Part 7
Codesti sono veramente grandi e terribili dolori che soverchiano l’anima e spezzano i cuori di tempra più dura. E sarà poi tutto suo l’errore? chi lo può sapere? chi lo saprà? Una svista d’un istante, una notizia falsa, un assegnamento fallito, uno slancio sconsiderato di coraggio, un’illusione sfuggevole, un punto, un nulla può essere stato la cagione per cui s’attaccò la battaglia, e ne seguì il rovescio. E questo basta per precipitare la fortuna d’un uomo; basta per strappargli dal capo incanutito nelle armi la corona di alloro e buttargliela ai piedi; basta per togliergli la fiducia dell’esercito, a cui consacrò il suo sangue, i più begli anni della sua giovinezza, ogni sua più bella speranza; basta a contristargli per sempre la vita, che egli sperava di chiudere in una quiete serena, bella di mille splendidi ricordi, cinto d’affetti, coronato di gloria.
È una sentenza che spaventa.
Noi siamo più calmi e più giusti; in noi l’ira cittadina tace, e il dolore, a cui l’ingiustizia delle precipitate condanne si perdona, è men vivo; sia però generosa e prudente la nostra parola. Per noi Italiani, il nome del Mac-Mahon è nome d’amico: nome di antico fratello d’armi, nome che ci ricorda i più bei giorni e i più cari entusiasmi della nostra rivoluzione; nome che ispira affetto e chiede gratitudine; non lo dimentichiamo. Si può, in Italia, portar diverso giudizio del governo napoleonico, e nutrir quindi per esso un sentimento diverso; ma pei generali, pei soldati, per tutti coloro che hanno combattuto per noi, accanto a noi, sulla nostra terra, non è possibile che un sentimento solo; e l’averlo è dovere, e l’esprimerlo è atto gentile. Per noi il Mac-Mahon era venerabile e caro quanto il più vecchio e il più prode dei nostri soldati; paghiamogli dunque oggi il debito di gratitudine che a lui ci lega, paghiamoglielo rispettandolo e difendendolo dalle ire ignobili e dalle persecuzioni crudeli. Chi ha mente e cuore per comprendere le grandi sventure e per misurare i grandi dolori manderà da lungi un saluto riverente e affettuoso al vinto di Wörth, dicendogli dal più profondo dell’anima: — Maresciallo! gl’Italiani non sono ingrati; per noi, voi siete sempre il vincitore di Magenta. Noi non dimenticheremo mai che la corona del Re d’Italia brilla del riverbero della vostra spada.
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14 agosto.
Il dire ora che l’esercito francese ha tutto cattivo: generali, stato maggiore, armi, tattica, disciplina, non basta, perchè codeste son cose che si possono mutare, e le muterà l’esperienza; bisogna dare un giudizio di natura irrevocabile, che costituisca durevolmente nell’opinione volgare l’inferiorità della Francia.
E questo giudizio v’è chi l’ha trovato e lo esprime: — «Il coraggio del soldato francese non basta più oramai a vincere le battaglie; è una natura di coraggio che poteva far buona prova ai tempi dei fucili a pietra focaia, non più ora coll’armi a tiro rapido, per le quali ci vuol calma, più che altro, ed occhio. Il coraggio francese, impetuoso e tumultuario, nelle battaglie d’oggi non è altro che una cagione di disordine; riduce il combattere ad una continua rincorsa, che indugia il successo, prostra le forze, duplica le perdite, e dà poca noia al nemico, o meglio non gli dà altro che noia. I Prussiani hanno il vero coraggio saldo e longanime che ora ci vuole; il coraggio pensato, avveduto, immobile, che veglia ed aspetta e si scatena a tempo opportuno.»
Molti la pensano in buona fede così; una corsa precipitosa, un urlo e un colpo di baionetta, ecco la vantata furia francese. Qualcuno arriva persino a soggiungere: — Non è serio.
