Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II

Part 13

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Sotto gli ordini di Menotti erano ormai 900 circa volontari. Intanto il collonnello de Charette informato che la colonna che gli stava di fronte erasi molto ingrossata, abbandonava Nerola per Montelibretti.

La mattina dell'8 ottobre, Menotti fece muovere la colonna ed alla sera occupava Nerola; ivi attendeva all'organizzazione della sua truppa ed a provvederla dell'armamento che giungeva da Terni. La mattina del 13 ordinava la marcia su Montelibretti e la colonna vi giungeva verso le due pomeridiane. Si erano avute informazioni che il nemico erasi allontanato, per cui i garibaldini credendosi sicuri avevano formato i fasci d'armi e ognuno per conto suo cercava di provvedere ai propri bisogni ed a ristorarsi del lungo cammino.

D'improvviso una scarica di fucilate avverte i volontari che il nemico è alle porte del paese. Si corse senza ritardo alle armi. Il Fazzari montato a cavallo scorreva le vie animando ed incitando quanti incontrava a formarsi in colonna. Messo assieme un gruppo di circa 50 uomini esce animoso dalla porta e precipita contro il nemico che a passo di carica veniva ad investire il paese.

Era un battaglione di zuavi pontifici, i quali visto Fazzari a cavallo lo accolgono con una scarica a bruciapelo che gli uccide il cavallo e lo ferisce alla gamba; il cavaliere precipita di sella ma non si dà per vinto; ha in pugno il suo revolver, lo scarica addosso a chi ha la disgrazia di avvicinarglisi e sparati tutti i colpi finisce per scaraventare il suo revolver stesso contro i nemici che lo accerchiavano. Questo eroismo incute rispetto agli ufficiali che comandavano i zuavi, i quali invece di finirlo lo lasciavano in custodia di tre dei loro, mentre la massa continuava ad avanzare mantenendo fuoco vivissimo contro i nostri che, sebbene in pochi, tenevano testa.

Intanto Menotti aveva riunito intorno a sè il grosso dei volontari e a passo di carica investe i nemici che fanno resistenza ma infine il valore dei nostri li vince e dei zuavi pochi poterono salvarsi, i più erano rimasti sul terreno morti e feriti.

Nel combattimento molto si distinsero, senza dire del Menotti e del Fazzari, il capitano Tringalli ed i tenenti conte Ugolini Galeazzo e Nani Raffaele, e il sottotenente Campagnoli Aldebrando della colonna Salomone.

Il 13 di ottobre Nicotera esso pure sconfinava con ottocento uomini a Vallecorsa e l'indomani s'avviava a Falvaterra.

Si aspettava che Roma desse qualche segno di vita e Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Celle, Costa si erano stretti in lega coi membri del Comitato di Azione; ma tutti sentivano che la sollevazione intempestiva nella provincia aveva resa impossibile una sorpresa nella Capitale.

* * *

Mentre questo avveniva in Sabina, Canzio e Vigiani pensavano di trarre Garibaldi dalla prigionia di Caprera. Noleggiata una paranzella salparono da Livorno il 14 ottobre, cautamente accostarono alla Maddalena ed a mezzo della Signora Collin, fatto pervenire un biglietto al Generale, proseguivano pel porticello di Brandinchi per aspettarvelo. La notte del 16 ottobre il Generale avventuratosi sopra un guscio di noce, faceva il tragitto da Caprera al punto di ritrovo, e deludendo la vigilanza dei R. Equipaggi, prendeva imbarco nella paranzella, sbarcava a Livorno, ed in sul mezzogiorno del 20 arrivava a Firenze con grande sorpresa del Governo e gioia degli amici.

Il 21 ottobre 1867 veniva diramato il seguente manifesto:

Romani all'armi!

«Per la nostra libertà, per il nostro diritto, per l'unità della patria Italiana, per l'onore del Nome Romano.

_All'armi!_

«Il nostro grido di guerra sia:

«Morte al papato temporale! Viva Roma Capitale d'Italia. Rispettiamo tutte le credenze religiose, ma liberiamoci una volta e per sempre da una tirannia, che ci separa violentemente dalla famiglia italiana e tenta perpetuare l'inganno, che Roma sia esclusa dal diritto di nazionalità ed appartenga a tutto il mondo, fuorchè all'Italia.

