Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I
Part 9
Nel 1848 comandò il 1º reggimento volontari romani che tanto si fece onore combattendo a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il comando dell'Estuario e quindi passò capo di Stato Maggiore col generale Pepe.
Combattendo sotto Velletri le truppe borboniche, ebbe ucciso il cavallo; dopo la ritirata delle truppe Napolitane venne nominato comandante di quella zona. Nel 1860 egli stesso accompagnava i sui tre figli al campo a combattere per l'unità della patria. Onore alla sua memoria.
I francesi eransi fortemente stabiliti con l'intera Divisione Guepiller anche nella Via Flaminia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio, bombardavano la città, senza essere mai riusciti a sloggiare i nostri dai Monti Parioli; fra i difensori vi era anche un battaglione degli studenti che teneva con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene bersagliato senza tregua dal nemico che della Villa Polverosi al di là del ponte Milvio aveva fatto una formidabile posizione offensiva e difensiva.
L'11 di giugno nelle ore pomeridiane il battaglione comandato dal valoroso capitano Golinelli sostenuto dalla Legione romana volle con supremo ardimento tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con slancio da veterani i bravi studenti si precipitarono impavidi all'attacco, sostenendo un accanito combattimento per più ore, ma la grandine delle palle nemiche alfine ne arresta lo slancio, balenano i bravi giovani, cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a farlo furono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di Ancona, che combattendo da veri eroi caddero entrambi mortalmente feriti; rimasti sul campo, vennero fatti prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi lasciarono la vita.
Il combattimento di quel giorno sostenuto con slancio ammirevole, costò al piccolo battaglione oltre quaranta feriti gravemente, primi fra i quali il capitano Gollinelli, il tenente Ronchini, il Cattaneo, il Pietrasanta, il Silvagni, il Finzi.
Il fatto d'armi meritò di essere messo all'ordine del giorno nel quale venne segnalato in modo speciale il battaglione degli studenti meritevole di grandi encomi.
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La mattina del 13 i francesi smascherarono tutte le loro batterie e con trenta bocche da fuoco batterono per sette giorni e sette notti i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la breccia; non restava più agli assedianti che di salirla; e difatti la notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l'assalto; il battaglione del reggimento «Unione» che vi stava di guardia, si lasciò sorprendere e volse in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre profitto dal panico, furono padroni, senza combattimento, delle mura di Roma.
Presa la breccia, Mazzini propone che ne sia tentata la ripresa la notte stessa. Si mandò a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ineseguibile l'impresa.
Mazzini scrisse a Manara perchè persuadesse Garibaldi, ma questi non mutò divisamento.
Disse essere suo convincimento che l'assalto notturno alla breccia, con truppe stanche, orbate dei loro migliori ufficiali, sarebbe inevitabilmente fallito--e che ormai la sola provvida e urgente risoluzione da prendersi era quella di riparare dietro una nuova linea, che egli aveva già ideato e proposto.
Perduta la breccia, e la fiducia di conquistarla, ai Romani non restava fuori di Roma che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e dentro Roma restava il tratto dei bastioni da Porta S. Pancrazio a Porta Angelica, e come seconda difesa, la linea tracciata dagli avanzi della Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle batterie del Pino, ad occidente dal bastione ottavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai Conventi di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde dell'Aventino.
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Ed era appunto intorno a queste posizioni che stava per rinnovarsi la lotta.
I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati nella breccia conquistata, avevano costruito una terza parallela dalla quale bersagliavano le posizioni nemiche facendo piovere nella città una tempesta di bombe che spesso andava a cadere, danneggiandoli, sui monumenti più famosi dell'antica romana grandezza.
Garibaldi affidava al valore dei Legionari del Medici la ripresa di Villa Barberini; in questa impresa ebbe fracassato un braccio il Capitano Gorini, il corpo forato da diciotto ferite l'Induno Girolamo, la spalla forata da una baionettata il giovinetto valorosissimo Cadolini, e non lasciarono al nemico che un monte di rovine; armarono di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzarono Villa Spada, tempestarono di colpi bene aggiustati le batterie nemiche, e sopportarono con costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i vuoti della morte.
Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza d'un alto dovere.
Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi la difese con sovrumana energia di piano in piano, di pietra in pietra. Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d'Africa, ridotto in frantumi in gran parte l'edificio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla valeva a scrollare la sua impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano scese al primo; crollato anche il primo, passò al piano terreno; diroccato questo pure, s'accampò all'aperto; ma non cedette un sasso della sua ruina e la rese immortale.
