Ricordi di gioventù

Part 12

Chapter 123,660 wordsPublic domain

Rividi un mese dopo i reduci da Venezia, che colla salvaguardia della capitolazione avevano potuto rientrare liberamente nelle case loro. Erano sorvegliati, ma lasciati tranquilli. Nei primi giorni si vedevano a gruppi per le strade: tutti avevano l’impronta delle lunghe sofferenze patite; nullameno nell’attitudine e nei discorsi conservavano alto il morale, come chi ha coscienza d’aver fatto onoratamente il proprio dovere. Era uno spettacolo ben mesto il vedere quegli ultimi avanzi delle nostre brevi speranze!

Caduta Roma, caduta Venezia, caduta l’Ungheria, il _quarantotto_ non pareva più che un sogno, e gli animi si sentivano sgomenti pensando al lungo servaggio che forse ci attendeva, come se fossimo ritornati al 1815. A ricordarci la nostra condizione c’era lo stato d’assedio, c’era un governo militare, forestiero e baldanzoso, che ci guardava con disprezzo, e senza il freno della responsabilità.

Uno degli atti di prepotenza cieca che in quei giorni venne a rivoltare maggiormente gli animi, fu quello d’una pubblica bastonatura data in Milano. Il fatto avvenne nel mese di agosto. La guarnigione celebrava il 18 la festa dell’Imperatore, e una certa Teresa Olivari, modista, che dicevano in buone relazioni cogli ufficiali austriaci, mise alla finestra un drappo giallo e nero in segno di festa. La casa dove abitava la Olivari era dietro il _Coperto dei Figini_, ora scomparso per dar luogo alla piazza del Duomo, in una via chiamata dei Borsinari, che pure non esiste più, e che fiancheggiava l’attuale lato settentrionale dei portici. L’esposizione di quel drappo fece fermare la gente; a poco a poco si formò un assembramento, e incominciarono gli urli e i fischi. Accorsero molte guardie di Polizia che, appoggiate da una compagnia di soldati uscita dal palazzo reale, circondarono la folla e arrestarono quanti non eran riusciti a fuggire. In quella folla c’ero anch’io, ma fui tra quelli che potettero svignarsela. Pochi giorni dopo, trentaquattro tra gli arrestati, comprese due donne, ricevevano le bastonate pubblicamente sul piazzale dinanzi al castello. E il comando militare mandava al Municipio il conto dei bastoni e delle medicazioni! Conto che il podestà Pestalozza rimandava con parole sdegnose.

L’indignazione prodotta da questo fatto fu grande. Un nuovo odio, quello dell’affronto, si aggiungeva al cumulo degli odii antichi, e sempre più profondo si faceva l’abisso tra il paese e i suoi dominatori. Non lamentiamocene. La durezza e l’ignoranza dei governanti militari giovarono non poco alla causa finale dell’indipendenza. Essi diedero alle provincie italiane dell’Austria l’aspetto non di provincie regolarmente governate, ma di paesi provvisoriamente occupati colla forza come in guerra; resero sempre più acuto e stridente l’odio nelle popolazioni soggette; col governo militare e con uno stato d’assedio di otto anni continui mantennero viva la questione italiana dinanzi all’Europa civile; e offersero la vittoria al genio di Cavour.

A quei marescialli e a quei generali austriaci furono eretti statue e monumenti nei loro paesi; in verità, ne potremmo loro erigere anche noi.

Venuto l’autunno si andò in Valtellina, e questa volta con noi c’era anche mio fratello Emilio ch’era tornato a Milano dopo la restaurazione del Granduca di Toscana, e dopo che fu sciolto il battaglione degli studenti, nel quale egli si era arrolato.

Era triste e disgustosa la vita che si conduceva nella città; ma spesso era anche peggiore quella dei piccoli paesi quando vi si trovavano dei presidii militari. Gli abusi e le prepotenze dei capi secondarî, ancor meno osservati e meno frenati, riuscivano più odiosi, e talora più fatali.

Si stava male a Milano, ma trovammo che a Tirano si stava anche peggio. Il paese era zeppo di soldati, tutti della Croazia, sospettosi, irosi, e sempre in allarme: i confini verso la Svizzera erano occupati da forti posti militari, e percorsi costantemente da pattuglie. Ogni branco di pecore veduto da lontano era subito creduto una banda rivoluzionaria. Nè li rassicurava l’amicizia che i grigioni in allora dimostravano agli austriaci, ben più che agli italiani.

