupati.
Verso le 7 la brigata Dabormida riprese, pian piano, nell'ordine di prima, la marcia in avanti, mentre il comando supremo rimaneva sul colle, dirigendosi per la valle che va a Mariam Sciavitu e ad Adua.
Il campo di battaglia della brigata Dabormida si divideva in tre parti; alture di sinistra, fondo della vallata, alture di destra, e il generale dava ordini alle truppe di prendere posizione sulle alture.
Non appena i nostri ebbero raggiunto la sommità delle alture scorsero dense truppe nemiche dirette ad occupare una specie di sprone che da Monte Derar va verso Adua; un altro forte nucleo nemico con reparto di cavalleria Galla si dirigeva verso il Vallone. La compagnia Sermani all'appressarsi del nemico si era spiegata ed aveva aperto il fuoco; il maggior De Vito ordinava alle sue truppe di occupare celeremente il controforte prima che vi arrivasse il nemico; come un onda nera, i bravi indigeni si precipitano giù pel burrone, l'attraversano e ansanti risalgono l'altura agognata; Tola e Ferrero hanno raggiunto la posizione appena in tempo per aprire il fuoco sul nemico che sale dall'opposto versante; erano le 9, il combattimento era impegnato su tutta la fronte, dalla cresta principale, lungo tutto il controforte, fino al fondo della vallata; la compagnia del Chitet è obbligata a ripiegare, per cui il battaglione del De Vito già colpito a morte, e minacciato sull'ala destra. Frattanto il nemico ingrossa, il fuoco raddoppia e semina morte: molti ufficiali sono caduti, i reparti tentennano e all'estrema sinistra hanno incominciato a ritirarsi; il tenente Gaslini si getta con un pugno di bravi fra i nemici, cade, ma la compagnia Longo riprende il suo posto; il nemico ingrossa, investe con una pioggia di piombo e gl'indigeni si ritirano e si sbandano; la precipitosa ritirata poco mancò non travolgesse i reparti del 3º reggimento; ma appena fu sgombrata la fronte le truppe comandate dal colonnello Ragni, prima col fuoco e poi colla bajonetta arrestava la foga del nemico, respingendolo sul dorsale dello sprone.
Nel frattempo il colonnello Airaghi avanzava colle sue truppe calme ed ordinate, con le batterie in battaglia scortate dal 14º battaglione; si erano appena messi in batteria i pezzi, che il nemico si lanciava con urli feroci all'assalto; le nostre truppe non si mossero, aprirono il fuoco a ripetizione e l'artiglieria alla mitraglia; un fuoco micidiale: la carica è rovesciata, il nemico si ritira in disordine decimato, e il fuoco andò rallentandosi e parve languire; erano verso le 12 e il generale ed il colonnello Airaghi credettero buono il momento per un attacco offensivo onde scacciare il nemico dalle posizioni e diedero gli ordini necessari. La brigata fu disposta con una calma con una regolarità di un'esercitazione in tempo di pace; le truppe sulle alture di sinistra agli ordini del colonnello Ragni; quelle nel piano al comando del colonnello Airaghi; tutte con le catene e sostegni; più indietro la riserva; l'artiglieria al centro comandata dal Zola; tutti con ordine ammirabile pronti all'attacco con un morale elevatissimo.
Si vedeva però nel generale qualche cosa che lo contrariava--una nube offuscava la serenità del suo volto--non aveva potuto dar mano all'Albertone, non aveva avuto nessuna notizia della brigata Arimondi colla quale aveva perduto il contatto, nè alcuna dal Comando supremo e questo lo angustiava.
Il generale più tardi ordinò uno sbalzo più innanzi per tastare il nemico, ma questo non si mosse, soltanto raddoppiò il suo fuoco e mise in batteria sullo sprone delle alture del _tucül_ alcuni pezzi d'artiglieria dai quali non trassero alcun effetto.
Mentre così procedeva il combattimento della brigata Dabormida sulla fronte verso Adua, alle sue spalle, nella vallata succedente al Rebbi Arienni avveniva il tragico esodo della colonna Arimondi--arrestata nei suoi movimenti dai fuggiaschi della brigata Albertone, inseguiti alle reni da una massa imponente di nemici--veniva essa pure travolta e decimata prima che avesse potuto spiegarsi e prendere posizione per una energica difensiva.
