Part 5
Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il generale Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia, il 1º battaglione bersaglieri, la 15ª batteria. Vengono, come a una festa, baldanzosi e ridenti. — Viva la brigata Aosta! — si grida nel campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due illustri bandiere, lacere e superbe, passano sventolando in mezzo alle schiere riverenti.
Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slancieranno, convergendo, tra la Contracania e San Martino; il 7º reggimento della brigata Cuneo terrà dietro alla brigata Aosta; l’8º, fermo, guarderà il campo dal lato di Peschiera.
Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.
Un battaglione del 14º, una compagnia di bersaglieri e due pezzi d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo colpo di cannone partito dal grosso della divisione, s’avanzeranno a minacciare il nemico sulla sua sinistra. La 4ª batteria sosterrà la brigata Pinerolo sulla destra, la 5ª sulla sinistra, la 6ª alla stazione di Pozzolengo, la 15ª a destra della 6ª, i cavalleggieri di Monferrato all’estrema destra.
Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il tuono rumoreggia.
Le truppe si moveranno tutte insieme, ordinate e silenziose; non un colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto d’assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneranno tutte le bande, batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi, delle bande, dei cannoni, tuonerà d’ogni parte un grido formidabile: Viva il Re! e dieci mila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia coll’Italia. La 5ª divisione non può tardare a giungere; sono le cinque, tutto è disposto, giù gli zaini, e avanti.
Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slancieranno all’assalto.
In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale spaventevole, misto di grassa grandine e di pioggia dirotta, prorompe; si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.
Le colonne si fermano.
Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla brigata Acqui. Tutta la 5ª divisione è sul campo. Il Mollard corre a concertarsi con Cucchiari. La 5ª divisione romperà la destra del nemico, e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale, il 18º fanteria, l’8º bersaglieri, due batterie e uno squadrone di Saluzzo anderanno all’assalto. Il 17º, il 5º bersaglieri, una batteria restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è tutto a segno, avanti, all’ultima prova.
Tutta la linea si muove.
La brigata Pinerolo s’avanza verso la Contracania. Il 14º è in prima linea, col colonnello Balegno alla testa; il 13º lo segue; la 4ª e la 5ª batteria lo proteggono. Tuona il primo colpo di cannone; il Balegno manda il grido dell’assalto; il reggimento gli fa eco e si slancia impetuoso, spaventevole, bello; ma, Dio! s’è slanciato troppo presto, le scariche dei battaglioni austriaci e delle artiglierie lo straziano, prima ch’ei sia arrivato lassù sarà dimezzato; il 13º, impedito dal terreno, è rimasto addietro, lo ha perduto di vista, non lo può più sostenere; il colonnello Balegno è ferito a morte, il reggimento inferocito continua a salire, gli Austriaci raddoppiano il fuoco, le file diradano miseramente, non si può più proseguire, no, non si faccia spreco di vite, indietro, valorosi! Il reggimento dà indietro, riscende ai piedi delle alture, si arresta alla casa Armia, si riordina: quanto scemato! Il Balegno muore. — «Pazienza, — egli dice — muoio, ma l’ho condotto io al fuoco il mio 14º!»
Avanti il 13º, alla riscossa. Lo comanda il bravo colonnello Caminati. — Soldati! — egli grida colla sua voce poderosa: — ricordatevi di mantenere la promessa che mi avete fatta! — Viva il Re! Viva il Re! — risponde clamorosamente il 13º, e si slancia in furia; fulminato, affretta la corsa; è alla Colombara, l’assalta, la circonda di cadaveri, guadagna il terreno a palmo a palmo a colpi di baionetta. Il Caminati cade. — Avanti, figliuoli! Difendete la bandiera! — e muore. Cresce, alla vista di quel sangue, l’animo e l’impeto dei soldati; la Colombara è presa. Ma una colonna austriaca s’avanza concitatamente sulla destra; il nemico, ingrossato, rincalza di fronte; il 13º si difende per mezz’ora, accanito; stretto da ogni parte, indietreggia, cede i siti conquistati, ridiscende fino a casa Fenile. E due reggimenti respinti, scellerata fortuna!
