Part 9
Numerosissime frotte di cittadini continuano a passare l’una dopo l’altra pel Corso con grandi bandiere; alcuni drappelli ne hanno quattro, sei, dieci; alcune bandiere sono alte più del primo piano delle case e vengono portate da due o tre persone. Tutta codesta gente trae con sè soldati di fanteria e bersaglieri. Le canzoni popolari dei nostri reggimenti sono già diventate comuni: tutti cantano. Passano carrozze piene di cittadini che agitano in alto il cappello; i soldati rispondono alzando il keppì; le braccia si tendono dall’una parte e dall’altra, e le mani si stringono. Passano signore vestite dei tre colori della bandiera nazionale. Tutti gli ufficiali che passano in carrozza, a piedi, a gruppi, soli, sono salutati con alte grida. Si festeggiano i medici, i soldati del treno, gli ufficiali dell’intendenza. Passano i generali e tutte le teste si scoprono — Viva gli ufficiali italiani! — è il grido che risuona da un capo all’altro del Corso. In piazza San Carlo un drappello di carabinieri reali è ricevuto con indicibile festa. Da tutte le strade laterali al Corso continuamente affluisce popolo. Non v’è più gruppo di cittadini che non abbia con sè un soldato. Li osservano da capo a piedi, gli tolgono di mano le armi, gli parlano tenendogli le mani sulle spalle, stringendogli le braccia, guardandoli negli occhi cogli occhi scintillanti di gioia. — Viva i nostri liberatori! — si grida. Davanti al caffè di Roma alcuni signorini gettano le braccia al collo di due robusti artiglieri e li coprono di baci disperati. A quella vista tutti gli altri intorno fanno lo stesso; cercano correndo altri soldati, li abbracciano, li soffocano a furia di baci. — Viva il nostro esercito nazionale! — gridano cento e cento voci insieme. — Viva i soldati italiani! — Viva il nostro re! — Viva la libertà! — E i soldati rispondono: — Viva Roma! Viva la capitale d’Italia! — In molti, specialmente nei giovani, l’entusiasmo sembra delirio; non hanno più voce per gridare, si agitano, pestano i piedi, accennano le bandiere e gli stemmi reali e fanno atto di benedire, di ringraziare, di stringersi qualche cosa sul cuore.
Io, ve lo giuro, non ho mai visto uno spettacolo simile; è impossibile immaginare nulla di più solenne e di più meraviglioso. Queste grandi piazze, queste fontane enormi, questi giganteschi monumenti, queste rovine, queste memorie, questo terreno, questo nome di Roma, i bersaglieri, le bandiere tricolori, i prigionieri, il popolo, le grida, le musiche, quella secolare maestà, questa nuova gioia, questo ravvicinamento che ci fa la memoria di tempi, di casi, di trionfi antichissimi e nuovi, tutto quest’insieme è qualche cosa che affascina, che percuote qui, in mezzo alla fronte, e pare che faccia vacillare la ragione; si direbbe che è un sogno; non si può quasi credere agli occhi; è una felicità che soverchia le forze del cuore. Roma! si esclama. — Siamo a Roma? Quando ci siam venuti? Come? Che è accaduto? — Il ricordo di quello che è accaduto è già confuso come se fosse d’un tempo remoto. È un’emozione che opprime. Ad ogni strada, ad ogni piazza in cui s’entri, l’occhio gira intorno meravigliato, e il sangue dà un tuffo. Avanti, di meraviglia in meraviglia, di palpito in palpito, a misura che si procede, la fronte si solleva, il cuore si dilata, e sente più gagliardamente la vita. Ecco la piazza del Popolo. Si corre all’obelisco, ci si volta indietro, si vedono davanti le tre grandi strade di Roma, si vede a sinistra il Pincio delizioso, laggiù in fondo la cima del Campidoglio, tutt’intorno prodigiose bellezze di natura e d’arte, antiche, nuove, auguste, gaie, gigantesche, gentili; la mente sopraffatta si turba, ci prende un tremito, e bisogna sedersi ai piedi dell’obelisco, pigliarsi la testa fra le mani e aspettare che la lena ritorni.