Eravamo a Tirano da pochi giorni quando un atto di impazienza e di disgusto di mia madre ci procurò una punizione militare.

Per entrare nel salotto, dove mia madre stava di solito, si attraversava un salone che voi, nipoti miei, conoscete e che conduceva, da un lato della casa, ad alcune stanze che erano occupate dagli uffiziali cui eravamo obbligati forzatamente a dare l’_alloggio_. Che cosa vede un giorno mia madre? Gli _attendenti_ degli uffiziali avevano piantato in mezzo al salone un fornello, servendosi dei colonnini e di parte del davanzale del balcone che avevano distrutto; poi con delle sedie spezzate avevano acceso il fuoco sotto una cazzeruola, da cui usciva un fumo nauseante.

Mia madre, a quello spettacolo, uscì per un momento dalla sua calma consueta, e pigliata la cazzeruola pel manico la fece volare fuori dalla finestra prima che gli _attendenti_ croati arrivassero ad impedirnela; poi si rinchiuse nel suo gabinetto.

Per alcuni minuti si sentì rintuonare la casa di voci irate, e di sciabole ripercosse sullo scalone; poi tutto ritornò nel silenzio di prima.

Ma alcuni giorni dopo ci capitò dal comando militare di Sondrio una _Sentenza_ con la quale la famiglia Visconti-Venosta, colpevole di un contegno ingiurioso verso gli _attendenti_ degli uffiziali alloggiati in casa, veniva punita con l’occupazione della casa, a tempo indeterminato, dando alloggio cioè a un’intera compagnia, ossia a duecento soldati.

Poche ore dopo l’intimazione della Sentenza arrivò la compagnia, occupò tutti i locali della casa che meglio garbavano al capitano, e noi fummo obbligati a ritirarci in poche stanze.

Condanne di questo genere, multe ai Comuni per frivoli pretesti, arresti, e di tanto in tanto qualche fucilazione, erano i fatti soliti di quei giorni. Si viveva in continue apprensioni. Le piccole vessazioni giornaliere dei comandanti del luogo si alternavano colle vessazioni maggiori dei comandanti delle Provincie.

Ogni tanto capitava a Tirano improvvisamente da Sondrio qualche uffiziale superiore, o qualche commissario di Polizia, accompagnato da una scorta di soldati, che venivano a far perquisizioni, o a prender nuovi provvedimenti di sicurezza. Non so come, poichè allora era un secreto, qualcuno del paese n’era spesso prevenuto alcune ore prima, e allora i principali patriotti, a buon conto, pigliavano subito il largo: tra questi c’eran sempre il buon parroco di Tirano don Carlo Zaffrani, mio fratello Emilio, mio zio Merizzi, i fratelli Salis, il dottor Andres, l’ingegnere Antonio Della Croce e Luigi Negri. Parecchie volte arrivarono simili avvisi durante la notte, e allora alla spicciolata si pigliava la montagna e si andava al di là del confine a Campocologno o a Brusio, villaggi svizzeri, ricoverandosi in qualche osteria.

Un giorno si corse un brutto pericolo. Mio zio Merizzi venne a dirci di buon mattino che nella notte erano arrivati da Sondrio un Maggiore e un Commissario, che avevano fatto circondare di soldati il paese, e che avevano principiata una severa perquisizione nelle case per scoprire se ci fossero armi. Mia madre sapeva ch’erano state consegnate da un pezzo alcune armi che c’erano in casa, ma a buon conto chiamò il fattore per avvisarlo della imminente perquisizione. Allora il fattore ingenuamente confessò che aveva consegnate le armi vecchie fuori d’uso, ma che aveva trattenuto un fucile rimasto in casa l’anno prima consegnatogli da un volontario.

Fu per tutti un momento di grande ansietà. Mia madre fece chiamar subito un vecchio cantiniere di casa per fargli spezzar l’arme e nasconderne poi i pezzi. Ma il cantiniere, vedendo mia madre tanto agitata, disse: «Stia tranquilla... quest’arme scomparirà, ma non la romperò, nè la consegnerò... la metterò in salvo... ci penso io.»

