Ricordi di gioventù

Part 38

Chapter 383,667 wordsPublic domain

In quelle prime elezioni due collegi proclamarono a Milano la candidatura di Cavour e di Farini, due nomi superiori ad ogni discussione, che furono acclamati e eletti da tutti. Le _Galline_ accettarono, per quella prima volta, Carlo Tenca, cavouriano; vollero l’avvocato Antonio Mosca, nuovo nella politica e indipendente; e fecero votare pel dottor Agostino Bertani mazziniano, e per Carlo Cattaneo repubblicano, federalista, e anche astensionista. Che pasticcio!

Queste prime elezioni sorpresero Cavour, il quale avrebbe voluto avere dalle principali città una dimostrazione che in faccia all’Europa lo appoggiasse nella sua politica delle annessioni dirette alla formazione del Regno d’Italia. «Non so con quale criterio» esclamò «a Milano mi abbiano messo insieme con un mazziniano e con un federalista!» Cavour in quelle elezioni era stato eletto nel Regno in otto collegi.

In quei giorni il Farini aveva mandato mio fratello Emilio a Parigi con una missione che riguardava la questione delle annessioni, e fu questa la sua prima missione diplomatica. A Parigi ricevette la notizia della sua nomina a deputato di Tirano: aveva appena qualche mese prima compiuto i trent’anni. Una seconda missione l’ebbe l’anno dopo da Cavour, che lo mandò a Londra per dare ai ministri inglesi quelle informazioni, sui plebisciti e sugli affari di Napoli, che meglio potevano giovare per mantenerli in disposizioni favorevoli, e porli in grado di difendere la nostra causa contro le accuse che, nel Parlamento, ci erano mosse dagli irlandesi e dai conservatori clericali.

Nell’aprile di quell’anno vidi per la prima volta e conobbi il Crispi. Lo conobbi negli uffici della _Perseveranza_, ov’egli andava a scrivere delle corrispondenze e dei telegrammi, che venivano dalla Sicilia e nei quali erano amplificati fatti e notizie sui successi e sull’estendersi di alcuni moti rivoluzionari dell’isola. Egli faceva capo alla _Perseveranza_, appunto perchè le sue notizie fossero meglio credute, e anche perchè vi erano premurosamente accolte. Quei moti, in realtà, languivano, e si temeva che i borbonici in breve disperdessero gli ultimi insorti. Ma il Crispi, che meditava la spedizione di Sicilia, e voleva indurre i suoi amici a parteciparvi, e prima di tutti Garibaldi, era intento a convincere che la rivoluzione siciliana trionfava, e che s’aspettavano solo soccorsi e volontari.

Sulla fine dell’aprile, Crispi ci confidò che ogni esitazione era vinta in tutti, e che si organizzava rapidamente una spedizione capitanata da Garibaldi. Il Sirtori, che fino allora s’era tenuto in riserbo, decise di unirsi alla spedizione. Giuseppe Finzi, che raccoglieva il milione di fucili, fu chiamato a Torino da Cavour.

In quei giorni il mio amico Costantino Garavaglia, allora banchiere, noto pei suoi sentimenti patriottici, mi confidò d’aver avuta una sera la domanda urgente d’una somma dal Governatore Massimo d’Azeglio, di circa trecento mila lire in cambiali, che sarebbero state pagate presso il gabinetto di Cavour, e che d’intesa con Azeglio lì per lì aveva consegnate al capitano garibaldino F. Chiassi[39].

Evidentemente quella somma, richiesta in quel giorno e in quell’ora, doveva servire, come pensammo dopo, alla spedizione di Garibaldi; come la chiamata del Finzi a Torino si connetteva all’affare del _Piemonte_ e del _Lombardo_, i due vapori della spedizione dei Mille. Tutte cose che forse si sapranno esattamente un giorno.

Si pensi con quale entusiasmo, e con quale ansietà, ogni patriotta seguisse col pensiero e col cuore la meravigliosa spedizione, che pure in quel tempo di avvenimenti straordinari superò quanto di più fantastico si potesse mai immaginare.

NOTE.