Intanto imbrunisce. Il Corso s’è illuminato come per incanto. Il Corso, illuminato, ha veramente un aspetto fantastico. Candellieri, doppieri, lumi d’ogni forma e d’ogni grandezza risplendono sulle ringhiere dei terrazzini e sui davanzali delle finestre. A percorrere la strada in carrozza non si vede più terra: è tutto un mare di teste, a cui la strada non basta, e che straripa nei caffè, nelle piazze, nelle botteghe, negli atrii, nei vicoli. Codesta immensa folla è rischiarata da migliaia di fiaccole. Drappelli di signore a due a due passano tenendo in mano dei cerini accesi, che fanno vedere il loro seno coperto di coccarde, di sciarpe, di nastri tricolori. Sulla superficie di codesto mare di gente nuotano, sbattuti di qua e di là, cappelli di bersaglieri, keppì, berretti, canne di fucile a centinaia. Le signore gettano giù dalle finestre fiori e confetti ai gruppi dei soldati che tendono le mani. Da un capo all’altro della lunghissima strada, a ogni passo si sentono dieci voci che cantano insieme. I soldati non sono più condotti, sono travolti. I cittadini, non più paghi di tenerli a braccetto, camminano tenendogli un braccio intorno al collo. Passano donne con un pennacchio di bersagliere nelle treccie. Famiglie ferme sui marciapiedi arrestano i soldati per mettere nelle loro braccia i bambini. Il gridìo nel Corso è oramai giunto a segno che chi è stanco dalle fatiche della mattina non vi può più reggere.
Salgo in una carrozza, e chieggo d’essere condotto al Colosseo. Attraverso la stupenda piazza della Colonna Traiana, piena di gente anch’essa e illuminata; passo per parecchie piccole strade; dappertutto lumi. Guardo nei caffè, nelle osterie: dappertutto soldati e popolani insieme, dappertutto grida di viva Roma e viva il nostro esercito, dappertutto canti, amplessi, grida di gioia, bandiere. Eccoci nel Campo Vaccino. È notte fitta, e il classico lume di luna sul Colosseo non risplende ancora. Non importa; il cielo è stellato, e vedrò del sublime monumento almeno i contorni. Da tanti anni ardevo di vederlo! Il cuore mi batte a precipizio. Ormai sono in un luogo deserto, non sento più una voce, non un passo; tutto è queto ed oscuro. Eccoci, mi dice il cocchiere. Io balzo in piedi, guardo, travedo un’immensa macchia nera sul cielo, e tanto è l’impeto e la dolcezza con cui i ricordi e le immagini della memoranda giornata mi assalgono tutti in un punto, che non s’arresta il mio sguardo sui meravigliosi contorni, nè ivi si può arrestare il pensiero. Sguardo e pensiero si levano più in alto, e dal profondo del cuore, col più ardente palpito che potrà mai destare in me l’amor di patria, sciolgo un ringraziamento a quella Giustizia nel cui nome l’Italia gridò al mondo: — Voglio la libertà — e giurò di conseguirla; nel cui nome aspettò per tanti anni, confidò, sperò, sofferse, sorse, bagnò del sangue dei suoi figli tutti i suoi monti e tutti i suoi fiumi, cacciò lo straniero, si compose a nuova vita; nel cui nome è entrata oggi in Roma e ha inalberato sulla torre del Campidoglio la sua bandiera gloriosa, benedetta ed amata.
II.
Roma, 26 settembre.
Senz’aver veduto Roma è impossibile formarsi una giusta idea dell’effetto che può fare. E di Roma come di Venezia: la prima cosa che si fa, appena entrati, è di dimandarsi se si sogna o se si è desti. Sembra una città guardata a traverso d’una lente che ne ingigantisca i contorni. Si direbbe che le case, le piazze, le chiese, le fontane, le scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti da una razza d’uomini fisicamente il doppio di noi. Noi ci sentiamo piccoli, passando per queste piazze e per queste vie; ci pare d’esserci rifatti bambini; l’uomo diventa formica, come dice Victor Hugo. Per guardare il sommo degli edifici e delle colonne bisogna torcersi il collo; per vedere il fondo alle piazze ci vuole il cannocchiale; per muoversi, la carrozza; per non perdere la bussola, un volume di cinquecento pagine sotto il braccio; per non lasciarsi soverchiare dalla commozione, almeno un paio di case a Firenze che diano la rendita di cinquantamila lire. È una città che stordisce; ecco la vera parola. Non mi ricordo chi sia quell’illustre straniero che, entrando in Roma per porta del Popolo, fu sorpreso e commosso a tal segno dallo spettacolo della piazza, del Pincio, delle tre grandi strade, delle chiese, degli obelischi, di tutte le meraviglie che s’abbracciano da quella porta con uno sguardo solo, che fu costretto ad appoggiarsi sul braccio del suo vicino. Tale è veramente l’effetto che fa Roma in quel punto. Il primo bisogno che si sente è di aver accanto qualcuno da stringergli il braccio e lasciargli il livido. Se non ci fosse gente intorno, si manderebbe un grido.