Ogni protesta da parte nostra fu inutile. Il cantiniere nascose il fucile in una gerla in mezzo al fieno; poi, colla gerla sulle spalle attraversò il paese, passò in mezzo ai soldati, e andò a sotterrarlo in una vigna. Poco dopo avevamo la perquisizione in casa, e intanto il buon cantiniere se ne ritornava tranquillamente da una spedizione che avrebbe potuto costargli la vita. Mia madre non mancò di mostrargli largamente la sua gratitudine per l’atto generoso.

Quell’autunno fu continuamente funestato dalle notizie dei rigori, delle prepotenze militari, degli arresti, e delle fucilazioni, di cui ci arrivava l’eco sinistra da ogni punto delle provincie lombarde e venete. Si viveva in continui timori, e in continui sospetti. Ogni cattivo soggetto, ogni pessimo arnese della Polizia, per vendetta o per guadagno poteva farsi delatore, ed ogni delatore era creduto. Che giorni angosciosi furon quelli!

CAPITOLO XI.

1850.

I.

_Sommario:_ Squallore della città anche nell’inverno del 1850. — Stato d’assedio rigoroso. — Propositi per la resistenza al Governo austriaco. — Disciplina patriottica. — Astensione dai pubblici divertimenti. — La contessa De Capitanei Serbelloni, e le serate di famiglia in casa sua. — La sala di scherma in casa dei miei cugini Paravicini. — Il cugino Carlo Minonzi. — Faccio la conoscenza della contessa Maffei.

La nostra casa di Tirano era diventata quasi inabitabile dopo che era stata occupata da una compagnia di croati; perciò sullo scorcio del mese di ottobre, appena ultimati alcuni nostri affari, ritornammo a Milano.

Fu un’invernata ben squallida anche quella del 1850! Lo stato d’assedio era rigorosissimo, e la città aveva tutt’ora l’aspetto d’un accampamento. Le famiglie ricche ritornarono tardi dalle loro campagne; e ogni manifestazione di attività e di vita cittadina vi era spenta, come in una città ove dominasse un’epidemia.

Gli emigrati, ch’erano stati numerosissimi, durante l’inverno, ritornavano mano mano, alla spicciolata, all’infuori dei più compromessi; molti richiamati dalle loro necessità domestiche, e molti anche seguendo la giusta ispirazione che per la patria si opera meglio in paese che fuori.

Come naufraghi sbattuti sulla riva quei profughi che rientravano, e ch’erano stati in gran parte i più operosi nella rivoluzione, si ritrovavano, si narravano i passati dolori, e si consultavano sulle sorti infelicissime del paese, e sulla via da tenere.

Tutto era finito, tutto era perduto! Non s’erano perdute soltanto delle battaglie, s’erano perdute quella concordia e quella fede che avevano sollevati e diretti gli animi fino allora. La leva possente che aveva mossa la rivoluzione pareva spezzata per sempre.

Il Piemonte abbattuto, la monarchia sospettata, i capi più autorevoli e popolari dispersi o sfatati; e l’Europa, infastidita di noi, ci ripeteva duramente di rassegnarci al nostro destino e di non molestarla più oltre. Sembrava che si ripetessero anche per noi i destini della Polonia.

Ogni illusione, ogni più fantastica speranza non aveva dinanzi a sè il più lontano pertugio da cui intravvedere un raggio di luce.

In una simile condizione di cose poteva parer naturale, e quasi giustificabile, che l’accasciamento degli animi consigliasse almeno una momentanea rassegnazione, e che in questa il paese cercasse di medicare le recenti ferite, e di risollevare almeno le proprie forze economiche.

Ma una nobile e felice ispirazione respinse allora, con unanime consenso, ogni timido consiglio della ragione.

Tutto è perduto? Dunque si ricominci da capo! Tale fu la gloriosa parola d’ordine di quei giorni, che uscì spontanea dal sentimento di tutti.

Verso quale meta? Per quale strada? Con quale bandiera? Ognuno aveva la propria, ma era unanime il sentimento di non ristare, e di tirar dritto, fosse pure all’oscuro e verso l’ignoto. Era unanime il sentimento della _resistenza_, della _resistenza_ a ogni costo!