Le artiglierie tuonano intanto su tutta la linea. La brigata Aosta, seguita dal 7º reggimento, respinge il nemico presso casa Raimondi, e s’avanza coi bersaglieri a sinistra; il 5º reggimento lo scaccia da Casanova, da Armia, da Monata; il 6º conquista le case Chiodina di sopra e Chiodina di sotto. Ma qui comincia ad avversarci la sorte. Il 6º assalta la Contracania; gli Austriaci, forti di numero e di sito, lo ributtano e lo incalzano; tutta la brigata Aosta, involta nel movimento, ripiega fino alla Monata e alle case vicine; assalita sulla sinistra, si difende, perdendo terreno. Muore il maggiore Bosio del 6º reggimento, il general Cerale è ferito, ferito il colonnello Vialardi; ferito il colonnello Plochiù, ferito il maggiore Polastri, ferito il maggiore Botteri, e cento altri valorosi.
La 5ª divisione combatte con varia fortuna contro San Martino, e dai due lati della strada di Pozzolengo; si impadronisce delle case Chiodine e della casa Plandro; il generale Cucchiari, il generale Pettinengo, il generale Gozzani, ardenti di coraggio e d’entusiasmo, preparano i soldati ad assalir le Casette e le alture della Chiesa; ma il nemico è grosso e tenace, e l’assalto, pur troppo, qui come altrove, con molto valore e molto spargimento di sangue tentato, riuscirà vano.
E anche la colonna di diversione mandata a San Donnino è stata respinta dalle forze soverchianti della sinistra austriaca, e ha dovuto desistere dalle offese.
Dunque da ogni parte s’ha la fortuna nemica; dunque è fatale che il numero prevalga alla virtù, alla giustizia, all’amor di patria; che non si possa strappare dalla nostra bandiera il velo nero di Novara; che questo giorno solenne, da tanti anni sospirato, preparato, pregioito, invece di rifarci delle antiche sventure, ce ne aggravi sul capo una di più; che l’ira, da sì lungo tempo e così amaramente compressa in fondo al cuore, ci resti soffocata e ci consumi; che sia delusa la speranza d’Italia, la fiducia della Francia, l’aspettazione dell’Europa; che si debba arrossire in faccia a coloro che son venuti a spargere il loro sangue per noi, e mordere la polvere mentr’essi cantano vittoria?
Sono le sette.
Un’estrema prova. Un assalto generale su tutta la fronte; otto reggimenti in linea; tutta la brigata Aosta, tutta la brigata Casale, tutta la brigata Aqui, il 7º, il 14º, tre battaglioni bersaglieri, venti cannoni tra la Perentonella e la Monata, tutta l’artiglieria della 5ª divisione in batteria.
Avanti!
Oh per l’amore d’Italia, in nome della libertà e della giustizia, in nome dei nostri morti, in nome di tutto quello che s’è patito e di tutto quello che s’è amato, vincete! L’ultimo raggio del sole vi saluti vittoriosi in vetta a quei colli; non tramonti con esso la gloria della nostra bandiera; quest’è l’istante supremo: coraggio, fratelli, e voi, madri d’Italia, pregate.
Tutta la linea si muove; le artiglierie prorompono tutte assieme in una scarica formidabile che echeggia come scoppio di cento folgori fino ai confini del campo; le batterie della 5ª divisione infuriano di fronte, i venti cannoni della Monata di fianco; i tamburi battono la carica, squillano le trombe dei bersaglieri, i generali e i colonnelli agitano le sciabole alla testa delle colonne, sventolano le vecchie bandiere dei reggimenti, diecimila baionette si spianano, diecimila altissime grida s’innalzano, lo spazio interposto scompare. Il nemico si turba, indietreggia, volta le spalle, è fugato.
Un altro fragoroso grido s’innalza da tutte le alture: — Viva il Re!