* * *
Io vidi una bellissima scena. I nostri soldati entrarono in Roma per porta Pia e andarono difilato sino a Montecitorio. Fosse caso o disegno, non lo so; ma per far quel cammino passarono dinanzi ai più stupendi monumenti di Roma.
Non mi ricordo il primo entrato che reggimento fosse. Giunge in piazza di Termini, dove c’è una fontana bellissima. Per chi non ha mai visto Roma, le sue fontane, così gigantesche e fantastiche, sono una delle più profonde sorprese. I soldati si voltano, guardano e prorompono in un lungo _oh!_ che si propaga di compagnia in compagnia, di battaglione in battaglione, man mano che giungono nella piazza. Chi rallenta il passo, chi si ferma, chi vorrebbe avvicinarsi. — Animo, animo, — dicono gli ufficiali, — ci sono altre cose più belle da vedere. — I Romani ridono al vedere i soldati tanto sorpresi di sì piccola cosa. — Vedrete ben altro, — dicono, — questo non è niente; andate, andate, vedrete ben altro. — I soldati vanno innanzi voltandosi indietro ad ogni passo e discorrendo forte tra loro.
Il reggimento giunge in piazza del Quirinale. Lo spettacolo è meraviglioso. A destra un palazzo gigantesco; in mezzo alla piazza una fontana due volte più grande, più bella, più stupenda della prima; statue, vasca, getto d’acqua, tutto colossale. Si vede in lontananza la cupola di San Pietro, una gran parte di Roma, monte Mario, il Tevere, la campagna, un panorama grandioso e imponente. I soldati rimangono attoniti, senza profferir parola, senza neanco accorgersi delle grida e degli applausi che li accompagnano; guardano colla bocca aperta e gli occhi spalancati, come se si fossero affacciati a un mondo nuovo; il silenzio dura per qualche momento; il popolo tace anch’esso come per non turbare la dolcezza di quella contemplazione. A un tratto sorge tra le file una voce altissima: — Viva Roma! — Tutto il reggimento risponde: Viva Roma! — Andate, andate, — dicono di nuovo i Romani, questo non è niente, ben altro vi resta da vedere. — Il reggimento continua la sua strada.
Ecco la piazza di Trevi, la fontana di Trevi. Che cos’è questo? Com’è qui quella roccia? Di dove scende quel fiume? Chi è quel gigante? I soldati prorompono insieme in un grido di meraviglia e di gioia, tendono le braccia, si affollano, si stringono, par che si vogliano gettare nella fontana. — Viva Roma! — gridano; — Viva l’esercito! — rispondono i Romani, e di nuovo: — Avanti, vedrete, vedrete. — Ma che si può vedere ancora di più bello? La fontana di Trevi è veramente prodigiosa, non par vera, pare una cosa sognata, una cosa da giardino fatato, letta nelle _Mille e una notte_. — Ah! non ce la volevano dare Roma? — esclama un ufficiale; eh! ora si capisce. — Come vi piace la città? domandano i Romani, passando e agitando le bandiere. Cosa rispondere? I soldati non rispondono che: — Roma! Roma! — Il reggimento va oltre.
Ecco la piazza Colonna, la Colonna....
Soldati e popolo cominciarono a girare attorno alla Colonna; sonavan trombe, tamburi, grida; v’eran dei Tedeschi e degl’Inglesi con noi, e in quel momento, commossi anch’essi, ci strinsero la mano dicendo: — .... Bel giorno! Bei momenti!
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LA CUPOLA DI SAN PIETRO.
Per quanto si sia parlato, scritto e disegnato della basilica di San Pietro, qualcosa da dire resta sempre. E poi, questa volta, sotto la cupola di San Pietro c’è una grande novità: i bersaglieri, dei quali non è fatto cenno, credo, nè dalle guide, nè dai libri archeologici, nè dalle opere artistiche; e spero che la mia penna d’oca, coll’aiuto delle loro penne di cappone, riuscirà a far qualcosa.
Ecco schietta e netta l’impressione che mi fece San Pietro.
Andai là con un mio amico ch’era già stato a Roma. Passando sul ponte Sant’Angelo, incontrammo un ufficiale che ci consigliò di tornare indietro. Adesso ci troverete una processione di soldati, disse; ne sono piene tutte le scale, pare una caserma, bisogna tornarci più tardi.