Oh vedete! Bisogna convenire che c’è della grande serietà in Europa, perchè a porre il dito a occhi chiusi sulla carta geografica, nove volte su dieci si va a toccare un popolo che è in fama d’aver un coraggio poco su poco giù della maniera di quel dei Prussiani; e una o due volte appena, ci avviene di trovare un popolo famoso per quella specie di coraggio di corsa onde va lodata la Francia. Il soldato inglese è un soldato tenace, il russo tenace, l’austriaco tenace, il prussiano tenace, lo svizzero tenace, il danese tenace, cento altri tenaci; e di corridori, d’incauti, di pazzi si conta appena il francese, l’americano, e forse qualche altro di cui ci sarebbe a discutere. C’è quasi da sospettare che quel coraggio là sia più comodo, a vedere ch’è tanto più comune.
Ma si pigli pure l’argomento da un altro lato. Si scomponga nei suoi elementi codesto coraggio dell’avvenire: si troverà ch’essi sono, per esempio, la costanza, la fermezza, la fiducia profonda e salda nella forza propria, quella virtù indomata e selvaggia che vuole, e s’ostina, e s’infiamma nell’avversità, e si ritempra in sè stessa e risorge dalle cadute più fiera.
Ebbene, se la costanza si rivela in trent’anni di guerre gigantesche vinte a furia di lunghe marce forzate e a prezzo di fatiche e di stenti inauditi e incredibili; se la fermezza c’è campo di mostrarla sulle balze nevose e dirupate dei più alti monti della terra, e a traverso i deserti, le lande, le paludi, a lontananze sterminate dalla patria, circondati di nemici, senza rifugio, senza soccorso, senza pane; se la fiducia nella forza propria ci è modo di spiegarla provocando l’Europa, gettandosi in mezzo a cinque eserciti nemici, riannodandosi, sgominati e dispersi, al suono d’un grande nome e all’annunzio d’un grande disegno; se la virtù selvaggia che vuole e s’ostina c’è maniera di provarla rinnuovando dieci volte gli assalti disperati, morendo a mille a mille nelle marce disastrose senza alzare una protesta e senza proferire un lamento, e raggruppandosi e serrandosi in una piccola schiera, nei momenti supremi della sconfitta, per atterrire il nemico della sua vittoria e mostrare al mondo come si muore; se a tutte queste cose si può dare il nome di costanza, di fermezza, di fiducia, di virtù, più che d’impeto cieco e di foga istantanea, si giudichi se al soldato francese manca il coraggio dell’avvenire.
E poi, impeto! corsa! Ma, Dio mio! mentre si fa impeto e si corre, i nemici fanno i fuochi di fila e scaricano i cannoni; la mitraglia squarcia le colonne assalitrici e sparge il terreno di membra spezzate e di sangue; e bisogna non badarci, bisogna serrar le file e procedere, bisogna passar sui cadaveri e fissar gli occhi sui crani spaccati senza lasciarsi prendere dal terrore e dalla disperazione; bisogna aver la forza di sentire col cuor fermo le grida orrende degli amici e dei compagni che giacciono mutilati e sformati, e guardare in viso la morte e saper morire; e che a dar questa virtù sovrumana bastino l’immagine della patria, i colori della bandiera e il grido del colonnello. Questa è la furia dell’assalto francese, la furia che prese il Monte dei Cipressi, la chiesa di San Nicola, la torre di Solferino, le alture scoscese e formidabili di Pellegrino e di Folco; impeto! corsa! è un impeto che copre le chine di cadaveri, è una corsa di sangue che rimanda a casa i reggimenti decimati, e popola gli ospedali di braccia tronche e di gambe recise.
Il soldato francese ha anch’egli la sua ostinazione, l’ostinazione bella e spaventevole dell’ira; domandate agli Austriaci s’egli sa farsi trafiggere sui cannoni e intorno alle bandiere.
