Ricordi del 1870-71

Part 6

Chapter 63,764 wordsPublic domain

Si risalì in carrozza e si mosse alla volta di Solferino. Si passò per la strada grande che attraversa con un lungo giro tutto il campo di battaglia, in modo che vedemmo i luoghi dove seguirono gl’incontri più sanguinosi: Pozzolengo, Madonna della Scoperta, il Cimitero. Anche lungo questa strada tutte le case erano imbandierate, e frotte di contadini e di gente venuta dai villaggi parte precedevano e parte seguivano la fila delle carrozze. A destra e a sinistra v’era una sequela sterminata di baracche, di tende, di osterie come s’usano nelle feste campestri; e per tutto gente vestita a festa, bandiere, musiche, grida.

Che stupenda campagna! che colline deliziose! Io non mi potevo saziare di guardarle. Qui — dicevamo — è passata la tale divisione, là il tal corpo d’armata, più in là il tal reggimento di cavalleria; ai piedi di quella collina morì un generale; sulla cima di quell’altra furono appostate due batterie; a ogni svoltata della strada, a ogni rialzo del terreno, ci si destava un ricordo terribile e glorioso. E sempre domandavamo a noi stessi se s’era combattuto proprio là, e quasi non l’avremmo voluto credere, tanto ci pareva strano che si fosse potuto sparger sangue e morire su quei bei campi verdi, in un luogo così allegro, in mezzo a quella serena bellezza di cielo e di terra.

S’arrivò ai piedi del colle di Solferino. Si vide la torre che s’alza sopra la vetta, e tra i merli le tre bandiere, austriaca, francese e italiana; il colle dei Cipressi, erto e scosceso, sulla destra: e pensare che vi si arrampicarono gli zuavi sotto una pioggia di palle tedesche! Ci debbono essere caduti a mucchi, poveri soldati! A sinistra il monte della Chiesa, con la cappella mortuaria sulla cima; dinanzi, sulla spianata, padiglioni, archi, antenne; e dal colle della torre al villaggio di Solferino, dal villaggio alla chiesa, dalla chiesa alla torre, un via vai di gente infinito.

Entrammo nel villaggio: pareva che ci si fosse versato tutto il popolo d’una città. È un piccolo villaggio di aspetto meschino, colle vie anguste e le case rozze e nere; eppure aveva un aspetto ridente. I muri erano coperti d’epigrafi, d’immagini, di ghirlande; e qua e là, intorno alle finestre e alle porte, si vedevano le palle da cannone, dove rade, dove fitte, e accanto un breve spazio imbiancato, con su iscrizioni e date; nei cortili, negli orti, per tutto ov’era una traccia dei guasti della battaglia, l’avevan messa in vista; e la gente interrogava e i contadini spiegavano. Da ogni parte arrivavano al villaggio carrozze, brigate di giovani e di donne, signori a cavallo, guardie nazionali, fanciulli.

Verso il tocco cominciò la cerimonia funebre nella chiesuola di Solferino.

Questa chiesa era prima del cinquantanove un oratorio dedicato a San Pietro. Mezzo rovinata dai cannoni francesi, venne poi ristaurata, e se ne fece il Grande Ossario. È poco più ampia di quella di San Martino, ma più alta, e con due cappelle laterali, che le danno un’apparenza più grandiosa. La facciata è pur coperta di mosaici; e intorno a questa chiesa, come intorno all’altre, si stanno facendo dei giardini. Sul dinanzi, la china del colle fu appianata, e un larghissimo viale scende fino al villaggio.

In mezzo a due ali di soldati e di popolo, i Principi e il seguito salirono alla chiesa ed entrarono. Celebraronsi anche lì brevi esequie pei morti francesi ed austriaci, e poi parlarono monsignor Martini, vicario capitolare di Mantova, il senatore Torelli, e il luogotenente colonnello dell’esercito francese, cavaliere De la Haye. Questi, in nome dell’imperatore Napoleone presentò al Torelli le insegne di grande ufficiale della Legion d’onore.

