Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I

Part 8

Chapter 83,653 wordsPublic domain

All'alba del 19 l'avanguardia si era già messa in moto; ma, fatti pochi chilometri di strada, il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso movimento di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all'altro assalito da forze superiori. A tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e mandò avviso al generale in capo, dell'allarme dato delle mosse nemiche, come della sua partenza per trovarsi coll'avanguardia sul luogo dell'attacco, se attacco ci fosse stato, affinchè avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A spron battuto raggiunse l'avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti, cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo costume, un posto elevato d'onde scoprire le posizioni e le mosse del nemico.

Giunto alle Colonnelle sull'altura della vigna Rinaldi, smontò da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della Vigna, s'inoltrò fino ad una sporgenza d'onde l'occhio poteva correre fin sotto le mura di Velletri; e vide abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano ad un'azione imminente.

Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a destra e a sinistra della strada, che correva tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d'una casa nella vigna Spalletti si rimise a spiare le mosse nemiche.

I borbonici avanzavano su tre colonne; un battaglione di cacciatori pei vigneti a destra e a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato da un corpo di fanteria e da artiglieria, al centro della strada. Garibaldi sceso dal suo osservatorio non fece un passo per muovere loro contro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi pochi minuti lo scoppiettio presso la salita di Villafredda avvertiva che i nostri erano stati scoperti e che il primo scontro era avvenuto.

Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti s'erano ripiegati sulle Colonnelle dove erano appostate le fanterie romane; l'attacco si svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivissima da ambe le parti; quando Garibaldi, vista spuntare sulla strada la testa della cavalleria nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lancieri ad arrestarla; e il Masina si slanciava seguito dai suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente della cavalleria nemica sei volte più numerosa, o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, il fatto è che al primo cozzo furono travolti, e voltarono briglia tutti quanti, abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico che ne riportò la testa spaccata.

Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi perchè potesse starsene inerte spettatore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il Masina circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato dal solo moro Aghiar, si mise a traverso la via per tentare col gesto imperioso, colla voce tonante e colla stessa persona, d'arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso rovesciato di sella, venne travolto dall'onda commista degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento altri, stava per cadere ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto la brava compagnia di ragazzi, detta della Speranza, appostata lì vicino, con una scarica ben aggiustata, non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri nemici, che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta, non avesse salvata la vita al suo generale. Come se nulla fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll'impronta di un ferro da cavallo sulla mano destra, Garibaldi balzava come lampo in sella e riprendeva sereno e imperturbabile come sempre la direzione del combattimento.

Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportati dalla foga dei loro cavalli, erano andati a cascare nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale vennero forzati a dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigionieri, e trascinando nella fuga rovinosa la fanteria che li spalleggiava. I garibaldini non mancarono di approfittare della rotta, e slanciatisi tutti assieme alla carica accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città. Là era forza arrestarsi.

Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna, e più atta a caricare con furore che ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follia; altro non restava che sollecitare il comandante supremo di correre in suo soccorso; e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia dell'accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva cara, nonchè la vittoria, la salute dei suoi, a correre senza indugio in suo aiuto; intanto pensava a coprire alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, in attesa degli invocati aiuti.

Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone--gli fece l'ambasciata di cui era incaricato, usò di tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la situazione perigliosa dell'avanguardia; ma s'ebbe in risposta «dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa». Fortuna volle che alcuni corpi della seconda brigata, tra cui i bersaglieri Lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi man mano che arrivavano poteva condurli a riparare le file stremate dell'avanguardia.

Così entrarono in linea i Bersaglieri Lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo reggimento, e parte dell'artiglieria del Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente le batterie del nemico, gli levarono la tentazione di ripigliare l'offensiva.

Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non retrocedevano; i borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni istante che fuggiva andava a loro profitto; solo uno sforzo concorde di tutto l'esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. Convinto di questo, Garibaldi mandò il capitano David, un animoso Bergamasco, tanto aitante della persona come caldo di parola, a sollecitare ancora una volta il soccorso dal Roselli.

E il David, divorata la via, trovò il generale in capo, che seguito da tutto il suo stato maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini marciava alla volta di Velletri.

Il messaggio portato dal capitano David fece accelerare la marcia delle truppe. L'arrivo dei rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qualche mossa, che dalla tenuità delle forze gli era prima vietata. Veduto infatti sulla via di Terracina un insolito movimento e sospettando un preparativo di ritirata, mandò il colonnello Marchetti con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggiava quella via affinchè piombasse sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli fosse giunto a portata; e dispose un vigoroso assalto contro il Convento dei Cappuccini, che formava la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.

Intanto che Garibaldi era intento a riprendere l'offensiva, ecco il fuoco dei Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata.