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Era da prevedersi: la fama dei generali non basta più oramai a saziare la malignità di chi sospirava l’umiliazione della Francia; si dubita dei soldati. Oh! è un dubbio infame. I campi di Wörth e le alture di Wissemburgo sono seminate di cadaveri prussiani. Le colonne del principe reale e del principe Federico s’avanzano per una campagna allagata di sangue. I dispacci che annunziano la vittoria a Berlino hanno tutti una parola di dolore sulla tremenda grandezza dell’eccidio ch’esse costarono ad ambe le parti. E non si potrebbe, senza infinita viltà, dubitare del valore francese da noi, che li vedemmo morire al nostro fianco a migliaia, col nome d’Italia sulle labbra, noi che ieri soltanto impallidimmo di meraviglia e di terrore dinanzi a un monte di teschi francesi sull’altura della chiesa di Solferino.
Non volete che lo si ricordi? Vi pesa la gratitudine?
Noi dobbiamo amare e venerare l’esercito francese fuori d’ogni ragione politica, d’ogni interesse nazionale, d’ogni legame di gratitudine. L’esercito francese ha una gloria sua e una vita sua, che passò incontaminata e splendida a traverso i regni, le rivoluzioni e le repubbliche, in nome di cui combattè da ottant’anni. Il soldato francese fu prima di tutto e sopra tutto il soldato della rivoluzione e della libertà. Mutata la bandiera, non gli si è mutato il sangue; e il suo coraggio s’accende ancora alla fiamma antica. Sotto il bigio cappotto batte tuttavia il cuore che batteva sotto la giacchetta del giovinetto dalle lunghe chiome, che volava ai confini della Francia scalzo, lacero e superbo. Nel nuovo soldato arde ancora lo spirito che reggeva la lena di quel giovanetto quando trascinava i cannoni su pei dirupi delle Alpi. Le file dei nuovi soldati tien salda ancora quella forza che stringeva i quadrati insuperabili sulle sabbie d’Egitto. Nel petto del nuovo coscritto è viva ancora quella virtù tenace e magnanima che l’animava, estenuato e scarno, nella solitudine dei deserti di neve, in quella follia sublime della campagna di Russia. Noi amiamo codeste memorie, che l’esercito francese ci rappresenta, per il fecondo tumulto di affetti e di pensieri che ci suscitarono nell’anima; le amiamo come tutto quello che è grande e solenne per isventura e per gloria; amiamo codesto soldato perchè fu valoroso, indomabile, sventurato, devoto; lo amiamo in sè, per sè, fuori del suo popolo e del suo sovrano; amiamo quel grande berretto velloso, quell’antica tunica a coda, quelle grandi ghette, quelle due tracolle incrociate delle guardie imperiali, quei colori, quei segni, quei ricordi, quelle bandiere coi nomi di Friedland e d’Austerlitz, l’aura venerabile che muove da quelle file; amiamo quest’esercito, in fine perchè anche noi, come quel giovanetto dei Miserabili, leggendo a sera tarda le pagine immortali della sua grande epopea, abbiamo sentito nella solitudine della nostra cameretta il passo misurato e pesante dei battaglioni della guardia, il grido lontano dei reggimenti, l’eco dei cento cannoni radunati e schierati sotto l’occhio fulmineo del grande capitano, e a poco a poco il cuore ci si gonfiò, l’occhio ci si empì di lacrime, il sangue ci arse, e spalancate con furia convulsa le finestre abbiam lanciato un grido d’entusiasmo nel silenzio della notte: — Viva l’Imperatore!
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— Da che parte tieni tu?
— Dalla Prussia.
— Perchè?
— Perchè mi urta i nervi la _blague_ dei Francesi.