E i difensori delle batterie fecero pure miracoli--e innanzi tutti i cannonieri--inferiori per l'armi, mal coperti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere con pezzi da campagna contro pezzi d'assedio più di una volta fecero tacere le batterie nemiche; ne sconquassarono o ne demolirono le opere, strapparono per la giustezza dei tiri e l'intrepidezza della difesa grida d'ammirazione anche agli stessi nemici.
Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi e pareva abbellire colla calma la morte dei suoi bravi e rendere fede al miracolo dell'invulnerabilità sua; Garibaldi!
Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una capanna di stuoie presso la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni e le notti nell'osservare tutte le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire tranquillamente come in casa sua.
Ma l'ultima ora fatalmente s'appressava; dal 27 al 29 sette batterie francesi, avevano fulminato tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù e l'eroismo dei difensori avevano fatto di esse mucchi di rottami.
Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta S. Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati, la batteria del Pino sconquassata, e infine il bastione ottavo, punto principale di mira dell'assediante, ridotto in macerie, e la quarta breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che il nemico ne approfittasse e vi si organizzò una fiera resistenza.
La mattina del 30 due grosse colonne francesi, sostenute da forti riserve mossero di fronte e dai fianchi all'assalto della breccia; i Romani li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e assalitori si trovarono corpo a corpo ed un accanito combattimento a ferro freddo s'impegnò sul terrapieno; molti s'immortalarono in quella difesa disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne fece eccidio di nemici, e sebbene ferito due volte non ristà dalla pugna, ma sfinito di forze mentre era trasportato all'ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai nemici e abbandonato; ma non si arrese ancora e menò di sciabola finchè gli bastò la lena; quando una terza palla nel ventre gli trapassò il bel corpo e ne involò l'anima eroica.
La breccia era salita, ma non presa ancora; le batterie della Montagnola facevano strage degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo di terreno col sangue loro e dei loro capitani; gli artiglieri si facevano tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si arrendevano; esaurite le polveri restavano ancora le baionette e i calci dei fucili; restavano sopratutto ancora a far barriera i petti dei superstiti ed i cumuli dei morti; ma la gloriosa ecatombe non poteva trattenere il nemico ed il numero doveva avere ragione una volta ancora; i francesi irruppero da ogni lato minacciando l'unica via di ritirata; non restava ai superstiti altro riparo che Villa Spada.
Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, poichè la perdita della seconda linea rendeva inutile la difesa del Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la Sinistra a San Calisto, l'estrema destra al bastione nono ancora in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa.
Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i francesi montavano da ogni parte all'assalto; ma il loro obiettivo era sempre Villa Spada; colà ormai si decideva l'estrema sorte di Roma; colà Garibaldi, il Manara, Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti erano uomini vivi e atti ancora a impugnare un'arma si prepararono all'estremo cimento. Il tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni lato sui difensori, ma nessuno parlava di resa. Il Manara infiammato da eroico ardore, desiderando la morte piuttosto che assistere alla resa correva dove più era grande il pericolo, incorraggiava i combattenti, dirigeva la lotta, ma mentre s'affacciava per osservare le mosse del nemico una palla lo stramazzò agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco prima aveva detto, come Ney a Vaterloo: «Non ci sarà dunque una palla per me?»
Un altro come lui aveva cercato in quell'antro infuocato di Villa Spada la morte; ma questa lo risparmiò suo malgrado volendolo serbato a ben più grande destino. Se in quel giorno Manara fu grande, Garibaldi fu terribile; ruotava come fulmine la sua spada e guai ai nemici che incontrava dinanzi. I suoi fidi tremavano di vederlo cadere da un momento all'altro, ma pareva che le palle avessero paura di toccarlo.
A mezzo giorno del 30 giugno tutto era finito; Villa Spada era perduta; Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara, sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant'Angelo, quando, un rappresentante del popolo venne ad annunziargli che l'Assemblea aveva bisogno d'interrogarlo sullo stato delle cose, e l'attendeva in Campidoglio.
Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava «credete che in un'ora potremo essere di ritorno?» Lo credo rispose il Vecchi--«allora partiamo» e al galoppo, coperto di polvere, fiammeggiante in volto per l'ardore della pugna, salì al Campidoglio. Al suo apparire l'Assemblea ruppe in una salva interminabile di applausi. Informato che Mazzini aveva già proclamato che tre sole vie rimanevano aperte ai romani: o capitolare; o difendere la città fino all'estremo ovvero uscire da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; invitato Garibaldi a salire sulla Tribuna ed esporre il parere suo, dichiarò senz'altro.
