Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II

Part 14

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Da un bosco che si trova a destra della strada che da Mentana va a Tivoli, era incominciato il primo attacco contro un piccolo reparto dei nostri che precedeva la colonna in marcia. Menotti accorse con tre o quattro ufficiali del suo stato maggiore e il suo capo guida Augusto Lorenzini, per riconoscere il nemico, ma non si potè accertate che di una cosa, e cioè che il bosco era fortemente occupato--si sperò che fosse una ricognizione di non grande importanza e Menotti ordinava a Stallo di avanzare col suo battaglione, d'occupare i punti più elevati a destra e sinistra della strada, spingendo le catene per sloggiare il nemico. Intanto sopraggiungevano i battaglioni di Burlando, di Missori, di Mayer che cogli uomini di Stallo si spiegarono a destra per sostenere l'urto delle forze papaline, mentre Menotti pensava alla difesa del centro e della sinistra.

Ben presto si potè constatare che si aveva di fronte tutto intero l'esercito pontificio e Garibaldi spiegava immediatamente le sue forze indicando a ciascuna colonna la posizione da occupare e ordinando un simultaneo contrattacco che fu spinto con bravura e sostenuto gagliardamente contro forze assai superiori per oltre due ore. Ma verso le 3 pom. soprafatti da nuove forze, contrastando palmo a palmo il terreno, i garibaldini furono costretti di abbandonare i pagliai ed indietreggiare fin sotto le case di Mentana.

In quel punto i tiri rapidi e ben aggiustati dei nostri, appostati nelle case che avevano occupato per ordine del generale, e quello dei due cannoni che Garibaldi stesso aveva fatto piazzare in eccellente posizione, arrestano la foga del nemico.

La presenza del generale Garibaldi accompagnato da Fabrizi, da Menotti, da Canzio, da Mario, da Guerzoni e da altri, infonde nuovo ardire nei nostri; il generale ordina la carica alla baionetta--un urrà di gioia saluta il comando--e la carica fu generale, splendida pel risultato. Il nemico abbandona le posizioni, i nostri riacquistano le loro e si procede all'assalto di Villa Santucci, certi ormai della vittoria.

Ma vinti i papalini, altro nemico sconosciuto, fin allora rimasto invisibile, giungeva in quel punto, fresco di combattimento a rimpiazzare i vinti, venendo a fulminare di fianco con fuoco di fila mai interrotto i trafelati garibaldini.

Grandi masse nere si avanzavano intente ad impadronirsi dei dossi delle colline di sinistra coll'obiettivo evidente di tagliare la ritirata su Monterotondo. I bravi garibaldini sparavano le loro ultime cartucce; ma era fuoco sprecato, perchè le nostre palle non arrivavano neppure alla metà della lunga linea percorsa dal nuovo nemico.

La resistenza era ormai impossibile--e Garibaldi visto il pericolo di essere in breve avviluppati, ordinava la ritirata su Monterotondo, che fu eseguita sotto il continuo grandinare delle palle dei soldati dell'imperatore dei francesi.

Giunto a Monterotondo Garibaldi pensò di organizzare la difesa asserragliandone l'entrata. Ma mancavano del tutto le munizioni avendo i bravi garibaldini consumata fin l'ultima cartuccia; quale difesa era possibile?

I prodi difensori del governo teocratico portarono a Roma, trofeo di vittoria, i due cannoni di Monterotondo, non nostri ma del Papa: e fu una mistificazione!

Portarono è vero dei prigionieri--ma anche questi con frode perchè violarono _i patti_ della capitolazione segnata col comandante del Castello, i quali sancivano che tutti i garibaldini che si trovavano nel Castello e nelle case di Mentana dovevano essere compresi nella capitolazione e lasciati liberi di ritornare alle loro case.

Per dare un'idea di come si svolse una parte dell'azione, ecco il rapporto del colonnello Elia al generale Fabrizi:

_Rapporto del Comandante la 6ª Colonna al capo di Stato Maggiore del Comando Generale_ Generale _Nicola Fabrizzi_.

Ancona, li 12 novembre 1867.