Non è possibile descrivere gli atti di valore--gli eroismi dei nostri ufficiali per sbarrare la via ai fuggiaschi--per arrestare le irrompenti--enormi masse nemiche.--Il colonnello Brusati alla testa del suo reggimento riuscì di tener testa e di fermare per alcun tempo la nera fiumana, ma minacciato da avvolgimento fu costretto a ripiegare--nel farlo ordinava a se il resto della brigata e dopo di avere tentato un'estrema resistenza, ne formava una colonna che guidò con fermezza ed intelligenza, radunando le truppe disperse e facilitandone la ritirata. Per il suo eroismo, per la sua ammirevole condotta, veniva decorato della Croce all'Ordine militare di Savoia.
Della rotta della brigata Arimondi di questo tragico fatto--nulla si sapeva nella colonna Dabormida, e certamente non fu avvertita neppure dal battaglione De Amicis del 4º reggimento Brusati, che dalle 10 si era schierato sull'altura dominante il colle d'accesso alla vallata, posizione che gli era stato ordinato di occupare per proteggere il fianco della brigata Arimondi e per cercare il contatto colla brigata Dabormida, altrimenti quel battaglione non si sarebbe limitato a rimanere in quella posizione per proteggere le spalle della brigata Dabormida, ma si sarebbe fatto un dovere di avvisarne prima il Dabormida, poi di accorrere senz'altro in aiuto della brigata alla quale apparteneva il suo reggimento.
E il De Amicis non stette a lungo inoperoso; visto la Brigata Dabormida impegnata nella valle sottostante, persuaso che la sua presenza nell'altura non aveva più scopo, perchè sulla destra della direttrice di marcia un'altra brigata aveva impegnato il combattimento, scese dal colle per correre in appoggio ai combattenti; però aveva appena lasciata l'altura che alcuni cavalieri Galla si mostravano sul colle abbandonato; il De Amicis vide subito la necessità di ritornare sull'abbandonata posizione ed a passo di corsa si mosse per rioccuparla; sotto il fuoco nemico il battaglione potè raggiungere un recinto murato, ed ivi trincerarsi.
Nel frattempo il generale Dabormida inteso il fuoco di fucileria sull'altura occupata dal De Amicis mandava ordine al maggiore Rayneri di mandare la sua 1ª compagnia a scorta dell'artiglieria, e col resto del battaglione portarsi a rinforzare le truppe del De Amicis, scacciare il nemico e liberare la brigata da qualsiasi minaccia da tergo; l'aiuto giunse in tempo e il nemico potè essere respinto nella sottostante vallata proveniente dal Rabbi Arienni; e fu fortuna che anche il 13º battaglione valendosi di altro recinto in muro a secco assieme al 5º battaglione, poterono occupare solidamente le due alture a tergo e resistervi fino a sera, senza di che la brigata Dabormida avrebbe visto precipitarsi alle sue spalle la maggior parte del grosso del nemico che ritornava dall'avere rotte e disperse le altre due brigate, ed avrebbe avuto preclusa ogni via di ritirata.
Dopo il mezzogiorno fra le truppe del Dabormida e le scioane sul fronte d'Adua si ravvivava la fucilata; la nostra artiglieria si era piazzata sullo sprone delle alture dei _tucül_. Ad ogni colpo di Shrapnel si scorgeva un rapido sbandarsi degli scioani attraverso le roccie e i rovi; quelli diretti verso lo sbocco della vallata facevano solchi profondi nelle folte colonne nemiche, coperte da alta erba. Il colonnello Airaghi rompe gl'indugi; alla testa del suo reggimento lancia le truppe nel piano ad un primo poi ad un secondo assalto; ed il colonnello Ragni che dal mattino si è trovato sulla linea del fuoco, appoggia gli sforzi del suo collega, quantunque gli aspri fianchi delle alture da dove combatte, gli renda impossibile di mandare avvisi e ricevere ordini.
Ma lassù nelle alture il nemico tiene fermo, e quantunque nel fondo della valle si fosse ritirato, grandi masse riaprono in tutto il fronte un fuoco micidialissimo, per cui i nostri bravi sono costretti a ritirarsi dalle posizioni avanzate guadagnate poco prima, e il nemico riprende le proprie. Le perdite sono gravi assai, fra altri sono caduti i capitani Casadei, Sini, Messaglia, il tenente Vitali, i due tenenti medici Miccichè e Lombi, e molti altri.
