Ricordi di gioventù

Part 10

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Durante il nostro esilio di Bellinzona si passavano le giornate in gran parte sulle piazze, per le strade e nei caffè, in cerca ansiosamente di notizie. Le più inverosimili, di solito, erano le più credute; e i propositi più strani e scalmanati erano i più applauditi. Ogni giorno, ogni ora, cresceva il numero dei profughi che venivano da Milano e da altri paesi di Lombardia. A poco a poco le piazze e le strade rigurgitavano d’una folla talora chiassosa e non sempre ispirata alla dignità che le sventure della patria avrebbero richiesta.

Molti di questi vestivano ancora la divisa militare, ed erano avanzi di corpi franchi disciolti, o sbandati. Parecchi, laceri, bisognosi di tutto, talora affamati, movevano a pietà. Il maggior numero veniva dal corpo d’esercito del generale Griffini, che da Brescia, traverso la Valcamonica e la Valtellina, s’era ritirato nel Canton Grigione. Questa truppa, in parte riunita, e in maggior parte sbandata, erasi diretta verso il Cantone Ticino, e verso il Piemonte. Altri giravano per la Svizzera, dispersi, e senza mezzi.

Gli svizzeri, e le loro autorità, specialmente nel Canton Grigione, non ebbero allora verso questi emigrati e questi soldati italiani un contegno amichevole; e, o per timore degli austriaci, o per simpatia maggiore verso di questi, non mancavano spesso di trattare assai duramente quei fuggiaschi.

Tra quella gente errante e dispersa quanti dolori, quanta miseria! e quale perturbamento morale! In giorni di un grande entusiasmo avevano lasciate le case loro, i loro cari, e avevano preso il fucile, credendo che fosse una cosa facile la guerra, una cosa sicura il trionfo! Eran passati traverso tutte le più strane illusioni, e s’erano improvvisamente trovati dinanzi ai più duri disinganni. Le loro menti n’erano uscite scombussolate e sconvolte. Con la maggior parte di loro non era possibile nessun ragionamento calmo; essi avevano bisogno di accogliere e di ripetere, come se fossero verità, le più strane fantasticherie di menti afflitte ed esaltate. Il tradimento! un misterioso tradimento! era la gran parola che, sulla bocca di tutti, dava la spiegazione di tutto.

I popoli, nella sventura, hanno sovente il bisogno di trovare la spiegazione dei loro errori in cause misteriose, e di riunire le loro colpe sul capo di qualcuno, il quale diventa il _traditore_!

A sentirli, aveva tradito il Governo Provvisorio, avevano tradito i generali, e tant’altri; ma il grande _traditore_ era Carlo Alberto. E chi avesse voluto azzardare un dubbio arrischiava di essere messo nel numero dei traditori esso pure.

Rammento di aver veduto in quei giorni parecchi che si affaccendavano a persuadere quei pochi soldati piemontesi che, ammalati o dispersi, non avevano potuto raggiungere l’esercito, che il loro Re era un _traditore_. Quei poveretti non volevano credere, ma gli altri insistevano per indurli a non raggiungere i loro corpi, e a rimanere nella Svizzera in attesa di nuovi e grandi avvenimenti. Quei buoni soldati, in cui il sentimento della disciplina e dell’antica fede valeva più dei ragionamenti che udivano, non si lasciavano persuadere, e riprendevano la strada del loro paese, e la via del dovere.

Gustavo Modena, patriota caldissimo, e in quei giorni scalmanato più che mai, dava delle serate a Lugano, a Bellinzona, a Locarno, a favore degli emigrati, e negli intermezzi declamava il Berchet, ripetendo ogni volta l’_esecrato Carignano_, tra un subisso di applausi, e spezzando la sedia a cui s’appoggiava.

Povero Berchet! In quei giorni era a Torino; quanto l’avrebbe addolorato quell’applauso! Ritornato dal lungo esilio egli era fra i patriotti più profondamente convinti che la sola salute per l’Italia stava nel riunirsi intorno al Piemonte. E, ammaestrato dalla sventura e da migliore notizia degli avvenimenti, egli deplorava sinceramente quelle parole strappate ai dolori dell’esule in mezzo ai disinganni e alle sventure del 1821!