Subito, colla rapidità del lampo, trenta pezzi d’artiglierie sull’altopiano a fulminare l’opposto pendìo che gli Austriaci tentano di risalire, i battaglioni si stendono e li tempestano d’un gagliardo fuoco di fila, i cavalleggieri di Monferrato li flagellano di fronte e di fianco, un ultimo fuoco di mitraglia, è finito.
Dopo quattordici ore!
La vittoria era stata agevolata dal general Fanti. La 2ª divisione, ch’era la sua, partita da San Paolo di Lonato alla volta di Solferino, aveva ricevuto l’ordine dal Re di mandare la brigata Piemonte a Madonna della Scoperta e la brigata Aosta al generale Mollard. Quando la brigata Piemonte arrivava al campo del generale Durando, gli Austriaci, per ordine dell’Imperatore, si ritiravano. Allora il Re affidava codesta brigata e la 1ª divisione al generale La Marmora, ordinandogli di correre in soccorso dell’estrema sinistra. Arrivati colà, il generale Durando colla 1ª divisione, cacciava il nemico da monte Maino; il general Fanti colla brigata Piemonte lo respingeva fino a Pozzolengo, e collocata una batteria sul monte San Giovanni tempestava di granate le spalle degli Austriaci combattenti a San Martino.
È scesa la notte; l’esercito austriaco si affolla disordinatamente sopra i ponti del Mincio, e ripassa.
L’imperatore dei Francesi pianta il suo quartiere generale a Cavriana e va a riposare nella stessa casa e nella stessa stanza dove riposava la notte innanzi l’imperatore degli Austriaci.
Il vastissimo campo di battaglia tace. I villaggi e le case risonanti poc’anzi di urli feroci e di colpi, risonano ora di voci lamentevoli e fioche, di parole di dolore, di preghiera, di conforto, di pace. Da casa Marino a Cavriana, da Medole a San Martino, cinque mila cadaveri e ventitre mila feriti sono sparsi; le colline e le valli miseramente insanguinate, i campi devastati e pesti, diroccate le case, e per tutto armi disperse, cannoni atterrati, e cavalli giacenti, e tracce funeste di desolazione e di morte.
I due eserciti riposano.
Qua e là scintillano i primi fuochi del bivacco, illuminando all’intorno generali e soldati, vinti e vincitori, stesi per terra, chi ferito e chi dormente, gli uni accanto agli altri, alla rinfusa, come eguali ed amici.
Ed erano eguali, sì, generali e soldati, nella fortissima virtù dei sacrificii, nella generosa devozione ai loro Principi e nel divino amore della patria; amici sì, vincitori e vinti, nella sublime religion del valore, d’ambo le parti, in quel giorno memorabile, splendidamente glorificata col sangue.
Sono trascorsi dieci anni, o caduti dei tre eserciti; e come quel giorno giacevano confusi i vostri cadaveri sul campo, oggi riposano le vostre ossa in una tomba comune, sulla quale sventolano le bandiere dei tre popoli a significare che siete tutti egualmente amati, venerati e pianti.
L’INAUGURAZIONE DEGLI OSSARI DI SAN MARTINO E SOLFERINO.
[Pozzolengo, 24 giugno 1870, sera.]
Nello spazio di trenta giorni gl’Italiani hanno celebrato l’anniversario di due memorabili battaglie nazionali: — il 29 maggio, Curtatone e Montanara; — il 24 giugno, San Martino e Solferino; — e le hanno celebrate nella forma più nobile e più solenne: — onorando la memoria dei morti.