Sì, ritorniamo su quest’argomento; così è: tutto si perdona, anche a un nemico, fuorchè il menomo segno ch’egli ci dia di credersi qualcosa da più di noi. Ne siamo magari convinti, ce lo diciamo cento volte al giorno a noi stessi, daremmo gli occhi della fronte per poterci credere in diritto di alzar la testa e di camminare impettiti come lui; forse, in luogo suo, faremmo peggio, e lo diciamo noi stessi; ma non tolleriamo ch’egli mostri d’accorgersene e ci faccia capire che lo sa. In fondo, è un sentimento comune, ma meschino; basso poi e spregevole, quando si faccia cagione e alimento unico di avversione e d’inimicizia, reprimendo in noi tutti quei moti e combattendo tutte quelle tendenze che ci porterebbero più ragionevolmente alla simpatia e all’affetto.
E poi, si noti, i Francesi hanno della _blague_ non perchè sono uomini come tutti gli altri che fecero qualcosa da cui sia lecito trarre in qualche modo codesto diritto; ma perchè sono Francesi. Che la _blague_ sia fondata o no su qualche cosa di vero e di sodo non si cerca; quel che preme si è che la modestia sia rispettata; noi siamo i paladini della modestia. Ma badiamo di non ingannarci. Badino i più furenti a non iscambiare il legittimo e fiero orgoglio nazionale a cui la _blague_ d’ogni straniero riesce molesta ingiuriosa, col dispettìno e la stizzuccia che desta nelle anime piccole una superiorità incontrastata. Sentimenti molto diversi che vestono non di rado una forma.
La _blague_ è il belletto della forza e della gloria, sempre e per tutto.
Io vorrei mettere l’Italia in luogo della Francia e che ogni Francese pigliasse un Italiano e gli dicesse, come a loro si dice, se non colle parole, col fatto: «Tu sei un uomo di spirito: io faccio tesoro di tutti i tuoi _bons mots_, e quando voglio dire un’arguzia la rubo a te o calco la mia sul disegno della tua. Le più belle commedie sono le tue, i più bei romanzi sono i tuoi, le vetrine dei miei librai sono tutte piene dei tuoi libri; io sono vestito da capo a piedi dei panni che mi fai tu, e mia moglie e mia figlia si vestono come piace a te; tu se’ il legislatore del buon gusto, della moda, d’ogni cosa; quando la tua città capitale starnuta, come dice Vittor Hugo, la mia le fa eco; quando dà in una risata, la mia, per entrarle in grazia, fa le viste di crepar dalle risa; i miei ministri fanno tutto quel che ti frulla pel capo; i tuoi soldati sono i primi soldati del mondo; tutte le tue cose sono belle e grandi: noi ti rubiamo tutto: lo stile, le insegne delle botteghe, i giornali, l’accento, la lingua, i balli, i proverbi, i giuochi e le _lorettes_.»
Vorrei vedere la faccia di un Italiano a cui si tenesse questo discorso.
Ma noi Italiani, prima del 1866, non credevamo forse l’Italia il prototipo della civiltà, l’avanguardia d’un’età nuova, il faro del mondo civilito ed incivilito? Non si usciva forse dai ginnasi e dai licei col profondo convincimento che in fatto di lettere, di scienza, d’arti, di armi, di coraggio, di ogni cosa ci lasciassimo addietro l’Europa? Ognuno di noi non era sinceramente persuaso e sicuro che ogni singolo Italiano dovesse infilzare con ogni colpo di baionetta una mezza dozzina di Croati? Gli Austriaci? Li abbiamo sconfitti a Goito. I Francesi? Li abbiamo battuti a Roma. I Russi? Li abbiamo vinti in Crimea. Gli Svizzeri? Li abbiamo sgominati a Castelfidardo. Il mondo intero? L’abbiamo dominato da Roma; Cesare e Bruto sono i nostri padri; in noi scorre il sangue dei vincitori del mondo; il nostro _keppì_ è l’elmo di Scipio, e chi sa che un giorno non si ritorni a dettar legge da un capo all’altro del mondo!
E adesso non abbiamo ancora una folla di professorucoli di letteratura italiana che non sanno fare un discorso per distribuzione di premi senza levar l’Italia ai sette cieli e dir corna della Francia e del mondo?
