Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II

Part 11

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Avanti a quest'ultimo si apre la stretta valle alla cui sinistra si trova Bezzecca, oltre la quale la valle si stringe ancor più, chiudendosi da monti e dal villaggio di Pieve al di là del quale comincia il Lago di Ledro.

La mattina del 20 due compagnie del 2º reggimento, tre del 7º, un battaglione del 6º ed il 1º bersaglieri occupavano Tiarno di sopra; poco dopo vi prendeva posizione pure il 9º comandato dal colonnello Menotti Garibaldi. Il 5º reggimento si collocava a Tiarno di Sotto, spingendo i suoi avamposti fino a Bezzecca.

Era necessario impedire al nemico che si trovava dietro i monti, d'avanzare per la valle di Concei, giacchè superando Bezzecca avrebbe tagliato fuori il 2º reggimento, respinto probabilmente gli altri alle gole d'Ampola, e ponendosi nelle montagne fra questa e Lardaro, avrebbe minacciato seriamente i fianchi delle due linee di operazione.

L'attacco del giorno seguente provò che tale appunto era il progetto tattico del nemico.

Il generale Haug prevedendo questo disegno piantò il suo quartier generale a Bezzecca, incaricando Pianciani di portare a Garibaldi il suo rapporto.

Il generale Garibaldi arrivava in fretta e poneva il suo quartier generale a Tiarno e subito ordinava che un battaglione del 5º occupasse i villaggi della valle di Concei, e si collocasse nelle case onde meglio respingere l'avanzarsi del nemico. Ordinava che un altro battaglione prendesse buona posizione sul Tratt e sull'altura di faccia a Bezzecca per chiudere lo sbocco verso Pieve; gli altri due battaglioni del 5º pronti al far del giorno per guarnire i monti a dritta ed a sinistra della valle di Concei: queste disposizioni, però, non furono eseguite colla prontezza e coll'esattezza necessarie, per cui il battaglione mandato sul monte di destra, trovata la posizione occupata dal nemico fu sperso e molti restarono prigionieri.

La giornata del 21 cominciava così con triste preludio.

Gli austriaci con grosse forze comandate dallo stesso generale Kühn si accingevano a furioso attacco.

Il generale Haug comprese subito che la sua diritta era insostenibile, sebbene vi avesse fatto collocare dal Pianciani tutto quello che vi era di disponibile: mandava quindi il Pianciani stesso ad informarne Garibaldi e lo incaricava di ordinare a Menotti di portarsi col suo 9º reggimento rapidamente sul monte di sinistra, e che il 2º reggimento avesse avanzato dal Pieve circa un chilometro e mezzo in appoggio della destra. Se questo movimento si fosse effettuato come era ordinato, il nemico ne sarebbe rimasto accerchiato. Ma il 2º reggimento non si mosse e l'esito mancò.

Si dovette però alla fulminea esecuzione della disposizione datagli, e al coraggio insuperabile del colonnello Menotti Garibaldi, se la vittoria finì per essere dei garibaldini.

Il colonnello Chiassi per porre riparo al tardato movimento del 5º ed alla mancata mossa del 2º reggimento si avventò contro il nemico con furia irresistibile; alla carica fulminea il nemico s'arresta, cede ed accenna a ritirarsi in disordine, quando nel momento decisivo l'eroico Chiassi è colpito a morte.

Al vedere caduto il loro comandante i nostri rallentano l'offesa, ondeggiano, incominciano a dare indietro e a disordinarsi. In quel momento giungeva sul posto il generale Garibaldi in carozza, ed abbracciato col suo colpo d'occhio sicuro il campo di battaglia, mandava avviso a Menotti di scendere dall'altura col suo 9º reggimento, per approntarsi a disperato attacco.

In pari tempo ordinava che si raccogliessero gli avanzi del 5º reggimento e con quante altre truppe può avere sotto mano, e coi bersaglieri che avevano fatto prodigi di valore, dava le disposizioni per una disperata e decisiva lotta affine di sloggiare gli austriaci.

Intanto questi non solo si erano resi padroni di Bezzecca, ma, sbucati fuori dal villaggio, avevano coronate le alture della loro artiglieria e si preparavano ad un formidabile attacco contro l'estrema linea garibaldina.

