Part 3
Quel vasto tratto di terreno ch’è chiuso tra il Po, il Chiese, il lago di Garda e il Mincio, sembra formato dalla natura a difendere il passo di questo fiume contro un esercito che venga d’occidente. Una rete intricata e fitta di alture ne abbraccia tutta la parte di settentrione, una vasta e nuda pianura tutta la parte di mezzodì. Passando di là un esercito assalitore va a dar di capo in siti fortissimi, di espugnazione presso che disperata; passando di qui, va a riuscire dinanzi alle paludi del basso Mincio e alla fortezza di Mantova. La rete delle alture è tutta compresa in un grande quadrilatero, largo otto e lungo dodici miglia, che tocca cogli angoli Peschiera, Volta Mantovana, Castiglione, Lonato, ed è corso per mezzo da un fiumicello, il Redone, che nasce fra colline del lato occidentale e va a gettarsi nel Mincio. La prima catena delle alture costeggia, da Lonato a Peschiera, il lago di Garda; le altre si stendono quasi parallele alla prima, mano a mano più alte e più ripide, fino all’ultima, che scende in linea retta da Lonato a Castiglione, e piega poi ad un tratto verso Volta Mantovana. I due punti culminanti di questa catena, ch’è la più elevata e la più scoscesa, sono, verso settentrione, Solferino; verso mezzogiorno, Cavriana; tra l’uno e l’altro, simile a cortina di due enormi bastioni, San Cassiano. Qui è tutto un nodo di colli aspri e difficili, gli uni sorgenti sugli altri, stretti, addentellati, dirupati qua e là, sparsi di case e di torri, ad assalirsi malagevolissimi, formidabili alla difesa. Arduo su tutti, il colle di Solferino, sormontato dalla torre famosa, _la Spia d’Italia_; fiancheggiato da due colli minori, rotti del pari e scoscesi, l’uno nominato dai cipressi che ne copron la vetta, l’altro dalla chiesa, a cui sta presso il cimitero del villaggio; il villaggio è a mezzogiorno-levante del colle cui dà il nome.
La catena delle alture che si stende dietro a codesta, ch’è l’estrema, corre lungo la sponda destra del Redone, da ponente a levante; svolta, a poca distanza da Solferino (e qui s’innalza il colle di Madonna della Scoperta), a settentrione-levante verso Pozzolengo, e forma così, per chi assalga le alture dal piano, un secondo baluardo interno, che ha i suoi due punti più forti a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. Questi due punti formano con Solferino e Cavriana un quadrilatero fortissimo, a cui fanno capo tutte le strade che conducono al Mincio, tranne quella che costeggia il lago di Garda da Lonato a Peschiera, e l’altra che attraversa il piano alla volta di Mantova.
Le alture, da Pozzolengo, proseguono fino a San Martino. L’altopiano che prende questo nome da una chiesa che v’è su, sorge a sinistra della strada Lugana, la quale va da Pozzolengo fino alla riva del lago, vicino a Rivoltella, e a mezzogiorno della strada ferrata che corre da Lonato a Peschiera. Le pendici dell’altopiano, a settentrione e a ponente, sono ripide, scabre, sinuose, sparse di case che ne rendono facile e terribile la difesa, situate, come sono, a guisa di ridotti, che si guardano e si proteggono. Il sito è formidabile tra la casa Colombara, a dritta della strada Lugana, e la casa Corbù di sotto, a sinistra; più formidabile tra la chiesa di San Martino, il punto chiamato il Roccolo, e la casa Contracania, che sono come tre bastioni, congiunti da ripide balze, protetti da folti cipressi.
La pianura è attraversata dalla grande strada di Brescia che varca il Chiese a Montechiari, tocca Castiglione, passa davanti a Medole, da cui la pianura prendo il nome, e procede per Guidizzolo fino a Goito.
Tale il campo di battaglia.
Gli Austriaci, divisi in due eserciti, il Iº composto del 3º, 9º e 11º corpo, comandato dal Wimpffen, il IIº composto del 1º, 5º, 7º e 8º corpo, comandato dallo Schlick, si stendono in linea di battaglia per Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo.
Il IIº esercito, steso sulla destra, ha l’8º corpo, comandato dal Benedek, a Pozzolengo; il 5º, comandato dallo Stadion, a Solferino; il 1º, comandato dal Clam-Gallas, in seconda linea, a San Cassiano e a Cavriana; il 7º, comandato dallo Zobel, dietro al 1º.