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Il soldato francese sente e comprende le cause nobili e giuste. Chi non ricorda il linguaggio ardito, affettuoso e gentile che ci parlavano nel cinquantanove, tutti, dal vecchio sergente della guardia all’imberbe coscritto del reggimento di fanteria? L’Italia! la libertà! Oh non c’era mica bisogno di spiegarglielo il perchè li avevano mandati a combattere con noi, non c’era nemmeno bisogno ch’essi ci dicessero che lo sapevano: bastava guardarli negli occhi. Venivano come ad un convegno di antichi amici, e ci ringraziavano d’averli chiamati. Entrando in Torino sotto una pioggia di fiori, fra due ali di popolo che stendeva le braccia per strapparli dalle file e serrarseli nel petto, in mezzo a due schiere di carrozze piene di signori che li chiamavano colle grida e coi cenni per portarseli a casa a desinare: — _On ne commence pas bien_, dicevano con accento tra tenero ed allegro, _on nous fait pleurer_. — Appena usciti dalle loro caserme, domandavano ai popolani dove fossero le nostre: — I bersaglieri! Vogliamo vedere i bersaglieri! — E corsero incontro ai nostri soldati che già volavano verso di loro, e si abbracciarono. Essi sapevano poche parole d’italiano, ma si facevano intendere. _Italie, Italie_ era il loro intercalare, il riempitivo dei loro discorsi, la loro parola d’ordine, e la dicevano colla voce commossa posandosi una mano sul petto, come si pronuncia il nome di una madre cara e sventurata. La sera essi passeggiavano a braccetto cogli operai, vecchi, donne e figliuoli insieme. Gli zuavi portavano i bambini; le manine bianche _de ces petits Piémontais_ si appoggiavano sulle spalle atletiche di quei superbi soldati; e quando gli uni e gli altri si accomiatavano, vedevansi quelle tenere braccia infantili strette intorno a quei colli robusti e bruni, come ghirlande di fiori intorno a colonne di granito.
Noi gli abbiamo visti partire, gli abbiamo accompagnati alla stazione, abbiamo sentito battere il loro cuore sul nostro prima che andassero a presentarlo alle palle tedesche, abbiamo udito il loro ultimo grido affettuoso di «Viva l’Italia,» prima che andassero a gridare al nemico quello formidabile di «Viva la Francia;» e quando la loro voce non giungeva più fino a noi, vedevamo ancora agitarsi fuori delle finestre del convoglio le loro calotte rosse, le loro azzurre sciarpe, quei poveri fazzoletti turchini, che tanti di loro adoperarono poi invano per arrestare il sangue impetuoso nelle orrende ferite della mitraglia. Belli, prodi e generosi soldati!
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.... E oggi, come allora, noi v’auguriamo la vittoria. La lotta sarà terribile. Vi sorrida o no la fortuna, essa costerà molto sangue e molte lacrime alla Francia; di molte madri strazierà il cuore e accorcierà la vita; il lutto sarà lungo ed amaro, e la traccia delle sventure e dei dolori incancellabile. Ma, nè questo pensiero scemerà l’animo vostro, nè la immane forza nemica. Voi non difendete nè la dinastia, nè l’impero: difendete la Francia, la vostra bella ed amata Francia, le sue memorie, il suo genio, il suo nome, il suo onore, e in nome di questi affetti voi sapete morire.
