Ricordi del 1870-71

Part 4

Chapter 43,663 wordsPublic domain

Ma per poco. Di là dove il bravo Arnaldi accennava, l’Austriaco, grosso e risoluto, s’avanza, allargandosi, e minaccia sui due lati: a sinistra, l’artiglieria; a destra, la via ferrata. Gl’Italiani gagliardissimamente resistono: il 3º battaglione del 7º di linea e un battaglione bersaglieri della 5ª divisione, difendono, con molto sangue, i cannoni; il maggior Solaro, colpito dei primi, muore; cade ferito il maggior Borda, cade il maggior Longoni, cadono a dieci a dieci i soldati; ma invano. Il nemico, troppo più forte, procede; gl’Italiani indietreggiano lentamente, disputando il sito passo a passo, tenaci; il colonnello Berretta, con tranquillo consiglio, governa la ritirata, conforta la resistenza, frena la foga ardimentosa dell’assalitore, anima, riordina, ripara; a un tratto precipita di sella; lo guardano, ha una palla nel cuore. Resistere più oltre sarebbe spreco di sangue. Il Mollard ordina la ritirata su tutta la linea; gl’Italiani cedono il campo, protetti da due batterie d’artiglieria mandate innanzi dal generale Cucchiari, che le segue colla sua divisione. Soverchiati, non sciolti, nè scemi d’animo; laceri e sanguinosi, ma coi sembianti tuttavia splendidi d’ira e di valore, i soldati del Mollard passano al di là della strada ferrata a riprendere lena. Coraggio! Il nemico non rimarrà lungo tempo su quelle alture. Ecco: giunge la brigata Casale, giunge la brigata Aqui, giungono il 5º e l’8º battaglione bersaglieri, la 5ª divisione, il generale Cucchiari.

La divisione Fanti è sempre a San Paolo di Lonato.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sull’alture occupate dal 1º corpo, medita il campo di battaglia, e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciar gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, all’assalto.

La brigata Alton, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire; ma su quella vetta sta la vittoria: l’Imperatore è là, e vede, e con lui la Francia e il mondo.

La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: — Coraggio! — I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già su un buon tratto, ordinati ancora, e salgono.... All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle da cannone e di fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.

— Avanti la guardia imperiale!

La guardia imperiale s’avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordine di venire in aiuto del corpo del Baraguay-d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint-Jean-d’Angély che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge pel campo: la guardia imperiale s’avanza; il fiore del sangue francese; l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata degli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio del sole di Waterloo, formidabile, venerata, solenne; la guardia imperiale s’avanza.

La divisione Camou si divide: la brigata Picard verso le alture di sinistra; la brigata Maneque, in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano; zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriaca infuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto: — Viva l’Imperatore! Viva la Francia! — Gli Austriaci piegano; sulle alture di Forco e di Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque.

In quel punto il battaglione cacciatori della guardia gira attorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni e cento prigionieri.

Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia, mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la 1ª brigata ad assalire l’altura dei Cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Bœuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre d’un nembo di palle il villaggio, e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei Cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.

Il generale Bazaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappato la bandiera al reggimento principe Wasa.

Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri son caduti in potere del 1º corpo e della guardia imperiale. Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.

Mentre tutto ciò accade al centro, il maresciallo Mac-Mahon, rassicurato dalla parte del 4º corpo, piega verso Solferino e si congiunge alla guardia imperiale. In quella una splendida e formidabile colonna di cavalleria s’avanza rapidamente nel piano alla destra del 2º corpo: sono i ventiquattro squadroni della guardia, condotti dal generale Morris, che vengono a chiudere l’intervallo tra il 2º corpo e la divisione Desvaux.

Sull’estrema destra, nuove forze austriache si succedono senza posa di fronte al generale Niel. Cacciata una brigata, un’altra è là pronta, e sottentra. Dopo il 3º e il 9º corpo spuntano le colonne dell’11º. Il generale Vinoy, spazzato dinanzi il terreno a furia di mitraglia, attaccò Casanova, la prese, la fortificò, ne fece un punto d’appoggio validissimo alla sua linea di battaglia. Sulla destra del 4º corpo, il generale Luzy, sostenuto dalle due brigate della divisione Renault mandate dal Canrobert, dopo molti incontri durissimi, ora prevalendo, ora soggiacendo, riuscì a mantenersi fermo a Rebecco. Tra il Luzy e il Vinoy, la brigata O’ Farrel della divisione Failly s’è insignorita della casa Baita, e la difende contro gl’impetuosi ritorni degli Austriaci. Il generale Niel, rimasto senza riserva, chiede al maresciallo Canrobert che mandi a sostenere il suo centro, vigorosamente e ostinatamente assalito. Il maresciallo Canrobert, stimando che bastino poche forze a proteggerlo dalla parte di Mantova, ordina al generale Trochu di condurre la sua 1ª brigata sul campo di battaglia agli ordini del generale Niel. Il Trochu si mette immediatamente alla testa della brigata Bataille, fa deporre gli zaini, attraversa Medole, già popolato di feriti e di carri, e piglia di corsa la strada di Guidizzolo.