Generale,

«Rispondo all'invito diretto dalla S. V. a tutti i comandanti di Colonne che si trovarono presenti al combattimento di Mentana, inviandole questo rapporto sulla parte avuta nel combattimento suddetto, dalla 6ª colonna da me comandata.

Alle ore 11 1/2 a. m. del 3 corrente mossi da Monterotondo alla testa della Colonna seguendo l'ordine di marcia prescrittami dal Comando Generale con ordine del giorno della sera precedente.

«Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Monterotondo, si componevano del 18º Battaglione, ridotto a 195 uomini, comandato dal maggiore Perlach Pietro, del 19º comandato dal maggiore Cesare Ghedini forte di 200 uomini, del 20º battaglione comandato da Cesare Bernieri forte di 340 uomini, rimasto a Monterotondo agli ordini del Comandante di quella piazza colonnello Carbonelli.

«Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. m. dovetti fare alto essendomi impedita la marcia dai volontari della 3ª colonna, che ci precedeva, comandata dal colonnello Valzania, i quali con un'ordinata contromarcia a sinistra passando avanti il nostro fronte si portavano a prendere posizione sulle colline a sinistra del paese. Da qualche ferito, che si vide passare, avemmo conoscenza che ci trovavamo in faccia al nemico e che ai posti avanzati eransi incominciate le fucilate. In quel punto mi venne ordine dal generale Garibaldi, trasmessomi dal suo aiutante capitano Coccapieller, di fare occupare da parte dei miei le case a sinistra di Mentana. Trasmisi l'ordine ai maggiori Perlach e Ghedini ed i nostri vi penetrarono risoluti a respingere ogni attacco del nemico. Vista eseguita tale operazione mi portai presso Garibaldi per ulteriori istruzioni. Egli trovavasi a metà del paese circondato dai vecchi compagni e dai suoi aiutanti, dando ordini pel combattimento. Vedutomi, mi diede ordine di raccogliere le rimanenti mie forze e di spingermi con esse al di là delle case, che formano il lato sinistro del paese di Mentana, se vi si giunge da Monterotondo; ordinai ai miei, che non erano nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte più presa di mira dal nemico. Avevo con me i maggiori Perlach e Ghedini, l'aiutante maggiore Tironi, l'aiutante in seconda Barattini Filippo, l'ufficiale d'ordinanza Falaschini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Augusto Marinelli, il mio capo di stato maggiore capitano Boldrini, il capitano Canini dei Mille, il tenente Occhialini ed i sottufficiali Longhi, Zagaglia, Beretta, Melappioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarelli, Saltara, Beducci, Mariotti, Marinelli Luigi, Ferraioli ed i caporali Luigi Padiglioni, Cesare Burattini e l'aiutante del 18º battaglione sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti a me i capitani Grassi e Ballanti.

Altri volontari comandati da Salomone[1] e da Frigesy, fra i quali i bravi Buratti e Giammarioli rafforzavano la posizione, fatta segno alle palle nemiche.

[1] Il 3º battaglione della colonna Salomone comandato dal maggiore Ravelli prese strenua parte al combattimento a fianco dei miei; del battaglione facevano parte alcuni anconitani fra i quali il furiere Aldobrando Campagnoli che a Montelibretti si condusse con tanto valore da venire proposto per la promozione ad ufficiale, Riccardo Cancellieri ed il Federici nativo di Rimini. A Mentana il Campagnoli combattendo a corpo a corpo, venne ferito da colpo di baionetta e fatto prigioniero dai francesi.