Il pericolo era gravissimo, la strada di Tiarno era tempestata dal nemico e Garibaldi stesso veniva fatto bersaglio ai loro colpi. Le palle guizzavano, rimbalzavano e ravvolgevano in un nembo di polvere la sua carrozza; uno dei cavalli era ferito a morte, una delle guide che la scortava (Giannini) cadde morta, altre hanno feriti i cavalli; i suoi aiutanti volevano strapparlo da quel posto mortale e salvare lui, se non è possibile vincere. Ma Garibaldi aveva sul volto la calma di Calatafimi! «Qui si vince o si muore» e comandava, incoraggiava, spediva ordini, secondato dagli ufficiali del suo quartiere generale, sopratutto da Canzio, dal Miceli, dallo Stagnetti, dal Damiani e dalle guide tra le quali l'Amadei che in tutta quella giornata si era moltiplicato per trovarsi sempre presente dove maggiore era il pericolo; i carabinieri genovesi condotti dal Mosto, sempre primo nei replicati attacchi, seguito dai suoi valorosi Burlando, Stallo, senza cessare di combattere, facevano cerchio attorno al generale per coprirlo dalla furiosa pioggia di proietti che tempestava la posizione.

Intanto il maggiore Dogliotti aveva mandato ordine che si portassero sul posto la batteria di riserva e gli altri pezzi che si erano dovuti ritirare; appena arrivati il generale ordina che al galoppo vadano a piazzarsi su una posizione che esso stesso indica, ed il maggiore eseguisce l'ordine; in un baleno i cannoni sono a posto ed aprono il fuoco convergente su Bezzecca. Le dieci bocche dirette mirabilmente dal Dogliotti produssero il loro terribile effetto. Il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, incalzato dal 9º reggimento guidato da Menotti Garibaldi che fa miracoli di valore, dal 7º, dai resti del 5º e da quanti altri eransi ivi raccolti per ordine del generale, incalzano furiosamente il nemico e lo costringono a cedere, e a disperdersi. Per tanto eroismo il colonnello Menotti Garibaldi e la bandiera del suo 9º reggimento venivano decorati della medaglia d'oro al valore militare.

Ma nulla valeva finchè Bezzecca non era presa. Questo il Duce voleva e quanti sono intorno a lui lo comprendono e più che altri, Menotti, Canzio, Missori, Mosto, Damiani, Cariolato, Guerzoni, Bedischini, Miceli, Stagnetti, Amadei, Politi, Tosi, Ficola, Stangolini, Proia, Buratti, Dubois, Bonacci, Gattoni, Popovich, Nani, Lizzani, Giorgi, Fallani, Gatti, Giammarioli, Luperi, Galletti, Restivo ed altri, che formano una falange votata alla vittoria od alla morte; di questa falange si pone alla testa Ricciotti Garibaldi che fa da prode le sue prime armi; il bravo giovanetto degno figlio del padre, afferra la bandiera del 9º reggimento comandato dall'eroico suo fratello Menotti, e con questa in pugno, mentre i cannoni del Dogliotti mandano in fiamme Bezzecca, a testa bassa, lui e tutti i valorosi che si erano stretti attorno al generale, a passo di carica, si slanciano sul villaggio e con lotta terribile, corpo a corpo rompono, sgominano gli austriaci, li mettono in fuga precipitosa e li inseguono colla punta della baionetta alle reni fin al di là di Lesumo.

Così la vittoria, con tanto accanimento contrastata fu violentemente strappata su tutta la linea.

* * *

Il 5 luglio, il generale portava il suo quartiere Generale da Rocca d'Anfo a Bagolino.

Il 7 luglio i garibaldini respingevano una forte ricognizione della brigata Thoun, che si era spinta fino a Lodrone, e tre giorni dopo ributtavano brillantemente un secondo attacco di quella brigata, e sotto gli occhi di Garibaldi, la mettevano in fuga.

Intanto la flottiglia del Lago di Garda non stava inoperosa.

La flottiglia austriaca, che poteva considerarsi padrona assoluta del lago perchè molto poderosa, tenevasi tra Bardolino e Garda alla punta di S. Vigilio sotto la protezione di quei forti. Elia con la sua cannoniera «Torrione» si portava a molestarla sotto il tiro dei forti, prendendola a bersaglio col suo cannone, ritirandosi quando vedeva che le navi austriache abbandonavano le àncore per inseguirlo, tenendo avanti il nemico diritta la prua corazzata, ordinando macchina indietro a poco a poco, con la lusinga di poterle attirare sotto i forti di Salò. Tentativi vani!