Lugano, Bellinzona, Locarno, tutti i paesi del Canton Ticino rigurgitavano di emigrati. Molti tra questi, e soprattutto i volontari, si trovavano affatto privi di mezzi, e vivevano tra le privazioni e gli stenti. Gli emigrati più agiati o ricchi potevano sovvenirli ben poco, poichè, fuggiti anch’essi all’improvviso e non potendo in quei giorni procurarsi facilmente del denaro, vivevano essi pure in grandi strettezze.

Non è a dire quanto la buona contessa Sormanni fosse in pena nel vedere per le strade tanti giovani ancora sofferenti per le fatiche o per le febbri, male coperti dalle loro lacere uniformi, accampati talora sulle piazze, o raccolti nei cortili e nelle stalle.

Essa andava a cercarli, e a consolarli. La si vedeva ora in mezzo a crocchi, ora accompagnata da volontari d’ogni paese e d’ogni foggia, che ascoltavano con piacere, e alle volte, divertendosene, i conforti e le prediche amorevoli della buona _madre superiora_, come la chiamavano. Essa infatti aveva nell’aspetto qualcosa di monacale, vestita sempre com’era tutta di nero, con una cuffia bianca che le circondava il viso fin sotto il mento, e con un lungo velo nero che dal capo le scendeva sulle spalle.

Nè i suoi conforti si limitavano alle parole. Ogni mattina conduceva qualche gruppetto di volontari, tra i più smunti, a far colazione; ma prima se li tirava dietro in qualche chiesa a sentir la messa.

Dopo la resa di Milano, le credule speranze dei rifugiati s’eran tutte rivolte verso i corpi franchi, e specialmente verso quello condotto da Garibaldi. _La guerra regia è finita, ora incomincia la guerra del popolo_, aveva proclamato con ingenua iattanza Mazzini; e siccome le frasi avevano ancora un gran credito in quei giorni, così tutti stavano aspettando la guerra del popolo.

Ma ben presto si venne a sapere che il corpo dei volontari di Garibaldi, rimasto per ultimo in Lombardia, dopo alcuni combattimenti sostenuti con valore a Morazzone e a Luino, sopraffatto dal numero, aveva dovuto ritirarsi nel Canton Ticino.

Queste notizie ci avevano messi in apprensione per Emilio e per gli amici ch’erano con lui fra i volontari garibaldini, e dei quali non si avevan notizie.

Ci rivolgemmo ansiosamente a quanti ci potessero dare qualche notizia, ma fu inutile. Passarono intanto parecchi giorni, e vedendo che mia madre era sempre più agitata pensai di recarmi a Lugano, dove, a quanto si diceva, si trovavan parecchi che avevano appartenuto alle compagnie garibaldine.

Risoltomi lì per lì, una sera, e non avendo trovato nè un biroccio, nè un carretto, mi decisi a partire per Lugano a piedi. Per arrivare più presto avrei fatto meglio a partire la mattina dopo, ma fui spinto dal vedere mia madre tanto afflitta;

Avevo confidato nella luna che splendeva quella sera. Ma la luna alle volte fa dei cattivi tiri, e quella volta tradì anche me. Nell’attraversare il monte Ceneri avevo voluto affidarmi a una scorciatoia; ma intanto il cielo s’era fatto scuro scuro, cominciò a piovigginare, e io perdetti la strada. Il viottolo che avevo preso m’aveva condotto contro un muro, e non vidi più nulla intorno a me. Allora mi misi a gridare, nella speranza che qualcuno mi sentisse, ma la mia voce si perdeva lontano e non sentivo all’ingiro che i piccoli rumori misteriosi della notte, lo stormire di qualche foglia, il cadere di qualche sassolino, o il fuggire d’un insetto, d’una bestiola che atterrita si rintanava. Mi sedetti per terra e vi rimasi accovacciato, nell’umido, fino ai primi albori. Allora ritrovai alla meglio i viottoli, attraversai la montagna, e raggiunta la strada postale potei dopo alcune ore entrare trionfalmente in Lugano, seduto dietro una vettura su un baule, ch’era il solo posto che avessi trovato disponibile.