Il principe Umberto pose accanto all’altare la seconda bandiera della guardia nazionale di Milano, e poi si fece tutto il giro del presbiterio, che è anch’esso da cima in fondo coperto di teschi: seimila e settecento scheletri furono radunati in quell’Ossario. Nel sotterraneo v’hanno parecchie nicchie il cui sfondo è rivestito d’altri teschi, e sul dinanzi di ciascuna s’innalza una gran croce fatta di ossa di gambe e di braccia, abilissimamente disposte, e congiunte con sottilissimi fili di ferro. La croce della nicchia di mezzo è interamente composta di costole. Tutte codeste ossa sono pulite e lucide e ordinate in perfetta simmetria; e punto ribrezzo od altro senso spiacevole ne deriva a chi guarda, tanto vi è visibile e parlante l’impronta della pietà gentile che le raccolse e le compose.

Si entrò poi in una stanza dove son deposti i varii oggetti ritrovati nel disseppellire i morti: medaglioni, anelli, immagini, lettere. Fra l’altre cose v’è un orologio, che pare appartenesse a un soldato francese, e che tocco da una palla o fermato da qualche goccia di sangue, segna ancora le quattro e trentacinque minuti, l’ora dell’ultimo assalto degli Austriaci a Guidizzolo. V’è una lettera d’una madre che manda dieci lire a suo figlio, pregandolo di aver cura della salute e di non far parola di quel dono a suo padre, che non ne sa nulla e potrebbe trovarci a ridire. Un’altra lettera è d’una giovinetta che ringrazia un soldato dell’offerta ch’ei le fece della sua mano, e gli ricorda i cari giorni passati insieme prima della partenza sua per la guerra. Una terza lettera è d’un padre che esorta il figliuolo a compiere coraggiosamente il suo dovere di soldato. Quasi tutti si lesse que’ fogli, e furono i momenti di maggior commozione; non pochi piansero.

Terminata la visita dell’Ossario, si uscì, e ci si trattenne alcuni minuti sotto un ampio padiglione, dove furon lette parecchie poesie. Poi si salì sul colle di Solferino.

Arrivati sulla cima, la più parte si corse a vedere la torre e ci si salì su. Il colpo d’occhio che di là si gode è veramente degno della fama che lo dice uno dei più meravigliosi del mondo. Si vede una gran parte della pianura lombarda, il lago di Garda, le cupole di Mantova, il torrione di Cremona; e sotto, ai piedi del colle, il villaggio, il cimitero, le case sparse, tutto il campo di battaglia, palmo per palmo, come una piazza d’armi. Che cielo poi, e che aria! Da un lato della piazza vicino alla torre, sotto un ampio portico, erano preparate le mense per oltre duecento persone. Dinanzi al portico, si stendeva un grande padiglione sostenuto da antenne fasciate d’alloro e di fiori. La facciata della casa a cui il padiglione appoggiavasi, splendeva, percossa dal sole, e lampeggiava come una parete d’acciaio; cinquemila daghe e cinquemila baionette v’erano raccolte e disposte in trofei, con busti e ritratti del Re e dei Principi, e arazzi e bandiere; una profusione armonica di colori e di splendori che colpiva e rapiva.

Alle tre i Principi entrarono sotto il padiglione, la folla si accalcò intorno allo steccato, e le bande della guardia nazionale di Milano e del 12º reggimento di fanteria cominciarono a suonare alternativamente le marce più popolari dei tre eserciti. Furon poi recate a migliaia di esemplari poesie, discorsi, epigrafi, racconti di episodii della battaglia, d’autori d’ogni provincia d’Italia; i duecento convitati si divisero in molti gruppi e cominciò e si protrasse fino alle cinque una conversazione animatissima.

Però mancava qualcuno in quella bella adunanza! Molti lo pensarono e lo dissero. Chi avesse invitato a quella festa almeno un ufficiale e un soldato per ciascuno dei vecchi reggimenti che furono alla battaglia di San Martino! Chi avesse invitato dieci o venti delle tante famiglie che perdettero su quei colli qualcuno dei loro cari; famiglie di povera gente, coi ragazzi e coi vecchi, che vedessero gli onori che si rendevano ai loro morti, e parlassero al Principe, e sedessero a tavola in mezzo ai generali; quei poveri vecchi che han dato alla patria qualcosa più che il proprio sangue, le proprie creature, il sostegno e la consolazione dei loro ultimi anni! E si fosse fatto venire anche un drappello di soldati francesi, una decina, cinque, uno, uno zuavo, che avremmo fatto a strapparcelo; e soldati tedeschi, un croato, da potergli stringere fraternamente la mano e fargli capire che siamo amici, che vogliamo restar amici sempre, e quelle tante altre cose che ci sarebbero venute sulle labbra in que’ momenti; quanto sarebbe riuscita più bella, più commovente, più solenne la festa!