Il 15 di luglio si addivenne alla formazione regolare delle brigate, come alla proposta del generale Garibaldi portata al Ministero dal colonnello Elia.

Vennero formate così:

lª Brigata 2º e 7º reggim. magg. gen. Haug 2ª » 4º e 10º » » Pichi 3ª » 5º e 9º » » Orsini 4ª » 1º e 3º colonn. brigad. Corte 5ª » 6º e 8º » » Nicotera

Al comando di Salò il ten. gen. Avvezzana.

Capo di Stato maggiore Augusto Vacchi.

Fu ordinato che l'8º reggimento movesse da Vestone per raggiungere a Condino il 6º col quale doveva formare brigata.

Nella stessa mattina del 15 il brigadiere Nicotera aveva occupato Condino col 6º reggimento e l'8ª batteria del 5º reggimento d'artiglieria (capitano Afan di Rivera). Nella giornata ricevette l'ordine di portarsi a Cimego; per cui il luogotenente colonnello Sprovieri muoveva a quella volta da Condino col 3º e 4º battaglione del 6º reggimento e una sezione dell'8ª batteria.

Il brigadiere Nicotera avevagli ordinato di porre un battaglione a Cimego e coll'altro occupare le alture che signoreggiano il ponte sul Chiese e farvi piazzare i cannoni.

Si aveva notizia che a Cimego non vi erano austriaci, ma passato appena lo sbocco della valle Averta, verso le 10, la colonna Sprovieri fu ad un tratto investita da fucilate dalle alture soprastanti che ferivano alcuni senza che si potessero scoprire i feritori; fu continuata la marcia e nella notte lo Sprovieri giungeva a Cimego ove riuniva il suo piccolo corpo in ordine ristretto.

All'alba del 16 il brigadiere Nicotera mosse da Condino col rimanente della colonna. Nella stessa ora gli austriaci con grandi forze movevano ad assaltare le nostre posizioni avanzate da tre parti convergenti, da Cologna, da Val di Daone, da Pieve per Tiarno e Monte Giove verso Condino, coll'intendimento di attorniare i nostri e distruggerli.

Erano le ore 8 ant. quando cominciò il combattimento. Il brigadiere Nicotera aveva ordinato al 4º battaglione di slanciarsi ad occupare le alture di la del Chiese; prima però che il battaglione giungesse al ponte, l'artiglieria nemica cominciò a fulminarlo e una grossa colonna di austriaci si distendeva di corsa sulle alture di faccia al ponte ed al villaggio di Cimego.

Il maggiore Lombardo comandante il 1º battaglione del 6º reggimento, destinato alla riserva, visto il pericolo che correva il 4º, corre di moto proprio al 3º battaglione che stava allo sbocco del villaggio e gridando «avanti» trasse seco i volontari e primo si lanciò sul ponte ove cadde fulminato. Una palla gli aveva traversato il cuore.

Il Nicotera volle ad ogni costo allontanare il nemico da quelle alture; a questo scopo ordinava al 4º battaglione di scacciarnelo. Si mise alla testa del battaglione il valoroso tenente colonnello Pais-Serra, il quale ordinava si attraversasse il fiume a guado e con grande ardimento, i bravi si slanciano sulle alture sotto il fuoco micidiale del nemico.

I garibaldini fecero sforzi eroici per snidare il nemico dall'elevata posizione, ma dovettero cedere a forze tanto prevalenti e sempre combattendo ritirarsi protetti dall'artiglieria.

Intanto altre masse austriache venivano ad assalire le alture di Narone, per battere la nostra sinistra; il capitano Bennici sostenne con grande valore il combattimento sulla vetta del Narone, ma visto il pericolo di essere avviluppato da forze tanto superiori, dovette ritirarsi colla sua compagnia volante e la 3ª compagnia bersaglieri. Il colonnello Guastalla e il maggiore Lobbia dello Stato maggiore, che assistevano al combattimento, visto il pericolo che correvano le compagnie distaccate sulla sponda sinistra del Chiese ordinarono un cambiamento di fronte a destra indietro sempre combattendo. Il generale Garibaldi accorso in vettura mandava un battaglione del 9º reggimento ad occupare Condino ed ordinava all'artiglieria di piazzarsi dinnanzi al villaggio a mezza costa delle alture di Brione; il fuoco di 10 pezzi trattenne il centro e la sinistra degli austriaci. Intanto i generali Garibaldi e Fabrizi provvedevano alla riscossa, e con forze combinate e con grande valore, cacciavano gli austriaci da quelle alture e li mettevano in fuga tale, che più non si arrestarono.