[38] Primo atto del Beretta, quale sindaco, fu di scegliere la Giunta circondandosi di amici coi quali era maggiormente in comunione di opinioni e di intenti. La simpatia che lo circondava gli rese facile l’avere il consenso di tutti quelli a cui s’era rivolto, e il Consiglio pressochè unanime elesse ad assessori l’arch. Brocca, l’ing. Alessandro Cagnoni, Carlo Cagnola, Giuseppe Finzi, Tullo Massarani, Marzorati, Giuseppe Robecchi, Luigi Sala, Lodovico Trotti, Francesco Vitali, Giovanni Visconti-Venosta. A riempire poi qualche vuoto furono poco dopo nominati Carlo Tenca, Paolo Belgiojoso e il dottor Giuseppe Terzaghi.

Furono membri della prima Commissione degli studi, eletta nel 1860, Cesare Correnti, i prof. Luigi Rossari e Giovanni Cantoni, gli assessori conte Paolo Belgiojoso e Giovanni Visconti-Venosta, con Carlo Tenca relatore. Paolo Belgiojoso fu poi per parecchi anni sopraintendente scolastico.

[39] «_Carissimo amico_,

«Rispondo con piacere alla tua domanda.

«Un sabato sera, recandomi come di consueto al Club dell’Unione verso la mezzanotte, vi trovai un biglietto del marchese Massimo d’Azeglio, che mi invitava a recarmi da lui per un affare urgentissimo.

«Vi corro immediatamente e, tosto introdotto, d’Azeglio mi viene incontro sorridente e mi dice: Mi occorrono per domattina 250 o 300 mila lire e le voglio in oro tanti pezzi da 20 franchi. «Risposi che li avrebbe avuti alla prima ora di lunedì, ma che in domenica, colle banche chiuse, mi era impossibile procurarmi in oro la somma che mi chiedeva.

«Egli allora si avvicinò ad altra persona seduta in fondo alla sala, e che nella semioscurità non avevo ancora avvertita, e, scambiate con essa alcune parole, tornò da me e mi disse:

«— Mantenetemi il segreto — ma sappiate che è il Conte di Cavour che mi ordina di consegnare domattina al capitano Chiassi la somma indicata. Tutto quello che posso concedervi, per lasciarvi un’ora di più, è di mandare il Chiassi medesimo al vostro studio a prendere la somma.

«Capii facilmente che si trattava di cosa grave e risposi senz’altro che avrei atteso alle ore 11 il capitano.

«L’Azeglio prendendomi sotto braccio mi accompagnò fino all’anticamera, raccomandandomi ancora il più assoluto segreto.

«Confesso che non ero tranquillo, temevo di non potermi procurare una somma relativamente forte in oro, in un giorno festivo ed in poche ore, tanto più che non potendo dare spiegazioni di tanta urgenza, non potevo rivolgermi che a quei pochi amici che supponeva non me ne avrebbero domandate.

«Il banchiere Carlo Brot ed i fratelli Ronchetti mi diedero tutto l’oro che avevano in cassa (circa 7000 marenghi), altri di cui non ricordo il nome altrettanto; e un 2000 circa avevo nella cassa della mia Ditta: alle ore 10 tutta la somma era pronta.

«Alle ore undici il Chiassi, che conoscevo, coll’aiuto del facchino Scotti portò i sacchetti nella vettura e se ne andò. Mi domandò prima se occorreva rilasciare ricevuta, dissi di no, e mi accorsi, mentre mi stringeva fortemente la mano, che era molto commosso.

«Il giorno dopo d’Azeglio mi mandò in rimborso tante sue accettazioni di L. 50.000 cadauna pagabili presso il gabinetto del ministro Cavour.

«Due o tre giorni dopo si seppe della partenza di Garibaldi da Quarto. Mi parve di capire.

«Ti stringo cordialmente la mano

«Tuo aff.mo _Costantino Garavaglia_.

«Sig. Comm. _Giovanni Visconti-Venosta_».

CAPITOLO XXXVI.

1860.

II.

_Sommario:_ Forestieri a Milano. — Faccio la conoscenza di Alessandro Manzoni. — La sua famiglia e i frequentatori soliti della sua conversazione serale. — Le sue abitudini, i suoi discorsi. — L’abate Ceroli e il prof. Luigi Rossari. — Don Pedro imperatore del Brasile. — Omaggi pubblici a Manzoni.

Dopo la spedizione dei _mille_, ci fu, com’è noto, quel succedersi d’avvenimenti nelle provincie meridionali, dai quali uscì l’unità d’Italia. Alle generazioni future la storia parlerà di quei fatti memorabili, snebbiando leggende già formate, e coi documenti ne darà una visione più completa di quella che ne ebbero gli stessi contemporanei.

