Part 8
.... Come quei quadri svariati, ove si vedono alla rinfusa paesaggi allegri e rupi nevose illuminate dalla luna, salotti signorili e campi di battaglia, donne, fanciulli e fiori, e in un cantuccio un uomo che dorme e sogna; così io veggo ora Parigi a traverso le novelle, i romanzi, le commedie, i quadri, le poesie, i giornali, che ce ne resero famigliari gli aspetti, i costumi, i tipi, le consuetudini più minute della vita di strada e di casa. Mi veggo vivo dinanzi agli occhi quello spettacolo grandioso; sento il rimescolamento suscitato in quell’aura tepida e molle di una vita di sfarzo e di piaceri, dall’improvvisa corrente infocata che porta dal campo di battaglia l’odore della polvere e lo strepito delle armi. A tratti a tratti l’elegante aspetto della splendida città imperiale si altera e si perde, o lascia apparire di sotto il profilo risentito e fiero della repubblica antica. Veggo un tratto di teatro tutto fitto di lumi; tendo l’orecchio se mi arrivasse un verso gentile del Musset o un motto arguto dell’autore di _Dalila_, e scoppiano le note terribili della _Marsigliese_. M’affaccio alla finestra per godere il brulichìo denso ed allegro di una grande strada di Parigi, e veggo una moltitudine compatta ed impetuosa che si allontana levando fiere grida di guerra e di morte. Sento una voce infantile e sonora, mi volto, mi veggo scintillare dinanzi due grandi occhi neri, mi ricordo del ritratto di Hugo, riconosco il caro e terribile _gamin_ delle barricate, gli vado incontro; egli mi grida: — Armi! — e scompare. Guardo in un salottino lucente di seta e di specchi, una bella figura alta e flessibile, coi capelli sciolti, in atteggiamento stanco e voluttuoso; riconosco l’eroina dei romanzi, la protagonista dei proverbi, il primo fantasma acceso nei miei sogni giovanili dal Dumas e dal Sue; la chiamo, si volta, è mutata, è pallida, piange; il suo amante è alla guerra. Mi sento urtato per la via, mi volto, è l’impresario, il negoziante, il fattore, l’uomo panciuto del Kock, che schiaccia la gente nelle diligenze e arriva sempre a casa quando sua moglie ha finito; è lui, e me lo vedo vestito da guardia mobile, fiero e impettito, e mi grida colla sua grossa voce nasale: — Alla guerra! — Corro di caffè in caffè, cerco il mio tipo di giovanotto da romanzo, bello, elegante, ricco, generoso, innamorato, benedetto di tutti i doni di Dio, e lo incontro vestito da tiratore algerino, colla testa rasa, con due grosse scarpe, col viso già abbrunato dai primi soli del campo di Marte colle mani incallite dal fucile.... Parigi! bella e cara Parigi! ha pur detto bene quel grande che a viver lontani da te si sente sempre un po’ di vuoto nel cuore, ci pare sempre che qualche cosa ci manchi, si prova sempre qualche cosa che rassomiglia da lontano alla tristezza dell’esilio.
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16 agosto.
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Se le guerre non fossero per molti altri effetti deplorevoli, questo per sè solo basterebbe a farle ritenere una sventura: la sconfinata presunzione che si rivela nei giudizi e nella forma del linguaggio di tutti coloro che ne discorrono. È una cosa che non ha riscontro in nessun’altra occasione di avvenimento pubblico che sollevi delle discussioni; è la postergazione generale della modestia e del pudore; è un acciecamento completo. Si direbbe che l’aura della guerra entrandoci dentro ci tolga la facoltà di sentire rettamente di noi, e ingigantisca nella mente di ciascuno il concetto di tutte le doti e le facoltà naturali e acquisibili dell’anima sua. Improvvisamente, per virtù della guerra, si desta e si sviluppa nell’anima del bottegaio, dello scolare, del fattorino, dell’impiegato, di tutte le persone più aliene per istudi e per istituto di vita dalle cose militari, un amor proprio strategico, un amor proprio tattico, un amor proprio geografico, un amor proprio politico, un amor proprio storico, diecimila non mai provati amor propri, ombrosi, infiammabili, intolleranti, quali appena potrebbero essere scusati dalla coscienza d’un genio trascendentale e d’una dottrina meravigliosa.