Ormai Garibaldi non temeva più ostacoli, e con le sue mosse progrediva sempre per raggiungere l'obbiettivo dell'azione affidatagli; l'occupazione del Trentino; per cui serrava d'appresso Riva, portava il suo quartier generale a Cologna e incominciava l'investimento di Lardaro.

Padrone delle due valli principali, che dal Garda salivano a Trento, era ormai libero di spiegare tutte le sue forze e di marciare in battaglia contro un nemico, che aveva esperimentato il valore garibaldino. Intanto Medici alla testa di una forte colonna di truppe regolari, si era avanzato vittoriosamente sino a Levico ed a Perzine, per cui la vittoria finale e la presa di Trento era ormai sicura.

Senonchè il mattino del 25 luglio, quando tutto era pronto pel bombardamento di Lardaro giungeva l'annunzio della sospensione delle ostilità, preludio della pace.

Il 10 di agosto Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente telegramma:

«Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell'armistizio pel quale si richiede, che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo.

«D'ordine del Re».

Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell'Eroe e dei suoi compagni si può indovinare. Il Trentino perduto, Trieste abbandonata! Ma Garibaldi non tradì neppure con un segno la tempesta che aveva nel cuore, e rispose egli stesso al La Marmora: «Obbedisco».

La campagna per la liberazione del Veneto era finita ed i garibaldini si accingevano a ritornare alle loro case.

Anche la flottiglia del Lago di Garda si scioglieva. Essa, sebbene in condizioni immensamente inferiore alle forze austriache del Lago, seppe compiere il proprio dovere durante la campagna, e se avesse avuto alcuni altri giorni di tempo e ricevuto dal Ministero i cannoni richiesti per armare una zattera ormai a termine di costruzione, avrebbe certo messo tutto l'impegno per vincere la flottiglia nemica e per rendersi padrona del Lago.

Che non mancò al suo dovere lo dicono i due ordini del giorno seguenti del generale Garibaldi e del generale Avezzana comandante divisionale di Salò:

ORDINE DEL GIORNO

mandato al generale Avezzana

Comandante divisionale a Salò

Generale,

«Porgete una parola di lode ben meritata in nome della Patria e del Re ai prodi della nostra flottiglia; essi hanno ben meritato col loro esempio; e sotto il comando di voi, valoroso veterano dell'indipendenza della patria, vedremo presto il Garda libero dalla dominazione straniera.

Salò, 10 agosto.

_G. Garibaldi_.

Ecco l'ordine del giorno col quale il generale Avezzana, già Ministro della Repubblica Romana nel 1849, dava commiato agli equipaggi della flottiglia.

ORDINE DEL GIORNO

«Gli equipaggi dei volontari che rimasero fino ad oggi a bordo della flottiglia italiana nel lago di Garda, hanno ben meritato della patria. Coraggio nello sfidare il nemico superiore nel naviglio, in macchine da guerra, superiore in uomini. Virtù ed abnegazione negli ufficiali che servirono come semplici militi. Ordine, nettezza nelle Piro-Cannoniere, che il generale Garibaldi affidò alle loro cure.

«Fino al 12 luglio esse furono tre dinanzi al nemico, poi quattro ed in ultimo cinque. Lo affrontarono arditamente nelle sue acque sotto il fuoco delle batterie di terra e gli procacciarono uccisioni e danni. Qui, dove erano i pochi ma valorosi uomini, il nemico non osò mai venire. Unico vanto lo avere bombardato la inoffensiva città di Gargnano e rubato il «_Benaco_» a quindici miglia dalla flottiglia, che non poteva difendere l'inerme piroscafo mercantile.

«Io ricorderò sempre con militare orgoglio lo avere avuto ai miei ordini il personale degli equipaggi volontari in questa guerra del 1866, forse l'ultima della mia vita.