I prodigiosi avvenimenti che succedevano in Italia, vi facevano accorrere in quei giorni uomini politici e giornalisti d’ogni paese, che venivano a vedervi lo spettacolo d’una nazione che risorge. Parecchi ammiravano, molti rimanevano scettici, e alcuni parevano quasi seccati di ritrovare dei vivi, dove erano abituati a passeggiare tra le ruine e tra i sepolcri.

Di questi forestieri ne incontravo sovente in casa della principessa Belgiojoso, dove però non era ben accolto chi ne’ suoi discorsi metteva innanzi de’ dubbi sul trionfo finale della nostra causa, o moveva critiche agli atti o agli uomini nostri. Nella principessa sopravviveva intero l’antico entusiasmo patriottico; ed ora che le antiche aspirazioni stavano per diventare realtà, essa si ribellava contro chi non festeggiasse il loro trionfo. Ammirava i nostri migliori uomini politici, e soprattutto Cavour; era intollerante d’ogni critica, che riteneva in quei momenti dannosa, e non permetteva a nessuno di turbarle il suo ottimismo.

Ottimista anch’io, e di più senza i disinganni dell’età matura, s’andava molto d’accordo nei nostri discorsi; sicchè in pochissimo tempo fui tra quelli con cui la principessa amava discorrere di politica, e che accoglieva nel modo più cortese e cordiale.

Quando riceveva, nel suo salotto le portavano un _narghilé_, e fumava non so che cosa, che non era tabacco. Si metteva di solito a un tavolino, e ricamava facendo conversazione. Qualche volta scriveva tenendo una cartella sulle ginocchia; scriveva, in mezzo alle chiacchiere e alle discussioni, opuscoli od articoli per giornali e riviste, specialmente per la _Revue des deux mondes_; il più delle volte scriveva in francese, dicendo che le riusciva più facile.

Quand’era ammalata raramente si metteva a letto, ma si adagiava vestita, e tra scialli, su una gran poltrona, curandosi talora da sè, poichè aveva il ticchio della medicina; il suo medico, però da molti anni, era il dottor Maspero, il traduttore dell’_Odissea_.

Pochi giorni prima che morisse, la vidi ancora adagiata nella poltrona. Ero andato una mattina a domandare le sue notizie, ed essa, sentendo che mi trovavo nel salotto, volle vedermi: mi fece cenno d’accostarmi, e di volermi parlare; poi con un filo di voce mi chiese se quella mattina ci fossero dei dispacci su non so quale questione politica importante. La politica e la patria la interessarono fin nelle ultime ore della vita. Morì pochi giorni dopo, ossia il 5 luglio del 1875.

Gli ultimi suoi amici videro con malinconia e con dolore scomparire questa donna, che col carattere e coll’ingegno aveva illustrato il patriottismo italiano, e coi larghi mezzi lo aveva promosso e sorretto nelle circostanze più difficili.

Nel 1860 feci un’altra preziosa conoscenza, la più preziosa di tutte: la contessa Maffei mi condusse da Alessandro Manzoni.

Il Manzoni riceveva la sera pochi amici, ma presto m’invitò ad essere tra questi. Di giorno stava in uno studio a terreno, che metteva sul giardinetto della sua casa; la sera riceveva nel salotto al primo piano, seduto a un tavolino nell’estate, e presso il caminetto nell’inverno, attizzando colle molle il foco continuamente, mentre ascoltava o discorreva. Gli amici, e il maggiore de’ suoi figli, Pietro, facevano circolo intorno a lui, mentre la nuora e le nipoti leggiucchiavano o lavoravano d’ago o di ricamo, sedute a una tavola ch’era nel mezzo del salotto. Le nipoti erano tre belle signorine, di cui la maggiore, Vittoria, sposò il senatore Pietro Brambilla, e la secondogenita, Giulia, diventò moglie del generale Costantini: la terza si chiamava Sandra. Gli amici che Manzoni a quel tempo vedeva più di frequente erano l’abate Natale Ceròli, il professore Luigi Rossari, il bibliotecario di Brera Rossi, il marchese Lorenzo Litta Modignani, Giulio Carcano, il senatore Piola, il professor Giovanni Rizzi, il professor Fabris; G. B. Giorgini suo genero e Ruggero Bonghi, quand’erano a Milano; il figliastro conte Stefano Stampa, e pochissimi altri. Di giorno riceveva nello studio, cercando di limitare il numero delle visite, talora persino con dei sotterfugi, schivo qual’era degli omaggi, e delle conoscenze superficiali. Manzoni passeggiava ogni giorno per un paio d’ore, e non poteva andar solo, a cagione d’una malattia nervosa che soffriva da moltissimi anni, e che, se non era accompagnato, gli dava la sensazione che gli mancasse il terreno sotto i piedi, o che gli cadessero addosso le case; sensazione che non si verificava se gli era accanto qualcuno.