«La difesa oltre Tevere impossibile; possibile ancora al di qua del fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione s'internasse nella città, e che tutto ciò si effettuasse entro due ore. Dover suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe potuto durare che pochi giorni. Quanto a lui null'altro restavagli che uscir di Roma col resto dei suoi prodi e tenere alta la bandiera della patria fino all'estremo; consigliava perciò l'Assemblea di accettare la terza proposta del Mazzini: uscire da Roma coll'esercito, col Governo e coi rappresentanti del popolo; concludendo: «dovunque saremo, colà sarà Roma».
Ciò detto tornò al suo campo, e l'Assemblea, respinta ogni idea di resistenza votò il Decreto omai celebre:
«In nome di Dio e del popolo.
«L'Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto».
Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato rassegnava l'ufficio al Municipio Romano unica autorità legittima cui spettasse di negoziare col vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il generale francese per colmo, rifiutate le più oneste condizioni, e tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendo lo estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa che avrebbe soffocato in lei il grido di estrema protesta al mondo, contro quella bugiarda sorella latina, che dopo averla assalita colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell'incolumità della vita e degli averi dei cittadini.
Il Municipio annunziava ai romani la prossima entrata dei francesi.
«Romani!
«Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, i sacrifici che incontraste, vi hanno assicurata la gloria e la stima degli stessi stranieri--Una difesa ulteriore, come fu annunziato dal Decreto dell'Assemblea, sarebbe stato impossibile, senza volere la distruzione d'una città che conserva memorie le quali non debbono perire. La vostra rappresentanza municipale non ha accettato patti per non compromettere menomamente la dignità di un popolo così generoso, ed ha dichiarato di cedere alla forza.
«Le leggi di umanità e di incivilimento, la disciplina di un'armata regolare, le assicurazioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto delle persone e delle cose.
«La vostra rappresentanza municipale vi promette che non mancherà di fare quanto è in suo potere onde non si rechi ingiuria ad alcuno. Abbisogna però del vostro concorso ed è certa di ottenerlo. Fida nel vostro contegno dignitoso e nell'esperienza costante che ha dimostrato al mondo come i romani in circostanze prospere o avverse, hanno saputo egualmente mantenere l'ordine, e costringere anche i nemici e salutare con riverenza la città dei monumenti, e rispettarne gli abitanti che con le loro virtù rendono impossibile l'oblio della Romana Grandezza.
«Dal Campidoglio il 2 luglio 1849.
«Francesco Sturbinetti, _Senatore_.
Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti Federico, Deandreis Antonio, Piacentini Giuseppe, Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni Angelo, _Conservatori_.
Giuseppe Rossi, _Segretario_.
La sera del 2 luglio i francesi s'impadronirono di Porta Portese, di Porta S. Pancrazio, e il dì seguente occupavano Porta del Popolo. Nella giornata entrava in Roma il generale Oudinot circondato dal suo Stato Maggiore ed alla testa della 2ª Divisione e di numerosa cavalleria, accolto con ogni sorta di dimostrazioni ostili ed al grido «Viva la Repubblica Romana, morte agli stranieri, morte al cardinale Oudinot, morte al traditore».
La sera del 4 soldati francesi entrano a viva forza con le armi in pugno alla sede della Costituente ed intimavano alla sezione che vi stava in permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte che la presiedeva protestò.
«In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati Romani che liberamente, con suffragio universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in nome dell'art. 5º della Costituzione francese, l'Assemblea Costituente Romana protesta in faccia all'Italia, in faccia alla Francia, in faccia al mondo incivilito contro la violenta invasione, della sua sede operata dalle forze francesi il giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane.
Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849.
_Per l'intera Assemblea_
Il Presidente di Sezione: C. Bonaparte,
Il Segretario: Quirico prof. Filopanti.
=CAPITOLO XV.=
=Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari San Marino--Morte di Anita--Cesenatico=
A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano i resti della sua divisione, e fatto formare il quadrato li arringò così:
«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi eccolo: non paga, nè onori, nè stipendi. Gli offro fame e sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua».
Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della Legione Italiana, buona parte della polacca, e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e di emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi.
La sera del giorno stesso usciva furtivamente da Porta San Giovanni, e lasciando tutti incerti sulla sua meta s'incamminò per la via Tiburtina.
Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; gli faceva da guida Ciceruacchio coi suoi figli, l'accompagnava Ugo Bassi; ne seguivano le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l'eletta dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull'alba del 3 a Tivoli, fece spargere la voce che si dirigeva al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marciò per un buon tratto verso il Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Settentrione, pernottò a Monticelli, e la mattina del 4 s'accampò a Monterotondo.
Qual era il suo disegno? dove voleva andare? a che mirava? nessuno seppe indovinarlo. Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a Venezia, e certo una cosa voleva: tener viva la fiamma finchè avesse soffio di vita, morire, tra i laceri brani della sua bandiera!