«Da molti giorni i nostri fratelli hanno levato il vessillo della santa rivolta e bagnata del loro sangue la via sacra di Roma.

«Non tolleriamo più che siano soli e rispondiamo al loro eroico appello con la campana del Campidoglio.

«Il nostro dovere, la solidarietà della causa comune, le tradizioni di Roma ce lo impongono.

_All'armi!_

«Chiunque può impugnare il fucile accorra, facciano di ogni casa un fortezza, di ogni ferro un'arma.

«I vecchi, le donne, i fanciulli elevino le barricate, i giovani le difendano.

«Viva l'Italia!

«Viva Roma!»

* * *

Durante la traversata della paranzella da Brandinchi a Livorno Garibaldi redigeva il seguente manifesto:

Da bordo, 18 ottobre 1867.

_«Redimere l'Italia e poi morire»._

Cari compagni,

«Eccomi ancora con voi, prodi sostenitori dell'onore italiano. Con voi, per compire un dovere, per aiutarvi nella più santa e gloriosa impresa del nostro risorgimento.

«L'Italia s'è persuasa, che non può vivere senza il suo corpo, senza il cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili ledendo un diritto e il decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci d'uno spregevole tiranno.

«Dunque avanti, e costanza soprattutto! Io non vi chieggo coraggio, valore, perchè vi conosco. Vi chieggo costanza. Gli Americani durarono quattordici anni nella lotta gloriosa, che li fece la più potente, la più libera nazione del mondo: a noi concordi bastano pochi mesi per lavare l'Italia dal sudiciume che l'infesta, voglia o non voglia un semplice bastardume ed i suoi padroni.

«_G. Garibaldi_».

Il 22 partì per Terni. Ivi giunto sapendo che il Governo aveva dato ordine di arrestarlo, in sull'albeggiare del 23, sconfinava a Passo Corese e dava ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte le colonne che si trovavano già pronte e di sconfinare senza ritardo. Intanto altre colonne erano in formazione a Terni. E nella notte del 24 Garibaldi telegrafava al Comitato di Firenze: «Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti». Nel giorno stesso ordinò si investisse Monte Rotondo, che voleva ad ogni costo occupare, ancorchè non avesse alcun pezzo di artiglieria.

La notizia che Garibaldi era entrato nel territorio pontificio, fece accorrere volontari da tutte le parti; anche Ancona eccitata alla guerra da un patriottico proclama non mancò di fare il suo dovere.

Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, partiva una colonna di cui veniva affidato il comando ad Elia. Prima però, che questa colonna composta di più di mille ducento volontari fosse armata, si dovette perdere molto tempo a Terni. Infine rotto ogni indugio e sebbene non poche armi mancassero per l'armamento completo, Elia ordinava la partenza e raggiungeva il generale Garibaldi e suo figlio a Monte Rotondo, ove già si combatteva.

La difesa di Monte Rotondo fu accanita. L'attacco incominciato all'alba era durato tutta la giornata; stava per calare la notte ed il fuoco continuava accanito da parte dei papalini; già molti dei nostri erano feriti, fra i quali, Mosto, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoli, l'Andreucci ed altri. «Bisogna finirla» grida Garibaldi--ed ordina di dar fuoco alla porta; verso le otto di sera la porta andava in fiamme e fattavi una apertura i garibaldini vi si precipitano dentro, gli antiboini si rifuggiano nel Castello ed all'albeggiare riprendevano le fucilate; ma visto che i volontari, penetrati nelle scuderie del principe Piombino, che era coi garibaldini a combattere per la liberazione di Roma, si preparavano a dare fuoco al Castello, incendiando il fienile, verso le 9 di mattino si arrendevano, lasciando in nostre mani due cannoni con un centinaio di cariche, circa 300 fucili e poche munizioni.

Nella presa di Monterotondo si comportarono da valorosi, rimanendo feriti, Antonio Lazzari, Emilio Pignocchi, Guerrino Galeazzi, Giovanni Dottavi, Massimiliano Gianforlini, Gennaro Montevecchio, Vincenzo Spadolini, Campagnoli Aldebrando, tutti di Ancona.

Ecco come il generale partecipava la presa di Monterotondo:

Caro Fabrizi

«L'impresa di Monterotondo è certamente una delle più gloriose per questi poveri prodi volontari.