La discussione non soffre confini; la parola è concitata e franca; il giudizio pronto, reciso e sicuro; tutte le parole, tutte le forme dubitative sbandite. Provatevi a dire: — Adagio, riflettiamo, aspettiamo, potremmo non avere inteso bene, ci potrebbe mancare ancora qualche elemento di giudizio, si potrebbe dare ancora qualche accidente che ci costringesse a modificare il nostro parere; si tratta di giudicare degli uomini che invecchiarono in codesti studi: quanto più si va innanzi negli anni e nell’esperienza vedete che più si indugiano i giudizi e se ne tempera la forma; tanto più dobbiamo indugiare e temperar noi; in queste cose l’inesattezza è ingiustizia, la precipitazione è colpa, la passione volgarità..... Vi ridono sul viso, si meravigliano di voi, vi dicono che gli fate pietà, che la cosa è evidente, che loro l’avevano preveduta, che non poteva seguire altrimenti, che basta un poco di buon senso ad intenderlo.
— Ma dite almeno che vi pare, che credete che sia così, che potreste ingannarvi.... — No, no, no, impossibile; l’ultimo monello di borgo San Frediano è fermamente e sinceramente convinto che s’egli fosse stato il Mac-Mahon avrebbe trovato modo di evitar la battaglia; che se avesse comandato la divisione del Douay non l’avrebbe sacrificata a quel modo; che se si trovasse lui sul campo di battaglia condurrebbe meglio il servizio degli avamposti francesi; che il Bazaine fa una bestialità ritirandosi; che Napoleone è una testa di legno; che la Francia è degenerata; che la razza latina ha bisogno del lume della sua mente e dello impulso della sua mano per rifarsi a nuovi destini....
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.... La maggior parte di coloro che parteggiano per la Prussia, interrogateli della cagione; vi diranno che è l’antipatia per la Francia. Ebbene; non invidiamo loro il sentimento di soddisfazione che dai trionfi prussiani ricavarono e forse ricaveranno; non sarà mai un sentimento che li appaghi, un sentimento di contentezza vera e nobile, in cui il loro cuore si quieti. La soddisfazione d’un trionfo che non deriva dall’affetto che si nutra per la parte che l’ottiene, non è più la soddisfazione del trionfo, ma quella della sconfitta, ed ha però sempre qualcosa di torbido e di amaro, perchè non è tutta generosa, nè tutta legittima. È una reazione, di cui l’anima non si compiace quanto d’un sentimento spontaneo e schietto, a suscitare il quale la vittoria per sè sola ed in sè sola basta, e la sconfitta non entra se non come fatto indispensabile o conseguenza necessaria. Quindi è che chi prova quella soddisfazione, non può far sì nell’esprimerla che l’espressione non ne tradisca l’origine e non abbia qualche volta delle forme dure. Siccome quel piacere non gli basta, fruga nella sconfitta a cercarvi nuovo alimento; le vuole assegnare delle cagioni che tornino a disdoro della parte che la toccò; vuol distruggere o attenuare quelle che la spiegherebbero nel modo meno umiliante; della superiorità del numero del vincitore tocca di volo; del valore dei soldati vinti tace; teme che alla parte avversa sia rimasto anche un po’ di baldanza e di fiducia, e gliene vuol negare il diritto; deve infine esercitare ed esprimere un sentimento non degno, nè a lui medesimo grato; un sentimento che non esprimeremmo mai noi, quando la fortuna sorridesse alla Francia, perchè il nostro desiderio non mira all’umiliazione d’un nemico odiato, ma alla gloria d’un amico antico ed amato, e in questa si circoscrive e si appaga....