Ci raccontò egli stesso che questa malattia nervosa era stata causata dalla impressione provata quando, trovandosi a Parigi nella piazza della Concordia, durante le feste pel matrimonio di Napoleone con Maria Luigia, sospinto e schiacciato in mezzo alla folla, gli svenne sua moglie tra le braccia, ed ebbe per alcuni momenti l’angoscia di vedersela strappata e calpestata tra le terribili ondate del popolo.

Da quel giorno le vie e le piazze cominciarono a dargli le vertigini; e più tardi una nuova commozione venne a rendergli più grave e inguaribile quella malattia nervosa di cui aveva avuto i primi sintomi a Parigi. Era nella bottega d’un libraio a Milano, nella via di S. Margherita, quando gli giunse improvvisamente la notizia della battaglia di Waterloo. Nella sua mente chiara egli intuì la perdita della indipendenza, e l’Italia data all’Austria, forse per sempre. Quasi svenne; si dovette ricondurlo a casa, e da quel giorno non potè più uscirne se non accompagnato.

Per lunghi anni i fidi compagni delle sue passeggiate furono l’abate Natale Ceròli e il professore Luigi Rossari. Il Ceròli era un degno sacerdote, coltissimo, piacevole, e di sentimenti patriottici; il Rossari era stato per molti anni un modesto professore di lingua italiana in una scuola tecnica, e la modestia in lui, che aveva tanti meriti e tanta coltura, era così grande da essere quasi un difetto, poichè lo teneva appartato da tutti, e quasi nascosto. Ma col suo Manzoni era legato da una amicizia ch’era un culto. Letterato di valore, il Rossari istruì egregiamente un’intera generazione, ma non pubblicò mai nulla. A qualcuno che gli chiese una volta perchè non avesse mai pensato a qualche lavoro letterario, rispose: «Ebbi tra i miei amici più cari Manzoni, Grossi, Porta, Azeglio, Giusti, Giorgini, e vivendo in mezzo a questi _colossi_ come volete che mi passasse per la mente di pigliar la penna?» Eppure parecchi di questi non licenziavano mai nulla per le stampe senza aver avuto prima il parere di Luigi Rossari.

Appena ebbi la fortuna di conoscerlo personalmente, lo pregai di entrare nella Commissione degli studi del Municipio di Milano: accettò, e per parecchi anni ebbe una gran parte nelle riforme e nella direzione delle scuole municipali milanesi. Morì povero; viveva e manteneva una sorella, colla modesta pensione di professore di scuole tecniche.

Del Manzoni, ossia di don Alessandro, come lo chiamavano tutti a Milano, la conversazione era semplice, piacevole, piena di bontà e di arguzia; a sentirlo parlare pareva di leggere i _Promessi Sposi_. In famiglia, e cogli amici intimi, parlava quasi sempre milanese, come pressochè tutti a quel tempo. La sua modestia era sincera e grande; se discorreva con persone che non gli fossero familiari, alle volte, leggermente balbettava. Aveva una memoria straordinaria, che conservò fino agli ultimi anni di sua vita. A 85 anni, discorrendosi una sera dell’Alfieri, recitò a memoria dugento versi di Virgilio e i versi corrispondenti d’una traduzione, non molto nota, dell’Alfieri.

I suoi discorsi si aggiravano frequentemente sulla Rivoluzione francese, di cui ricordava ogni menomo particolare, ogni attore anche secondario, ogni scritto, con una memoria che stupiva. Più tardi ripensai a quei discorsi, quando il Taine pubblicò la sua opera, che tanto mi rammenta nell’erudizione e nei giudizi critici ciò che avevo udito dal Manzoni. Egli, come si sa, meditava una storia della Rivoluzione francese; l’aveva già forse tutta in mente, ma l’età avanzatissima non gli permise di scriverne che il principio.