Scrivo da Pozzolengo, come scrissi da Mantova, coll’anima ancora tutta piena della religiosa maestà della cerimonia; ma quanto diversamente commosso! Alla mestizia non divisibile dal cuore in un giorno di commemorazione di morti, si univa sì, a Mantova, un sentimento di orgoglio, pensando che i vinti Italiani erano usciti da quella battaglia non meno gloriosi che gli Austriaci vincitori. Ma era pur tristo il pensare che quel valore e quel sangue non eran bastati a risparmiare all’Italia altri dieci anni di servitù, di carceri, di patiboli, di proscrizioni; che quello stesso terreno bagnato dal sangue dei nostri soldati era rimasto in poter dei nemici, senza un segno che serbasse la memoria dei caduti e ne raccomandasse il compianto; che dopo quella sventura, più d’una volta la bandiera italiana aveva ancora dovuto coprirsi d’un velo di lutto, e l’esercito seminar vanamente di cadaveri altri campi. Ma oggi il ricordo dei morti è uno con quello d’una grande vittoria; da questi colli ove scrivo, l’Italia gettò al mondo il suo grido più possente di libertà; qui ella creò una di quelle parole — San Martino, — che rimangono nel cuore dei popoli e degli eserciti, ispiratrici di coraggio ne’ pericoli e di conforto nelle sventure, fino alle generazioni più tarde; qui per la prima volta il nemico sentì veramente nella ostinazione disperata degli assalti che con quei quaranta battaglioni saliva su pei colli contesi l’Italia, e il suo Re.
E vi si aggiunge il particolare significato dato alla cerimonia dalla presenza sul campo di battaglia dei rappresentanti dei tre popoli che pochi anni sono vi hanno combattuto una delle più grosse e più sanguinose battaglie moderne. È l’unanimità delle nazioni nel culto dell’amor di patria, nella venerazione del valore e nella pietà della sventura; sono i popoli stessi che si stringono la mano sui sepolcri dei loro figli, per dirsi che la guerra non ha lasciato traccia d’odii o di rancori; che, cessata la cagione del dissidio, all’ira sottentra l’affetto e nel nemico sorge l’amico; che gli orgogli nazionali si fondono e scompaiono in un sentimento umanitario sovrano che stringe popoli, monarchi ed eserciti nell’amplesso fecondo della pace, sotto la grande bandiera della civiltà.
Questa mattina — ventiquattro giugno milleottocentosettanta — il cielo era sereno e splendido come dodici anni or sono, quando risonava delle grida dei primi assalti e del rimbombo delle prime cannonate.
Arrivarono alla stazione di Pozzolengo, verso le otto, i due treni della strada ferrata ch’eran partiti la notte da Milano e da Venezia. Scesero dal primo il principe Umberto e il principe di Carignano, dal secondo i rappresentanti della Camera e del Senato. V’era il ministro della guerra e il ministro d’agricoltura e commercio, i prefetti di Mantova, di Brescia, di Verona, di Padova di Vicenza; i sindaci di quasi tutte le città del Veneto e della Lombardia; molti generali dell’esercito e della guardia nazionale, ufficiali di tutte le armi, pubblicisti italiani e stranieri, e una folla d’altra gente, invitata alla festa dal Comitato della Società di Solferino e San Martino.
La Francia era rappresentata dal cavaliere de la Haye, luogotenente colonnello di stato maggiore dell’esercito francese, accompagnato dal visconte di Larochefoucault e dal visconte du Ponseau. L’Austria era rappresentata dal cavaliere Alessio de Pollak, luogotenente colonnello di stato maggiore dell’esercito austriaco.
Gran gente era affollata intorno alla stazione. Appena i Principi comparvero, s’udirono vivissimi applausi, con suoni di bande e colpi di cannone. Dopo i Principi, la folla cercò subito con gran desiderio i due ufficiali stranieri. L’ufficiale austriaco vestiva una divisa completamente verde, con un cappello a due punte come quello dei nostri generali, e un pennacchio come gli uffiziali dei nostri bersaglieri. È un uomo alto, sottile, di lineamenti delicati, di aspetto simpatico, di modi cortesi. L’ufficiale francese, una robusta e fiera figura di soldato. Fin dai primi momenti la gente spiegò una particolare simpatia per l’ufficiale austriaco, ed era ben naturale. Egli rappresentava l’esercito che in quella giornata era stato battuto; fra tutti i convenuti alla festa egli era il solo cui la vista di que’ luoghi, la presenza di quella gente, i discorsi, la cerimonia, ogni cosa, insomma, richiamava dei ricordi non lieti. Bisognava dunque farglieli dimenticare, questi ricordi; rendergli quella festa cara com’era a noi; destargli nel cuore un sentimento di compiacenza e di gratitudine tanto vivo, a forza di dimostrazioni di simpatia e di affetto, che ogni altra men grata commozione ne fosse sopraffatta e soffocata. Così si fece, e in ciò la gente diè prova d’una delicatezza squisita, a cui l’ufficiale, dal canto suo, corrispose nobilissimamente.