«S'abbiano tutti gli ufficiali e militi le mie sentite azioni di grazia.

Salò, 21 settembre 1866.

Il luogotenente generale

_G. Avezzana_»

All'ordine del giorno, il generale Avezzana faceva seguire questa lettera, diretta ad Elia:

Al Colonnello A. Elia

Comandante la flottiglia sul Lago di Garda.

Chi scrive è rimasto sommamente soddisfatto del modo come la S. V. ha disimpegnato il suo compito nel comando delle forze galleggianti sul lago di Garda. Ed aggiunge in verità come V. S. sendo comandante la cannoniera «_Torrione_» nella calamitosa notte del 26 giugno salvasse risolutamente la sua nave e le altre da prossima rovina, opponendosi ad ordini stati verbalmente impartiti da chi allora comandava la flottiglia. E di poi, insignito da chi scrive e poi confermato dal generale Garibaldi nel comando supremo, s'ebbe in codesto incarico l'elogio palese del salvato naviglio.

Lo scrivente, nell'attestare siffatte verità, offre alla S. V. i sentimenti della sua stima e devozione.

Salò, li 24 settembre 1866.

Il luogotenente generale

comandante divisionale

_G. Avezzana_

Infine il 28 settembre l'Elia faceva la consegna della flottiglia.

Salò, li 28 settembre 1866.

Il sottoscritto, incaricato dal Ministero di Marina di ricevere la flottiglia sul Lago di Garda affidata provvisoriamente al Corpo dei Volontari italiani, dichiara di aver ricevuto il materiale galleggiante della flottiglia dal colonnello dei Volontari sig. cav. Augusto Elia, presente il generale Avezzana e che ha trovato le cannoniere in ordine e pulizia.

Il comandante

_Napoleone Canevaro_

Gli ufficiali suoi compagni d'armi nella flottiglia; vollero dare al loro comandante il seguente attestato di affetto:

Al colonnello Augusto Elia

gli ufficiali della Marina Volontaria.

«Radunati oggi per stringerci tutti uniti la mano, permettete, o colonnello, che prima di separarci da voi v'indirizziamo una parola di addio.

«Non è la serva parola di chi adula o di chi esprime un affetto bugiardo, ma è la libera espressione di quanti amareggiati dalle memorie del passato, si confortano nella speranza di un migliore avvenire.

«Dimentichiamo intanto per carità di patria le umiliazioni sofferte sugli insanguinati campi di battaglia e nelle ingemmate aule della diplomazia, e che ci perdonino questo supremo sacrifizio i martiri invendicati di Custoza, di Tiarno e di Lissa!

«E noi pure confinati da tre mesi in questa riva, dove l'Eroe del popolo ci destinava a gloriosi avvenimenti, dimentichiamo l'ingrata inazione a cui ci si volle costretti, sfruttando tanta parte di entusiasmo e di generosi propositi.

«Colonnello! Se il sangue delle battaglie non ha battezzato la nostra camicia, voi ed i vostri bravi compagni, sul cui petto brilla la medaglia dei Mille, potrete francamente attestare, come inferiori di numero, di forze e nel difetto di tutto, sapemmo cimentare più volte un nemico, che pur troppo insegnava a chi ci governa come si appresta una guerra, mai a noi come si combatte, e si va incontro alla morte.

«Gli avvenimenti del 1866, non saranno però d'inutile peso nella bilancia dei nostri destini, perchè la democrazia rifulse di una luce più bella sulle alture di Custoza, fra le moschetterie del Tirolo, e in mezzo alle vampe della eroica Palestro!

«Questo è il nostro conforto, Colonnello, e quando tornati alle nostre case deporremo l'incruenta camicia rossa, giuriamo di vestirla quel giorno, in cui il popolo armato insanguinerà nuovamente le vette del Tirolo, e le coste di Istria, perchè qualunque straniero sappia, che quel tremendo confine è il confine dell'Italia, indipendente e libera!

Salò, 21 settembre 1866.

_Mario Alberto, Burattini Carlo, Gagliardi Guglielmo, Bandini Temistocle, Bradicich Giuseppe, Viggiani Pompeo, Pegoraro Giuseppe, Martini Narciso, Pedani Tito, Stramazzoni Cesare, Brenno Bandini, Pacetti Luigi, Silvestrini Pasquale, Schiaffino Prospero, Bandini Costantino, Baracchini Andrea, Venzi Cesare, Barbieri Alessandro, Ghiglioni Lorenzo, Bocci Marino, Berardi Colombo, Camin Gaetano, Romani Giovanni, Negrini Mariano_.