I nostri battaglioni hanno ordine di accelerare il fuoco; le batterie secondano mirabilmente; fanno due sbalzi in avanti; ma il nemico non si muove nè dalle alture nè dal fondo della vallata; un centinaio di metri divide i nostri dalla fronte nemica che fa un fuoco d'inferno; le artiglierie rombano con fragore indemoniato; la tromba squilla il _pronti__per l'assalto_; il generale Dabormida come se si trovasse ad una parata, con a fianco il colonnello Airaghi, seguito dagli ufficiali del comando oltrepassa a cavallo la linea di fuoco--in tutti corre un fremito--un urlo tremendo si leva, «Savoja, Savoja!» e dal primo all'ultimo, a denti stretti, con ardore feroce, con l'arma in pugno si slanciano all'assalto; l'urto fu terribile--irresistibile, perchè il nemico ne è rovesciato, costretto a volgere le spalle e darsi confusamente alla fuga--le trombe suonarono _alt_ e fuoco e una scarica a salva investe la terga del nemico. Era la vittoria! e un grido proruppe unanime. «Viva l'Italia! Viva il Re!»
Ad un tratto, potevano essere le 14, un grosso rumore di fucileria da tergo gela il sangue degli eroici combattenti. Grossi stormi di cavalieri galla si videro scendere dal colle e dietro la cavalleria un nero nembo di fanteria. All'imminenza di un attacco da tergo il bravo generale Dabormida non perdette l'ammirabile sua calma giacchè non avrebbe potuto supporre che tutto il resto dell'esercito fosse scompaginato, e già rotto e lontano: urgeva provvedere perchè il De Amicis e Rayneri tenessero fermo nella loro posizione; e questi rimasero saldi come torri fin all'ultimo; l'azione di questi due battaglioni fu veramente eroica e provvidenziale.
Si sa già che cosa era avvenuto: battuta la colonna Albertone che si era distanziata dagli altri corpi e messa nell'impossibilità di essere soccorsa, il nemico dieci volte superiore ai nostri inseguendo gli indigeni in fuga capitarono precipitosamente sulla brigata Arimondi che stava prendendo posizione, la scompagina, la rompe e mette in fuga e colla stessa rapidità piomba sulla brigata Ellena di riserva e sgomina e disperde pur questa. Atti eroici furono compiuti dalla brigata Arimondi, altrettanti e pure eroici dalla brigata Ellena ma, questi non riuscirono a frenare la valanga impetuosa delle enormi masse nemiche che inseguendo i fuggiaschi tutto travolgevano e rovesciavano.
Rotte, sgominate le tre brigate Albertone-Arimondi-Ellena, poste in fuga e lanciate alle loro calcagne arditi distaccamenti e grossi reparti di cavalleria galla, tutto il grosso dell'esercito abissino si rivolse dove ancora si combatteva con tanto eroismo da obbligare più volte forze assai superiori alla ritirata; e da quel momento la situazione della brigata Dabormida diveniva disperata. Bisognava prepararsi ad un'ultima e disperata difesa la gloriosa brigata si lancia contro il nemico su tre fronti. Il generale Dabormida a cavallo a capo scoperto e coll'elmo nella mano destra, si lancia avanti a tutti, il colonnello Airaghi lo segue con la sciabola in alto, eroicamente eccitando i suoi bravi alla pugna!
Un urlo tremendo!--e disperatamente le nostre truppe si precipitano sul nemico che non indietreggia, impedito a retrocedere dalla massa enorme che gli si accalca addosso e l'obbliga ad avanzare--ma la lotta a corpo a corpo è terribile--tanto è il furore dei nostri--tanta è la strage che seminano intorno a loro che la massa scioana ne è scossa, ondeggia ed è costretta a cedere terreno.
Lo spazio necessario per la ritirata è aperto--ma quanti prodi seminati per la via sanguinosa! Pel prode generale fu un momento ben triste quando rivoltosi al colonnello Airaghi gli disse «Airaghi bisogna iniziare la ritirata: tu la coprirai col tuo reggimento!» «Va bene generale» rispose il colonnello del 6º reggimento e si separarono per non vedersi mai più!
Dabormida si diresse all'imbocco dell'angusta valletta per dove dovevano sfilare le truppe in ritirata, e dava gli ordini opportuni; poi preoccupato della sua sinistra, insieme al capitano Bellavita suo aiutante di campo volle ascendere l'aspra altura ove ancora combattevano i battaglioni De Amicis e Rayneri.
Era di lassù che solo potevasi coprire la ritirata delle truppe combattenti nella valle. Rifiutandosi il cavallo di salire per l'erta dovette scendere; incaricò il capitano Bellavita di portare i suoi ordini al De Amicis e al Rayneri di tener fermo ad ogni costo, e ridiscese per dirigere l'incolonnamento della brigata.