I due Principi si trattennero qualche minuto sotto uno splendido padiglione vicino alla strada ferrata, poi salirono in carrozza, e seguiti dai soci, dagl’invitati, dal popolo, si avviarono verso il colle di San Martino, alla villa Tracagni, dov’era stata preparata la colazione per tutti. Quel breve tratto di strada fu un continuo spettacolo. I campi formicolavano di gente accorsa dai vicini villaggi; le ville, le chiese, le casuccie più meschine erano ornate di arazzi, di fiori, di quadri; e qua e là, sul piano e pei colli, tra ’l verde degli alberi e delle siepi, biancheggiavano tende e padiglioni: tutta la campagna era parata a festa. E ispirava sentimenti e pensieri da non potersi esprimere, quella pompa di colori allegri, quella gente gaia, quello strepito, quella musica, là dove pochi anni prima, in quello stesso giorno, era corso tanto sangue! A un tratto, a una svoltata, mi si offerse per la prima volta allo sguardo il colle di San Martino, colla sua chiesuola e coi suoi cipressi, bello e terribile, come l’avevo visto tante volte dipinto e sentito descrivere. Mi balzò il cuore. Codesti luoghi famosi par che abbiano il sentimento di quello che sono. Io guardai quel colle, come si guarda una persona, in atto riverente e affettuoso; e mille ricordi mi si affollarono, e riprovai il tremito che mi aveva preso la prima volta che l’intesi nominare, con quelle divine parole: — Hanno vinto!
I Principi e tutto il seguito entrarono nella villa Tracagni dov’era preparata la colazione. Questa villa è una delle case che furono più accanitamente disputate fra Italiani ed Austriaci nella battaglia di San Martino. Quasi rovinata allora, rifabbricata ed abbellita poi, offre oggi un aspetto gradevolissimo; ma nelle pareti delle allegre stanzine, fra le pitture e gli ornati, spunta ancora qualche palla da cannone, che ricorda il passato, e fa un eloquente contrasto con quanto v’ha intorno di grazioso e di ameno.
Finita la colazione, i Principi si mossero verso la chiesa di San Martino, per il famoso viale di cipressi, in mezzo a due ali di soldati di fanteria, di guardie nazionali e di popolo.
La chiesa di San Martino è piccola, e a vederla di fuori non si distinguerebbe dalle altre chiesuole sparse per la campagna, se non per la facciata, sulla quale si vedono tre bellissimi mosaici: uno che rappresenta la Risurrezione del Redentore, ed è quel del centro; l’altro, quello di sinistra, un angelo colla spada in mano; il terzo pure un angelo con una corona d’alloro. L’interno della chiesa ha un aspetto particolare, che colpisce: le pareti nude, l’altare semplice, e sormontato da una grande croce nera che spicca sopra un’amplissima tenda bianca. La tenda scende dalla volta al pavimento, e copre tutto il presbiterio, in modo che, entrando, non si vede nulla che tiri in special modo l’attenzione. Però quell’aspetto modesto e severo prepara l’animo a ciò che si vede poi.
Entrarono i Principi e il seguito, e s’avvicinarono silenziosamente all’altare. Anche la folla di fuori, compresa della solennità della funzione, taceva; tutti gli animi stavano in grande aspettazione.