«In tutte le campagne in cui ebbi l'onore di comandarli non li vidi mai sì travagliati dai disagi, dalla nudità e dalla fame.

«Eppure questi valorosi giovani, stanchi ed affamati, hanno compito in questa notte un sanguinoso e difficile assalto, come non avrebbero fatto meglio i primi soldati del mondo. Sono le 4 e siamo padroni di Monterotondo, meno il palazzo in cui si sono rifugiati i zuavi, antiboini e svizzeri.

«Abbiamo in mano molti trofei della vittoria, cavalli, armi e prigionieri.

«Monterotondo, 26 ottobre 4 ant.

_G. Garibaldi_».

ORDINE DEL GIORNO

«Anche in questa campagna di Roma i valorosi volontari hanno compito il loro glorioso Calatafimi; temporali, nudità, fame quasi da non credersi sostenibili, non furono capaci di scuotere il brillante loro contegno.

«Essi assaltarono una città murata, colle porte barricate e cannoni per difenderla, guernita dagli esperti tiratori che i preti regalano agli italiani da tanti secoli, con uno slancio di cui l'Italia può andare superba!

«Dio benedica questi generosi.

«Monterotondo, 26 ottobre.

_G. Garibaldi_».

_Al Comitato Centrale di Roma:_

Cari Amici

«Dopo l'assalto e la presa di Monterotondo ci siamo spinti sino a sei miglia da Roma, ove ci troviamo ora.

«Dei nemici non abbiamo notizie. Se la spedizione francese è vera, spero vedere ogni italiano fare il suo dovere.

«Casina S. Colomba, 27 ottobre.

_G. Garibaldi_».

Il 24 ottobre Acerbi assaliva Viterbo, ma nonostante il valore spiegato dai suoi, nel quale primeggiò il bravo Napoleone Parboni che l'Acerbi promoveva maggiore, fu necessità desistere dall'attacco.

Il giorno 26 i ponteficii abbandonavano Viterbo e l'Acerbi se ne impadroniva senza colpo ferire. Nella giornata del 24 si distinse anche il capitano Greco, siciliano.

Il Nicotera che aveva per obiettivo Velletri ebbe un serio e micidiale combattimento a Monte San Giovanni, ove cadeva l'eroico Di Benedetto con ben ventidue valorosi compagni; il 28 il Nicotera prendeva la sua rivincita a Frosinone, ove fugava il nemico cagionandogli forti perdite ed il 30 occupava Velletri.

* * *

Appena si seppe in Roma che bande di garibaldini erano entrate nel territorio del papa, il governo non ebbe più ritegno. Chiuse alcune delle porte della città; le altre fortemente custodite; sorvegliati gli alberghi e le case; cacciati i forestieri sospetti; infine rigori e vessazioni di ogni sorta; difficile quindi più che mai preparare una sommossa, senza che la polizia non ne venisse a cognizione.

Cucchi Francesco era stato incaricato, con amplissima credenziale di Garibaldi, d'intendersi col Comitato d'insurrezione e coi membri della Giunta Nazionale per promuovere e dirigere il movimento di Roma.

A coadiuvare il colonnello Cucchi erano entrati in Roma, il maggiore Guerzoni il maggiore Adamoli, il colonnello Bossi, il Cella, i quali sfidando ogni pericolo lavoravano indefessamente perchè scoppiasse la scintilla rivoluzionaria ma, nonostante i prodigi d'operosità e d'ardire del Cucchi e dei suoi compagni, i preparativi per l'audace impresa non si erano potuti completare; e, quel che peggio, le armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque tentativo, non erasi ancora trovato modo di farle entrare in Roma.

Ma da quelli di Firenze si scriveva al Cucchi «una schioppettata, una sola schioppettata entro Roma e basta»; e la schioppettata fu tirata.