Intanto, sulla sinistra della linea, non prevale ancora la fortuna d’Italia. L’artiglieria austriaca, da casa Soieta, travaglia la 1ª divisione. Invano il generale Durando mette innanzi nuovi cannoni, invano spinge all’assalto, un dopo l’altro, i quattro battaglioni del 2º granatieri; le colonne nemiche s’avanzano. A mezzogiorno, il generale Durando, ridotto in pericolosissima condizione, tenta ancora di arrestare il nemico con un assalto del 4º battaglione bersaglieri e un battaglione del 2º fanteria. I due battaglioni, assalendo arditissimi, lo arrestano in fatti di fronte; ma una lunga colonna si avanza in quel mentre, con rapido giro, sulla destra, e minacciandoli di fianco li costringe a ritirarsi. Allora il generale Forgeot, comandante l’artiglieria del 1º corpo francese, volta rapidamente contro gli Austriaci un forte numero di cannoni, e li ricaccia indietro, con un fuoco violento, sconvolti.

All’estrema sinistra, il generale Cucchiari, arrivato là dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, subito dopo la ritirata del Mollard, dispone senza indugio all’assalto la brigata Casale: l’11º, condotto dal colonnello Leotardi, in prima linea per il Roccolo e San Martino; il 12º dietro. La brigata si muove; ma il nemico, che occupò le case Armia, Selvetta e Monata, la previene, minacciandola sulla destra. Il generale Mollard, di là dove si trova, vede il pericolo, e manda a ordinare al comandante il 2º battaglione del 12º che pieghi subito a destra e respinga il nemico dai nuovi siti donde minaccia. Il comandante del battaglione, che ebbe un ordine diverso dal proprio generale, esita ad obbedire e prosegue. Il Mollard, sdegnato, lo raggiunge di carriera, e gli rinnova il comando con quel suo piglio terribile. Allora il maggiore obbedisce, e volge il suo battaglione a destra; il 3º e il 4º lo seguono; il 1º rimane a sinistra dell’11º reggimento. Il colonnello Leotardi dà il grido dell’assalto: l’11º si slancia sul Roccolo e sulla chiesa di San Martino; i tre battaglioni del 12º, insieme al 10º battaglione bersaglieri, si gettano sulle case dell’estrema destra. Gli Austriaci ricevono gli uni e gli altri con iscariche replicate di moschetteria e di mitraglia che aprono larghi e mortali vuoti nelle colonne d’assalto: il maggior Poma è ucciso; il colonnello Avenati, il maggior Manca, il maggior Zinco feriti; ma le file si stringono, il sangue degli ufficiali infiamma di più irata audacia i soldati, e la brigata Casale, vinta la pertinace difesa, guadagna le alture, invade le case di destra, penetra nella Contracania e conquista tre pezzi d’artiglieria.

Mentre codesto assalto si compie e il nemico subitamente rincalza, la brigata Aqui che vien dietro col 1º battaglione bersaglieri, si dispone anch’essa all’assalto. I due battaglioni di destra del 17º reggimento, ordinati a sinistra della strada Lugana sotto il comando del colonnello Ferrero, si slanciano, con due compagnie del 5º bersaglieri, contro la chiesa di San Martino e la Contracania, ricadute entrambe in poter del nemico. Gli altri due battaglioni del 17º, coi rimanenti bersaglieri del 5º, si gettano a sinistra fino alla casa Corbù di Sotto. Tra una e l’altra di queste due colonne prosegue a combattere vigoroso l’11º reggimento. Il primo battaglione del 12º combatte arditamente all’estrema sinistra, presso le case Ceresa e Vestone, isolato. Tutti codesti assalti soverchiano il nemico, San Martino ed il Roccolo per la quinta volta son presi, gli assalitori s’avanzano sull’altopiano, la vittoria sorride alle armi di Italia.