Ordinai ai bravi che avevo con me, di spiegarsi in catena e rasentando le siepi, fiancheggianti la strada che taglia quei campi e conduce alla villa Santucci, spingersi in avanti nell'intento di sloggiare il nemico dalla villa occupata. I garibaldini rispondevano da bravi al fuoco nemico e gli ufficiali ne li incoraggiavano; eravamo fulminati dall'artiglieria e dal fuoco vivissimo delle carabine; più di un volontario era caduto al mio fianco e già feriti il mio aiutante in primo Tironi, il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al loro posto. La faccenda si faceva sempre più seria; mandai l'aiutante in seconda Burattini, onde riunisse quanti dei nostri potesse e li portasse con sè al fuoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati e non conveniva fare scendere i garibaldini che occupavano le case; privi di rinforzi ed incalzati dagli Zuavi pontifici fin sotto le case di Mentana, riuniti intorno a me quanti più ne potei, ufficiali e soldati, ordinai una carica alla baionetta; coadiuvati dai nostri, che dalle case tiravano addosso agli assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale aveva fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli ufficiali primi ad esporsi, si slanciano contro i papalini e sotto gli occhi di Garibaldi, di Fabrizi, di Menotti, di Ricciotti, di Canzio, di Mario e di altri bravi giunti sul posto in quel punto, mettono in fuga, incalzandoli colla punta della baionetta, gli assalitori. Fu un attacco brillantissimo, tanto che Canzio, che mi era venuto vicino, si congratulò con me pel risultato. Si credette per un momento alla vittoria.

«Ciò avveniva verso le 4 pom.; ma passato poco tempo ci vedemmo più fortemente attaccati in altro punto.

«Il generale Fabrizi, venerando patriota, esperto ed ardito soldato, si era trovato esso pure in quella pericolosa posizione, incoraggiando col suo esempio e sangue freddo al combattimento i nostri, i quali sfiniti da una lotta che durava da quattr'ore incessante, e qualche volta a corpo a corpo, bruciavano sul nemico in fuga le ultime cartuccie. Attorno a Fabrizi stavano gli eroi di cento altri combattimenti, Missori, Guerzoni, Tanara, Bezzi; tutti studiavano le mosse del nemico, che credevano in ritirata; questo invece, cambiata tattica e direzione all'attacco, spingeva forti colonne sulle alture della nostra posizione di sinistra, difesa da Valzania, allo scopo di tagliarci la ritirata su Monterotondo.

«La natura dei tiri, la regolarità e rapidità dei medesimi, il fischio delle palle, tutto aveva cambiato. Non erano più le truppe papaline che si battevano contro i pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di munizioni; stavano di fronte ad essi i primi soldati del mondo che facevano le prime prove dei loro Chassepot sui petti dei patrioti italiani.

«La colonna Valzania stette salda finchè ebbe cartuccie da sparare contro il formidabile assalto; ma poi, sopraffatta da forze imponenti e ridottasi senza munizioni, dovette ripiegare. Abbandonata la posizione di sinistra fu giuocoforza ai nostri di battere con la maggiore celerità possibile in ritirata, per non essere tagliati fuori da Monterotondo.

«Non furono però in tempo di farlo i molti, che trovavansi, per ordine avuto dal Generale, ad occupare le case ed il Castello di Mentana, i quali rimasero prigionieri e fra questi molti del 18º e 19º battaglione appartenenti alla mia colonna.

«Il 20º battaglione, pure facente parte della 6ª colonna, rimasto a Monterotondo, fece anch'esso il suo dovere. Il bravo capitano Litta, che lo comandava in assenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana erasi impegnata con calore l'azione, allo scopo di garantire ai nostri la ritirata in caso di rovescio, portò la maggior parte delle sue forze ad occupare il convento dei Cappuccini situato in buona posizione sulla strada che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei francesi, che si avanzavano seguendo i nostri, i quali poterono ritirarsi con ordine. Giovò non poco l'azione risoluta del capitano Raffaello Giovagnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva i ripetuti attacchi del nemico. Egli volle tentare un ultima controcarica alla testa di un centinaio di valorosi, che fecero prodigi. Molti di quei bravi caddero attorno al Giovagnoli colpiti dalle palle dei Chassepot dell'imperatore di Francia; fra quelli che più si distinsero per valore, primeggiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che riportava grave ferita alla testa da farlo ritenere per morto.

«Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto si distinsero per ardire e sangue freddo, nel condurre i volontari al combattimento.