Poco prima di sedere a mensa, il prefetto di Mantova lesse l’atto d’inaugurazione degli Ossari, che il principe Umberto firmò e dopo lui tutti gli altri.

Alle cinque, tutti presero posto alle mense, le quali erano disposte a raggi, colla tavola dei Principi nel mezzo, in modo che nessuno volgesse loro le spalle. Dinanzi ai Principi v’era una decina di vassoi pieni di palle di cannone staccate dalla torre di Solferino, frammiste a mazzi di fiori. I Comitati s’eran seduti senz’ordine, generali, senatori, sindaci, giornalisti, come veniva veniva, onde riescì più svariata e più gaia la conversazione che s’appiccò subito, in ogni parte della sala, e continuò vivissima per tutto il tempo del desinare.

Verso la fine, corse una voce per tutta la sala: — Silenzio, silenzio, — e tutti tacquero.

Il presidente del Senato s’alzò il primo e propose un brindisi al primo soldato dell’indipendenza italiana.

Il vice-presidente della Camera bevve al principe Umberto e al principe di Carignano.

Il senatore Torelli all’imperatore dei Francesi.

Il ministro della guerra all’imperatore d’Austria.

Il principe Umberto alla gloria e alla prosperità dei tre eserciti.

Il luogotenente colonnello Pollak si alzò, accompagnato da un movimento generale di attenzione, e dopo aver ringraziato in nome dell’Imperatore e dell’esercito austriaco i Principi italiani intervenuti alla festa, il comitato, le società, e tutti coloro che avevano espresso sentimenti di simpatia per la sua patria, disse con voce lenta, chiara e commossa: — _Un brindisi alla bella, alla valorosa, alla prode armata italiana._

Un grido solo, da tutte le parti della sala, accolse queste parole; un grido uscito spontaneamente dal cuore di tutti, e con tant’impeto, con tanta forza, che ognuno se ne sentì rimescolare il sangue, e gli applausi si protrassero, fitti e fragorosi, per parecchi minuti, accompagnati da nuove altissime grida. L’ufficiale austriaco sedette col viso mutato.

Alle cinque e un quarto, il principe Umberto s’alzò, e tutti i commensali lo seguirono sotto il padiglione dove si prese il caffè; pochi minuti dopo si uscì per salire in carrozza. In quel punto seguì un caso bellissimo. Mentre il Principe usciva, la banda della guardia nazionale di Milano suonava la marcia reale. Appena egli fu fuori, la banda cominciò a suonare la marcia imperiale austriaca. Il luogotenente colonnello Pollak si voltò in tronco verso il capo musica e facendogli cenno colla mano, disse vivamente: — No, no; marcia reale. — E fu così spontaneo coll’atto e così ingenuo e fatto con tanto garbo, che tutti proruppero in applausi: ufficiali, deputati, senatori, popolo, quanti poterono si strinsero intorno a quel bravo colonnello, gridando, agitando le mani, facendogli ogni sorta di dimostrazioni festevoli e affettuose. Egli, così circondato e acclamato, non sapeva nè chi ringraziare nè dove volgersi; andava oltre mezzo portato dalla folla, commosso, interdetto, come trasognato.

A poco a poco tutti salirono in carrozza e si diressero, parte verso Peschiera e Pozzolengo, parte verso Lonato.

Così terminò il giorno 24 giugno 1870; giorno quindi innanzi doppiamente caro all’Italia, perchè le ricorda una delle più gloriose vittorie dei suoi figli, e una delle più nobili feste celebrate in onore dei caduti per essa.

Possano i tre popoli che si strinsero oggi la mano su questi colli, a tutti e tre cari e solenni, aver sempre dinanzi agli occhi della mente, e fitta nel profondo del cuore, l’immagine di quelle tre bandiere sventolanti insieme sulla torre di Solferino; e possa quella immagine destare nell’anima di tutti, come fece oggi nella nostra, un altissimo desiderio di pace, di fratellanza e d’amore.