Il Iº esercito, steso sulla sinistra, ha il 3º corpo, comandato dallo Schwarzenberg; e il 9º, comandato dallo Schaffgotsche, intorno a Guidizzolo; e l’11º, comandato dal De Veigl, in seconda linea, a Cerlungo e a Castel Grimaldo.
Il quartiere generale dell’imperatore Francesco Giuseppe è a Cavriana.
Gli alleati si distendono in linea di battaglia per Lonato, Castiglione e Carpenedolo.
L’esercito francese, steso alla destra, ha il 3º corpo d’esercito, comandato dal Canrobert, a Mezzane; il 4º, comandato dal Niel, a Carpenedolo; il 2º, comandato dal Mac-Mahon, a Castiglione; il 1º, comandato dal Baraguay-d’Hilliers, a Esenta; il corpo della guardia imperiale a Montechiari.
L’esercito italiano, posto all’estrema sinistra, ha la 1ª divisione, comandata dal Durando, e la 2ª, comandata dal Fanti, sulle alture di Lonato; la 3ª, comandata dal Mollard, a Desenzano e Rivoltella; la 5ª, comandata dal Cucchiari, al di là di Lonato.
Il quartiere generale dell’imperatore Napoleone è a Montechiari.
Di qui cento ventiquattro mila fanti, undici mila cavalli e cinquecento venti cannoni; di là seicento ottant’otto cannoni, cento quarantasei mila fanti, e ventimila cavalli.[2]
[2] Sono noverate solamente le forze che presero parte alla battaglia.
Gli Austriaci, che ripassarono il Mincio la sera del ventitre, hanno designato di lasciare il ventiquattro la linea di Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo, per andare a occupare la linea di Lonato, Castiglione e Carpenedolo.
Gli alleati hanno designato di lasciare nello stesso giorno la linea di Carpenedolo, Castiglione e Lonato, per andar a occupare quella di Guidizzolo, Solferino e Pozzolengo.
I due eserciti s’incontreranno.
Ma l’esercito austriaco deve partire alle nove; gli alleati alle due; il vantaggio dell’iniziamento della battaglia è per loro.
Napoleone ha già dato gli ordini pel movimento.
L’esercito italiano si recherà a Pozzolengo, verso la catena interna delle alture.
L’esercito francese verso la catena esterna e sul piano; il Baraguay-d’Hilliers a Solferino, il Mac-Mahon a Cavriana, il Niel e il Canrobert per Medole, a Guidizzolo.
Il quartiere generale dell’Imperatore e la guardia imperiale si trasferiranno a Castiglione.
Son vicine le tre. Gli eserciti alleati sono in movimento da un estremo all’altro della linea. Il cielo è bello d’un azzurro diafano e netto, che si sfuma all’orizzonte in una tinta rosata e vaporosa. Un alto silenzio regna ancora in tutto il vasto teatro della battaglia.
Si senton le prime fucilate.
Il 2º corpo, che move verso Cavriana, ha incontrato gli Austriaci presso Casa Morino, a cinque chilometri da Castiglione; i bersaglieri dell’avanguardia hanno cominciato il fuoco.
Il 4º corpo francese, che move verso Medole, ha incontrato i primi drappelli della cavalleria austriaca. Gli squadroni dell’avanguardia francese li hanno assaliti e ricacciati nel villaggio. Il villaggio è difeso dalla fanteria e dall’artiglieria; il Niel ordina alla divisione Luzy d’impadronirsene; la divisione Luzy si ordina in colonne d’assalto e s’avanza.
Il 1º corpo, che move verso Solferino, ha incontrato anch’esso il nemico. Il Baraguay-d’Hilliers ha ordinato alla divisione Ladmirault di assalirlo nella Valle Padercini. La divisione Forey lo ha già cacciato da Monterosso e dal villaggio Fontane.
Il 3º corpo, partito da Mezzane, ha varcato il Chiese e s’avanza verso Medole per la via di Acquafredda e di Castel Goffredo.
Le due divisioni di cavalleria comandate dal Partouneaux e dal Desvaux s’avanzano lentamente, per la vecchia strada di Mantova, tra il 4º corpo e il 2º, alla volta di Guidizzolo.
La terza divisione del 1º corpo, comandata dal Bazaine, si mette in marcia sulle tracce della prima.
Le fucilate risuonano fitte dalla parte dell’esercito italiano.