«Non mi è permesso di dare preciso ragguaglio dei feriti e dei morti appartenenti alla mia colonna, stantechè, come già dissi, essendo una buona parte dei volontari rimasti entro le case occupate per ordine del generale Garibaldi, fu ad essi chiusa la ritirata su Monterotondo e caddero quindi prigionieri dei francesi. E potendo avvenire, che per la inesattezza delle notizie, io ommetta di comprendere fra i primi alcuni di quelli che sono ora prigionieri in Roma, mi è forza astenermi dal compilare la nota richiestami dalla S. V. Onorevolissima; però mi riserbo inviarla non appena per via di documenti e di esatte informazioni, sarò giunto a conoscere con sicurezza il vero stato delle cose.

«Frattanto le invio un primo elenco dei feriti e dei morti, che non mi fu difficile di compilare, essendo quasi tutti caduti a me vicini, mentre difendevano la importante posizione affidataci dal generale Garibaldi. Morti, il capitano Grassi di Jesi, i tenenti Vianini Pietro di Alessandria, Mazzoni Giuseppe di Bologna, i furieri Giorgini Francesco di Sinigallia, Pezzoli Augusto di Bologna, i caporali del Frate Valentino di Fabriano, Cappuccini Pietro di Ancona, Luzzi Baldassare di Osimo, Toscani Domenico di Filottrano, Petravecchia Nicolò di Matelica. Feriti i capitani: Tironi Augusto aiutante maggiore, Berti Antonio di Ancona, Canini Cesare dei Mille, Ballanti Gaspare di Corinaldo, Zagaglia Carlo di Jesi; i tenenti Occhialini Serafino, Falaschini Pietro di Ancona, Montanari Giovanni di Bagnacavallo, Campagnoli Aldebrando di Ancona; i furieri Elia Leopoldo di Ancona, Berti Raffaele di Ancona, Pezzoli Augusto di Bologna, Gatti Filippo di Jesi, i sergenti Marchetti Virgilio di Ancona, Fida Camillo di Fabriano, Bernani Cesare di Fabriano; i soldati Marsili Luigi di Osimo, Sileoni Tita di Osimo, Nigretti Federico di Bagnacavallo.

Il comandante la 6ª colonna

Col. _A. Elia_.

Dopo il sanguinoso combattimento e la ritirata, il generale fu per lungo tempo deciso a continuare la resistenza in Monterotondo. Non voleva sentire parlare di ritirata «La nostra bandiera é _Roma o Morte_. Non siamo andati a Roma dobbiamo morire qui!» diceva. Ma i comandanti di colonna, credettero loro dovere d'insistere nell'interesse della patria, e vollero che l'Elia assumesse l'incarico del tentativo ad essi fallito.

Fu con fatica che Elia poté persuadere il generale, che la vita sua e dei suoi doveva essere conservata all'Italia. Il generale scosso domandò se Fabrizi, Menotti e Ricciotti erano rientrati, ed avendo Elia risposto affermativamente, questi gli diede l'incarico di ordinare la ritirata su Passo-Corese. La ritirata fu eseguita senz'essere punto molestata e si passò la notte sul territorio ancora tenuto dal papa per virtù dell'intervento dei soldati dell'imperatore dei francesi.

Quando al mattino il generale entrava nel territorio italiano, il primo che gli si presentò fu il colonnello Caravà, già suo ufficiale, allora comandante del 4º granatieri di guardia al confine, il quale durante la campagna si era fraternamente interessato, in tutti i modi possibili, permessigli dalla disciplina, de' nostri sbandati e dei nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:

«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell'esercito che l'onore delle armi italiane è salvo».

Eloquente epigrafe di quella campagna, che, nel 1899 ebbe il battesimo di riconoscimento, allorchè per volontà del parlamento fu riconosciuta campagna nazionale.

Dippoi si fece la consegna delle armi da parte dei soldati volontari alle truppe italiane.

Quando i compagni presero congedo dal generale che saliva sul treno per Firenze tutti erano commossi; Elia gli disse:--«Non tarderà altra occasione--ricordatevi di me generale!». Ed Egli tenendogli la mano fra le sue, rispondeva:--«Mi ricorderò di voi, come della mia sciabola».

