Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I
Part 4
Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò l'attacco al Monte Berico posizione importantissima che domina Vicenza. Per disposizione del generale Durando, le posizioni di Castel Rambaldo e di Bellaguarda presidiate dagli Svizzeri dovevano essere abbandonate se attaccate da forze preponderanti per concentrarsi con una forte difesa al Colle su cui sta la Villa Ambelicopoli; e così fu fatto. Abbandonato dai nostri il colle di Bellaguarda gli Austriaci pensarono subito di piantarvi una batteria, ma colpiti con grande precisione dalla batteria del Colle Ambelicopoli batterono in ritirata. Fino alle 10 del mattino l'attacco fu debole perchè gli Austriaci lavoravano per fortificarsi nelle posizioni conquistate nel piantarvi batterie che avrebbero ben presto vomitato quel turbine di fuoco che doveva avviluppare la città e piombare sui colli. Ad un dato momento il nemico spiegava tutte le sue forze attaccando contemporaneamente il Monte Berico, i Colli e le porte di Padova, di S. Lucia, e di S. Bartolo.
Alla difesa della posizione Ambelicopoli stava la batteria Lentulus, rafforzata da un battaglione di corpi pontificii, di un battaglione di svizzeri e dalle compagnie di Mosti di Ferrara e Fusinato di Schio e del Tirolo italiano. Fu un accanito scambiarsi di palle, di granate, di razzi e di fucilate con esito micidialissimo. Alle 2 pomeridiane il Marchese d'Azeglio comandava un attacco alla baionetta contro i nemici occupanti la collina opposta; il combattimento a corpo a corpo fu accanito, micidiale sopratutto per i nostri che avevano di fronte forze quattro volte superiori; vi rimasero feriti lo stesso d'Azeglio e il colonnello Cialdini, e l'esito infelice fu la causa della perdita della nostra posizione al Monte Berico: i nostri costretti a ritirarsi furono inseguiti da cinquemila cacciatori ed Ungheresi senza che la nostra batteria potesse arrestarli con fuoco a mitraglia per non colpire i fratelli inseguiti d'appresso; giunti gli Austriaci a passo di corsa fino ai nostri, come una valanga li rovesciarono giù dal Monte; tentarono ancora i bravi italiani di fare resistenza sul Monte della Madonna e per i portici, ma tutto inutile, che dovettero ripararsi in città.
Perduto il Monte Berico la sorte di Vicenza era decisa, ma è pur vero che la resistenza poteva prolungarsi.
Erano le 8 di sera e ad onta del fulminare delle artiglierie e degli stutzen nessuna delle barricate aveva ceduto, tutte difese fino all'eroismo dal battaglione volontari e dalla legione Romana, dalla legione Romagnola, dal battaglione Anconitano e dalle truppe delle Marche; di questo parere di ulteriore resistenza erano i Vicentini che quando videro sulla torre inalberata la bandiera bianca, la presero a fucilate.
Fu firmata una capitolazione che salvava la città e i cittadini da ogni rappresaglia; ai parlamentari nostri, l'Austriaco disse: «che non si poteva negare una onorifica capitolazione a chi si era difeso tanto eroicamente».
Certo è che le truppe regolari e volontari fecero tutti il loro dovere e si batterono con accanimento e valore, e la stessa capitolazione lo dimostrava perchè le truppe poterono ritirarsi con armi e bagaglio ed onori di guerra, senza alcuna scorta, colla semplice promessa che non avrebbero preso le armi per tre mesi.
Si distinsero il Pasi, il Ceccarini, il Calandrelli, il Casanova, il Marchese Ruspoli, l'Albani, i capitani Ornani, Gigli, Andreucci, ed i tenenti Schellini e Andreani.
Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gentiloni, il colonnello Del Grande, Francesco Maria Canestri; rimasero feriti Massimo d'Azeglio, il Colonnello Enrico Cialdini, il Comandante l'Artiglieria Lentulus, il Maggiore Morelli, il Morigliani, il Minghetti, il Corandeni, capitani, il Beaufort, e il Bandini tenenti.