Più tardi? Con questa po’ di febbre che ho addosso? Dopo aver veduta quella benedetta cupola per cinque giorni, a otto miglia di lontananza, grande, netta e spiccata, che mi pareva a due passi, e mi faceva soffrire le pene di Tantalo? È impossibile; fin che non ci sono sopra, mi par di sentirmela sul petto. Andiamo a vedere questa meraviglia. A San Pietro!
La carrozza era già al di là del ponte Sant’Angelo, quando il mio compagno mi consigliò di chiuder gli occhi e di non aprirli prima che me lo dicesse; li chiusi.
A un tratto la carrozza si fermò e l’amico disse: “Guarda.”
Guardo: siamo in mezzo alla piazza. Ecco le colonne, le fontane, la gradinata, la cupola, ogni cosa come si vede nei quadri: nulla di nuovo e nessuna sorpresa.
“Dunque?” l’amico domanda, “non ti scuoti? che impressione ti fa? non ti par bello, grande, sublime?”
Io sono mortificato, non trovo parola. Questa è la famosa basilica? Questa la cupola che si vede di lontano quaranta miglia? Questo il gran colosso di San Pietro?
“Dunque?”
“Dunque..... senti, amico, vuoi ch’io ti dica la verità?”
“Quale?”
“Mi par piccolo.”
“Cosa?”
“Tutto: la piazza, la chiesa, la facciata, la cupola, tutto quello che vedo.”
Il mio amico diede in uno scroscio di risa.
“Sarà ridicolo; ma è vero. Mi par piccolo, mi par piccolo, mi par piccolo. Son disilluso.”
“Guarda quell’uomo.”
“Quale?”
“Quello seduto ai piedi d’una delle colonne di mezzo della facciata.”
Guardo l’uomo, misuro coll’occhio tutta l’altezza della colonna, misuro la larghezza, poi l’uomo di nuovo, confronto, riguardo ed esclamo:
“È immenso!”
“Ah! qui ti volevo! Bisogna confrontare, caro mio. Come ti puoi accorgere che qualcosa è gigantesco dove tutto è gigantesco? A prima giunta, tutti guardano in su, e tutti dicono come te. Scendiamo.”
Si scende di carrozza, si sale la gradinata: non finisce mai. Si guardano le colonne della facciata: ingigantiscono a ogni passo. Giungiamo dinanzi: sono larghe come case. Guardiamo in su: sono alte come campanili. Ci voltiamo indietro: quanta strada s’è fatta! Le fontane, pur ora così grandi, son diventate piccine che non paiono più quelle. Un soldato vicino a noi esprime benissimo questo stesso effetto; guarda la facciata e dice: _Gonfia_.
Entriamo. Guardo.... “Amico, questa volta te lo dico sul serio: sono deluso.”
“Aspetta. Vedi quella colomba in bassorilievo, di marmo bianco, qui nell’angolo?”
“Vedo.”
“A che altezza ti par che giunga della tua persona?”
“Al collo.”
“Vediamo.”
Si va innanzi.... Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi. Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulla punta dei piedi, e non ci arrivo.
“Guarda le lettere di quell’iscrizione lassù; come ti paiono alte?”
“Quattro palmi.”
“Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?”
“Un braccio.”
“Tre metri.”
Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa alta che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d’artiglieria grandi e robusti come Ciclopi; la cosa alta è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino poco distante guarda e sorride con un’aria di sorpresa e di compiacenza; par che dica: — Sono cristiani queste bestie feroci! meno male!
V’è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all’altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno contemplando le statue, e per convincersi che sono di marmo, mettono loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d’uno di essi, che mi ha l’aria di un monferrino: _A j’è nen a dije; a l’è un bel travaj_.
Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l’effetto è veramente prodigioso! È bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l’abisso. In altri il volto e l’occhio s’illuminano come a una visione di cielo. È una meraviglia che ha dell’estasi. È il solo punto della chiesa in cui collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è magnificenza che seduce e splendore che affascina, non grandezza che ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni che vi si profusero, che a quegli cui furono dedicati; più ai pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L’anima è così tenacemente legata alla terra dalle meraviglie dell’arte, che a sprigionarla e levarla in alto occorre assai maggior forza e più difficile lotta, di quel che a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.
Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e a misura che si procede la testa si fa pesante e la vista s’intorbida. Ad ogni passo cento nuove cose, l’una più straordinaria e mirabile dell’altra: si affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate. L’attenzione a tutte insieme non basta; sopra una sola non può fissarsi, chè le altre la tirano; così tremola e si stanca senza nulla abbracciare. Colonne enormi, statue gigantesche, bassorilievi, dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d’ogni forma e d’ogni natura; vi si passa accanto senza neanco guardare; si travedono e si dimenticano le une nelle altre.
Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla porta; sarà una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli che reggono la pila dell’acqua benedetta sembrano due giocattoli da ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi, quale a un terzo: chiesuole. _Mamma mia!_ esclamano i soldati napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro villaggi, per dare un’idea di San Pietro col confronto della chiesa parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il conto di quanti soldati ci starebbero. — Ci stanno tutti i soldati del 4º corpo d’esercito? — Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che mandarono al servizio delle sussistenze.
Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, che sarà una sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; i gradini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri, agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di marmo dov’è segnato il nome di tutti i principi del mondo che salirono alla cupola. C’è l’iscrizione di Ferdinando II di Napoli. Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, keppì, sciabole di cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono, salgono, s’incontrano, si salutano, si esprimono l’un l’altro lo stupore e l’allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni, chè il soldato, per dove passa, lascia sempre traccia di sè. Sotto quella del Borbone che dice: _Re del regno delle due Sicilie, salì nella cupola ed entrò nella palla_, si legge: _Tale dei tali, allora caporale del genio, ha avuto l’onore di salutarla a Gaeta_.
Oh, ecco una finestra, guardiamo giù. Mi corbelli? Siamo già oltre il tetto dei più alti palazzi. Si ripiglia la salita, si cammina altri dieci minuti, ecco una porta: si esce al cielo aperto. Eccoci sul tetto della chiesa: è una piazza d’armi. Si vede da una parte un edifizio rotondo, alto quanto una chiesa ordinaria; non è altro che una delle cupolette minori che fanno da stato maggiore alla principale. È grande e stupenda, ma nessuno la guarda; non s’ha tempo per guardare tutte le minuzie. Si corre al parapetto, si guarda nella piazza, è un formicaio. Si guardano le statue che sorgono in fila sul sommo della facciata: che moli! Piedi che non istanno sul tavolino dove scrivete; pieghe dei panni in cui si può nascondere un uomo; dita che paiono clave. V’è una chiave di San Pietro che a prima giunta si piglia per un’àncora di bastimento. I soldati scorrazzano da tutte le parti, chiamandosi e salutandosi dalla piazza al tetto, dal tetto alla cupola, ed esprimendosi la meraviglia con quel ridere allegro e quelle esclamazioni scherzose: — Che bagattella! — E chi vuol andare di qua, chi di là; si tirano, si spingono, si aggruppano, si sparpagliano, correndo, ridendo e chiacchierando, come i ragazzi nel cortile di un collegio, — ”Bisogna farsi coraggio,” dice uno, “e salire, perchè se non si va in paradiso questa volta, non ci si va più.” — ”Ma questa cupola par piccola,” ripeto al mio amico. E lui: “Guarda in cima.” L’ultimo terrazzino sotto la palla è pieno di soldati; o come mai si vedono così piccoli se son così vicini?
Su, alla cupola. Sali e gira e rigira, ecco una porta che dà sur una galleria; la galleria dà nell’interno della chiesa; mi affaccio, mi tiro indietro, ho paura che mi pigli la vertigine. “Guarda la sala del Concilio, laggiù in quella nave della chiesa,” mi dice il compagno. Guardo; “Ma come! là dentro stavano tutti quei vescovi? Ma se è grande come una scatola da tabacco!” Cosa sembrano gli uomini? Mi ricordo il detto del Guerrazzi: quello che sono, insetti. Intorno a quell’altarino di mezzo ce n’è uno sciame; sembrano una macchia nera che si muova. Guardo dietro di me, nel muro, e m’accorgo che quelle testine d’angiolo a mosaico ch’io vedeva di giù, starebbero bene sopra un par di spalle larghe quattro metri.
Si risale. Scale lunghe e diritte di cui si vede appena la sommità, scale a chiocciola dove per salire bisogna afferrarsi a una fune, scale di legno a zig zag, scale comprese fra due pareti curve dove bisogna camminare rotolandosi sulla parete più bassa; e daccapo scale dritte, e daccapo scale a chiocciola, e avanti, sudando, ansando e soffiando; ecco finalmente un raggio di luce, una porta, eccoci sulla sommità, ecco tutta Roma: oh che aria viva e leggera!
La prima esclamazione che mi colpisce arrivato là è d’un artigliere lombardo. — _Madona!_ — egli esclama giungendo le mani — _alter ch’el domm de Milan!_