Quando il Bellavita ritornò dopo avere impartiti gli ordini, il generale Dabormida, questo fulgido eroe leggendario, era scomparso!
Finito il periodo epico dei gloriosi combattimenti, si dava principio a quello tragico di una disastrosa ritirata! E, come era da immaginarsi, ne seguì una carneficina orrenda.
I battaglioni De Amicis e Rayneri che avevano strenuamente sostenuto l'urto di un nemico più che quintuplo e che ancora stavano sulle alture a proteggere la ritirata, quando videro che il 6º ed ultimo reggimento si ritraeva per lo sbocco della valletta ad imbuto, anch'essi abbandonarono le trincee fin allora difese per ridursi al colle e ritirarsi; nella stretta insenatura di questa si svolse l'esodo triste di una grande brigata!--Soprafatta dal numero, sfinita dalla sete, dalla fame, lacera, semiscalza, dopo una intera giornata di combattimento, senza tregua, abbandonava il campo col cuore stretto dall'ambascia, ma fiera per il dovere compiuto! Fu una scena d'orrore illuminata dagli ultimi raggi del sole, che esso pure andava morendo. La brigata aveva strenuamente, eroicamente combattuto dal sorgere al tramontare del sole. Tutto era perduto anche per la brigata Dabormida--non era certo perduto l'onore.
Ah! se le nostre quattro brigate avessero mantenuto il contatto! quale scempio delle orde scioane avrebbero fatto! E fu fatalmente strano che a questo non si sia rigorosamente provveduto! e non si sia pensato che è un principio incontestabile di guerra che un esercito di fronte al nemico deve sempre tenere le sue colonne riunite, in guisa che il nemico stesso non possa mai introdursi fra le medesime. Anche quando si sia dovuto dividere un esercito affine d'avviarlo per linee concentriche contro il nemico, è necessario all'approssimarsi ad esso per dare battaglia, che gl'intervalli fra le diverse colonne siano raccorciati tanto che queste possano a vicenda agevolmente soccorrersi e sostenersi. E a questo principio elementare di guerra nella fatale giornata di Adua non si è pensato!
Che ne era avvenuto del generale Dabormida, del colonnello Airaghi, del maggiore De Amicis e di tanti e tanti altri eroi? Nessuno sapeva dirlo!
Il valoroso colonnello Ragni comprese che era a lui ormai serbato un altro grave dovere, quello di dirigere la ritirata. Verso le 19 la colonna sboccò su di un ripiano sul quale si elevava una specie di controforte; il colonnello decise di far quivi l'ultima resistenza per riordinare al riparo di questo ed alla meglio la confusa massa dei superstiti. Il capitano Pavesi coi suoi ufficiali Benito (ferito), Camelli, Caloria, con la loro bella compagnia del 5º indigeni, formarono il nucleo principale della più che ardita difesa; là si trovarono e si riunirono i maggiori Prato, Raqueni e De Fonseca; i capitani Paperotti, Guastalla, Liquori, Sciarra, Cicerchia, Voet, Bellavita; i tenenti Matteucci (ferito), Massazza, Angelini, Zonchello, Benetti, Carossini, Donedu (ferito), Bairi, Neri (ferito) ed altri ed altri.
Il nemico vista la tenacia temeraria dei nostri non volle avventurarsi nell'oscurità della notte e cessò dall'inseguimento, per cui la ritirata potè compiersi, ma seminando nei giorni appresso altre ossa lungo tutta la via ben dolorosa, perchè i superstiti furono continuamente assaliti dagli insorti nei paesi che attraversavano.
Nel combattimento d'Adua cadde da eroe, fra tanti e tanti altri, il capitano Leopoldo Elia di Ancona, il prode garibaldino ferito a Mentana, il valoroso soldato dell'esercito alla breccia di Porta Pia. Egli era già stato in Africa colla spedizione di San Marzano quale capitano dei bersaglieri; vi era rimasto per due anni e fu costretto a rimpatriare per grave malattia. Ricuperata la salute lo si tolse dall'arma dei bersaglieri, nella quale aveva fatta tutta la sua carriera, grado a grado, fino a quella di capitano--arma che egli idolatrava!
Fu un colpo assai doloroso per lui--e per mostrare che avevano avuto torto di toglierlo dal corpo suo prediletto, appena si ebbe notizia dell'eroica giornata di Amba-Alagi, non chiamato, offriva volontario i suoi servigi alla patria e ripartiva colla brigata Ellena.