Or bene; quando vi slancerete per l’ultima volta, decimati e scomposti, contro il nemico, passando sui cannoni e sui carri atterrati, per una via coperta di cadaveri e di sangue; già abbandonati da molti dei vostri generali, morti o mal vivi, al riflesso dei villaggi incendiati, in mezzo agli ultimi e più miserabili orrori della battaglia; se in quel momento supremo non bastasse più a spingervi innanzi il nome della patria, il canto della _Marsigliese_, la vostra lacera bandiera, i grandiosi fantasimi delle Piramidi, delle Alpi, della Vistola, di Marengo, della Beresina; se in quel momento, sentendovi mancare la lena, bastasse a farvi fare l’ultimo sforzo un lieve impulso di più, e se questo impulso ve lo sentiste nell’anima pensando che v’è un popolo che in quel punto vi manda un saluto d’affetto e di gratitudine dal più profondo dell’anima, e vi grida: — vincete! — e palpita per voi come se pugnassero al vostro fianco i suoi figli, ebbene, Francesi, la vostra terra è grande e generosa, voi avete sparso molto sangue per noi, voi siete nostri fratelli, voi avrete quel saluto e quel grido.
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15 agosto.
Molti dicono: — Che i Francesi abbiano avuto la peggio da principio non mi dispiace; io gliel’avevo augurato; era bene che quello smodato orgoglio fosse un pochino fiaccato; ora basta così, sono soddisfatto, vincano pure, grido anch’io: Viva la Francia. —
Si lasci correre quel che c’è di stravagante e di pericoloso in codesto far le parti della vittoria come d’una torta sfogliata. Non è possibile gridar veramente col cuore: Viva la Francia! adesso, dopo aver desiderato ch’ella fosse condotta a questi estremi e corresse pericolo di una disfatta intera e irreparabile. Ma sia pur benedetto l’augurio, benchè tardo, e s’avveri.
Ora io domando a coloro che persistono nel primo desiderio, non per altra ragione che di quell’orgoglio odiatissimo, se non credono proprio che possa bastare a contentarli quello che accadde finora. La Francia provocò e fu vinta; volle invadere e fu invasa; gridava: A Berlino, e ora si stringe intorno alle fortificazioni di Parigi; confidava nell’onnipotenza del suo esercito, e ora chiama alle armi tutti i cittadini; credeva che i suoi nemici si dissipassero al suo soffio, e già parlava il linguaggio della vittoria, e ora dice ai suoi figli: Bisogna prepararsi a morire per salvare l’onore. E questo mutamento seguì in pochi giorni, in poche ore, può dirsi, e duramente, amaramente, a traverso d’una splendida illusione che le fece sentire intorno alla fronte l’alloro e le strappò un grido di trionfo, per ricacciarla subito nell’abbattimento e nel dolore, coronata di spine, muta ed intenta al crescente fragore dei nemici che credeva già sgominati e lontani.
Quando un popolo ha provato di questi disinganni e di queste angoscie, se proprio non gli si augurava altro che una lezione di modestia, se non lo si odia di odio cieco e selvaggio, si deve dire: Basta!
Temono forse costoro che una grande vittoria a Metz risusciti l’orgoglio mal domato dalle piccole sconfitte di Wissemburgo e di Wörth?
Ah! quando dalla parte che vince vi era il terribile dilemma: — essere o non essere; — quando dietro a quella parte v’era la grande città, il centro della vita d’un popolo, l’ultimo baluardo della sua libertà, l’ultimo ricetto della sua bandiera; quando tra le file della parte che vince, frammisti ai giovani soldati che amano la guerra e la gloria, vi sono i cittadini coi capelli grigi, gli operai, i genitori, che amano la vita pei figliuoli e la pace per il lavoro; quando si pensa alle ineffabili angosce che desterà l’incertezza, alla sterminata ecatombe che costerà la vittoria, al vuoto spaventevole che farà trista la pace, allo strascico interminabile che codesta guerra gigantesca lascierà di miserie, di malattie lunghe e penose, di legami d’affetto spezzati, di sogni di felicità svaniti, di orfani, di vedove, di vecchi parenti rimasti soli, di famiglie perpetuamente contristate dalla vista d’una cara persona mutilata e deforme; quando si pensa a questo non si teme che quell’orgoglio provocatore risorga, o se pur si teme, egli ci appare così povera cosa, in confronto del flagello con che fu punito, che in verità non ci si può fermare il pensiero.
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