In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell'azione. Garibaldi lo ragguagliò di quanto era avvenuto e condusse il generale in capo al luogo che gli era servito da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i preparativi dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo col fargli questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Roselli coll'artiglieria del Calandrelli, la linea e i carabinieri della riserva resterebbe a difendere la posizione espugnata e appoggerebbe l'attacco».

Ma il generale in capo non prestò fede nè ai suoi occhi, nè a quanto gli esponeva Garibaldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che sfilavano sulla strada di Terracina erano brigate che si disponevano ad un nuovo attacco per l'indomani; la ritirata dell'esercito borbonico era una manovra!

--Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non vedete che quello è un esercito che fugge? e lasciò il generale in capo a passare tranquillamente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne andò a dormire coi suoi all'aperto.

Al nuovo mattino non c'era più a Velletri un solo Napoletano!

Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di avere attaccato battaglia col borbonici contro l'ordine del generale in capo.

Garibaldi fu attaccato--non attaccò, e giudicando pericolosa la ritirata e per di più disonorevole, prese posizione difensiva, in attesa dell'arrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga in mente che Garibaldi era all'avanguardia, e si trovò senza provocarlo alle prese col nemico; in quanto all'ordine di non attaccare, Garibaldi ha sempre dichiarato sul suo onore di non averlo ricevuto che tardi, quando già era impegnato--e la parola di Garibaldi non può essere da nessuno messa in dubbio.

La mattina del 20 il generale in capo mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare il nemico; ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi nel Regno ed accendervi la rivoluzione.

Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli con la seguente lettera:

«Generale.

«Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi, e vi espongo il mio parere. Voi avete mandato ad inseguire l'esercito Napoletano da una forza nostra; ed è molto bene.

«Domani mattina dobbiamo col Corpo d'esercito tutto prendere la strada di Frosinone, e non fermarci fino a giungere sul territorio Napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare.

«La divisione che seguita la strada di Terracina non deve impegnarsi con forze superiori, e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; ciò che potrò, farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell'artiglieria.

Velletri, 20 maggio 1849.

_G. Garibaldi_.»

Il generale Roselli, come era debito suo, trasmise la proposta di Garibaldi al Ministro della Guerra, esponendo le difficoltà dell'impresa e declinandone la responsabilità.

Il governo Romano richiamò a Roma il Roselli col grosso delle forze; e lasciò Garibaldi con una brigata coll'incarico apparente di liberare i confini dalle masnade dello Zucchi, ma con quello reale di tentare l'impresa dell'insurrezione del Regno di Napoli.

Il 23 di sera Garibaldi era coll'avanguardia a Frosinone, da dove il Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D'Arce, posizione fortissima, era occupata dai Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i bersaglieri si slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettandosi da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima viva.

All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti da timore avevano sloggiato.

Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un'imposta e vi passarono la notte.

Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l'aspettava a San Germano ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le porte del Regno.

Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L'invasione austriaca s'avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto pericolo era un'assoluta necessità.

=CAPITOLO XIV.=

=Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.=

Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il confine, con marcie forzate, la mattina del 1º giugno rientrò in Roma.

Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano fallite e rotte.

Il 1º di giugno l'Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con la quale chiedevagli una proroga dell'armistizio per dare modo allo esercito della Repubblica romana di battere l'esercito austriaco, rispondeva «che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare in Roma al più presto; di avere già denunziato l'armistizio alle autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma _consentiva a differire l'attacco fino a lunedì mattina_». In tutte le lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il mattino _del giorno 4_.

Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta, all'alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s'impadronivano di Villa Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio, di Villa Corsini, detto Casino de' Quattro-Venti, formanti con Villa Panfili quell'altipiano che era la chiave della difesa di Roma.

Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi del punto più elevato della linea di difesa--e vi misero tanta e tale importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante l'armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come posti avanzati--invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1º di giugno il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione dell'armistizio dando l'annunzio che avrebbe aperte le ostilità il giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non permettergli d'impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l'ultima ora! Neppure a questo fu provveduto--e fu errore fatale.

Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini (detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta; con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.

Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione; e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il generale in capo dell'esercito l'abbiano trascurata! Ed ora Roma ne pagava il fio.

Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò l'ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo. Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un'occhiata tutta l'estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla conquista di Villa Corsini.

La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da quel momento divenne l'antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

L'attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.

Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi e tanti e tanti altri.

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi che sarebbe stato difeso fino agli estremi.

Nelle ore pomeridiane i tentativi di riprendere le posizioni perdute, furono dai garibaldini rinnovati con grande energia ed insuperabile eroismo; nonostante le perdite gravissime, i Legionari, i bersaglieri del Pietromellara e quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo attacco anche contro il Casino dei Quattro Venti: i due aiutanti di Garibaldi, Goffredo Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa dell'ardita falange, il primo, Goffredo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una ferita mortale.

La grande superiorità delle forze francesi, che coi rinforzi ricevuti superavano i quarantamila uomini sì da permettere loro di subito rioccupare con truppe nuove le posizioni perdute, resero vani tutti gli sforzi, anche quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal reggimento Unione (9º di linea).