* * * * *

Mentana può considerarsi come uno di quei casi fatali, che affrettano i destini di una Nazione; come un olocausto inevitabile, necessario! Questo glorioso combattimento, anche una volta dimostrò che gl'italiani si battevano: 4000 garibaldini, male armati, quasi senza munizioni, affamati tennero gagliardamente testa a 5000 papalini ed a 4000 francesi, armati di Chassepot, tenendoli a rispettosa distanza per mezza giornata e facendo pagar cara la loro vittoria.

=CAPITOLO XXVI.=

=Il 1870--Digione--Entrata in Roma.=

Sul principio del 1870, scoppiavano una dietro l'altra, le notizie dell'anno terribile; l'antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese distrutto a Worth e a Gravelotte; il secondo annientato a Sedan; l'imperatore stesso fatto prigioniero; l'impero caduto e in Francia la repubblica proclamata; gli eserciti di Germania sotto le mura di Parigi.

La Francia, troppo grande per darsi vinta, faceva sforzi eroici per rialzarsi.

Mentre il governo italiano spinto dall'unanime sentimento del partito liberale si apprestava alla conquista di Roma, Garibaldi offriva la sua spada alla repubblica francese. Ma al governo della difesa nazionale non giunse gradita l'offerta, e l'avrebbe respinta se il generale Bordone, amico di Garibaldi, non si fosse assunto l'incarico e la responsabilità di scrivergli che sarebbe stato accolto a braccia aperte dal popolo francese.

Saputo che il generale voleva andare in Francia, Elia, che con molti altri era pronto ad accompagnarlo, gli scriveva che esso e i compagni aspettavano una sua chiamata, desiderosi di seguirlo; contemporaneamente scriveva all'amico Canzio che così rispondevagli:

Genova, 28 settembre 1870.

Mio carissimo Elia,

«Il generale è prigioniero a Caprera e Menotti a Catanzaro, e in Francia non ci vogliono.

«Codesti novelli Bruti, che oggi reggono la cosa pubblica in Francia, vogliono diplomatizzare e non pensano a prepararsi a lotta suprema, che abbia per obbiettivo, la cacciata dell'invasione straniera.

«M'ingannerò, ma essi non servono, come dovrebbero, la Francia e la causa repubblicana.

«Alla generosa e patriottica offerta del generale non risposero ancora; allo slancio dei volontari contrappongono ordini rigorosissimi ai consoli e ai confini donde siamo rimandati.

«Domani avrò lettera dal generale e ordini suoi, che immediatamente ti comunicherò; per ora io ti consiglio a non muoverti.

«Saluto gli amici.

«Aff.mo tuo

«_S. Canzio_».

E così Elia e gli amici, che sarebbero andati con lui, non si mossero.

Coloro che seguirono il generale Garibaldi tennero alto anche una volta il valore italiano fugando a Digione le schiere degli invasori, vendicando in modo così generoso il fratricidio della repubblica Romana ed il fatto di Mentana.

Nobile sangue italiano fu versato sul suolo francese ed è titolo di gloria il rammentare, che l'unico trofeo che si conserva in Francia di quella guerra disastrosa, è la bandiera del 61º reggimento prussiano strappata sotto un grandinare di palle dai garibaldini, comandati da Ricciotti Garibaldi.

Ecco quello che Garibaldi dice nel suo libro: «Memorie Autobiografiche» _della Campagna di Francia._ «Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui meritevoli della fiducia del paese, mi accolse perchè imposto dagli avvenimenti, ma con freddezza; coll'intenzione manifesta di volersi servire del mio povero nome, ma non altro; privandomi dei mezzi necessari a che la cooperazione mia potesse riuscire utile.

«Gambetta, Cremieux, Glain-Bizoin individualmente furono con me gentili; ma il primo, più di tutti, da cui avrei dovuto aspettarmi un concorso energico, mi lasciò in abbandono durante un tempo prezioso.

«Nei primi di settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in Francia, ed io il 6 di quel mese offrii i miei servizi a quel governo; e quel governo stette un mese senza rispondermi; tempo prezioso in cui si sarebbe potuto far molto, e che fu intieramente perduto.

«Solo ai primi di ottobre seppi che sarei stato accolto in Francia, ed il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione, venne a cercarmi in Caprera col piroscafo la _Ville de Paris_, capitano Condray, sul quale giunsi a Marsiglia il 7 ottobre.