Lugano presentava press’a poco, ma in proporzioni maggiori, l’aspetto di Bellinzona. Le piazze e le strade erano affollate, e si vedeva un continuo via vai di volontari con le divise lacere, di persone d’ogni ceto ch’erano evidentemente dei fuorusciti. Tra questi trovai subito alcuni conoscenti, e avendo loro detto il motivo per cui ero venuto a Lugano, d’un in l’altro, trovai un soldato del corpo di Garibaldi che aveva scortati i feriti e gli ammalati al passaggio del confine. Costui mi condusse nella casa dove erano stati ricoverati, e in una stalla trovai appunto Emilio sdraiato sulla paglia e ravvolto nel cappotto. Per le lunghe marce, per gli stenti, e per la febbre era caduto su una strada, rifinito; raccolto, con altri ammalati e feriti, era stato condotto in quella stalla.

Vedendomi, e scambiateci subito le notizie sue e le nostre, Emilio si rianimò tutto, e poco dopo usciva con me da quell’ospedale improvvisato. Era ancora febbricitante, ma soprattutto era sfinito di forze, e aveva bisogno di riposo e di cibo; ma non aveva più un centesimo in tasca. Si partì subito per Bellinzona, ove le cure amorose della mamma gli procurarono in pochi giorni la guarigione.

Dopo un paio di settimane Emilio ripartì per Lugano, chiamatovi da alcuni suoi amici. Si preparavano, a quando dicevasi, dei grandi avvenimenti; e, smanioso anch’io di saperne qualcosa, seguii mio fratello a Lugano.

A Lugano c’era in quel momento il fiore dell’emigrazione radicale lombarda, che si raccoglieva intorno a Mazzini, e si affaccendeva non poco. Emilio mi condusse in casa Berra, dalla signora Teresa Kramer Berra, madre d’Edoardo Kramer ch’era un suo compagno di scuola. In quella casa convenivano molti emigrati; vi si sapevano tutte le novità della giornata, e vi si agitavano tutti quei progetti e quelle speranze che sono il conforto e il passatempo degli emigrati. Vi feci anche la conoscenza di alcuni personaggi politici, e ciò mi procurò l’onore di assistere a qualche convegno in cui si cospirava e si preparava una nuova insurrezione. Alcuni di questi convegni erano tenuti anche a Capolago presso una stamperia di cui era direttore il De Boni. Là conobbi e vidi parecchie volte Mazzini.

In quei giorni Mazzini era l’idolo di pressochè tutti gli emigrati di Lugano. Non si parlava che di lui, non si ascoltava che lui; le sue teorie, le sue parole erano dogmi indiscutibili e venerati. I suoi amici più intimi, e i molti che volevano parerlo, lo chiamavano semplicemente _Pippo_; e chi parlava in nome di Pippo non aveva bisogno nè di discutere nè di aggiunger altro. Il _verbo_ era assoluto e infallibile.

Mazzini aveva il fare e la parola mite e gentile; discorreva in un tono dolce e leggermente ispirato; non gli piaceva d’esser contraddetto, ed era specialmente deferente verso quelli ch’erano del suo parere.

Inutile dire che tra coloro che l’ascoltavano in un religioso silenzio, e che ne erano entusiasti, c’ero anch’io.

Nelle riunioni di Lugano, o di Capolago, venivo a sapere ogni giorno i particolari dell’invasione armata in Lombardia che si stava preparando; invasione che a poco a poco era diventata il secreto di tutti, e che tutti si confidavano all’orecchio nei caffè.

Uno dei più operosi nel predisporre i preparativi era un certo Mora, che avevo veduto l’anno prima in casa Correnti, e che era credo un modesto impiegato. Era sempre in uniforme militare; un uniforme in tela, di non so qual corpo di volontari; e andava in giro col fare cupo e misterioso di chi ha la testa piena di progetti e di secreti; taceva sempre, ma il suo era un silenzio che voleva dire più di qualunque discorso. Evidentemente egli sentiva d’essere il capo di Stato Maggiore dell’invasione, e forse di quella guerra di popolo che Mazzini preparava, e nella quale gli emigrati di Lugano avevano fede più che nelle armi del Piemonte. Ma gli avvenimenti troncarono presto i destini militari del Mora; il quale doveva invece, più modestamente, diventare molti anni dopo l’economo del collegio reale delle fanciulle di Milano, nominato dal Correnti quando fu Ministro dell’Istruzione Pubblica.