La divisione Durando ha mandato verso Pozzolengo una colonna esploratrice, composta di tre battaglioni bersaglieri, un battaglione granatieri, una sezione d’artiglieria e uno squadrone di cavalleggieri d’Alessandria. La colonna, penetrata nella valle dei Quadri, ha scoperto gli Austriaci sull’altura di Madonna della Scoperta, e ha incominciato il fuoco.
Un’altra colonna esploratrice della divisione Cucchiari, composta dell’8º bersaglieri, di un battaglione dell’11º fanteria, di uno squadrone di cavalleggieri di Saluzzo e di due cannoni, condotta dal luogotenente colonnello Cadorna, s’avanza per la strada ferrata, volta a destra per la strada Lugana e procede verso Pozzolengo.
La divisione Mollard, che esplora il terreno fra la strada ferrata e il lago di Garda, ha mandato innanzi quattro colonne esploratrici, due della brigata Pinerolo, due della brigata Cuneo. La prima di esse, accompagnata dal generale Mollard, segue il luogotenente colonnello Cadorna sino al punto dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, e di là s’avanza verso Pozzolengo per Corbù di sotto.
Tutte queste colonne vanno successivamente a dare negli avamposti nemici che si stendono da Pozzolengo a Madonna della Scoperta.
I due eserciti austriaci si dispongono rapidamente alla difesa.
Son vicine le sette. L’avanguardia del maresciallo Canrobert arriva in vista di Castel Goffredo, cinto di vecchie mura, tenuto dalla cavalleria austriaca. Il generale Renault lo assale con tre colonne: l’una a sinistra, l’altra di fronte, la terza per la via di Mantova. In pochi minuti la porta è rovesciata a colpi di scure, il villaggio invaso, il nemico fugato. Tuona il cannone a sinistra: è la divisione Luzy che assalta Medole. Il Canrobert ordina alla divisione Renault di accorrere subito a quella volta; egli stesso sollecita la marcia di tutto il corpo d’armata.
Due colonne della divisione Luzy, protette dalle artiglierie, prendon Medole ai lati; il Luzy stesso, dato il segnale dell’assalto a tutta la linea, investe il villaggio di fronte. Gli Austriaci resistono sulle prime; incalzati dalle baionette, piegano; Medole è preso, con due cannoni e mille prigionieri.
Il 9º corpo austriaco si dispone a difesa intorno a Guidizzolo, occupa Rebecco e Casanova. Il grosso del corpo s’avanza per impedire il piano di Medole al generale Niel.
In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, dalla sommità del Monte Medolano vede poderose colonne austriache scendere nella pianura, e le alture tra Cavriana e Solferino incoronarsi di cannoni e di baionette; sente il cannone di Baraguay-d’Hilliers; comprende ch’egli si trova a pericoloso cimento di fronte a tante forze; lo vorrebbe soccorrere, non può: si scosterebbe troppo dal 4º corpo, e il nemico potrebbe cacciarsi in mezzo: spiega una divisione in ordine di battaglia, manda a dir al Niel che intende avvicinarsi al 1º corpo, egli si avanzi a sinistra e chiuda l’intervallo. Risponde il Niel non potere, bisognargli prender Medole prima, intender di piegare a sinistra poi, quando avrà la destra coperta dal Canrobert, il Mac-Mahon potrà allora aiutare il 1º corpo; pel momento no. Intanto, nel piano, fra il 2º ed il 4º corpo, s’avanza una lunga colonna irta di lance e luccicante di sciabole; usseri, lancieri, cacciatori d’Africa, otto reggimenti di cavalleria, le due divisioni Partouneaux e Desvaux, che vengono ad occupare la linea di battaglia tra il Niel e il Mac-Mahon.
Il generale Forey ha ributtato gli Austriaci da Grole su monte Fenile. Da monte Fenile si abbracciano collo sguardo tutte le alture del campo di battaglia: bisogna impadronirsene. Gli Austriaci, numerosi e saldi, stanno alla difesa. Tutto l’84º reggimento, col colonnello alla testa, li assale. — Viva l’Imperatore! — Il Forey è già sulla sommità di monte Fenile. Il Ladmirault libera la sua strada di alcuni piccoli corpi staccati, il Bazaine s’avanza per la via di Fontane e di Grole.