ALLA FRANCIA.

Agosto, 1871.

Rileggendo le pagine che seguono, un anno dopo d’averle scritte, provai un senso d’amarezza e sorrisi quasi di pietà. Ma poichè non volevo buttare in un canto uno scritto che mi ricorda una delle più profonde commozioni della vita, e d’altra parte temevo che a rileggerlo tal quale altri ci avrebbe sorriso su, come io stesso, e per la stessa cagione; così avevo già preso la penna per mitigare la vivezza di certe espressioni, smorzare l’ardore di certi sentimenti, mutare e togliere qua e là immagini e giudizi a cui gli avvenimenti han tolto colore e valore. Ma subito mi vergognai del mio proposito, perchè m’accorsi che derivava da un sentimento poco degno: io volevo velare, nascondere in parte l’affetto che m’avevano ispirato quelle pagine, solo perchè le previsioni, le speranze, i voti significati in esse, erano falliti; io cedevo a un moto di falso amor proprio. E dissi: — no; quali mi uscirono dal cuore queste parole, tali rimangano, poichè dell’affetto che esprimono non ho nè a dolermi nè a vergognare. — Pensai dunque di ripubblicare le pagine seguenti senza alterarle in nulla da quello che erano uscendo alla luce la prima volta; pensai di lasciar loro quell’impronta di passione, smodata forse, ma generosa e libera, che le fece riuscir accette e credere sentite ai pochi che le lessero. D’altra parte, in quel ribollimento generale degli animi, non era facile, in ispecie a un giovane, di serbare la giusta misura; onde sarò scusato.

Mi prese poi un dubbio: che potesse venir giorno in cui queste pagine discordassero dolorosamente da un sentimento vivo, giusto e comune degl’Italiani, e mio. E di nuovo deliberai di correggere; ma mi vergognai di me stesso anche questa volta, pensando che l’aver espresso un sentimento di gratitudine e desiderato propizia la fortuna a un amico che ci abbia fatto un benefizio, è e rimane un atto nobilissimo sempre, anche quando codest’amico si volga contro di voi; e che, quanto più la sua nemicizia è ingiusta, tanto più il ricordo d’aver compiuto quell’atto ci è grato, perchè possiamo dire al nostro nemico: Tu ci offendi ed hai torto; noi ti abbiamo amato e onorato.

Infine, secondo il mio modo di sentire, con queste pagine ho pagato un debito.

Chi non crede che questo debito s’abbia mai avuto, le ometta; chi crede il contrario, non proverà, leggendole, altro rincrescimento che quello d’aver avuto un interprete forse troppo ardente e certo non abbastanza felice.

* * *

Firenze, 13 agosto 1870.

La rotta d’un esercito è una delle forme più desolanti in che si possa presentare la sventura agli occhi umani. Un governo cade, uno stato si spezza, una società si dissolve, interessi fortissimi s’urtano, precipitano grandi fortune, migliaia di famiglie sono gettate nella miseria e nel lutto; ma di tutto questo nulla si vede, tuttociò che ne circonda conserva il suo aspetto consueto, il pensiero indovina i dolori dietro le pareti domestiche e le lacrime sparse in segreto; ma l’immagine viva di tutto codesto sconcerto non s’ha; non s’ha uno di quegli spettacoli, che presentando in un punto tutte le forme e tutti gli effetti della sventura, soverchiano l’anima e amareggiano per molti anni la vita.