«Esquiros, prefetto dell'illustre città e la popolazione entusiasmata mi accolsero festosamente; un telegramma del governo di Tours mi chiamava immediatamente presso di sè.

«A Tours perdetti vari giorni per l'indecisione del governo, e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa, perchè compresi che ero poco gradito; l'incarico che si voleva darmi, quello di organizzare alcune centinaia di volontari italiani che si trovano a Chambery ed a Marsiglia, lo dimostrava.

«Dopo controversie coi signori del governo, mi recai a Dôle per raccogliervi quegli elementi d'ogni nazionalità che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges.

«I Prussiani marciavano su Parigi dopo Sédan, e naturalmente sul loro fianco sinistro, ove s'addensavano le nuovo reclute della Francia, essi dovevano tenere dei fiancheggiatori, e questi più volte comparvero sino nei dintorni di Dôle, ove tenevo pochi uomini in via d'organizzazione, poco equipaggiati, e, quel che è peggio, per molto tempo male armati; il nostro contegno, comunque, fu energico, prendendo posizione a Mont Rolland prima, e poi nella Foret de la Serre, dimodochè Dôle rimase inviolata per tutto il tempo che noi vi soggiornammo.

«Da Dôle ebbi ordine in novembre di portarmi colla mia gente nel Morvan, minacciato dal nemico, assieme all'importante stabilimento metallurgico del Creuzot.

«Io scelsi Auton per porvi il mio quartier generale; l'arrivo degli Italiani di Janara e di Ravelli, di alcuni Spagnoli, Greci, Polacchi, e di alcuni battaglioni di mobili cominciò a rialzare l'effettivo del nostro piccolo esercito, perchè avemmo alcuni pezzi da montagna, due batterie di campagna e alcune guide a cavallo; la maggior parte d'italiani.

«Si organizzarono tre brigate; la prima comandata dal generale Bossack; la seconda dal colonnello Delpeck che poi passò sotto gli ordini del colonnello Lobbia, e la terza comandata da Menotti; la quarta brigata sotto il comando di Ricciotti, si componeva da principio di sole compagnie di franchi tiratori, operanti in colonne volanti, e sull'ultimo della campagna venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati. Capo di Stato Maggiore dell'Esercito fu il generale Bordone, che in occasione di mia infermità supplì me stesso in ogni circostanza; Capo del mio quartier generale fu il colonnello Canzio, sinchè prese il comando della quinta brigata alla quale aggiunsi la prima, dopo la morte del generale Bossack; comandante dell'artiglieria fu il colonnello Olivier.

«I due nostri squadroni di guide furono comandati dal Forlatti; il dottore Timoteo Riboli fu capo dell'Ambulanza; comandante di piazza presso il quartier generale il tenente colonnello Demag; capo del genio il colonnello Gauklair.

«Con tale organizzazione alquanto improvvisata, movemmo verso la metà di novembre per Arnay-le-Duc e la Valle dell'Ouche che scende a Dijon, ove si trovava l'esercito prussiano di Werder che minacciava la vallata del Rodano, e che teneva i suoi avamposti verso Dôle, Nuits, Soubernon, taglieggiando con delle scorrerie tutti i paesi circonvicini.

«Il sedicente esercito dei Vosges, forte di circa ottomila uomini, marciava dunque contro l'esercito vittorioso di Werder di circa ventimila uomini con molta artiglieria e cavalleria.

«I nostri tiratori impegnarono subito varie scaramuccie di non grande rilievo, eccettuata la brillante impresa di Ricciotti su Châtillon sur Seine, e quella d'Ordinarie. Nella prima, i franchi tiratori della quarta brigata eseguirono una magnifica sorpresa, la quale è narrata nell'ordine del giorno seguente:

ORDINE DEL GIORNO

«I franchi tiratori dei Vosges, i cacciatori dell'Isêre, i cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il battaglione del Doubs, ed i cacciatori dell'Hâvre che sotto la direzione di Ricciotti Garibaldi han presa parte all'affare di Châtillon, hanno ben meritato della Repubblica.