La _resistenza_ doveva durare quasi dieci anni, traverso gravi dolori e gravi sacrifici: e durò con una disciplina rigida, e che riescirà quasi inconcepibile ai nostri nipoti.

Le provincie lombardo-venete, Milano alla testa, diedero per dieci anni l’esempio d’un paese che in nome della propria nazionalità vive completamente separato dagli stranieri che lo governano; che con quel Governo rifugge dall’aver rapporti; e che tratta i suoi dominatori come un’orda passeggiera di occupanti.

La vita giornaliera di questo rigido programma doveva riuscire ben dura; ma fu vissuta, e non si piegò mai.

Le Cinque Giornate furono certamente una bella pagina della storia milanese; me chi studierà i fatti del nostro risorgimento nazionale dovrà concludere che col decennio della _resistenza_ Milano ha scritto una pagina ancor più gloriosa nella propria storia. Perocchè è più facile il diventare un eroe in un giorno di battaglia, che il conservare l’animo alto e fiero durante una prigionia di dieci anni.

E appunto di quegli anni della prigionia ossia della resistenza, io cercherò di parlare, raccogliendo quei pochi ricordi che mi sono rimasti nella memoria; sicuro, e dolente, di non poter riunire che una parte piccolissima dei fatti giornalieri di quei tempi... Altri, vorrei sperarlo, ne riuniranno di più, e meglio di me; a me intanto par quasi di adempiere a un dovere portando il mio contributo, sia pure tenue, a quei ricordi che formano una pagina tanto gloriosa della storia di Milano.

Milano in quei tempi ha salvata la causa dell’indipendenza italiana.

Giovani e giovanetti, studenti d’Università, di Licei, di Ginnasi, tutti insomma, respirando in quell’ambiente patriottico, seguirono subito con entusiasmo il programma dei più provetti, mettendoci per di più tutto l’ardore dell’età loro.

I reduci dalle campagne del quarantotto, dall’assedio di Venezia e dalla difesa di Roma, erano argomento tra noi giovanetti di ammirazione e di esempio: ci proponevamo di emularli nelle lotte dell’avvenire, e intanto ne seguivamo i consigli nella lotta giornaliera della resistenza.

Cominciò allora a formarsi negli animi nostri quel sentimento di devozione illimitata alla patria, di disciplina, e di abnegazione, che tanto contribuì a formare il carattere di quella giovane generazione la quale doveva tenere allora accesa la fiaccola della speranza, e scendere poi sui campi di battaglia nel 1859 e nel 1860.

Nel programma di quei giorni c’era l’astensione dai teatri, e da qualunque pubblico divertimento, caso mai ce ne fossero: ma ce n’erano ben pochi, poichè lo stato d’assedio proibiva ogni più piccola riunione. Anche i teatri erano pressochè tutti chiusi, all’infuori del teatro alla Scala, che il Governo militare faceva tenere aperto per divertire gli uffiziali della guarnigione che ne erano pressochè i soli frequentatori.

Anche nelle case private non c’erano nè ricevimenti, nè balli che non avessero un carattere affatto domestico, e della maggiore intimità. E io ritornai alle serate presso i parenti, e alle festicciole domenicali colle cugine, lieto di poter combinare le esigenze del lutto della patria con la smania che avevo di ballare.

La mia qualità di ballerino instancabile mi procurò il piacere di venire presentato alla contessa Giovanna De Capitanei di Scalve, nata Serbelloni, nella cui casa si radunavano le sue figlie, i generi, le nipoti e le loro amiche, e dove tra giovani e giovanette si facevan quattro salti la sera una volta per settimana.

La contessa De Capitanei, com’era chiamata generalmente, ma che rimasta vedova erasi rimaritata col conte Luigi Attendolo Bolognini, era figlia del duca Alessandro Serbelloni e della principessa Rosina Sinzendorf di Vienna, sicchè aveva molti parenti in Austria, e tra questi anche qualche generale dell’esercito austriaco; aveva una posizione cospicua a Corte, quale dama di Palazzo e della Croce Stellata, ed era amica della Vice-Regina, l’arciduchessa Maria Elisabetta sorella di Re Carlo Alberto.