A un tratto, la tenda bianca disparve, e si videro in fondo alla chiesa, d’un sol colpo d’occhio, due mila teschi umani ordinati in lunghissime file, l’una sovra l’altra, dal pavimento alla volta, così che il muro n’era interamente coperto; le occhiaie tutte volte verso la porta. Nello stesso tempo tuonò il cannone, e suonò la musica.
Io non credo che si dia al mondo uno spettacolo più solenne e più tremendo di questo. Io non so dire quello che si provò in quel momento: — una scossa, un senso di freddo, un tumulto istantaneo nella mente e nel cuore; orrore, meraviglia, pietà. Da ultimo una pietà affettuosa, mista a un sentimento di gratitudine e di venerazione così profondo e così forte, che metteva il bisogno di piegar le ginocchia e pregare. Tutte quelle occhiaie immobili par che ci guardino; in quei nudi teschi par che ci debba essere ancora un alito di vita; pare che qualcosa si debba muovere su quella sacra parete. Son là, Italiani e Tedeschi, confusi; forse il teschio dell’uccisore poco discosto da quello dell’ucciso, gente di paesi lontani, ignoti gli uni agli altri; e chi sa che affetti erano accumulati sovra ognuno di quei capi, e che terribili dolori è costato ognuno! Un padre, una madre, un fratello, che sappiano d’avere il figliuolo o il fratello là, che cosa debbon sentire e pensare guardando que’ teschi, senza saper qual è quello che piangono! Debbono pur fare qualche congettura! È tristo; ma ora almeno le famiglie sanno che le ossa dei loro cari non sono più disseminate per la campagna, sanno che c’è un luogo dove possono andar a pregare, e sentirsi più vicini ad essi; possono dire almeno: — Dove i nostri morti sono sepolti, andarono a inginocchiarsi tre popoli; là si pregò per essi anche da coloro che li uccisero; molte generazioni andranno a piangerli e ad onorarli insieme ai mille che morirono con loro.
Si celebrarono brevi esequie per l’anime dei morti, dopo di che il vicario di Verona venne innanzi, e dai gradini dell’altare lesse un discorso pieno di nobili sensi e di alti pensieri di religione e di patria. Parlò dopo di lui il rettore del collegio di Desenzano, interrotto tratto tratto dagli applausi degli uditori e dal fragore di ripetute scariche del battaglione di fanteria e delle guardie nazionali schierate lungo il viale dei cipressi. Lesse ultimo un discorso il ministro della guerra. Disse dei sacrifici fatti dall’Italia per redimersi dalla schiavitù e costituirsi in grande e forte Stato, del generoso aiuto della Francia, della stirpe dei nostri Re, e terminò apostrofando gli Austriaci morti in battaglia. — Nemici d’un giorno — esclamò — valorosi nemici!... Il vostro sagrificio fu glorioso per il vostro paese. Se la vittoria non potè esser vostra, la mano di odio e lo spirito dei tempi nuovi erano contro di voi; ma non rimpiangete la battaglia perduta, perchè l’odio di razze fu spento nei cuori; rallegratevi, perchè oggi i vostri compagni stringono la mano a noi, uniti tutti nella via comune della civiltà e della giustizia.
Il principe Umberto pose di sua mano accanto all’altare una delle due bandiere portate in dono dalla guardia nazionale di Milano; quindi si mosse per fare il giro del presbiterio, accompagnato da tutto il suo seguito. Allora si potè osservare i teschi da vicino. Molti sono forati dalle palle o rotti dalle scheggie della mitraglia. Sopra alcuni v’è la palla fermata con un filo di ferro nel punto dove colpì; su altri pochissimi c’è scritto il nome del morto o l’indicazione del grado. Qualche teschio è quasi completamente sfracellato. Il principe Umberto si fermò ad osservarne alcuni. Nessuno della comitiva parlava. Poi scesero tutti lentamente in un piccolo sotterraneo che s’apre sotto il presbiterio dove sono ammonticchiate le ossa degli scheletri. Compiuto questo secondo giro, i Principi uscirono dalla chiesa, e dietro a loro tutti gli altri. La folla proruppe in applausi, e il cannone riprese a tuonare.