Al tocco, la brigata Pinerolo della 3ª divisione, chiamata in aiuto dal generale Cucchiari, s’avanza contro la Contracania in ordine d’assalto; il 13º a destra, il 14º a sinistra. Già l’artiglieria dal centro ha preso a battere il nemico, già le prime colonne si sono impadronite di varie case, quando sull’altura della Contracania si vede il fuoco della 5ª divisione rallentare, retrocedere, sparire. L’Austriaco, veduto la debolezza della sinistra italiana, aveva condotto in quel punto il nerbo delle sue artiglierie, e fulminato di mitraglia, alla distanza di duecento passi, il 1º battaglione del 12º e l’ala sinistra del 17º, tra Corbù di Sotto e Vestone. Quel 1º battaglione avea resistito, poi piegato, poi resistito ancora, e da ultimo ceduto il terreno, trascinando nella sua ritirata i due ultimi battaglioni del 17º, bersagliati a sinistra e di fronte; il movimento in addietro s’era propagato di corpo in corpo, dalla sinistra alla destra; il generale Cucchiari, slanciandosi qua e là di carriera, aveva tentato invano di arrestarlo; invano aveva spinto innanzi la 9ª batteria: gli Austriaci avean radunati sulle alture trenta cannoni e impedivano ogni efficace ritorno all’offesa. Impotente, solo, a ritentare l’assalto, il 18º reggimento si restringe a proteggere la ritirata. Il Cucchiari tenta di arrestare i soldati alla strada ferrata: non riesce; tenta di arrestarli a mezza strada per Rivoltella, e non gli vien fatto neppure: li arresta e li riordina finalmente presso quella città.

A quello spettacolo, il generale Mollard, stordito, angosciato, fremente, non sa che risolvere. Attaccherà il nemico? La brigata Cuneo è decimata, spossata, rifinita dalla sete e dal digiuno; e la brigata Pinerolo, scarsa di fronte alle forze poderose degli Austriaci, verserebbe invano il suo sangue. Si ritirerà anch’egli? Il nemico si rovescierà allora sulla sinistra francese. Il Mollard ha deciso: rimarrà fermo ai piedi delle alture, in aspetto minaccioso; terrà in rispetto il nemico, pésto ancora e sanguinoso delle zuffe ostinate della mattina; aspetterà colle armi in pugno il momento propizio a ritentar la fortuna.

La divisione Fanti, rimasta fino alle 11 a San Paolo di Lonato, s’è mossa alla volta di Solferino, per ordine di Napoleone, a fine d’appoggiare l’assalto del 1º corpo.

È un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture della Casa del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5º corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac-Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15º fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in poter dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo d’una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac-Mahon comanda l’assalto: è cosa di pochi istanti: l’eco del grido — Viva l’Imperatore! — non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dall’artiglieria della guardia, sventola il vessillo degli Algerini.

Il Mac-Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla sua linea.

All’improvviso, gli Austriaci, come incitati da sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rafforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrato un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a piegare. Che è questo?

Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.

Allora il Mac-Mahon prepara all’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo sul centro, ed è sforzo disperato; i due Imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per sonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce l’assalto, feroce la resistenza; le artiglierie infuriano con orribile fracasso; il sangue corre; muore il colonnello Douay, muore il colonnello Laure, cadono l’un sull’altro i soldati; ma omai volgerà alla fine questo orrendo macello: gli Austriaci, incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale.

In quel mentre l’11º reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11º battaglione cacciatori, fulminato di fianco da due batterie, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.

Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

Tutto ciò accadendo al centro, un sì spaventoso fragore rimbomba alla destra del 4º corpo, che pare ne tremi il cielo e la terra. Sono quarantadue cannoni francesi diretti dal generale Soleille, che traggono di concerto sul 3º e sul 9º corpo nemico, alternativamente ributtati e rincalzanti. Arde la battaglia, con mutabile risultamento intorno a Casanova e Rebecco. Una brigata di cavalleria della divisione Partouneaux vola in soccorso del generale Vinoy. Arriva da Medole il generale Trochu colla brigata Bataille, la dispone in colonna d’assalto, investe e ricaccia gli Austriaci fino alle prime case di Guidizzolo. Ricevuto là dalle scariche improvvise di schiere profonde e compatte, si ripiega su Baita. Giunge in quel punto col nerbo del 3º corpo il maresciallo Canrobert, fatto sicuro, per l’ora tarda, d’ogni sorpresa da Mantova. A quest’annuncio il generale Niel tenta un ultimo colpo: lancia le truppe della divisione Trochu fra Casanova e la Baita, con una batteria d’artiglieria.