Il suo passato, la sua parentela, le sue amicizie le avevano creato dei legami nelle _alte sfere_ sociali e politiche di Vienna. Nullameno aveva assistito con molta tolleranza, e talora con una certa simpatia, agli avvenimenti rivoluzionari di Milano, ai quali avevano preso parte attiva i suoi generi e i suoi parenti dell’aristocrazia milanese. Essa di solito se la sbrigava dicendo che gli austriaci d’allora non erano più quelli del buon tempo antico, alludendo ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II. Dopo il ’48 troncò ogni relazione coi parenti e cogli amici austriaci.

La contessa Giovanna era un tipo di tempi ormai tramontati, e che perciò si osservava con curiosità.

Quando parlava del passato non mancava di manifestare la sua antipatia per Napoleone che le aveva detta una sgarbatezza; solo ricordo che conservasse di lui. Il generale Bonaparte, pranzando un giorno in casa Serbelloni, le aveva chiesto il nome, e saputolo aveva soggiunto: «Ah sì, avrei dovuto accorgermene dal naso.» I Serbelloni avevano tutti un naso aquilino spiccatissimo.

La contessa De Capitanei aveva avuto un unico figlio maschio e tre figliuole. Il maschio, conte Pirro, respirando già l’aria dei nuovi tempi, e ad onta delle sue alte parentele austriache, s’era compromesso negli affari politici del 1821, e s’era arrolato nelle truppe piemontesi durante l’insurrezione militare: poi aveva dovuto emigrare. La contessa ebbe allora un lungo carteggio con Metternich (che mia moglie nipote di lei conserva ancora) per ottenere al figlio una grazia che non fu concessa che assai tardi, quando il conte Pirro, malato e sfinito, non poteva ormai tornare in patria che per morirvi.

Con lui si estinte il ramo dei De Capitanei di Scalve. Delle tre figlie la maggiore sposò un Carcano, e le altre due sposarono due fratelli, i marchesi Francesco e Giuseppe d’Adda Salvaterra.

La contessa Giovanna, quand’io la conobbi, era una vecchia sui settant’anni: aveva abitualmente una strana acconciatura del capo, fatta d’un berretto di velluto nero che le scendeva a punta sulla fronte, alla Maria Stuarda; e pur essendo donna di cuore aveva il fare imperioso e risoluto. Le era sempre piaciuto di ostentare un po’ il fare e le abitudini da uomo; girava per le sue campagne a cavallo sola, e raccontava con piacere che ferrava essa stessa i propri cavalli da sella, quand’era in campagna, non fidandosi del manescalco.

Alle conversazioni della contessa feci la preziosa conoscenza dei suoi generi, Francesco e Giuseppe d’Adda, due tra i più ferventi patrioti dell’aristocrazia milanese, fratelli di quel marchese Camillo d’Adda che figurò tanto onorevolmente nei processi del 1831; e rividi quella Lauretta, figlia del marchese Francesco, con la quale mi ero bisticciato per una quadriglia in casa Trotti quando eravamo bambini, ora fatta una giovane da marito, e che doveva, come già dissi, diventare un giorno mia moglie.

Ma oltre al ballare ci voleva anche qualche esercizio che potesse parere di carattere patriottico, come per esempio la ginnastica e la scherma; la scherma soprattutto pel caso di duelli con uffiziali austriaci, duelli ch’eran pure nel programma della resistenza, e che già ci frullavan per la testa.

Ma le sale di ginnastica e di scherma eran chiuse. Allora si pensò, d’intesa con alcuni miei cugini ed amici, di farci noi una sala per quegli esercizi.

Un mio cugino studente di medicina, Lamberto Paravicini, fu l’anima di quel progetto; ci procurò una stanza a terreno nella casa di sua sorella, e propose che si dovesse dipingerla e arredarla noi stessi.