Era ben difficile che il Manzoni pronunziasse giudizî su autori viventi, e trovava sempre una qualche scappatoia gentile per sottrarvisi quando n’era richiesto. Peggio ancora se si trattava di esaminare dei manoscritti, o di dare dei consigli: per massima vi si rifiutava sempre e soleva rispondere con una formola generale, che cioè bisognava essere _indulgenti cogli stampati e feroci coi manoscritti_.

Era molto schivo di far conoscenze nuove, e non gli piaceva ricevere curiosi o forestieri che venissero per visitarlo, se non in casi speciali. Un illustre forestiero che veniva a visitarlo quasi sempre in ogni suo viaggio in Europa, era don Pedro, Imperatore del Brasile, che una volta gli mandò anche una sua traduzione in lingua spagnola del _Cinque Maggio_, insieme col gran cordone della Rosa ch’era la massima onorificenza brasiliana.

Il Manzoni gli scrisse lodando la traduzione, lo ringraziò per l’onorificenza, ma non l’accettò.

Subito dopo il 1859 don Pedro gli mandò di nuovo l’ordine della _Rosa_, scrivendogli: «Se ho indovinata la ragione per la quale non avete prima accettata la mia decorazione, spero che l’accetterete questa volta.» Il Manzoni infatti accettò, e ringraziò con le espressioni della solita sua gentilezza.

Egli durante la dominazione austriaca aveva rifiutato, per massima, tutte le decorazioni che gli erano venute da varî governi, per avere più facilmente il diritto di rifiutare le decorazioni del Governo austriaco. E queste infatti le rifiutò sempre.

Pur essendo schivo di nuove conoscenze ne aveva sempre avute molte, e conosceva quasi tutti gli uomini più illustri del suo tempo, specialmente d’Italia. Alle moltissime lettere che riceveva, se non eran lettere di amici, faceva di solito rispondere con qualche parola gentile da suo figlio Pietro. Nello scrivere, incontentabile sempre, non era infrequente che rifacesse anche le sue lettere familiari.

Dopo la morte di lui, l’abate Ceròli, incaricato di riordinarne i manoscritti e i carteggi, mi diceva di aver trovato delle centinaia di lettere di ignoti, uomini e donne, che ricorrevano al Manzoni, senza conoscerlo, per domandargli consigli e conforti, come a un santo, dicendo che i suoi scritti avevano messo nelle anime loro la fede, la pace, la speranza.

A queste lettere commoventi facevano riscontro altre ben diverse, come si seppe da suo figlio Pietro, che ricevette ne’ suoi ultimi anni da parecchi intransigenti arrabbiati, che lo insultavano villanamente, perchè era andato a Torino a votare in Senato l’ordine del giorno che proclamava Roma capitale d’Italia.

Quando capitava qualcuna di queste lettere, i suoi intimi, se eran presenti, se ne accorgevano subito. La scorreva con l’occhio, poi la pigliava colle molle, e con un’espressione di disgusto la metteva sul foco. Contrario al potere temporale dei Papi, non solo dal punto di vista dell’italianità, ma pur da quello della più rigorosa ortodossia cattolica, e in nome degli interessi religiosi, discorreva frequentemente di questa grave questione, citando brani di storia ecclesiastica, in cui pure era dottissimo. Le amarezze che gli procuravano questi scrittori di lettere villane, o qualche libellista anonimo, gli erano ben largamente compensate in quell’altissima stima, ch’era una venerazione, da cui era circondato da tutti.

Nelle sue lunghe passeggiate per la città, e fuori, tutti lo riconoscevano, o lo additavano, tutti gli facevan largo, e lo salutavano con rispetto affettuoso.

Ne’ suoi ultimi anni, credo nel 71, una sera, contro le sue abitudini, andò a teatro a sentire non so quale commedia, che in quei giorni era in voga. Appena fu veduto tutti si levarono in piedi, sventolando i fazzoletti e acclamandolo; poi lo aspettarono all’uscita e gli fecero una calorosa dimostrazione.

Una nuova pubblica dimostrazione l’ebbe nell’estate di quell’anno. Una sera rincasò, dopo la solita passeggiata, più tardi del solito. Lo aspettavano nel salotto i soliti amici, ed egli cercò giustificare il ritardo con qualche scusa trovata lì per lì.