Un esercito rotto presenta codesto spettacolo. Si sono spezzati cento mila cuori, e voi vi vedete passare dinanzi cento mila visi pallidi che vi dicono l’un dopo l’altro: — Ho il cuore spezzato. — Il dolore di ciascuno s’accresce del dolore di tutti, e tutt’insieme è un dolore che schiaccia. In tutte quelle anime è caduto, col cadere delle sorti, un edifizio splendido di speranze e di sogni di vita gloriosa e lieta, donde ciascuno traeva lena e coraggio. Le gioie del ritorno, cento volte al giorno volte e rivolte e pregioite nel pensiero, son diventate ora un pensiero insopportabile; mille arditi disegni, fantasticati nei giorni della baldanza, falliti; legami d’affetto, forse, che si dovranno spezzare; promesse che non si potranno più mantenere. In ognuno di quei cuori v’è la tristezza presentita delle infinite occasioni, in cui, stando in mezzo alla gente e sentendo dire di quel rovescio, si dovrà chinare la testa, invece di levarla altiera, come quando s’era partiti. Molte parole ed atti di onesta alterezza, che c’erano da molto tempo famigliari, e che la gente ci consentiva nella fiducia della vittoria, ora non saranno più consentiti. La stessa considerazione pubblica in quante delle sue frequenti e sfuggevoli espressioni si farà sentire scemata! Tutto in noi, insensibilmente, si muterà, fino all’atteggiamento e allo sguardo.

Ed anco la coscienza ne punge. Cessato il pericolo, ne pare che si avrebbe dovuto morire prima che cedere. Ritorna alla memoria il proponimento che s’era fatto quando il pericolo era ancora lontano, che piuttosto di piegare ci saremmo fatti uccidere; l’avevamo risoluto, lo avevamo detto cento volte a noi stessi, eravamo sicuri che quel proponimento lo avremmo mantenuto, ed era appunto questa risoluzione e questa sicurezza che ci rendeva orgogliosi e ci innalzava agli occhi nostri. Ora qualche cosa da rimproverarci l’avremo sempre; dal fondo della nostra coscienza si eleverà sempre una voce sommessa per dirci che potevamo far qualcosa di più, e sarà una trafittura perpetua. Ed anche guardandoci intorno, il cuore ci si stringe. Su nessun volto dei nostri compagni avevamo mai visto la paura, nè immaginavamo che vi potesse apparire; ora la vedemmo. A ciascuno di noi, per l’addietro, pareva che da lui solo la vittoria pendesse; aver la forza di fare il proprio dovere era la cosa sola a cui ciascuno pensasse; di sè stessi si dubitava, non d’altri; ora anche d’altri. Tutto è mutato: mille argomenti di forza svanirono, mille argomenti di timore sorvennero. E sono passate poche ore! Pure fra la prima e l’ultima si è fatto un vuoto di dieci anni; ci sentiamo invecchiati; ci domandiamo se è stato un cattivo sogno; tra i nostri occhi e tutto quel che ne circonda si stende ancora un velo; in mezzo al silenzio mortale dei soldati che camminano con noi, tra quell’unico e sordo rumore di passi che rende quel silenzio più tristo, un’eco confusa del fragore della battaglia ci rumoreggia ancora all’orecchio come voce lontana e sommessa, che ci rimbrotti e ci accusi. Passano e s’avvicendano nella fantasia stanca, facce orrende di nemici intravvisti dappresso tra il fumo, e visi di compagni trasfigurati dalla morte, e chiaro e distinto il punto dove giacevano, e tutto quello che avevano intorno: quel sasso, quella traccia di sangue, quella pianta, quell’arma abbandonata...... Poi l’occhio ed il pensiero cadono sul soldato che ci viene accanto, su quello che lo precede, su quello che lo segue, più in là, intorno, vicino, lontano, su tutta la colonna che s’avanza silenziosa e quasi furtiva, come fiume raccolto e rapido; tutti stanchi, discinti, senza armi, a capo scoperto; a tutti manca qualcosa, e nessuno ci bada, ed il giorno prima era un delitto. La campagna è seminata di armi, di cappelli, di tracolle, di pennacchi; si passa e si calpesta; è desolante; tutte quelle robe sparse sono i rottami della disciplina, dell’ordine, della forza. Quanto tempo e quanta fatica prima che ogni cosa sia ricomposta!

Un giorno, un’ora infortunata sperperò il frutto del lavoro di tanti anni, di tante cure, di tanti sacrifici; l’esercito, l’orgoglio e l’amore della patria, su cui si accumulavano tante speranze e tante trepidazioni, è rotto e umiliato; i nostri amici e i nostri figli, che ieri ci sfilavano dinanzi splendidi e superbi, guardateli, li hanno vinti, non cantano più, non parlano, chinano a terra quelle care e altiere fronti giovanili che noi baciammo quando partirono, pensano e soffrono, e non vorrebbero più tornare fra noi; oh no! tornate; siete sempre nostri; noi vi stringeremo al cuore collo stesso affetto di prima; sollevate la fronte, la vittoria non è sempre dei valorosi, coraggio, guardateci no, non vogliono, fanno cenno di no, continuano a camminare in silenzio, piangono. Oh è duro, è desolante, è uno spettacolo che strazia l’anima.