Per alcuni mesi ci passammo le sere sulle scale, come tanti imbianchini, con le secchie e con pennelli dal lungo manico, a dar tinte, a tirar linee, e a dipingere certi emblemi patriottici, fatti col carbone, che volevan essere trofei e stemmi delle città d’Italia. Poi con una cena, e con brindisi sottovoce, se ne fece la inaugurazione; e in parecchi amici per alcuni anni ci si andava qualche ora ogni sera facendo esercizi di ginnastica e di scherma, divertendoci, e anche facendo i nostri _complotti_ patriottici in parecchie occasioni. La scherma ci veniva insegnata da qualche amico buon tiratore; fra gli altri ricordo Battaglia e Francesco Rosari. Le sciabole avevano l’impugnatura di ferro, ma la _lama_ di legno, poichè allora non se ne permettevano altre. Anzi una volta i gendarmi di Tirano, per maggior zelo, mi sequestrarono anche le sciabole di legno.

La nostra sala di scherma e i ritrovi che ci si tenevano, durarono parecchi anni. Un altro mio cugino, Carlo Minunzi, ch’era uffiziale in Piemonte, alle volte faceva qualche breve corsa a Milano, di solito nascostamente, e allora capitava sempre nella sala a salutar gli amici. Carlo Minunzi era un bel giovane, ardito e gioviale; tra i cugini e gli amici godeva molte simpatie, e vi aveva anche una certa autorità per le molte prove del suo coraggio. Nelle _Cinque Giornate_ era stato uno tra i più audaci nel manipolo Manara, che poi aveva seguito col primo gruppo di volontari usciti da Milano. Poco dopo era stato nominato uffiziale nei granatieri piemontesi quando Carlo Alberto aveva voluto premiare, con un grado nel suo esercito, alcuni tra i volontari più meritevoli. Dopo la battaglia di Novara, a cui prese parte, rimase in Piemonte, ove continuò la carriera militare: fu in Crimea, diventò uffiziale di stato maggiore, fece le campagne del 1859, del 1860 e del 1866, in quest’ultima campagna come colonnello sottocapo di stato maggiore del generale Cialdini.

Quando prima del ’59 capitava il Minunzi nella nostra famosa sala di scherma, era una festa per tutti. Egli era buon ginnasta e buon tiratore; ma soprattutto era un soldato dell’esercito piemontese; e al Piemonte si guardava sempre con una secreta simpatia, anche in quei primi anni dopo il 1849 nei quali bisognava essere mazziniani.

Sul finire dell’inverno del 1850 feci una cara conoscenza, quella della contessa Clara Maffei, presso cui dovevo trovare un’amicizia affettuosa e quasi materna, e la cui casa m’ha lasciato dei ricordi indimenticabili. Mio fratello Emilio l’aveva conosciuta parecchi mesi prima, e la contessa sentendomi nominare aveva voluto conoscere me pure.

Sulla contessa Maffei ha scritto un bel libro ricco di informazioni veritiere, e di giusti apprezzamenti, Raffaello Barbiera. Avrei poco da aggiungere a quel libro, ma il nome della contessa mi verrà sovente sotto la penna, poichè è legato ai principali miei ricordi di quel tempo.

CAPITOLO XII.

1850.

II.

_Sommario:_ La contessa Clara Maffei e il suo salotto. — Il conte Cesare Giulini. — Amici intimi e amiche della contessa. — Il _Crepuscolo_. — Carlo Tenca e i suoi collaboratori. — Carmelita Manara Fè, i suoi amici, e la contessa Ermellina Dandolo. — Ufficiali e soldati ungheresi. — Il conte Bethlen e suo nipote. — Primi accenni a nuove cospirazioni. — Organizzazione dei Comitati rivoluzionari in alcune città di Lombardia e del Veneto. — Il prestito di dieci milioni bandito da Mazzini per ordire la rivoluzione. — Primi processi politici a Venezia. — Dottesio condannato a morte. — Il Comitato centrale di Mantova e il sacerdote Enrico Tazzoli. — Il Clero lombardo e il Governo austriaco.

Clara Maffei aveva allora trentasei anni, ed era divisa da qualche anno da suo marito, il poeta Andrea Maffei; era figlia unica del conte G. B. Carrara Spinelli, e tutti la chiamavano la _contessa_. Era una donnina piccola, piacente più che bella, elegante, di maniere distinte e gentilissime; parlava bene, ogni suo discorso era improntato a un patriottismo ardentissimo, e si affezionava ai suoi amici e alle sue amiche tanto profondamente e imparzialmente da farci dire ch’essa aveva una spiccata predilezione... per tutti.