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.... Per noi la Francia è un affetto di fonte antica, per molte e nuove cagioni cresciuto, radicato, gagliardo; e però ci sarà sempre un conforto, nè lo muterà la fortuna. Quest’affetto, dove la Francia soggiaccia, ci costerà assai più amarezza che non ne costerebbe la sua vittoria a chi oggi la vorrebbe veder nella polvere; ma perciò ci sarà più caro, come tutti gli affetti che il sacrifizio accompagna e a cui la costanza è natura. Eravamo gelosi dell’integrità della Francia come di terra nostra, e ci abbiamo veduto entrar lo straniero. Ci sentivamo compresi della gloria delle sue armi, e l’abbiamo vista oscurarsi. Amavamo i suoi valorosi soldati, e li abbiamo visti disperdere. Veneravamo i suoi vecchi generali, e li abbiamo sentiti vilipendere. Ci toccherà forse assistere all’ecatombe di codesto immortale esercito, forse veder Parigi stretta dai nemici ad una difesa disperata, forse rinnovare tra le sue mura le prepotenze e gli oltraggi dell’invasione straniera. Per noi che amiamo la Francia saranno dolori veri e profondi; e li dovremo divorare in silenzio, tra i sorrisi di coloro che affrettano oggi col desiderio tutte codeste sciagure.
Ma l’affetto che nutrivamo per la Francia gloriosa, possente e temuta, per il suo esercito prediletto dalla vittoria, per il suo popolo ardente d’entusiasmo e di fede, quell’affetto lo conserveremo vivo sempre ed immutabile per la Francia caduta, per la Francia sventurata, ferita nel cuore e coll’alloro di regina dei popoli inaridito sulla fronte sanguinosa; lo conserveremo per i suoi soldati sparsi nelle città e nelle campagne, intorno ai focolari domestici, a destare col racconto dei dolori patiti le lacrime materne e la pietà dei congiunti; lo conserveremo per il popolo francese scorato, oppresso, diradato dalle prime battaglie e dalle ultime resistenze della disperazione. Allora sì che il sentimento della gratitudine ci si farà profondo nel cuore, e diventerà un culto. Allora ci stringeremo con più caldo entusiasmo a quella Francia che non cade mai, alla Francia che palpita nelle pagine dei suoi grandi scrittori e dei suoi grandi poeti, ed in loro onoreremo il suo nome e risaluteremo la sua gloria. E basterà a confortarci la coscienza di avere amato e onorato quel grande popolo, amatolo vincitore, onoratolo vinto, senza ipocrisia, senza interesse, col cuore di fratelli, sempre.
RICORDI DI ROMA.
L’ENTRATA DELL’ESERCITO IN ROMA.
LETTERE.
I.
Roma, 21 settembre 1870.
Le cose che ho da dire sono tante e tali che mi sarà impossibile scriverle con ordine e chiaramente. È già gran cosa aver la voglia di scrivere, mentre per le vie di Roma risuonano ancora le grida del primo entusiasmo e della prima gioia. Tutto quello che ho veduto ieri mi sembra ancora un sogno; sono ancora stanco della commozione; non sono ancora ben certo di essere veramente qui, di aver visto quello che vidi, di aver sentito quello che sentii.
Vi dirò subito che l’accoglienza fatta da Roma all’esercito italiano è stata degna di Roma; degna della capitale d’Italia; degna di una grande città sovranamente patriottica. Tutto ha superato non solo l’aspettazione, ma l’immaginazione. Bisogna aver veduto per credere. Dubiterete della mia sincerità, lo prevedo; nè debbo spender parole per prevenirvi, perchè è troppo naturale; capisco che non posso aspirare ad esser creduto. Eppure sento che non vi darò che una pallida immagine della realtà! Son cose che non si possono scrivere.
Ieri mattina alle quattro fummo svegliati a Monterotondo, io e i miei compagni, dal lontano rimbombo del cannone. Partimmo subito. Appena fummo in vista della città, a cinque o sei miglia, argomentammo dai nuvoli del fumo che le operazioni militari erano state dirette su varii punti. Così era infatti. Il 4º corpo d’esercito operava contro la parte di cinta compresa tra porta San Lorenzo e porta Salara; la divisione Angioletti contro porta San Giovanni; la divisione Bixio contro porta San Pancrazio. Il generale Mazè de la Roche, colla 12ª divisione del 4º corpo, doveva impadronirsi di porta Pia.