* * *

Per me è un tristo argomento di pensiero il maresciallo Mac-Mahon. La Fortuna ha veramente _infami giuochi_, come dice il Prati. Io m’immagino il ritorno del duca di Magenta a Parigi dopo la guerra del 1870, e lo confronto in cuor mio col ritorno ch’egli vi fece undici anni or sono dopo la guerra d’Italia. Tutto il corpo di spedizione sfilò sotto gli occhi dell’Imperatore; tutta Parigi era affollata, per la lunghezza di tre o quattro miglia, dalle due parti della strada dove i soldati dovevano passare; i corpi d’armata entrarono nella città ordinati e disposti, reggimento per reggimento, battaglione per battaglione, nello stesso modo che in guerra; ogni maresciallo precedeva il suo corpo. L’entusiasmo toccava il delirio; non si applaudiva, si mandavano grida di gioia inarticolate, come i ragazzi; si piangeva. Passò il Baraguay-d’Hilliers, col suo braccio monco, canuto e venerabile, e fu salutato con uno scoppio di evviva fragorosi. Passò il Canrobert, giovane, bello, colla sua lunga chioma ondeggiante, con quella sua aria di generale della repubblica, popolare e simpatico, e fu accolto anch’egli con vivissima espansione di entusiasmo. Passò il Niel, passarono parecchi altri generali di divisione e di brigata illustri e valorosi, e su questi, come sugli altri, fu versata una pioggia di fiori e di saluti. Ma quando comparve il maresciallo Mac-Mahon, l’antico soldato di Crimea, il valoroso espugnatore di Monte Fontana, l’ardito vincitore di Magenta, il caro e terribile Mac-Mahon, lodato e benedetto per tanto tempo da lontano, da tanto tempo aspettato e invocato, il più glorioso figliuolo della Francia, come lo chiamavano, il braccio destro dell’Imperatore, l’idolo dei soldati, il primo campione dell’esercito d’Italia, allora da quell’immensa folla agitata proruppe un grido di gioia sovrumana; gli si strinsero intorno al cavallo, lo fermarono, lo afferrarono pei grandi stivali, pel fodero della sciabola, per la tunica, e lo tennero lì fermo per guardarlo negli occhi, per gridargli ch’era un valoroso, per dirgli che lo amavano, per fargli intendere coi gesti ch’egli era l’orgoglio della Francia; e intanto venivan giù dalle finestre mazzetti di fiori, ghirlande, corone d’alloro, tanto che n’era coperto lui e il cavallo e la strada; le signore sventolavano i fazzoletti dalle finestre; la folla, ondeggiando e spingendosi innanzi, raddoppiava le grida e gli applausi. — Largo! gridavano i lontani, vogliamo vederlo anche noi! tutti abbiamo diritto di vederlo! — Ma i vicini non volevano cedere; sbalzati indietro, si attaccavano al cavallo. — È il cavallo di Magenta! — dicevano, e lo accarezzavano, e lo baciavano, e gli accomodavano i fiori nella criniera..... Mac-Mahon pianse.

Ed ora? Ora lacereranno il suo nome, diranno che ha tradito la Francia, che ha condotto i suoi soldati al macello, che è un dissennato o un inetto, che lo si doveva prevedere, che si fece male a dargli il comando d’un corpo d’armata, che bisognava aver capito da un pezzo che egli non era altro che un caporale ardimentoso, ma che cervello e dottrina di generale non l’aveva avuta mai; che altre teste vogliono essere i capitani d’eserciti in questi tempi, e che è un’indegnità che gli si lasci ancora la spada, e che lo si dovrebbe porre sotto consiglio di guerra per dare una giusta soddisfazione alla Francia; e fors’anco.... fin dove possa giungere ne abbiamo avuto un esempio in Italia.