Le colonne esploratrici dell’esercito italiano sono alle mani col nemico a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. L’avanguardia della divisione Durando, respinta di fronte da Madonna della Scoperta, minacciata di fianco da una forte colonna, si ritira verso Fenile Vecchio, sul grosso del Corpo. Il generale Durando, misurato le forze degli Austriaci dall’alto del monte Tiracollo, manda a ordinare alla brigata Savoia che accorra immediatamente a Venzago.
Il luogotenente colonnello Cadorna, comandante la colonna esploratrice della 5ª divisione, arriva a San Martino senza incontrare il nemico; va oltre, supera l’altipiano: nessuno. Piglia per Pozzolengo, s’avvicina alla casa Ponticello, alto: i bersaglieri hanno scoperto le prime sentinelle austriache. Subito: un battaglione a sinistra, l’artiglieria sulla strada, la cavalleria in mezzo: fuoco! Gli Austriaci danno indietro. Rinforzati poco dopo, ritornano. Il Cadorna chiede soccorso alla 1ª colonna esploratrice della 3ª divisione, accompagnata dal generale Mollard, ferma a San Martino. Accorrono due compagnie di bersaglieri a sostenere il suo fianco sinistro minacciato. Non bastano: l’Austriaco ingrossa e procede. Il Cadorna si ritira. Il Mollard s’avanza con tutte le sue forze. Il Cucchiari, avvertito in tempo dal Cadorna, viene avanti anch’egli sollecitamente. Il nemico è già alla Contracania.
La divisione Fanti attende l’ordine d’avanzarsi in vicinanza di San Paolo di Lonato.
Il sole splende in tutta la maestà dei suoi raggi. Il movimento della battaglia si propaga con rapidità maravigliosa. Dall’una parte e dall’altra lunghissime colonne, seguíte da colonne più lontane, s’avanzano; si allargano, come fiumi straripanti, nei piani; si serrano, come folte macchie, sui colli; serpeggiano di catena in catena. Selve di baionette scintillano qua e là tra gli alberi e le mèssi, e balenano grandi lampi improvvisi, seguíti da uno scoppio fragoroso, o lunghe e interrotte striscie di fuoco accompagnate da uno strepito precipitoso di colpi. Splendide e serrate schiere di cavalieri corrono di trotto sonante le strade. Agili batterie si slanciano su per le chine, si schierano, fulminano, e le vette dei monti scompaiono nei nuvoli bianchi, e tremano di rimbombi sonori le valli. E pei monti e per le valli si comincia a sparger sangue e a morire.
Sono le otto. Il corpo del maresciallo Niel procede verso Guidizzolo, inseguendo gli Austriaci. Una brigata della divisione Luzy arriva a Rebecco. Rebecco è difeso da quattro reggimenti del 9º corpo. Luzy lo assale. Qui comincia un’asprissima lotta; le artiglierie traggono dai due lati furiosamente; le case sono prese, perdute e riassalite con pertinacia accanita e fiera uccisione. Ma l’Austriaco, più forte, sta saldo; il Luzy chiede soccorso: sopraggiunge a passo concitato il 63º reggimento della divisione Vinoy; si ritorna all’assalto; la brigata Benedek, che occupava Rebecco, è cacciata. Ma un’altra sottentra, e il combattimento si riaccende più vivo. Intanto la divisione Vinoy sbocca nel piano di Medole e gli Austriaci si avanzano con poderose forze d’artiglieria per contrastarle la strada. Il Vinoy spiega rapidamente le sue batterie per battere le nemiche, e s’attacca un combattimento vivissimo. Altri cannoni vengono in aiuto del Vinoy dalla riserva del 4º corpo, e fulminano dall’ala sinistra. Un secondo rinforzo d’artiglieria sopraggiunge ed entra in linea. L’artiglieria nemica cede, gli Austriaci si ripiegano su Casanova, il Vinoy gl’incalza. Arriva il generale De Failly colla 3ª divisione del 4º corpo, e si spinge nell’intervallo fra il Vinoy e il Luzy. Gli assalti si rinnovano con più impetuoso furore.
Son le nove e mezzo. Il maresciallo Canrobert è arrivato a Medole. L’Imperatore gli fa annunziare che un corpo di 20,000 uomini è uscito da Mantova; si guardi sulla sua destra, e sostenga ad un tempo la destra del 4º corpo. Il Canrobert manda immediatamente una brigata della divisione Renault sulla via di Ceresa, e provvede alla sua sicurezza dalla parte di Mantova.