A misura che ci avviciniamo (a piedi, s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville piene di gente che guarda. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarsi contro porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le breccie. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a porta Pia, e che i cannoni dei pontificii appostati a quella porta erano stati smontati. Si parlava di qualcuno dei nostri artiglieri ferito. Ne interrogammo parecchi che tornavano dai siti avanzati, e tutti ci dissero che i pontificii davano saggio d’una meravigliosa imperizia nel tiro, che i varchi già erano aperti, che l’assalto della fanteria era imminente. Salimmo sulla terrazza d’una villa e vedemmo distintamente le mura sfracellate e la porta Pia malconcia. Tutti i poderi vicini alle mura brulicavano di soldati. In mezzo agli alberi dei giardini si vedevano lunghe colonne di artiglieria. Ufficiali di stato maggiore e staffette correvano di carriera in tutte le direzioni.
È impossibile ch’io vi dia notizie particolari di quello che fecero le altre divisioni. Vi dirò della divisione Mazè de la Roche, che è quella ch’io seguii.
La strada che conduce a porta Pia è fiancheggiata ai due lati dal muro di cinta dei poderi. Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e la porta si vedeva benissimo a una grande lontananza; si vedevano i materassi legati al muro dai pontificii, e già per metà arsi dai nostri fuochi; si vedevano le colonne della porta, le statue, i sacchi di terra ammonticchiati sulla barricata costrutta dinanzi; tutto si vedeva distintamente. Il fuoco dei cannoni pontificii, da quella parte, era già cessato, ma i soldati si preparavano a difendersi dai muri. A 300 o 400 metri dalla barricata due grossi pezzi della nostra artiglieria traevano contro la porta e il muro. Il contegno di quegli artiglieri era ammirabile. Non si può dire con che tranquilla disinvoltura facessero le loro manovre, a così breve distanza dal nemico. Gli ufficiali erano tutti presenti. Il generale Mazè, col suo stato maggiore, stava dietro i due cannoni. Ad ogni colpo si vedeva un pezzo del muro della porta staccarsi e rovinare. Alcune granate, lanciate, parve, da un’altra porta, passarono non molto al disopra dello stato maggiore. Gli zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa qualche danno.
Quando la porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto. Non vi posso dar particolari. Ho visto passare il 40º a passo di carica. L’ho visto, presso alla porta, gettarsi a terra per aspettare il momento opportuno ad entrare. Ho sentito un fuoco di moschetteria assai vivo; poi un lungo grido Savoia! poi uno strepito confuso; poi una voce lontana che gridava: Sono entrati! — Allora giunsero a passi concitati i sei battaglioni bersaglieri della riserva; giunsero altre batterie di artiglieria; s’avanzarono altri reggimenti; vennero oltre, in mezzo alle colonne, le lettighe pei feriti. Corsi cogli altri verso la porta. I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi; lo colonne a mano a mano entravano. Da una parte della strada si prestavano i primi soccorsi a due ufficiali di fanteria feriti; gli altri erano stati portati via. Ci fu detto che era morto valorosamente sulla breccia il maggiore dei bersaglieri Pagliari, comandante il 35º. Vedemmo parecchi ufficiali dei bersaglieri colle mani fasciate. Sapemmo che il generale Angelino s’era slanciato innanzi dei primi colla sciabola nel pugno come un soldato. Da tutte le parti accorrevano emigrati gridando. Tutti si arrestavano un istante, a guardare il sangue sparso qua e là, per la strada: sospiravano, e via.
La porta Pia era tutta sfracellata, la sola immagine enorme della Madonna che le sorge dietro era rimasta intatta, le statue a destra e a sinistra non avevano più testa, il suolo intorno era sparso di mucchi di terra, di materassi fumanti, di berretti di zuavi, d’armi, di travi, di sassi.
Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti.
In quel momento uscì da porta Pia tutto il corpo diplomatico in grande uniforme, e mosse verso il quartier generale.
Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando. A misura che procediamo nuove carrozze, con entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini; è piena di zuavi e di soldati indigeni che aspettano l’ordine di ritirarsi. Giungiamo in piazza del Quirinale. Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di cittadini colle armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri pontificii. I sei battaglioni bersaglieri della riserva, preceduti dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, in piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s’agitano fazzoletti banchi, s’odono grida ed applausi. Il popolo accompagna col canto la musica delle fanfare. Sui terrazzini si vedono gli stemmi di Casa Savoia. Si entra in piazza Colonna: un grido di meraviglia s’alza dalle file. La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti, centinaia di bandiere sventolano, l’entusiasmo è al colmo. Non v’è parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi, ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: — I nostri soldati! — I nostri fratelli!