Disegno dei cospiratori era d'assalire il Campidoglio, impadronirsene ed asserragliarvisi. Un drappello di congiurati guidati dal Cucchi e dal Costa Nino era incaricato di questa faccenda. Il colonnello Bossi con altra squadra doveva sorprendere il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni con cento uomini forzare Porta S. Paolo e distribuire agli insorgenti le armi depositate nella Villa Matteini. Giuseppe Monti con altri doveva minare e fare saltare la Caserma Serristori, e Zoffetti e altri cannonieri inchiodare le artigliere del Castel Sant'Angelo. I fratelli Cairoli dovevano scendere il Tevere fino a Ripetta, e portare armi che dovevano prendere a Terni. Senonchè, tutte queste imprese audaci abortirono, perchè il Governatore di Roma venutone a cognizione, aveva prese le misure preventive; solo la Caserma Serristori andò in parte all'aria, ma senza scopo, perchè vuota di soldati ponteficii. I fratelli Cairoli con settanta valorosissimi compagni, arrivati all'altezza di Ponte Molle, saputo che i preparativi di sommossa erano falliti, furono costretti a tenersi nascosti durante la notte fra i canneti, ed a cercarsi poi un migliore rifugio appena fatta l'alba. Credevano d'averlo trovato a Villa Glori sui monti Parioli; ma scoperti ed assaliti da truppe cinque o sei volte superiori, dopo eroica resistenza, caduto Giovanni Cairoli, ferito mortalmente Enrico mentre cercava d'assistere il fratello moribondo, la più bella schiera d'eroi, che avesse mai fatto sagrifizio di sè per la patria veniva decimata e dispersa.

Fallito il moto insurrezionale della notte del 22 ottobre, in Trastevere buon numero di arditi popolani si apparecchiavano alla riscossa.

Giulio Aiani patriota e giovane pieno di ardimento, proprietario di un lanificio in via della Lungaretta, aveva dato convegno a quanti erano giovani liberali, forti e coraggiosi in Trastevere, e per quanto potè, raccolse nel suo stabilimento fucili, revolver e munizioni.

In quella casa erasi istituito un laboratorio ove si fabbricavano cartuccie al cui bisogno erano intente alcune giovinette del popolo, addette come lavoranti nel lanificio.

Prossima allo stabilimento eravi l'abitazione di Francesco Arquati, altro vero patriota, molto popolare nel rione di Trastevere. La moglie di lui e le figlie anche esse attendevano alla preparazione delle munizioni, mentre il figlio maggiore dell'Arquati, Pasquale, insieme a Giulio Aiani, percorrevano quel popoloso quartiere per la propaganda alla rivolta, eccitando ad un'ardito movimento i più animosi di quei popolani.

In fatti il 25 ottobre l'opera ferveva nel lanificio Aiani, divenuto focolare di quel manipolo di patrioti, decisi a morire per la libertà di Roma. Fra questi eravi pure Cesare Sterbini, parente del triumviro della repubblica romana nel 1849; quando alle 2 1/4 uno dei giovani che stava di vedetta su una terrazza, dava l'avviso dell'approssimarsi di un corpo di zuavi accompagnati da forte stuolo di gendarmi; fu chiusa e barricata la porta di strada e tutti corsero ad armarsi risoluti all'estrema difesa.

Gli zuavi si slanciano per abbattere coi calci dei fucili la porta della casa, ma dall'alto si tirano delle bombe nelle loro file, e sono ricevuti da fucilata così viva, da costringere la truppa papalina ad abbandonare l'assalto ed a ripararsi nelle vicine vie, ove appiattata, iniziava un vivo fuoco di fucileria contro i patrioti romani.

Al rumore delle fucilate Giulio Aiani che si trovava in casa Arquati corre verso l'uscio per uscirne, ma la casa è in un baleno circondata dagli zuavi e dai gendarmi, che, forzata la porta, si slanciano per le scale; l'Aiani col revolver in pugno si precipita sugli invasori, ma assalito da ogni parte dopo una lotta terribile, sopraffatto dal numero, viene legato e tratto in prigione.

Intanto il combattimento contro la casa Aiani si fa sempre più vivo. Paolo Gioacchini, uomo di 50 anni, capo del lanificio, coi di lui figli Giuseppe e Giovanni incoraggiano alla resistenza e nessuno pensa di arrendersi. Infine il comandante degli zuavi, irritato nel vedere che un pugno d'uomini teneva testa a più di trecento soldati, fa suonare la carica; gli zuavi si lanciano all'assalto della porta, ma per la seconda volta vengono respinti, e molti sono i morti e i feriti. Da due ore si combatteva, quando si vide sopraggiungere altre truppe in rinforzo e la fucilata si faceva più viva.