Intanto, tra il 2º e il 4º corpo, le batterie delle divisioni Partouneaux e Desvaux hanno cominciato a molestare gli Austriaci. Uno squadrone del 5º usseri e uno del 3º cacciatori d’Africa hanno assalito e disperso parecchi drappelli di cavalleria e di fanteria nemica, prendendo molti prigionieri. A misura che la sinistra del corpo del Niel acquista terreno, le due divisioni di cavalleria s’avanzano.
L’Austriaco ingrossa minacciosamente dinanzi al 2º corpo. Il maresciallo Mac-Mahon lascia la strada di Mantova, va a porsi davanti a casa Marino, e di là ordina a battaglia le divisioni La Motterouge e Decaen. Le colonne austriache, seguite da una divisione di cavalleria, scendono e si schierano nel piano di fronte a lui, spingendo innanzi un grosso numero di pezzi d’artiglieria. Il Mac-Mahon, dal canto suo, spiega in un batter d’occhio quattro batterie, e il fuoco prorompe d’ambe le parti furioso. Ma per poco: due cassoni degli Austriaci saltano in aria; la loro artiglieria, sopraffatta e malconcia, retrocede; un reggimento usseri, che tenta tre volte di girare attorno all’ala sinistra francese, viene tre volte vigorosamente respinto dalle scariche della brigata Gaudin de Villaine, e rigettato sui quadrati austriaci con molto disordine e perdita grande d’uomini e di cavalli. Una palla di cannone ha portato via un braccio al generale Auger.
La guardia imperiale muove a gran passi verso Castiglione.
Napoleone, partito da Montechiari, giunge a Castiglione, sale sul castello e osserva il campo di battaglia.
— Non crediamo ancora che gli Austriaci abbiano osato di ripassare il Mincio, — dicono gli ufficiali generali che gli stanno intorno.
— L’hanno passato, è una battaglia generale, — risponde Napoleone. Scende, monta a cavallo, vola dal Mac-Mahon, gli dà gli ordini, e volge a sinistra di galoppo verso il Baraguay-d’Hilliers.
Alla destra del 1º corpo, la brigata Dieu, protetta dalle artiglierie di Monte Fenile, s’è spinta di cresta in cresta fino a Solferino; gli Austriaci si fanno di momento in momento più fitti e più accaniti; la brigata Dieu, miseramente diradando, continua ad andar oltre; il Dieu cade mortalmente ferito.
Alla sinistra, il Ladmirault ha posto in batteria quattro cannoni che fanno terribile strazio delle schiere nemiche. Le brigate F. Douay e Négrier si lanciano assieme all’assalto. Gli Austriaci danno di volta; ma, dividendosi, scoprono nuovi battaglioni, terribilmente compatti, che rovesciano sugli assalitori una tempesta di palle. Il Ladmirault, ferito alla spalla, fasciato in furia, si svincola da’ suoi aiutanti di campo che lo vogliono rattenere, e ritorna a comandare la divisione, a piedi, appoggiandosi al cavallo. Il combattimento ingrossa e inasprisce. Gli Austriaci conoscono quel terreno a palmo a palmo, e a palmo a palmo lo contendono. Il momento è gravissimo. Il Ladmirault ordina che si slancino all’assalto le ultime riserve della divisione; in quel punto un’altra palla gli passa la coscia. — Non è nulla, — egli grida agli ufficiali che gli accorrono intorno, e con supremo sforzo continua a reggersi in piedi, col braccio stretto al collo del cavallo, pallido e sanguinoso. A un tratto vacilla, è sorretto; fa chiamare il generale Négrier, gli affida la divisione; lo trasportano fuori del campo; egli si volge a guardare ancora una volta i suoi bravi soldati che combattono e muoiono per la libertà d’Italia e per l’onore della Francia.