Quei preparativi destinati a riparare colla _guerra del popolo_, come dicevano, gli errori della _guerra regia_ finirono coi due tentativi di Val d’Intelvi e di Chiavenna.

A giudicare dai preparativi, o a dir meglio dai progetti, pareva che si preparasse qualche gran fatto nelle valli e nei paesi lungo il lago, e nella Valtellina; e per questo venuto l’ottobre Emilio lasciò Lugano, e traverso la Svizzera si recò appunto nei paesi dove doveva succedere il movimento insurrezionale. Ma, giunto in Valtellina, con sua sorpresa s’accorse che non se ne sapeva nulla. Parlò coi principali patriotti del paese, e li trovò tutti avversi, per molte buone ragioni, al movimento progettato. Parlò con Enrico Guicciardi, ch’era venuto anch’esso dal Piemonte a Poschiavo, per vedere quei supposti preparativi, e il Guicciardi uomo ardito, ma non facile ad illudersi, ripartì sconsigliando un’impresa che non aveva nessuna seria preparazione e nessuna possibilità di riuscita. Guicciardi ritornò al suo battaglione valtellinese, che si distinse poi alla battaglia di Novara.

Ma intanto per ordine di Mazzini, d’Apice e Arcioni, che si facevan chiamare generali, seguiti da pochi, penetrarono nella Valle d’Intelvi, una valle che s’apre dietro il paese d’Argegno sul lago di Como. Il _Comitato insurrezionale_ di Lugano, per assecondare questa iniziativa, ordinò che un corpo, che doveva essere di 400 uomini, composto di emigrati e di volontari sbandati, si portasse in Val d’Intelvi. Ma questo corpo, che non esisteva che in parte, alle prime avvisaglie fu sciolto dal D’Apice, e si disperse.

Intanto il generale Wimpfen, il 28 ottobre, mandava da Como contro la Valle d’Intelvi 700 soldati su due piroscafi. Dal paese d’Argegno, verso cui movevano i piroscafi, all’apparire di quelle truppe, si staccò una barca, in cui erano alcune persone, vogando a tutta forza, con l’evidente intenzione di andare all’abbordaggio. Dal piroscafo partì subito un colpo di cannone, e allora la barca vogando con pari forza in senso inverso andò ad arenarsi sulla spiaggia d’Argegno. L’abbordaggio di quei pochi contro un battaglione era fallito; ma così erano tutti nel ’48, audaci e ingenui. Questo episodio, serio e comico, me lo raccontava ridendo uno ch’era in quella barca, Antonio Lazzati, che poi vedremo nelle prigioni di Mantova.

Gli austriaci penetrarono nella Valle d’Intelvi, dove si era proclamata una repubblica, che durò tre giorni, difesa da pochi, comandati da un tal Antonio Cresseri e da Andrea Brenta, due valorosi che quasi soli si gettarono sui soldati in marcia. Presi, vennero fucilati a Como.

Contemporaneamente, secondo i piani del Comitato di Lugano, e ad onta delle notizie sconfortanti, un altro gruppo di emigrati era penetrato in Valtellina, fin presso a Chiavenna, condotto da Francesco Dolzino, del paese, un valoroso patriotta. Erano con lui il marchese Vitaliano Crivelli, Alberico Gerli, soprannominato _Pepe_, Giovanni e Gaetano Cantoni, il notaio Bordini, l’ingegnere Tagliaferri, tutti milanesi. Ma giunsero presto gli austriaci, che occuparono subito la Valle del Mera. Si fecero le fucilate; e gli austriaci incendiarono alcuni casolari, e il villaggio di Veccia. Nessuno in quei paesi insorse, nessuno si mosse, come s’era preveduto, e i pochi emigrati che avevano tentata quell’impresa, si dispersero. Così finì la breve spedizione, che i meglio informati avevano cercato di impedire. Ma i più avventati e gli illusi l’avevano suggerita e voluta, e Mazzini aveva creduto loro.