* * *
Vinti separatamente, le truppe Romane e i volontari, delle Marche, del Ferrarese, delle Romagne e delle Venete provincie e del Friuli, comandate dal Durando, dal Ferrari, dal Zambianchi, dal Mosti, dal Fusinato, il Maresciallo Radetzky era ormai libero di portare tutte le sue forze rafforzate e ringagliardite contro l'esercito Piemontese di cui aveva provato il valore e che solo gli rimaneva di fronte.
Disgraziatamente queste truppe, il cui ammontare non superavano i 60 mila uomini, erano ordinate in una estensione di terreno larghissimo, da occupare una linea di circa cento chilometri attraversati da un fiume--Rivoli, le rive del Mincio da Peschiera a Goito, i pressi di Mantova, Governolo, Villafranca ne erano le estremità, Roverbella il centro.
Il Maresciallo Austriaco volle tentare un colpo decisivo, salvare Peschiera dall'imminente caduta e piombare addosso all'esercito Piemontese sperando di trovarlo debole a motivo della estensione della lunga linea di posizioni che teneva occupate. Formava quindi il piano di forzare la destra del Mincio per Rivalta, le Grazie e Curtatone contando di trovarvi debole resistenza, sorprendere alle spalle le truppe Piemontesi e sospingerle sotto le fortezze del quadrilatero.
Formato questo piano il 27 di maggio usciva da Verona con 30 mila uomini che diresse per Mantova, la notte del 28 si attendò sotto quella fortezza da dove trasse con se altri 15 mila uomini del Nugent; aveva con se 45 mila combattenti con corrispondente artiglieria e li divise in tre corpi di 15 mila ognuno.
Alle 10 del mattino del 29 maggio attaccava contemporaneamente l'ala sinistra dell'esercito Piemontese girandolo per Rivoli, Affi, Lozise ed il Campo Toscano di guardia alla destra; fra Mozzacane e Povegliano eravi un altro corpo di 15 mila uomini minacciante il centro, qualora i Piemontesi avessero incautamente appoggiato a destra e a sinistra per rafforzare i deboli estremi.
L'attacco di Lozise riuscì sfavorevole agli Austriaci; essi furono ricacciati al di là dell'Adige dal generale De Sonnaz e vi lasciarono sul terreno oltre 500 feriti e numerosi prigionieri.
A Curtatone e a Montanara erano 5 mila Toscani con pochi Napolitani a guardia del Mincio comandati dal valentissimo generale Laugier, di questo pugno d'uomini il Maresciallo Austriaco coi suoi 15 mila che loro mandava contro credeva di averne ben presto ragione.
Lanciava quindi contro questa estrema punta un numero di truppe, con ordine di disfarli senz'altro, varcare il Mincio, prendere alle spalle i Piemontesi, sgominarli e fare punta su Peschiera.
Senonchè i Toscani ricevettero il formidabile urto come tanti eroi della vecchia guardia, entusiasmati dall'esempio del loro generale che moltiplicandosi si trovava ove più fiera era la mischia.
Gli artiglieri rispondono coi loro otto cannoni alle furiose scariche nemiche, molti muoiono da eroi sui loro pezzi, ma vengono tosto rimpiazzati da altri animosi, dal molino e dalla casa del Lago, della quale i Toscani avevano fatto una fortezza aprendovi feritoie e fulminavano gli assalitori; il battaglione degli studenti si slancia con impetuosa carica sulla sinistra del nemico, lo rompe e lo mette in fuga.
Il combattimento durò fino alla sera; un pugno d'uomini che il Radetzky credeva di sterminare in brev'ora, seppe con impareggiabile valore tenergli testa sebbene decimato. Alla sera, sfiniti, dovettero ritirarsi su Goito e Castelluccio.
In quel fiero combattimento nel quale i bravi Toscani combatterono contro forze tre volte superiori, maggiormente si distinse l'artiglieria comandata dal bravo tenente Nicolini, che vi rimase ferito; gli artiglieri morirono tutti sui loro pezzi, meno uno l'Elbano Gaspari che, aiutato dal bravo Capitano Camminati riusciva a salvare i pezzi che avevano fatto strage di nemici tutto il giorno; anche il Capitano Malenchini cooperò potentemente colla sua compagnia a trarli in salvo; tutti si comportarono con eroico contegno e sopratutto il battaglione universitario comandato dal valoroso Maggiore Mossotti.