* * *

Intanto che questi fatti si svolgevano in terra un avvenimento dei più dolorosi avveniva nel mare Adriatico.

I migliori ufficiali della marina da guerra invocavano come loro Duce supremo il Galli della Mantica, uomo di grande capacità, e di straordinaria energia, ritenuto una vera tempra d'acciaio, capace di ogni eroismo. Fu invece preferito il conte Carlo Pellion di Persano, che già poteva dirsi vecchio, perchè aveva oltrepassata l'età di 60 anni.

Contro il Persano l'Austria seppe opporre un terribile avversario--Guglielmo Tegetthoff di quarant'anni appena di età; e fu scelto proprio lui, sebbene fosse il più giovine degli ammiragli, perchè lo si sapeva pieno di ardire e dì un coraggio quasi temerario.

La flotta italiana dopo il 24 giugno per la sua potenza era la dominatrice del mare Adriatico; e quella austriaca si teneva rinchiusa in Pola. Vi era tutto da tentare--tutto da sperare.

Fu decisa l'occupazione di Lissa, considerata la Gibilterra dell'Adriatico; e il 18 luglio alle 11 antimeridiane la nostra flotta prendeva posizione dirimpetto all'isola.

Una ricognizione fatta dal D'Amico, capo di stato maggiore del Persano, coll'esploratore «Messaggero» riferiva che la guarnigione dell'Isola era di 2500 uomini provveduta di tutto.

Deciso l'attacco, la flotta venne divisa in tre squadre; una comandata dal vice ammiraglio Vacca doveva attaccare Comisa, difesa da due batterie, e da una casamatta; l'altra sotto gli ordini del vice ammiraglio Albini doveva eseguire uno sbarco nel porto di Manego difeso da due batterie; la terza, comandata dal Persano doveva forzare il porto di S. Giorgio difeso da quattro forti e da due batterie.

Alle 11 1/2 del 19 incominciò il fuoco e senza interruzione durò fino alle 7 1/2 pomeridiane; alle 2 saltava in aria una polveriera nemica; alle 3 1/2 ne scoppiava una seconda e andava all'aria la Torre del Forte e la bandiera che vi era inalberata; alle 5 tutti i forti di S. Giorgio erano demoliti ed i cannoni, ad eccezione di due situati nell'elevata posizione del telegrafo, erano smontati e ridotti al silenzio; l'intrepidezza, il valore degli equipaggi è impossibile descrivere, sebbene a bordo non pochi fossero i feriti e parecchi i morti.

La presa di Lissa era assicurata; ma fu malauguratamente rimandata all'indomani, perchè si ebbe notizia che l'Albini non aveva potuto eseguire lo sbarco.

Alle ore 9 del giorno 20 l'avviso «Esploratore» segnalava la squadra nemica in vista. L'ammiraglio Persano avrebbe dovuto senz'altro assegnare a ciascuna delle navi sotto al suo comando il proprio posto di combattimento, e dare ad esse gli ordini della parte che avrebbe dovuto prendere per ribattere vittoriosamente l'attacco; invece l'ammiraglio Persano alle ore 9 1/2 abbandonava la nave di comando «Re d'Italia» per imbarcare sulla corazzata «Affondatore» accompagnato dal capo di stato maggiore e da due suoi aiutanti di bandiera.

L'onorevole deputato Pier Carlo Boggio che era nella nave ammiraglia «Re d'Italia» quale amatore e come storiografo, all'invito che gli fece il Persano, si rifiutò di seguirlo perchè ebbe subito la percezione che coll'abbandono della nave ammiraglia nel supremo momento del combattimento, si commetteva non solo un gravissimo errore, ma un vero atto colpevole da essere paragonato alla fuga davanti al nemico.

Intanto la squadra austriaca arrivava a grande velocità in linea su due file, ma formata in formidabile cuneo, col proposito di spazzare, rompere ed affondare tutte quelle navi che avrebbe incontrato sulla sua via; in testa a tutte era la nave ammiraglia «Carlo Max».