In quel tempo, l’imperatore Francesco Giuseppe, visto squarciata nel centro la sua linea di battaglia, per frenare il corso alla fortuna che precipita, tenta un estremo sforzo a sinistra, contro i corpi del Niel e del Canrobert, mandando tutto intero il suo Iº esercito all’assalto. Le riserve del 3º, del 9º e dell’11º s’avanzano per sostenere le loro malconce divisioni. Un sanguinosissimo combattimento comincia. Il principe Windisch-Graetz si lancia avanti tra i primi, alla testa d’un reggimento della brigata Greschke; si getta con impeto verso Casanova, respinge i bersaglieri francesi che ne contrastano le vicinanze; le colonne lo seguono mirabilmente ardite e ordinate; ma ecco, una palla gli colpisce il cavallo, due altre feriscono lui e lo rovesciano di sella, le file si disordinano, il 1º reggimento dei lancieri francesi, condotto dal generale Labareyre, si avventa alla carica, e sgombra il terreno intorno a Casanova; le fanterie ripigliano animo e si caccian sotto; gli Austriaci voltan le spalle, e la bandiera del loro 35º reggimento cade nelle mani del 76º francese. È questo uno dei più duri incontri della giornata, e a più largo prezzo di sangue pagati: quattro colonnelli, il Lacroix, il Capin, il Maleville, il Jourjon son rimasti cadaveri sul campo.

Mentre qui ferveva più viva la battaglia, tre grandiose cariche di cavalleria si succedevano sulla sinistra del 4º corpo. Il generale Desvaux, viste da lontano alcune colonne austriache dirette verso Guidizzolo, lanciava prima ad assalirle tutto il 5º reggimento usseri e il 1º cacciatori di Africa della brigata Planhol, poi due volte il 3º cacciatori d’Africa della brigata Forton. Il terreno folto d’alberi e intersecato da fossi, avendo ritardata la prima carica, le colonne austriache avevano avuto tempo per formare i quadrati; onde ai reggimenti successivamente sopraggiunti non era riuscito di scompigliarle. Ma avevano loro impedito di andare a ingrossare l’assalto di Casanova, e agevolato così la vittoria del 4º corpo francese.

Sono le quattro. La battaglia, sull’ala destra francese, volge al suo fine.

Il generale Trochu, colla brigata Bataille, mandato dal generale Niel verso Guidizzolo subito dopo l’arrivo sul campo del maresciallo Canrobert, incontra gli Austriaci sulle tre strade che sboccano dal villaggio; li assalta alla baionetta, li ricaccia di fronte fino a un miglio dalle prime case, li respinge dalla parte di Baita, s’impossessa di due cannoni, e prende un grosso numero di prigionieri. Il colonnello Broutta è mortalmente ferito di mitraglia.

Così termina la battaglia sull’ala destra.

Al centro, l’Austriaco è stato cacciato dalla guardia imperiale, d’altura in altura, fino a Cavriana, e nel villaggio stesso di Cavriana, dov’è il quartiere generale dell’Imperatore nemico, penetrarono i volteggiatori della guardia e i bersaglieri algerini. Il Decaen e il La Motterouge hanno respinto gli Austriaci da tutte le case della pianura.

L’imperatore Francesco Giuseppe dà l’ordine della ritirata a tutta la linea.

In quel tempo dalla parte di Madonna della Scoperta il 2º reggimento granatieri, sopraffatto dalle crescenti forze degli Austriaci, s’era ridotto disordinatamente fuori di tiro, per riannodarsi e ritornare sul campo. Tutta la brigata Savoia era entrata in linea e si manteneva salda sui siti occupati, respingendo aspramente gli assalti dei nemici.

Alle due, nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza di prima. La 3ª divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano coll’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora sonar nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguìto? Che fa la 5ª divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito d’un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stremezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. — Ritirarsi? — si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. — Oh no! Mai! — Il suo sangue di soldato si rimescola. — Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul capo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è ancora stato legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Son nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. — Sarebbe la prima volta, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi fa andare in bestia! — E scopertosi il capo, stropiccia il berretto colle mani convulse.

All’improvviso, da una parte del campo si sente una voce concitata: — Il generale Mollard! — È un uffiziale d’ordinanza del Re, arrivato di grande carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. — Generale! — quegli esclama; — Sua Maestà le fa sapere che i Francesi vincono a Solferino, e ch’egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La 5ª divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di venirsi a porre ai suoi comandi.

Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard.

— Signori! — egli esclama volgendosi verso gli ufficiali del suo seguito con piglio risoluto; — il Re vuole che si conquistino le alture, e si conquisteranno.

E poi all’ufficiale d’ordinanza: — Vada a dire al Re che i suoi ordini saranno eseguiti.

L’uffiziale parte di carriera.

La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere; in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e un accorrere precipitoso di cavalieri, un rimescolìo, un ribollimento; fame, sete, arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e gagliardi, come la mattina, all’uscir dei campi; un’altra aurora, più splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e si prenderanno, è ordine del Re.