È commovente; è l’affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un punto ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da centomila petti; è il primo giorno d’una nuova vita; è sublime.
E altre grida da lontano: — I nostri fratelli!
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Il Campidoglio è ancora occupato dagli squadriglieri e dagli zuavi.
Una folla di popolo accorsa per invaderlo è stata ricevuta a fucilate. Parecchi feriti furono ricoverati nelle case; fra gli altri un giovanetto che marciò quindici giorni coi soldati. Il popolo è furente. Si corre a chiamare i bersaglieri. Due battaglioni arrivano sulla piazza, ai piedi della scala. I pontificii, al primo vederli, cessano di tirare; ma restano in atto di resistere.
Una specie di barricata di materassi è stata costrutta a traverso il Campidoglio. L’assalirla di viva forza potrebbe costar molte vittime; s’indugia, forse gli zuavi s’arrenderanno, si dice che hanno paura dell’ira popolare. Tutte le strade che circondano il Campidoglio sono piene di gente armata che sventola bandiere tricolori e canta inni patriottici. Intanto ai bersaglieri che attendono sulla piazza vengono recati in gran copia vini, liquori, sigari, biscotti. La moltitudine va crescendo, cresce lo strepito. Qualcuno, forse un parlamentario, è salito sul Campidoglio. Parecchi ufficiali lo seguono. La folla, dal basso, guarda con grande ansietà. Ad un tratto cadono i materassi della barricata e appaiono le uniformi dei nostri ufficiali che agitano la sciabola e chiamano il popolo gridando: — Il Campidoglio è libero. — La moltitudine getta un altissimo grido e si slancia con grande impeto su per la scala gigantesca; passa fra le due enormi statue di Castore e Polluce; circonda il cavallo di Marc’Aurelio; invade i corpi di guardia degli zuavi e rovescia, spezza e disperde tutto quanto vi trova di soldatesco. In pochi minuti tutto il Campidoglio è imbandierato. Il cavallo dell’imperatore romano è carico di popolani; l’imperatore tiene fra le mani una bandiera tricolore. Un reggimento di fanteria occupa la piazza. È accolto con grida di entusiasmo. La banda suona la marcia reale, migliaia di voci l’accompagnano. All’improvviso tutte le faccie si alzano verso la torre. Il popolo e i soldati ne hanno sfondata la porta, son saliti sulla cima, hanno imbandierato il parapetto. Un pompiere sale per mezzo d’una scala sulle spalle della statua e lega una bandiera alla croce. Un fragoroso applauso e lunghissime grida risuonano nella piazza. La grande campana del Campidoglio fa sentire i suoi solenni rintocchi. Da tutte le parti di Roma il popolo accorre entusiasticamente. Gli ufficiali che si trovano sul Campidoglio sono circondati e salutati con incredibile affetto. Si grida: — Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio! — Le donne si mettono le coccarde tricolori sul seno. Da tutte le finestre dei vicini palazzi si agitano le mani e si sventolano i fazzoletti. Molti piangono. Il movimento della folla è vertiginoso; il rumore delle grida copre il suono della grande campana.
I conventi vicini, dove si crede che siansi rifugiati gli zuavi e gli squadriglieri, sono circondati dai bersaglieri e dalla fanteria.
* * *
Si ritorna in fretta verso il Corso. Tutte le strade sono percorse da grandi turbe di popolo con bandiere tricolori. I soldati pontificii che s’avventurano imprudentemente a passare per la città a due, a tre o soli, sono circondati, disarmati e inseguiti. Giungiamo in piazza Colonna. In mezzo alla piazza vi sono circa 300 zuavi disarmati, seduti sugli zaini, col capo basso, abbattuti e tristi. Intorno stanno schierati tre battaglioni bersaglieri. Il colonnello Pinelli e molti ufficiali guardano dalla loggia dello stupendo palazzo che chiude il lato destro della piazza. Popolani, signori, signore, donne del popolo, vecchi, bambini, tutti fregiati di coccarde tricolori, si stringono intorno ai soldati, li pigliano per la mano, li abbracciano, li festeggiano.
Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffè di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce a desinare. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, avvicendando clamorosamente le preghiere e le istanze. I soldati prendono in collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.