I tre Gioacchini e Pietro Luzzi lanciano bombe e tirano fucilate dalla terrazza, vengono feriti uno dei Gioacchini ed un giovane trombettiere disertato dalle truppe pontificie. Si combatteva da quattro ore quando agli zuavi riesce di sfondare la porta; la casa è invasa dalla truppa inferocita per la lunga resistenza e fa macello di quanti incontra; Angelo Marinelli, vecchio settantenne, gridava ai giovani di porsi in salvo pei tetti, mentre egli teneva testa agli invasori atterrandone quanti gli si facevano vicini a colpi di accetta, finchè crivellato da ferite cadde per non più rialzarsi; intanto ad alcuni dei difensori era riuscito di mettersi in salvo pei tetti delle case vicine, dove poscia vennero arrestati.

Quelli che non poterono salvarsi non cessavano da combattere sulle scale, sugli abbaini, a corpo a corpo colle daghe, coi pugnali, coi denti, dominante in mezzo a tutti l'eroica donna Giuditta-Tavani-Arquati, che incuora, comanda e combatte, terribile nell'ira nel vedere avanti a se il cadavere del marito e quello del giovinetto figlio, entrambi trucidati; alla fine soccombeva essa pure trafitta da replicati colpi.

Il nome dell'eroica donna e dei prodi caduti con lei dovranno essere ricordati con ammirazione dalle generazioni future e dall'Italia.

Caddero trafitti il padre e i figli Gioacchini, Cesare Bettarelli, Giovanni Rizzo, Enrico Ferrochi, Rodolfo Donnaggio, Francesco Mauro, Augusto Domenicali.

Oltre a questi morirono in prigione in seguito alle riportate ferite Salvatore Raffaeli e Serafino Marconi.

Furono condannati alla pena di morte Giulio Aiani e Pietro Luzzi; ad altre pene Cesare Sterbini, Romano Mariotti, Gaetano Goretti, Giuseppe Leonardi, Pio Crescenzi, Giuseppe Sabatucci, Giovanni Sabatucci, Luigi Domenicali, Ulisse Martinoli, Oreste Martinoli, Costantino Mazza, Luigi Pallocchini, Mariano Magnani, Pietro Calcina, Giacomo Marconi, Paolo Carpanetti, Germano Ceccarelli, Oreste Tedeschi, Lodovico Talucci, Perzio Giuseppe, Del Cassio.

Riuscirono a fuggire alle ricerche della polizia Cesare Benvenuti e Paolo Barabella.

* * *

La presa di Monterotondo produsse grande sgomento in tutto il territorio pontificio ed ebbe per conseguenza la ritirata di tutte le truppe papaline al di là dei ponti di Tevere e del Teverone.

Garibaldi non aveva pace se non faceva un colpo di mano su Roma sperando che gli amici nella piazza gli avrebbero facilitata la riuscita e non volle perdere tempo.

Lasciato un battaglione a Monterotondo sotto gli ordini del colonnello Carbonelli, e speditone un altro col colonnello Pianciani a Tivoli, il generale, ordinato ad Acerbi ed a Nicotera di raggiungerlo, muoveva diffilato con tutte le sue forze su Roma.

Il giorno 29 Garibaldi portava il suo quartiere generale a Castel Giubileo spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada e al Casino dei Pazzi. I pontifici si erano ben premuniti; la porta del Popolo, la Salaria, la Pia e tutte le ville attigue, Torlonia, Patrizi, Lodovisi e Monte Mario erano guernite da pezzi coperti ed occupate da numerose truppe. Garibaldi vide l'impossibilità di un attacco venturoso; passò tutta la giornata a studiare la posizione, e sperando sempre in una insurrezione entro Roma, ordinò che nella notte si accendessero fuochi in tutta la linea del campo.

Ma a Roma l'insurrezione non appena tentata era stata repressa e spenta. Garibaldi con alcuni Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Stallo e di Burlando e con alcune guide aveva voluto tentare una ricognizione su ponte Nomentano; incontrata una pattuglia di papalini questa aveva presa la fuga. Dopo una permanenza di un'ora in quel posto, due colonne di zuavi e di antiboini sbucarono, una dal ponte Nomentano, l'altra dal ponte Mamolo tirando contro i nostri. Ma il Generale non volle, che si rispondesse, e siccome egli non aveva voluto fare, che una ricognizione, e lo scopo era raggiunto, nel mezzo della notte ordinò la ritirata su Monterotondo. Egli aveva avuto un messaggio, col quale lo si informava che i francesi sbarcati a Civitavecchia erano in marcia forzata per Roma, e perciò si voleva preparare a riceverli.