«Non credetegli affatto — saltò su l’abate Ceròli che lo aveva accompagnato — ve la dirò io la causa del ritardo: Eravamo nel giardino pubblico, e don Alessandro, stava osservando certe nuove piantagioni. Intanto alcuni lo avevano riconosciuto, e sussurravano: _Manzoni, Manzoni_. La gente cominciò a fermarsi, poi da ogni parte fu un accorrere di quanti erano nei giardini, e in un momento don Alessandro si trovò in mezzo a una folla di uomini, di donne, di fanciulli. Tutti gli volevano stringere la mano, o almeno toccargli il vestito. Alcune donne gli chiedevano una benedizione pei loro bambini. Don Alessandro non potè scappare; s’era ben fatto tutto rosso in viso, ma colla solita sua buona grazia restituiva fin che poteva le strette di mano, e accarezzava i bambini. Dopo una buona mezz’ora gli fecero largo, e si potè finalmente avviarsi verso casa, tra due file di persone che lo salutavano calorosamente, e gridavano _viva Manzoni_. Insomma, concluse don Ceròli, fu un’ovazione, una vera ovazione!»

«No, no» rispose il Manzoni «lei non ha capito. Quella buona gente, vedendo questo vecchio, che non ha più il diritto d’essere al mondo, lo vollero festeggiare come un _invitato_.»

Si sarebbe detto che quella buona gente avessero il presentimento che festeggiavano il loro Manzoni per l’ultima volta. Alcuni mesi dopo, il 6 gennaio 1873, il Manzoni cadde sulla gradinata della Chiesa di S. Fedele, e battè la fronte sugli scalini: da quel giorno la sua mente cominciò a intorbidirsi, e dopo continue alternative di lucidità e delirî, ai quali alcune volte ho malinconicamente assistito, il 22 maggio di quell’anno moriva.

CAPITOLO XXXVII.

1860.

III.

_Sommario:_ Continuazione dei fatti del 1860. — Tentativo di Cavour per promuovere un pronunziamento militare a Napoli. — Garibaldi entra in Napoli. — Le truppe regie entrano nell’Umbria e nelle Marche. — Il conte Pasolini Governatore di Milano. — I ricevimenti e le feste alla Prefettura. — L’ufficio di _Questura_ affidato provvisoriamente dal Governo ai principali Municipi. — L’ufficio di Questura nel Municipio di Milano. — Suo ordinamento provvisorio. — Un agente della Polizia imperiale francese. — Ordinamento regolare delle Questure. — Il cav. Setti, primo questore. — Il Farini nominato luogotenente a Napoli. — Mio fratello Emilio lo accompagna. — La salute di Farini va declinando. — I grandi avvenimenti che si succedono sul finire del 1860. — Un detto di Alessandro Manzoni. — Proclamazione del Regno d’Italia, con Roma capitale. — Il riconoscimento della Francia, dopo la morte di Cavour.

Torniamo agli avvenimenti del 1860: ce n’erano dei nuovi ogni giorno, con nuove trepidazioni, e nuove gioie. Mentre s’era tutti in un indicibile orgasmo per le notizie di Garibaldi e della Sicilia, i battaglioni della Guardia Nazionale si scambiavano di città in città visite, per festeggiare la luna di miele della fraternità. Ne partirono anche da Milano, tutti s’intende in assetto di guerra, più o meno. Tra questi ne partì uno anche da Milano per Bologna, per ragioni militari, e di pubblica sicurezza che in quei giorni vi reclamavano misure speciali. In tutto questo affratellarsi, quanti ricevimenti, quanti banchetti, quanti discorsi!

Ma intanto, succedevano altrove rapidamente fatti serî e decisivi. Con un incarico confidenziale di Cavour, Giuseppe Finzi e mio fratello Emilio erano partiti per Napoli, ove da alcuni giorni era arrivato Persano con un legno da guerra. Cavour aveva avuto da prima la speranza che Napoli, dopo gli avvenimenti di Sicilia, si sollevasse; poi aveva desiderato che almeno l’esercito napoletano facesse un _pronunziamento_; con ciò l’effetto in Europa sarebbe stato più grande, e l’esercito napoletano avrebbe potuto rimanere compatto; Cavour pensava associarlo alle altre forze italiane, per mandarle tutte assieme ai confini, dove l’Austria era accampata in attitudine minacciosa. Così anche l’esercito napoletano sarebbe diventato subito una forza nazionale.