— Avanti il 1º reggimento zuavi! — è l’ordine che manda il Baraguay-d’Hilliers alla divisione Bazaine che s’avanza in quel punto da Grole. L’ordine è eseguito: eccoli! Era un pezzo che fremevano costoro che vanno alla morte come a un convito! Il reggimento s’avanza a passo concitato, rumoreggiando sordamente come piena impetuosa che travaglia le dighe; su quei volti balena la vittoria; in quei larghi petti di ferro si prepara il grido annunziatore di morte; i fucili, agitati dalle mani convulse, si urtano e le baionette risuonano con orrendo fragore. — All’assalto! — La piena sprigionata prorompe, un grido selvaggio si leva e si prolunga come ripercosso dall’eco su per l’erta contesa, l’erta si copre di cadaveri, gli zuavi son sulle alture. L’artiglieria, in quel frattempo, trattasi a gran pena sui punti eminenti, versa una grandine di ferro sui battaglioni austriaci e sfracella le case della gola di Solferino. Una brigata del 5º corpo, decimata, si ritira dal campo. Due altre brigate del corpo stesso si ritraggono sulle alture circostanti al villaggio, e occupano fortemente la torre, il cimitero e il Monte dei Cipressi, rinvigorite d’un poderoso soccorso di genti fresche. Codesti siti sono formidabili, le salite son rotte e scoscese, su tutti i punti battono le artiglierie, i difensori traggono di dietro ai muri con un furore d’inferno.... — Si rovescino quei muri a colpi di cannone! — grida il Baraguay-d’Hilliers. Una batteria s’arrampica sur un’altura a trecento passi dal cimitero e lo bersaglia rabbiosamente con fittissimi colpi; le mura, squarciate, rovinano come per crollo di terremoto. In quel mentre le artiglierie del Forey, sostenute da due batterie della riserva, soffocano la voce dei cannoni austriaci sull’altura dei Cipressi.
Sulla sinistra le sorti non inclinano a favore d’Italia. Il generale Durando, giunto a Venzago, riceve l’ordine dall’Imperatore di congiungersi al 1º corpo. Egli manda subito un soccorso al 1º reggimento granatieri e al 3º battaglione bersaglieri che combattono a Madonna della Scoperta. Le truppe, rafforzate, vanno all’assalto; la 10ª batteria le sostiene, i cavalleggieri d’Alessandria caricano; gli Austriaci piegano. Piegano, ma rincalzano, come sempre, più vigorosi. Due battaglioni del 1º granatieri mandati verso la casa Piopa a cercare un punto dove assalire il nemico, sono assaliti e respinti. Gli Austriaci si avanzano sino a Casa Soieta; lì appostano una batteria e tempestano il 2º granatieri, che s’avanza direttamente contro Madonna della Scoperta.
Sull’estrema sinistra, poi che furon respinte sino alla strada ferrata le colonne esploratrici della 3ª e della 5ª divisione, il generale Mollard si risolve ad attaccare il Benedek col grosso delle sue forze. Arriva per la strada ferrata il generale Arnaldi colla brigata Cuneo e mezza la 6ª batteria; raggiunge la Casanova, volge a destra, attraversa i campi, s’arresta, si dispone: il 7º a destra, in prima linea, col colonnello Berretta; l’8º a sinistra, in seconda, col colonnello Gibbone; quello per la Colombara e la Contracania, questo per il Roccolo e la chiesa di San Martino. S’avanza un drappello di cavalleggieri di Monferrato, un altro di cavalleggieri di Saluzzo, un terzo, un quarto. Squilla il segnale dell’assalto; i reggimenti, saldi e impetuosi, muovono; la cavalleria si slancia di carriera; il nemico tentenna, gli assalitori incalzano rapidissimi, sorprendono tre cannoni, son signori delle alture. — Ci siamo! — grida con trasporto di gioia il generale Arnaldi, e cade. Il generale Mollard, trepidando, accorre: — Che hai? Sei ferito? — Arnaldi, gravemente colpito al ginocchio, fa uno sforzo per levarsi, non gli riesce, e due lacrime gli scendono giù per le gote. — Coraggio! — gli dice con pietà affettuosa l’amico. — Non piango per me, egli risponde; per te piango, chè non ti potrò venir compagno nei pericoli, e una tremenda giornata si prepara: non vedi? — E accenna dalla parte di Pozzolengo, e Mollard guarda, e vede sterminate schiere di nemici ondeggiare e luccicare confusamente sulle alture lontane. — Addio, Arnaldi! — e l’Arnaldi è portato via, e il colonnello Berretta assume il comando della Brigata Cuneo. Gli Austriaci intanto, respinti non rotti, si ristringono, risalgono, riprendono con impeto audace le alture. I battaglioni italiani ritornano all’assalto, l’uno dopo l’altro, infuriando; due volte, seminata di cadaveri la china, guadagnano l’alto piano; due volte ne son risospinti. Di più irato coraggio infiammati, fanno impeto ancora, e prevalgono al fine, e cacciano il nemico dall’alto, e l’inseguono.