Dopo queste infelicissime imprese, su cui per alcune settimane s’erano concentrate l’attività e le speranze d’una parte degli emigrati del Canton Ticino, questi, persuasi ormai che pel momento non ci fosse più nulla da tentare in Lombardia, cominciarono a poco a poco a levar le tende. I più tranquilli, e i meno compromessi, rientravano in Lombardia recandosi da prima nei paesi e nelle loro case di campagna; altri si avviarono in Piemonte, mentre i giovani, gli antichi volontari, la parte insomma più energica ed accesa, si indirizzava alla spicciolata verso l’Italia centrale, dove si sperava, come infatti avvenne, che si preparassero nuovi avvenimenti.

Alla fine d’ottobre anche la nostra piccola colonia di casa Moro pensò a sciogliersi e a rimpatriare. La contessa Sormanni era la più impaziente di tutti: sentendo ogni giorno qualche nuovo nome di arciduchi o di principi che avevano dei comandi militari in Lombardia, era presa da una grande smania di vederli, non foss’altro, passar per le strade. Tutti le davan sulla voce, e allora si accendevano delle forti discussioni nella colonia. La zia Campeggi, ritornando ai suoi ricordi giovanili, invocava un nuovo Napoleone che mettesse fine a tanti subbugli; mentre la contessa Sormanni sosteneva che i subbugli non sarebbero avvenuti se fosse stata ancor viva Maria Luigia duchessa di Parma.

Le zie, le cugine, e la contessa partirono direttamente per Milano. Mia madre pensò di recarsi con me e con mio fratello Enrico a Tirano in Valtellina: Emilio che c’era andato, come vedremo, alcuni giorni prima, n’era già ripartito.

CAPITOLO IX.

1848.

VII.

_Sommario:_ Ritorno a Milano. — Aspetto della città. — Ripartiamo subito per la Valtellina. — I paesi governati militarmente. — Una condanna a Tirano. — I soldati croati, le loro usanze, i loro discorsi. — Gli alloggi militari. — Il maggiore Krall, comandante di Tirano. — Mazzini e la spedizione di Val d’Intelvi e di Chiavenna subito soffocate. — A Tirano studio, con poco successo, il tedesco e la musica. — Alla fine dell’anno ritorniamo a Milano per riprendere gli studi. — Aspetto sempre tristissimo di Milano. — Le notizie sui movimenti rivoluzionari che continuavano nell’Italia centrale.

Prima di recarci in Valtellina dovemmo anche noi passare da Milano, fermandoci alcuni giorni. Ci andammo da Arona con un legno, e si viaggiò di notte: al confine fummo ricevuti da un Commissario di Polizia, che dopo alcune interrogazioni ci lasciò passare, e si arrivò di buon mattino in città entrandovi dalla porta Sempione.

Che stretta al cuore nell’attraversare la piazza d’armi! Quante volte c’ero stato su quella piazza, nei mesi prima, a vedervi i soldati piemontesi, i volontari, o la guardia nazionale, con l’animo sereno e con la sicurezza che Milano, e forse tutta Italia, erano liberi ormai per sempre! E ora ci bivaccavano, o manovravano, i soldati austriaci tranquillamente, e da padroni.

I primi soldati che vidi furon quelli vestiti di color marrone, coi calzoni turchini stretti alle gambe, i croati. Proprio quei croati! che pel nostro sangue latino rappresentavano i barbari; su cui si era formata una leggenda di ferocia selvaggia, e ch’eran stati l’argomento del nostro disprezzo e delle nostre caricature più popolari! Ora i croati padroni colmavano la misura del nostro dolore e della nostra umiliazione!

Chiusi gli occhi, e me li sentii bagnati di lacrime. Ma in quel momento mi sentii anche rimescolare il sangue: il mio animo giovanile, ispirato fino allora a un patriottismo sereno, pieno di speranze e di illusioni, sentì tutto il dolore della patria perduta; e ne ebbi uno schianto, pieno di amarezza, e di proposito d’odio e di vendetta. Fu quel sentimento che ispirò e dominò gli animi della gioventù d’allora per dieci anni.