Al combattimento prese parte il Montanelli; questi temendo che il forte numero degli Austriaci potesse avere ragione del piccolo corpo dei Toscani disse al Malenchini, Capitano dei bersaglieri:
--«Moriamo qui tutti piuttosto che arrenderci» mentre così diceva venivano colpiti a morte Pietro Parra e Paolo Crespi; Malenchini si trovava vicino a quest'ultimo, volle soccorrerlo, accorse e lo prese nelle sue braccia «dammi un bacio amico» gli disse il moribondo Crespi «e torna a fare il tuo dovere».
Fra i tanti feriti vi era il Colonnello Campia e il tenente Colonnello dello Stato Maggiore Chigi che dovette soffrire l'amputazione della mano sinistra.
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Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alberto che la Colonna nemica del centro erasi ritirata durante la notte a Mantova, trovò necessario di dare appoggio alla destra del Mincio a garantire le ritirate delle truppe Toscane su Volta, e tener fermo sull'alto Mincio lungo le forti ed elevate posizioni che da Valleggio distendonsi fino a Castiglione; e fu una provvida misura.
Il nemico fatte passare le sue truppe alla destra del Mincio, le distese da Rivalta a Gazzaldo e già si trovava a Goito quando giunsero le truppe Piemontesi.
Ben notevole era la differenza delle due forze; i Piemontesi non superavano i 19 mila uomini e 45 pezzi di artiglieria, l'Austriaco era di 28 mila uomini e 60 cannoni; ma questa sproporzione fu tosto vinta dall'ardimento e sommo valore dei Piemontesi.
In sei ore di eroico combattimento dalle 2 pomeridiane alle 8, l'inimico fu sconfitto; lo sbaragliarono nelle sue colonne, e lo misero in piena fuga, inseguito fin sotto Mantova.
Fu una vittoria veramente gloriosa. Il Re fu sempre esposto in mezzo alle palle, ed ebbe sfiorato un orecchio; il duca di Savoia fu ferito ad una coscia. Il numero dei morti e feriti austriaci fu grande e molti furono i prigionieri; fra questi è morto il principe Bentheim, ed è rimasto prigioniero il generale principe Hohenloche.
I nostri erano comandati dal Re col Duca di Savoia; generale di Divisione era il Bava; le brigate che vi presero parte furono quelle delle Guardie di Aosta, Cuneo, Acqui e Sardegna.
A rendere più memorabile la giornata, Peschiera si era resa alle 2 pomeridiane; e alle 4 il Re lo annunziava all'esercito durante il combattimento.
Per facilitare le comunicazioni con la Carniola e con la Carinzia il Re Carlo Alberto credette utile di conquistare la posizione di Rivoli, punto importantissimo per gli austriaci; ne diede ordine al generale De Sonnaz.
Stava a difesa dell'importante posizione il colonnello Zobel con 4 mila uomini. Il generale De Sonnaz il 9 di giugno si metteva in marcia e l'avanguardia piemontese, formata dal battaglione degli studenti, entrata a Cavaion, che trovò sgombra di nemici, proseguiva fino a Costerman ove pernottava ad un'ora di distanza dagli avamposti.
All'indomani il De Sonnaz divideva il corpo in due colonne; l'una comandata dal Duca di Genova composta dalle due brigate _Piemonte_ e _Pinerolo_, dalle compagnie degli studenti, dei volontari pavesi e piacentini e di due batterie, giunse per Costerman, Boi e Caprino, sopra S. Martino, accennando a circuire la posizione di Rivoli per la sinistra e tagliare la ritirata al nemico, l'altra colonna partita da Pastrengo composta di tutta la Divisione Broglia per la strada del Ronchi ed Affi giunse sopra Rivoli che fu trovato sgombro, perchè il Zobel, quando si accorse che due forti colonne erano in marcia per attaccarlo da due parti, s'era ripiegato su Incanale; giunto a Preabono occupava fortemente la Corona, punto molto importante sul suo destro fianco e le Croare, e mandava sul Trentino alcune compagnie sulla sinistra dell'Adige e quivi sperava di mantenersi. Ma allo spuntare del giorno 11 fatto assalire dal Duca di Genova, dopo qualche resistenza, batteva in ritirata verso Madonna della Neve luogo al di là del confine italiano.
Il 18 luglio le truppe Piemontesi ordinate a serrar più d'appresso Mantova, con brillante attacco ordinato e diretto dal Generale Bava s'impadronivano di Governolo ricacciando nelle paludi gli Austriaci e facendone molti prigionieri.
Il giorno 22 luglio il Maresciallo Radeztky deciso di dare una decisiva battaglia ai Piemontesi usciva di Verona con 45 mila uomini; divideva queste forze in tre corpi l'uno capitanato dal d'Aspre doveva portarsi sulle alture e il borgo di Sona; l'altro comandato da Wratislaw doveva assalire Sommacampagna; il terzo lo teneva sotto mano il Wimpfen per soccorrere al bisogno d'Aspre o Wratislaw.
Le posizioni che stavano per essere investite dal nemico erano difese dal Generale Broglia che con la brigata Savoia, un battaglione del 13º, alcune compagnie di Toscani, di bersaglieri e di volontari, sei squadroni di Cavalleria Novara, una batteria da posizione Piemontese, due pezzi Toscani e quattro pezzi Modenesi e Parmensi, occupava Palazzolo, S. Giustino e mandava avamposti alle Cascine di Colombarone a destra ed a sinistra fra Sondrio e Boscolengo.
Pochi alberi abbattuti e qualche barricata erano tutte le difese dei Piemontesi sulla sinistra.
Non così al centro ove il generale De Sonnaz aveva fatto innalzare un lungo bastionato che legando le colline di Palazzolo con quelle di Sona, chiudeva la gran strada che da Peschiera porta a Verona; quest'opera era difesa dal Duca di Genova e dai Parmensi.
Sulla destra a Sommacampagna eransi pure erette alcune trincee, difese da un battaglione del 13º e dai Toscani con tre cannoni.
Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano in tutti appena ottomila uomini.
In Villafranca stavano gli altri due battaglioni del 13º, un secondo battaglione Toscano e mezza batteria di artiglieria; in tutto duemila cinquecento uomini che non presero parte al combattimento.
L'attacco incominciò a Sona alle 6 del mattino del 23 luglio; i Piemontesi assaliti da tre lati con forze tre volte superiori, respingevano con grandissimo valore i ripetuti attacchi.
E sebbene il Wimpfen vedendo l'ostinata resistenza dei Savoiardi e dei Parmensi avesse mandato in aiuto la riserva, pure poco frutto ne riportava contro il bastione difeso dalla brava artiglieria e dalle valorose truppe di fanteria; nè sarebbero riusciti ad impadronirsene se Sommacampagna avesse potuto resistere. Ma come era possibile resistere mentre tre battaglioni combattevano arditamente per più ore contro tre brigate? E non sarebbero entrati in Sommacampagna neppure; ma gli Austriaci per venirne a capo, collocata una batteria di obici sull'altura del Santuario della Salute, fecero piovere nel paese tale una grandine di proiettili che i Piemontesi dovettero sloggiare e ripiegare assai ordinati sopra San Giorgio in Salice, nel qual luogo erasi già ridotto il generale Broglia ritiratosi egli pure in ordine perfetto portando con se la sua artiglieria; dietro ordine ricevuto dal generale De Sonnaz ricondusse le valorose truppe per Sandrà e Colà sopra Pacengo.
Il maresciallo Radetzky dopo questa battaglia che gli era costata numerose perdite si preparava a valicare il Mincio per impedire a De Sonnaz di ricongiungersi col resto dell'Esercito; intanto Carlo Alberto ordinava i suoi per assalire il nemico e cacciarlo dalle posizioni di Custoza, Sommacampagna e Staffalo, ributtarlo contro il Mincio e togliergli la ritirata su Verona.
Il generale De Sonnaz prima del far del giorno del 24 luglio uscito da Peschiera colle sue genti saputo dell'avvicinarsi degli Austriaci al Mincio, presidiata la terra di Ponti con cinque battaglioni e collocati due cannoni e una compagnia di bersaglieri a Salionze per contrastare al nemico il passaggio del fiume, con la brigata Savoia recavasi a Monzambano; senonchè assalito il presidio di Ponti da forze assai preponderanti, dopo accanita resistenza furono costretti cedere, abbandonando i cannoni per ridursi a Peschiera; anche De Sonnaz vedendo che non avrebbe potuto tenersi a Monzambano con le poche sue forze, cinque volte inferiori a quelle nemiche, dovette abbandonarla per raccogliersi a Volta.
Ma nel frattempo Carlo Alberto trionfava in Val di Staffalo; il re si era mosso da Villafranca alle 2 e mezza pomeridiane colle brigate _Guardie_ _Piemonte_ e _Cuneo_, aveva lasciato la brigata _Aosta_ ad Acqueroli a breve distanza da Villafranca sulla strada verso Valleggio, dando ordine a Sommariva d'invigilarla, a Manno di custodire Villafranca, ad Olivieri di lasciare la brigata Robillant di riserva al Centro e portarsi a perlustrare sulla destra in direzione di Alpo.
Giunta a Pozzomoretto la brigata _Guardie_ veniva salutata dal cannone nemico, ma l'impareggiabile brigata schierava a battaglia i suoi battaglioni, piazzava la sua artiglieria e controbatteva vittoriosamente quella nemica; la brigata Cuneo continuando ad avanzare al centro progrediva sino a Fredda ed all'imboccatura della Valle di Staffalo che separa i Monti Gai e Mondatore dalle colline della Berettara e di Somma.
La brigata Piemonte convergendo fino a destra fiancheggiata dalla cavalleria assaliva la posizione di Berettara.
Gli austriaci avevano collocato due pezzi su quel Monte in un'ottima posizione da dove mitragliava i nostri; il generale Bava faceva prontamente raccogliere in un forte drappello i volteggiatori dei due reggimenti _Piemonte_ e postili sotto gli ordini di due Capitani Marcello del 3º e Chiabrera del 4º ordinava loro di sloggiare il nemico e rivoltosi ad essi diceva:
«Vedono quei due pezzi?--me li facciano tacere».
In breve spazio di tempo--in meno di mezz'ora gli artiglieri che li servivano erano fulminati: l'ufficiale austriaco pensò a tirarsi indietro ma non fu in tempo, i nostri erano sul monte.
Da per tutto si combatteva dai nostri con impareggiabile valore guidati dal Duca di Savoia e dal duca di Genova, a baionetta spianata cacciavano gli Austriaci dalle favorevoli posizioni di Sommacampagna e di Custoza e vi si mantenevano; i morti da parte degli Austriaci furono in numero stragrande circa quattromila. Furono diciotto ufficiali, milleottocento soldati colla loro bandiera quelli che dovettero deporre le armi.
Fu un giorno di gloria! ma era destino fosse foriero di ben dolorose sventure!
Il 25 luglio Carlo Alberto ordinava alle sue truppe d'impadronirsi di Monzambano e di Borghetto alfine di ricongiungersi al De Sonnaz. Usciva col Bava e col Sommariva da Villafranca e presso Valleggio attaccò gli Austriaci. Ma l'astuto Radetzky indovinando la mossa aveva moltiplicato le sue forze traendole tutte con se da Mantova e da Verona, e mentre si combatteva accanitamente nei pressi di Villafranca, il Duca di Savoia e il Duca di Genova venivano furiosamente attaccati a Sommacampagna ed a Custoza. Dopo fierissima lotta, dopo essere stati per bene otto volte respinti da Custoza e da Berettara nei quali combattimenti i principi di casa Savoia dettero prova d'indomito coraggio, finalmente gli austriaci del generale d'Aspre che ritornavano all'attacco con sempre nuovi rinforzi poterono nel cadere del giorno occupare Sommacampagna e stabilirsi nella posizione di Custoza.
Questo risultato ebbe le più fatali conseguenze. Nello scoraggiamento e nel pericolo di quelle ore, fu decisa l'immediata ritirata su Goito.
Per la via di Roverbello marciava in ritirata l'esercito piemontese; chiudeva la marcia il duca di Savoia. Con cozzo furioso l'armata regia la sera del 26 s'avventava all'assalto di Volta, superando sotto il fuoco micidiale nemico l'ertissima altura lottando disperatamente nelle tenebre, replicando l'assalto più e più volte in sette ore di combattimento; ma ogni sforzo fu inutile, il nemico ne faceva un vero macello--e la ritirata si rese imperiosamente necessaria.
A Custoza si era iniziata, a Volta si compiva la catastrofe!
* * *
L'ora del risveglio era suonata, e qual triste risveglio!
L'esercito piemontese dopo tante vittorie in tre giorni di lotta eroica disfatto; le linee del Mincio e dell'Oglio perdute; quella dell'Adda insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzky; Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 25 al 30 luglio giungevano terribilmente gravi nella Capitale Lombarda.
Fin dall'annunzio dei primi disastri un Comitato di difesa erasi costituito, il quale, mentre Re Carlo Alberto andava radunando le membra sparse del suo esercito, assumevasi di porre in istato di difesa la città, procedeva alla fortificazione ed all'asserragliamento delle mura e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldare nuovi volontari, provvedeva ai viveri per l'esercito e per la popolazione, richiamava infine a Milano quanti corpi franchi non erano stati tagliati fuori dall'invasione nemica, fra i quali necessariamente anche Garibaldi.
Se chiedere armi, rizzar barricate, bruciar case, offrire vita e sostanze, gridar «guerra o morte» erano segni della deliberata volontà d'un popolo di seppellirsi sotto le rovine della sua città, Milano li diede tutti!
A Garibaldi l'ordine di recarsi a Milano minacciata dagli eserciti austriaci giunse a Bergamo alla sera del 3 agosto; e poichè egli era già consapevole dello stato delle cose, e che le avanguardie austriache bivaccavano già a Cassano d'Adda, non esitò un momento e mandava ai suoi legionari il seguente ordine del giorno:
Legione italiana!
Legionari! Il cannone tuona--il punto in cui siamo è in pericolo, come in posizione di essere tagliato fuori, e poi il giorno di domani ci promette un campo di battaglia degno di voi.
Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrificio, progrediamo la marcia.
Viva l'indipendenza italiana.
Merate, 4 agosto 1848.
_G. Garibaldi_
Fatti quindi nella notte stessa gli apparecchi della partenza per la via più corta e sicura di Pontida--Brivio--Merate, dopo trent'ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza.
Conduceva con sè cinquemila uomini circa, e fra essi, confuso co' gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema angoscia della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini armato di carabina inglese, pronto a dare come semplice legionario italiano la vita per la patria.
Monza, finchè Milano resisteva era una buona posizione di fianco sulla destra dell'esercito austriaco, e quand'anche fosse stato impedito di penetrare nell'assediata città, l'audace condottiero avrebbe potuto molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso, ma troppo tardi! Sfasciato l'esercito; discordi i generali; riescite sfortunate le prime fazioni sotto le mura; smarrita ogni speranza, disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso il popolo; impossibile persino l'eroismo della disperazione, certo l'eccidio della città e con esso inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà; in tale frangente Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di fare col proprio sacrificio sua l'onta amara di una resa, che la giustizia della storia attribuisce a molti altri più che a lui, e la sera del 4 agosto mandò una proposta di armistizio al nemico, che la accettò.
L'annunzio dell'armistizio Salasco colpì tutta la Lombardia, e fu inteso con un sentimento d'incredulità, e Garibaldi, anzichè pensare alla ritirata, deliberò di marciare prontamente in soccorso di Milano.
Invano! tutto era finito! L'esercito piemontese in ritirata verso il Ticino, l'esodo dei patriotti e dei proscritti era già incominciato; Radetzky superbo come un conquistatore, passeggiava per le vie di Milano.
* * *
Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricordato era avvenuto in Bologna.
=CAPITOLO VIII.=
=Sollevazione di Bologna.=
Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v'erano state provocazioni fra le truppe austriache ed i cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il generale Velden, era stato convenuto che le truppe austriache non sarebbero stanziate colle armi in città, riservandosi la sola guardia delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore.
Alla Guardia Civica era affidato il servizio della città, e l'onorevole posto della Gran Guardia al Pubblico Palazzo.