Così finì la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama francese, giornata veramente memorabile nei fasti del valore italiano se si pensi che cinque grandi assalti furono dati dai soldati della repubblica Romana per sloggiare il nemico dalle posizioni occupate per tradimento; più di dieci furono le cariche alla bajonetta con cui precipitarono contro il nemico, e per quattro volte seppero riprendere alle migliori truppe del mondo le posizioni perdute.

Chi può dire, degli eroici episodi di questa immortale giornata? Come ricordare alla patria i nomi dei caduti per essa?

Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga si slanciava a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto dai nemici roteando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla cadeva fulminato.

Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage di Francesi; spezzata la spada, combattè sempre, benchè ferito e tenne la villa con pochissimi rimastigli fino a sera.

Lo Scarcele colpito a morte legò tutto il suo alla patria. Il Manfrin sergente dei bersaglieri, quantunque gravemente ferito, volle riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli diceva «vattene, qui non servi a nulla;» rispondeva «lasciatemi stare colonnello, almeno faccio numero» e alla prima scarica il valoroso era colpito mortalmente.

Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pugna, e alla terza soccombeva.

Angelo Bassini, s'avventava con un pugno de' suoi, contro Villa Corsini e ne tornava pesto e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto sulle spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco mentre ritraevasi col caro peso, una palla lo trapassò e cadde in un fascio col suo carico. Emilio Dandolo, errava per tutto il campo in cerca delle spoglie dell'amato fratello e fu ferito mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito andava in ore notturne tra le scolte francesi per togliere ai nemici il corpo del suo servo fedele.

I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei _Vincennes_ per sottrarre da una casa incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro compagni ivi caduti quando essi la difendevano, d'onde il nome di Casa Bruciata. Eroismi immortali!

In tutti i corpi Romani che presero parte ai combattimenti del 3 giugno grande fu il numero degli ufficiali che morirono o rimasero feriti, perchè negli attacchi alla bajonetta primi col loro esempio incitavano i giovani soldati della Repubblica al sacrifizio della propria persona. Ma nessun corpo, in proporzione del numero, ebbe perdite così rilevanti di Ufficiali come la Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Garibaldi; Garibaldi stesso calcolava a ventitrè ufficiali della sola legione messi fuori combattimento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati tra feriti e morti; circa sessanta ufficiali tra morti e feriti.

È doloroso che ancora non si conoscano tutti i nomi dei caduti in difesa di Roma nel 1849; quelli che si conoscono e sono raccomandati alla storia eccoli: Oltre ai già nominati: morirono il Colonnello Pulini, d'Ancona, dello stato Maggiore di Garibaldi, l'aiutante Maggiore Feralta, il Capitano Ramorino, Emanuele Cavallaro, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, de Maestri, Cavalleri, Bonnet, Grossi, Savoia, Bonduri, Meloni, Conti, Loreta, Gazzaniga, Bucci, Marzari, Cavizzi, Battelloni, Rambaldi.

Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Mameli morto in seguito alla ferita, Strambio, Duzelisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini, Frattini, Grattigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, Zuccalà, Vigoni, Sampieri, Righi, Tresoldi, Silva, Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vinaselti, Luzzi, Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, Lucci, Giorgieri; e fra questi i due valorosissimi giovanetti Domenico Cariolato delle provincie Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il generale Garibaldi ebbe carissimi per tutta la vita.

Fu pure ferito combattendo valorosamente Baccigaluppi Paolo che fu poi fucilato sul Po assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti.

Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi, quasi fosse una piazza forte, intrapresero l'assedio di Roma; tracciarono parallele, piantarono batterie sotto la direzione del generale Vaillant, s'avanzarono senza posa verso la piazza.

I nostri, condotti da un genio militare arditamente infaticabile, privo di cannoni e di ogni sorta di materiale, contrapposero intrepidi offesa ad offesa, trincera a trincera, scavarono vie coperte, alzarono cortine, restaurarono senza sosta le cannoniere smontate, e tentarono anche delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la forza dei petti, per prolungare quanto potevano l'agonia della Repubblica.

Ma ogni giorno che passava la cinta d'assedio veniva sempre più serrandosi.

* * *

Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in aumento e soverchianti, malgrado l'eroica resistenza sostenuta dalla Legione Romana reduce dal Veneto della quale faceva parte il tenente Giacinto Bruzzesi che pel suo valore si meritava la medaglia d'oro al valore, malgrado il valore spiegato dal battaglione universitario e da altri valorosi. Anche ai Monti Parioli i nostri venivano sopraffatti.

Tra questi fu ferito il colonnello Romano Silvestri mentre combatteva eroicamente con al fianco tre figli, uno dei quali rimase pure ferito. Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu uno dei più perseguitati dal governo pontificio; esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire la stessa sorte nel 1849.