Come era facile prevedersi l'Oudinot gli sguinzagliò contro due grosse colonne, l'una comandata dal generale Molière, l'altra dal generale Morris; il borbonico Statella gli muoveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli austriaci del D'Aspre, accampati nell'Umbria, l'aspettavano di fronte a Foligno, e gli chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona. Così Garibaldi era accerchiato in una maglia di ferro; sbagliata una mossa, l'eroe, l'amato del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma l'inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe lasciato cogliere! Nel pomeriggio del 5 staccava la marcia da Monterotondo; il sei era a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l'8 a Terni dove s'incontrò col colonnello Forbes, che veniva a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di corpi sbandati nella campagna, e due pezzi di cannone.
Terni era il centro di cinque vie; si poteva salire a Foligno, quanto discendere a Rieti; voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle squadriglie per ingannare gl'inseguenti, spinse una avanguardia di cavalli a Todi, e il dì appresso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col grosso del corpo. Qui le cose cominciavano a volgere male, e l'orizzonte ad intorbidirsi. Il programma di Garibaldi--fame, sete, marcie forzate--se ebbe applausi quando fu proclamato, accennava man mano a divenire impossibile; anche ai tanti di buona volontà veniva meno le forze, e sintomi di scoramento cominciarono a manifestarsi; seguirono quindi le diserzioni, prima a frotte, poi in massa.
Intanto concordi notizie recavano, che i francesi del Morris gli muovevano contro da Viterbo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo de' suoi a scorazzare sulla strada di Foligno per far credere che mirava là; spedì Müller con i suoi cavalli ed una compagnia della legione per la strada di Orvieto con ordine di spingersi fino a Montefiascone-Viterbo; seppellì i due cannoni del Forbes, e quando ebbe l'assicurazione dai suoi scorridori che i due nemici erano ancora lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, lasciò Todi la sera del 12, passò il Tevere a Ponte Acuto e s'incamminò per la via mulattiera, montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua meta la Toscana.
La sera del 13 avendo avuto informazioni che il generale Morris era ancora lontano, staccò la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino del 14.
Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi invito di entrare in città, e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai Francesi. Ma Egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò il campo e mosse verso Ficulle, vi arrivò a sera quando già i Francesi gli erano alle calcagne; gli Austriaci gli muovevano incontro da Perugia.
Partì la mattina del 16; abbandonò dopo poche miglia di cammino la strada maestra, e si buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la notte, per sentieri impervii e monti disabitati, sotto una pioggia dirottissima, in mezzo a tenebre fitte, guadagnò il confine Toscano e giunse alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla popolazione. Fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscito da Roma, dormì acquartierata.
Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre di fronte gli Austriaci, che scendevano da Perugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare se non arrestare i suoi movimenti e molestarlo.
Ma l'eroe non se ne sgomentava. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d'imboscate, coperte le spalle da forze sufficienti, mandò celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportarono di avere snidati e messi in fuga i presidii Toscani, ripigliò la marcia; dormì il 17 a Sarteano; entrò il 18 a Montepulciano, dove tutta la popolazione fece a gara nell'usargli gentilezze e nel colmarlo di cortesie e d'offerte. Rinata la speranza in Garibaldi, pubblicò un ardente manifesto ai Toscani col quale li invitava ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Ma fu l'illusione di un momento, e presago ormai che nulla più poteva sperare, proseguì il suo fatale cammino.
Giunto sull'albeggiare del 20 a Torrita prese una grande risoluzione, quello di abbandonare il granducato Toscano e di prendere per nuova meta l'Adriatico e Venezia! Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare, in cui ormai si concentravano tutti gli sforzi d'Italia.
Il piano di Garibaldi fu presto formato; salire fin presso Arezzo; passare dal subappennino al grande appennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all'Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno per Venezia.
Vani sforzi! inseguito come belva feroce passo passo dagli Austriaci che con forze superiori da ogni parte lo circondavano, seppe rompere il cerchio di ferro, e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi fatiche le alture di Carpegna al mezzodì del 30; ne ripartì nel Vespro, traversò la Valle del Conca, prese un po' di riposo poche ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla volta di S. Marino.
Non gli restava altro rifugio!
A San Marino scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornare alla vita privata col seguente ordine del giorno:
San Marino 31 luglio 1849.
Soldati!
Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritata la considerazione che merita la disgrazia perseguitata.
Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l'Italia non deve rimanere nell'obbrobrio, e che è meglio morire che vivere schiavi dello straniero.
_G. Garibaldi._
Verso le undici di sera chiamò intorno a sè i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svelò loro l'incrollabile suo proposito di sottrarsi ai patti che il governo della repubblica Sammarinese stava trattando collo straniero.
«A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai».