Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I
Part 10
Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi nell'animo degli accorsi al suo invito, ma a pochi bastò il cuore e la forza di ascoltare il suo appello. Non furono più di duecento quelli disposti a seguirlo. Allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane, per un unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; guizzando tra le scolte nemiche, traversava la Marecchia, passava Montebello; e camminando tutta la giornata verso le 10 di sera del 1º agosto penetrava in Cesenatico. Non perdette tempo; fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati austriaci colà sorpresi, s'impadronì di tredici «bragozzi» Chiozzetti, v'imbarcò tutta la gente, uscì dal porto e veleggiò per Venezia.
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In sulle prime al fuggitivo arrise la fortuna; ma verso sera apparì all'orizzonte la flottiglia Austriaca che s'avanzava a tutto vapore.
Ritornato ardito uomo di mare, concepì con rapidità fulminea il suo piano; comandò ai bragozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso punta della Maestra, dove le acque basse li avrebbe protetti dall'inseguimento. Ma egli comandava a timidi pescatori; questi alle prima minaccie delle scialuppe nemiche che venivano loro incontro, si scompigliarono senza saper più manovrare: sicchè otto bragozzi caddero prigionieri degli austriaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla costa di Magnavacca, che per miracolo potè afferrare.
Ma la terra non era più sicura del mare; squadre di gendarmi lo cercavano per ogni verso.
Prima necessità fu quella di separarsi per potersi meglio nascondere ai nemici. Ugo Bassi e il Capitano Livraghi presero per una via, Ciceruacchio e i suoi figli per un'altra; e Garibaldi restò solo con Anita e il Capitano Leggiero. Ma la povera Anita era in fin di vita, di lei non viveva più lo che lo spirito, il corpo era consunto dagli stenti sofferti. Unico mezzo di salute era quello di lasciare all'istante quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad altro, prese sulle braccia la sua Anita e scortato da Leggiero, e guidato da un contadino che la fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso traversò la macchia e arrivò ad una deserta capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per Anita un po' di riposo un giaciglio di frasche.
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Era là da qualche tempo quando Garibaldi si vide davanti all'uscio della capanna un giovanotto in veste signorili che lo salutava rispettosamente. Era Gioacchino Bonnet di Comacchio, di famiglia di patrioti il cui nome va ricordato dagli Italiani. Fu lui che salvò Garibaldi, facendogli traversare le valli di Comacchio, travestito de' suoi abiti, in una sua barca, nella quale aveva preparato anche un giaciglio per l'Anita; fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardiani, che potè arrivare nella fattoria Guiccioli presso Sant'Alberto. Colà appena adagiata sul letto, l'eroica Anita esalava l'ultimo suo respiro nelle braccia del marito.
Così il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava l'anima forte di Anita Ribeira Garibaldi; essa fu martire dell'amore, sublime, intrepida donna degna compagna dell'Eroe che tanto la pianse. Le sue ossa furono coperte, da poca sabbia, in vicinanza della fattoria Guiccioli alla Mandriola, a circa undici miglia da Comacchio!
Povera martire!!!
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Lasciato per necessità il triste luogo Garibaldi, con l'aiuto di patriotti montanari, potè raggiungere la pinetta di Ravenna e di là subito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto Manubria. Colà venne a prenderlo in consegna il bravo popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un casolare delle Paludi di Ravenna della Valle di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, Ravennate esso pure, che a sua volta lo affidò a Don Giovanni Verità onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, attraversato il Passo della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora passando sempre da mano amica a mano amica, sgusciando in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due versanti dell'appennino. Il 26 agosto fu a Poggibonsi, di là a Pomarance dove fu ospite di Antonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò al Guelfi che a sua volta, condottolo prima a Massa Marittima poi a Follonica, lo consegnò finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, che si offrì di portare Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute.
Colà sbarcato assieme all'amico Leggiero rilasciò all'Azzarini un prezioso documento così concepito:
«Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse».
_G. Garibaldi._
In questo frattempo un forte corpo di armata austriaco invadeva gli Stati di Romagna; occupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato su Bologna. Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e quando gli austriaci investirono la porta di Galliera buon numero di popolani spalleggiati da uno squadrone di carabinieri comandati dal Colonnello Boldrini con una carica arditissima ed a colpi di baionetta mettono in fuga il nemico; ma i bravi bolognesi sono ad un tratto arrestati dalle scariche di mitraglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci avevano piazzati in buona posizione e fulminati dalle Carabine dei Tirolesi che seminavano morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo avere veduto cadere ferito a morte il colonnello Boldrini, l'aiutante Marziani, il maresciallo Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna gli austriaci proseguirono per restaurare il governo papale nelle Marche.
=CAPITOLO XVI.=
=Assedio di Ancona e sua eroica difesa.=
Ancona era investita dagli austriaci, il 24 maggio, bloccata e chiusa per terra e per mare.
Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi potenti.
Il generale Wimpfen aveva mandato agli anconitani l'intimazione di arrendersi, e di assoggettarsi al Sovrano Pontefice; il Preside Mattioli rispose con fiere parole; Livio Zamboccari, comandante delle milizie a difesa, ricordava: «gloria a piccolo Stato il vincere; gloria per la santità del diritto soccombere».
I difensori erano 4850 compresovi i fratelli accorsi da Iesi, da Loreto, da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lombardia ed anche dal Piemonte, nell'insieme, i più maldestri alle armi, vissuti fino allora nelle industrie e nei commerci; ma tutti animati di amor patrio, e dal proposito di fare il proprio dovere.
Elia e suo padre erano giunti pochi giorni prima del blocco in Ancona e furono destinati sul vapore da guerra «Roma» sotto gli ordini del tenente di vascello Castagnoli e poscia comandati ai forti in difesa della città.
Il 25 maggio avvenne il primo scambio di fucilate fra le Torrette e Montagnolo, e il primo cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e il piroscafo austriaco «il Vulcano».
Il 27 «la Bellona» la più potente nave armata della squadra nemica, attacca il forte della Lanterna con le sue bordate e nonostante fiera difesa, smontati alcuni pezzi, il forte fu costretto al silenzio: diresse allora la nave le sue bordate alla Darsena, ma i cannonieri del forte Marano risposero con spessi colpi e con tiri così bene aggiustati da aprire numerose falle nei fianchi della «Bellona» che fu salvata dal «Vulcano» accorso in aiuto per trarre la Nave Ammiraglia a rimorchio fuori del tiro del forte; essa ebbe il comandante mortalmente ferito, due morti e quaranta messi fuori di combattimento.
Così con ugual valore, con indomita fierezza, nessuno mancò al dovere suo nei memorabili venticinque giorni d'assedio.
Tutti i giorni un combattimento; sui forti, sui baluardi, sulle baricate, all'aperto. Agli austriaci occupanti le alture; alla squadra che batteva il forte cannoneggiando con potenti artiglierie, rispondevano con efficacia i nostri bravi dal Cardetto, dalla Cittadella, dai Cappuccini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo fortificato; i marinai e popolani senza conoscere la balistica eransi tramutati in un lampo puntatori meravigliosi.
Nel profondo della notte dal 29 al 30 maggio gli austriaci lanciarono in città una spaventosa grandinata di bombe.
Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita; tre volte attaccarono nelle sue posizioni avanzate il nemico alla baionetta; i giovani parevano veterani, i veterani erano tramutati in eroi! sembrava ricostituita la compagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero comune, intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri temerari, nello sprezzo della morte; i vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano le munizioni; i capitani di mare in corse pericolose rompevano il blocco, rifornivano i viveri.
L'8 di giugno Wimpfen, mandava un messaggio al comune, che è documento del valore Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal nemico stesso. «Le truppe imperiali, esso dice, passarono per le romagne, per le marche senza incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti Ancona; si arrenda la città se non vuol essere distrutta».
Ancona non si arrese; ma continuò la difesa colla forza rinnovata dalla disperazione.
Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai capitani, Gervasoni, Gigli ed Ornani, cuori ardimentosi, assaltarono Monte Marino alla baionetta; i nemici furono messi in rotta e l'altura rapidamente occupata. Ma le forze nemiche ritornarono soverchianti di numero all'assalto; la lotta durò accanita i nostri piuttosto che cedere morivano nel santo nome della patria, finchè più che decimati furono obbligati alla ritirata. Gervasoni fu colpito a morte, e Francesco Gigli sopraffatto da' nemici sarebbe rimasto sul terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino non fosse accorso in suo aiuto.
La minaccia di Wimpfen aveva infiammati gli animi alla lotta suprema.
Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scoppiavano per le vie, nelle case, sugli ospedali, rombavano di notte e di giorno con orrendo fracasso; pareva d'essere circondati da una catena di vulcani che eruttassero fiamme, fuoco e ferro sulla patriottica città.
I pompieri, onorato corpo che vanta nobilissime tradizioni, senza badare a fatiche e pericoli, si moltiplicarono, spengevano incendi, sgombravano via le macerie, demolivano muri, salvavano quanti più potevano dalle case incendiate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, ogni ora con la furia degli incendi, guidati dal sentimento del dovere e da profonda pietà umana.
Tanto sacrificio, tanta nobiltà d'animo, tanti eroismi non bastarono a salvare la città degli oppressori.
I viveri erano esauriti e il blocco sempre più stretto come in cerchio di ferro non permetteva d'introdurne in città; ottanta incendi divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti che non si aveva mezzo di alimentare; oltre trecento morti affermarono col sangue l'affetto alla patria.
Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 35 giorni di resistenza veniva forzata alla resa.
La marina mercantile Anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere.
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Era necessario pensare alla salvezza dei compromessi politici affinchè non cadessero nelle mani dei sbirri papalini e dei Croati.
Un bastimento anconitano, di cui era proprietario e comandante Mariano Scoponi, ottenne per solerte intromissione del patriotta Nicola Novelli, di poter inalberare bandiera inglese e su di esso dovevano prendere imbarco per essere trasportati a Corfù, quanti credevano di non essere sicuri in patria.
E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che si trovavano compromessi e che avevano a temere la vendetta del governo ristaurato e dello straniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio col priore del convento di S. Francesco di Paola.
Temendo la vendetta del prete che mai perdona, il figlio e gli amici lo pregarono caldamente, di prendere esso pure imbarco per l'estero. Ma egli rispondeva di avere la coscienza tranquilla, di nulla avere a temere, non volere quindi volontariamente abbandonare la patria e la famiglia, e restò.
La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata dall'Elia, appartenente ai frati di S. Francesco di Paola ed attigua al loro convento, fu circondata da gendarmi papali, da soldati austriaci e da poliziotti. Si picchiò all'uscio di casa ed alla intimazione della forza fu aperto; venne eseguita una minuziosa perquisizione e nulla si rinvenne. Non era questo che volevasi dal barbaro austriaco e dai preti; era necessario dare un terribile esempio alla popolazione, applicando la legge stataria su uno dei capi del popolo. Non essendosi rinvenuto nulla in casa, gli assetati di sangue del patriota, requisiti alcuni muratori, si diedero a rompere un condotto di scolo avente comunicazione con tutti i cinque piani superiori, abitati da numerosi inquilini.
In fondo al condotto disfatto, fu trovata un'arma che aveva appartenuto chi sa a chi, o che poteva anche essere stata appositamente gettata da coloro, che avevano premeditato il delitto. Antonio Elia venne legato sotto gli occhi della moglie incinta, in mezzo al pianto di quattro creature, e condotto alle Carceri di S. Palazia. Appena giorno la povera moglie con le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi alle ginocchia del generale austriaco Faltzenter domandando grazia per l'innocente, ed il permesso di poterlo visitare nelle carceri. Le fu accordato il permesso di visitare il marito, ma quando la santa donna si presentava alle carceri una detonazione le gelava il sangue e le faceva istintivamente comprendere, che la vita di Antonio Elia veniva barbaramente ed ingiustamente troncata. Alla domanda di vedere il marito, come ne aveva il permesso, le fu risposto che era troppo tardi. Sarà stata una raffinatezza di barbarie del generale quella di far trovare presente alla esecuzione la moglie del martire? Il sospetto almeno è ammissibile.
Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al figlio del martire Anconitano:
Caprera, 22 dicembre 1868.
Mio caro Elia,
«Figlio del popolo, il padre vostro merita di essere annoverato tra i grandi Italiani.
«Oggi, che si avvicina la caduta della tirannide papale noi dobbiamo ricordare agli italiani le vittime della sua ferocia e fra quelle una delle più illustri, certamente, Antonio Elia.
«Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che tanto l'onora».
Vostro _G. Garibaldi_
Per la morte del padre, Augusto Elia all'età di venti anni rimaneva unico sostegno della povera madre e delle quattro sorelle, tutte di tenera età.
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Un fatto avvenuto in Ancona nell'inverno del 1849 lo obbligò di lasciare la patria e la famiglia e di darsi a volontario esilio.
In tarda ora di una notte oscura e piovosa una povera donna scendeva la via del porto con un orcio pieno d'acqua attinta alla pubblica fonte di piazza grande. Quando fu in vicinanza del vicolo della Cisterna, la poveretta veniva brutalmente assalita da quattro croati, i quali, toltole l'orcio, volevano trascinarla nel vicolo oscuro per violentarla. Mentre la povera donna resisteva e gridava sopraggiunse un giovane, il quale, sguainata in men che si dica dal fodero di uno dei croati la sciabola-baionetta, assalì i quattro intenti a dare prova di loro prodezza su di una povera donna; i quattro furono assai malconci e posti fuori combattimento dal giovinotto e la donna liberata.
Alla mattina l'Elia se ne stava in casa sua in prossimità del luogo ove avvenne il fatto, quando gli si fa annunziare l'amico del padre e suo, Agostino Scipioni, il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare, che una donna, la signora Piermattei, gli aveva confidato di averlo riconosciuto quale assalitore dei quattro croati; gli disse di aver supplicata la signora Piermattei di non ripetere parola se non voleva farlo fucilare; la signora promise di non parlare, ma l'amico Scipioni pensava, che non vi era da fidarsene e volle che l'Elia lasciasse subito Ancona. Così fece, prese subito imbarco e si recò a Malta: l'opportuna fuga salvò la vita, ma all'Elia figlio, apriva la via dolorosa dello esilio.
Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della patria venivano maturandosi e l'ora della resurrezione stava per suonare.
=CAPITOLO XVII.=
=Dal 24 marzo 1849 al 1859--Il Piemonte.=
Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il nuovo Re, uscente dalla tenda di Radetzky a cui aveva detto «I Savoia sanno la via dell'esilio non quella del disonore»!--galoppava tra i campi seminati dai caduti per la libertà della patria, seguito da piccolo drappello de' suoi. A qual destino andava incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo regno saturo già d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo agitava? Certo il suo cuore era angosciato dai ricordi del breve idillio del «48» e della dolorosa epopea del «49»; ma la grand'anima sua si sollevava al pensiero che il nome d'Italia era stato per la prima volta il grido del popolo combattente, e sentiva già che le speranze della patria erano in lui riposte. E stretto al cuore il patto della libertà, e il simbolo della redenzione, proseguiva incontro al suo destino verso il suo vecchio e fido Piemonte, deciso entro di sè di volere raggiungere la santa meta--l'unità della patria!
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Garibaldi dopo il «49» si era recato a New-York con la speranza di trovare imbarco come comandante od anche come secondo di nave mercantile; dopo lunga aspettativa una Società Italo-Americana gli diede il comando di un bastimento col quale doveva battere gli scali dell'America Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva il comando del «Commonwealth»--un tre alberi destinato ai carichi di carbone dall'Inghilterra per l'Italia; arrivato a Genova, lasciava il comando e si recava a Nizza per portare un saluto almeno, sulla tomba della sua santa madre e per restare qualche tempo presso i suoi figli, Menotti, Teresita e Ricciotti.
Vi rimase immolestato l'anno 1854: quindi con altro piccolo bastimento detto «L'Esploratore» si mise a fare la navigazione del piccolo cabotaggio.
In uno di questi viaggi, colto da grosso fortunale nelle bocche di Bonifacio dovette cercare rifugio nel porto della Maddalena, e dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta gli balenò l'idea di comprare una parte dell'Isola di Caprera.
Aveva riscossi alcuni residui dei suoi stipendi di Montevideo; nei suoi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche cosa; dall'eredità del fratello Felice aveva raccolto una sommetta; onde gli parve venuto il momento d'impiegare i suoi modesti capitali e decise di comprare dal Demanio Sardo i lotti dell'Isola che erano vendibili e di fissarvi la sua dimora.
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Lungo, lento, doloroso decennio quello dal «49 al 59!» Ma pur meraviglioso di contrasti e di conciliazioni; di forze latenti che si preparavano; di aperte riscosse che si tentavano; di passioni ardenti che spingevano a sagrifizi; di martiri che inaffiarono di sangue l'Idea:
Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Garibaldi, Pallavicini ed altri grandi patriotti non dimenticavano che l'Italia viveva in catene, e si preparavano.
L'Austria, accampava in Italia con diritto di feudo su Modena, Parma e Toscana; con eserciti dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle Romagne, nelle Marche; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e bastone.
Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l'Austria forte e l'Idea Italiana.
Luminoso e generoso si diffondeva il pensiero dell'agitatore genovese nella Giovine Italia che aveva per bandiera il tricolore; per programma l'indipendenza ed unità di Nazione, forma di governo repubblicano; che predicava guerra di popolo, s'insinuava nelle congiure, scoppiava in parziali insurrezioni, provocava vendicatori del nuovo sangue versato, cementava l'idea santa del martirio.
Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva fra gli ergastoli ed ai patiboli; i tentativi infelici di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane; il moto di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che dava, sugli spalti di Belfiore, alle forche, ed al carcere duro tanto fiore di nobili vite, dimostravano che il pensiero mazziniano, grande perchè manteneva vivo il fuoco patrio, era impotente nell'azione.
Chi avrebbe potuto armare l'idea? Il Piemonte e la Casa Sabauda! Quel principato italiano doveva trasformarsi in principato Nazionale; la monarchia dovea farsi rivoluzionaria; i repubblicani unitari dovean persuadersi che la monarchia di Savoia aveva fede, forza e valore; e la monarchia si pose allo esperimento dei fatti. Pallavicini e Manin si fecero apostoli dell'unione della democrazia col Piemonte.
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Cavour--vigile e possente intelletto--uomo di Stato degno del Re Vittorio Emanuele--concepisce la felice idea di mandare nelle terre d'Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra i soldati d'Inghilterra e di Francia, i nostri bravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la virtù degli animi e la potenza delle armi italiane.
Al Congresso di Parigi si fa eco dei dolori, delle miserie, delle speranze d'Italia--e l'Italia sente nel Piemonte se stessa--intuisce in Vittorio Emanuele il suo Re prode generoso e fedele.
Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza con la Francia, e l'_ultimatum_ lanciato dall'Austria, tanto desiderato, dà la spinta al compimento dei destini della patria.
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Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a Genova veniva ogni giorno, ogni minuto sollecitato, e messo alle strette da numerosi patrioti, i quali chiedevano che si mettesse alla loro testa per iniziare un ardito movimento Nazionale.
Da tempo erano sorti due partiti in Italia: unica però la meta--la cacciata dello straniero: i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano assolutamente diversi. Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al principio repubblicano volevano arrivarci colla rivoluzione. Gli altri, senza alcuna abiura ai principii, aderivano al patto con la Casa di Savoia che s'impegnava di mettersi alla testa del movimento Nazionale e di combattere per l'unità ed indipendenza d'Italia. Garibaldi sentiva che per raggiungere questo fine patriottico era necessario di far tesoro delle forze piemontesi e che la spinta, magari indiretta, doveva venire da quel principe leale e da quel governo. Egli quindi abbracciò questo secondo partito; per lui si doveva compiere l'unità italiana; ed è dovere riconoscere che la Casa Savoia era chiamata per virtù propria, per valore e per tradizione storica, a compiere i destini della patria.
L'impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari; la sfacciata complicità degli altri principati italiani collo straniero; la politica schiettamente nazionale del Piemonte e del suo Parlamento; il sangue già versato sui piani Lombardi; l'esilio del suo Re; la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; furono queste le vere ragioni che chiamarono provvidenzialmente la monarchia piemontese a capo della lotta nazionale.
=CAPITOLO XVIII.=
=1859--La guerra d'indipendenza.=
Il 1º dell'anno 1859 l'Europa veniva risvegliata dall'eco rumorosa dei pochi detti, pronunziati dall'Imperatore Napoleone III al conte Hübuer ambasciatore d'Austria:
«Mi duole che le relazioni col vostro governo non sieno così amichevoli come per lo passato; dite però all'Imperatore che i miei sentimenti personali verso di lui non sono punto cambiati».
Era il preavviso della dichiarazione di guerra, e furono pochi quelli che non lo capirono. In Italia sopra tutto queste parole risvegliarono tutte le speranze alle forze sopite dal 49 in poi. I frutti delle alleanze di Crimea venivano a maturanza.
Si attendeva con ansia febbrile l'apertura della Camera Sarda per trovare nella parola del Re Sabaudo un detto che confermasse le concepite speranze, e la parola si fece sentire così:
Signori Senatori, signori Deputati,