A Milano non ci fermammo che pochi giorni. Che squallore! Non riconoscevo più la città festosa, tutta movimento e entusiasmi, di poche settimane prima. Le strade erano spopolate e deserte; non vi si vedevano che frotte di uffiziali, e pochi cittadini che se ne andavano frettolosi, quasi vergognosi di trovarcisi. Le piazze invece e i luoghi pubblici eran gremiti di soldati, che ci stavano come in un accampamento; lungo i bastioni era accampata l’artiglieria, e nei giardini pubblici bivaccava un reggimento d’usseri. La maggior parte dei palazzi e delle case delle principali famiglie cittadine erano state destinati a caserma e ad ospedali militari. Era cosa ben triste; ed era frequente il vedere sulle porte e sotto i portici di quei palazzi i militari che facevano cuocere il rancio, bruciando gambe dorate di tavolini o di sedie ed avanzi di ricche mobiglie fatte a pezzi. Così, mentre l’amministrazione militare colpiva le principali famiglie con enormi tasse di guerra, i soldati ne occupavano e ne devastavano gli appartamenti.

Più presto che si potè fuggimmo da questo triste spettacolo, e si andò in Valtellina io, mia madre e mio fratello Enrico.

I paesi della campagna offrivano in quei giorni uno spettacolo non meno triste e disgustoso. Soldati in attitudine nemica dappertutto, e dappertutto prepotenze militari. Di solito un generale o un colonnello erano nelle provincie i comandanti supremi delle città; un maggiore lo era in una borgata, un capitano o anche un ufficiale subalterno in un piccolo paese. Accanto a queste autorità militari sussistevano di nome le autorità civili, ma i militari erano tutto; essi disponevano non solo d’ogni cosa pubblica, ma della vita stessa dei cittadini. Ritornati in un paese che dicevano proprio, lo trattavano come un paese di recente conquista e su cui fossero di passaggio in piena guerra. Vi applicavano le leggi marziali, con un rigore inutile e feroce; ed ogni giorno arrivavano le lugubri notizie di infelici inesorabilmente fucilati perchè trovati in possesso anche solo d’un’arma rotta o dei frammenti d’un’arma. E ciò per rappacificare gli animi: che sapienza di governo! Si sarebbe detto che ciascuno di quei soldati avesse una vendetta da compiere; la vendetta per essere stati cacciati nel marzo.

Quei soldati poi, meno gli uffiziali, erano per lo più irritati, pieni di sospetti e di spavento. Erano irritati perchè appartenenti in gran numero alle ultime riserve, avevano dovuto lasciare mogli e figli nei loro paesi; erano sospettosi, e sempre in allarme, avendo passate le Alpi con la fantasia accesa da leggende di tradimenti, di pugnali, di briganti, e di mille cose spaventevoli che avrebbero trovato in Italia.

Anche nelle campagne, e nei più piccoli paesi, bisognava dunque vivere ritirati e circondarsi di molte precauzioni. Queste però talora non bastavano. Un giorno a Tirano, per dirne una, un certo Ricetti, studente in medicina, se ne stava fumando alla finestra: passano dei soldati: uno di questi dice che il Ricetti aveva sputato su loro, e lo denuncia al maggiore, il quale lo fa arrestare, e senza verificare il fatto, gli fa dare venticinque bastonate nel cortile del Municipio, obbligando le autorità municipali ad assistere.

Il Ricetti era zoppo e sciancato. Il medico del paese, dottor Andres, e il capo del comune avevano invano protestato e supplicato: anzi in pena di ciò il maggiore li obbligò ad assistere al triste spettacolo.

I soldati che occupavano la Valtellina erano tutti croati, e appartenevano ai paesi chiamati allora i _confini militari_. Era una gente alta, bruna, e di costumi primitivi e barbara. In casa mia ne erano stati alloggiati parecchi, potevo quindi facilmente osservare le loro abitudini, e di tanto in tanto sapevo anche quel che pensassero, e quale fosse l’ordine delle loro idee. Per quanto barbari e incolti, essi, per quella nota attitudine degli slavi a imparare le lingue, dopo poche settimane di soggiorno in un paese, imparavano quel tanto di linguaggio che bastava loro per farsi capire. Alle volte mi divertivo a farne parlare qualcuno: in loro c’era sempre un non so che di ingenuo, di buono e di feroce a un tempo che facevano strano contrasto.

— «_Ti bona taliana_» mi dicevano se regalavo loro qualche cosa; ma poi, benchè non mi illudessi sui loro sentimenti, si affrettavano di soggiungere: «_ma mi mettere anche baionetta in panza a tutta briganta taliana rivoluzionaria._»