Arrivati a Monterotondo mandava il seguente contrordine:

«Al generale Nicotera.

«Per i due messi vostri, che vidi questa mattina vi inviai ordine di occupare Tivoli, e lo stesso ordine vi confermo ora.

«--Qui tutto va bene.

«--Interventi o non interventi, bisognerà compiere l'unificazione della patria.

«A Tivoli troverete Pianciani con un battaglione.

«Scrivetemi subito.

«Monterotondo 31 ottobre.

_G. Garibaldi_.

Col ritorno a Monterotondo una gran parte di volontari disertarono le loro file per ritornare alle loro case, tantochè alla sera del 2 novembre all'appello neppure la metà delle forze si trovò presente.

* * *

Garibaldi, commosso per l'eroica morte di Enrico Cairoli e dei suoi prodi, scriveva il seguente ordine del giorno.

«Volontari italiani!

«La Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i suoi Fabi, e l'Italia moderna i suoi Cairoli, colla differenza che con Leonida e Fabio gli eroi furono trecento: con Enrico Cairoli essi furono settanta, decisi di vincere o morire per la libertà italiana.

«Nella notte del 22 al 23 del passato mese, 70 prodi comandati da Enrico e Giovanni fratelli Cairoli, ardirono, pel Tevere, gettarsi fin sotto le mura di Roma, col magnanimo pensiero di portare soccorso d'armi e di braccia al popolo romano combattente.

«A ponte Molle non vedendo i segnali convenuti, sostarono. Giovanni Cairoli spedito in ricognizione riferiva cessata la pugna in Roma. «Ritirarsi o morire». Quei generosi preferirono la morte.

«Si asseragliarono in S. Giuliano, e quivi, uno contro quattro, armati di soli revolvers, questi prodi, operando miracoli di valore, di gloria imperitura coprirono un'altra volta il nome italiano.

«Attaccati da due compagnie di zuavi e antiboini, intrepidamente ne sostennero l'urto. La pugna fu accanita e sanguinosa; ma davanti a quel pugno di valorosi i mercenari del papa ripiegarono. Molti i caduti dei nostri, fra i quali i Cairoli e l'Enrico morto.

«Volontari».

«Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mercenari pontifici ricordatevi degli eroi di San Giuliano.

Monterotondo 2 novembre.

_G. Garibaldi_.

Ordine del giorno al maggiore Eugenio Andruzzi.

«Il maggiore Andruzzi ha il comando dei distaccamenti composti dei _Volanti_, i quali non devono oltrepassare i 50 uomini cadauno nè essere meno di 30.

«Egli opererà con queste forze sulla destra del Tevere disturbando il nemico in ogni modo e dando al quartier generale ogni notizia di considerazione.

«Esso procurerà di sorprendere i distaccamenti, esploratori, gendarmi e spie, e di non essere sorpreso giammai.

«Perciò le sue marcie saranno più di notte che di giorno.

«Distruggerà vie ferrate, i fili elettrici che possono servire al nemico.

«Dovrà farsi amiche le popolazioni e fregiare di bei fatti e con condotta irreprensibile la nobile missione di servire questa santissima causa.

Monterotondo 2 novembre.

_G. Garibaldi_.

Il 2 novembre con un ordine del giorno veniva stabilito l'ordine di marcia per la via di Tivoli. Si doveva partire da Monterotondo nelle prime ore del mattino del 3; invece, per non si sa qual contrattempo, s'incominciò la marcia verso le ore 12.

Si erano dal Generale ordinati corpi di esploratori, di avanguardia e fiancheggiatori.

Le posizioni di Palombara, Sant'Angelo, Monticelli erano state occupate da tre battaglioni comandati dal colonnello Paggi, si era quindi tranquilli contro ogni sorpresa; ma non fu così.

Appena oltrepassata Mentana l'avanguardia veniva attaccata dai soldati pontifici.