Part 18
Sopra un tavolino, accanto alla porta d’uscita, trovai un regolamento e gli diedi una scorsa. Vi sono delle buonissime cose; i fondatori del Circolo hanno veramente saputo ricavare dall’istituzione tutti i vantaggi che poteva dare. Per esempio, sul finire di ogni corso si apre un esame per chi lo vuole, e a coloro che lo superano vien data una patente di _conoscenza pratica_ della lingua, della quale il municipio e le amministrazioni private tengon conto fra gli altri titoli prodotti per ottenere un impiego. Ogni anno sono ammessi gratuitamente al Circolo dieci giovani sprovveduti di mezzi propri per frequentare le scuole private. V’è un ispettorato per ogni lingua, composto di due soci nominati dal Consiglio, che sopraintendono alla esatta osservanza dei programmi e dei regolamenti. Ogni professore è obbligato a stendere una relazione bimestrale intorno all’andamento della sua scuola. Ogni socio può fare qualunque proposta gli paia opportuna, scrivendola sopra un registro che è nella sala di lettura, e la direzione è tenuta a rispondergli nello spazio di tre giorni. È permessa una rivendita di bibite e di gelati accanto alla sala di conversazione per rinfrescare un po’ le labbra novizie alla pronuncia faticosa delle dure frasi tedesche. Ah! lo dimenticavo: è proibito severamente a qualunque allievo di passare per la via dei Mercanti e di alzare gli occhi alle finestre mentre sono in iscuola le ragazze.....
Oh peccato! Io non avrei mica la pretensione d’andarmi a cacciare fra le scolare e il professore; io rinuncierei anche a guardare per il buco della serratura i bei visi, e le ricche capigliature, e le file dei piedini che spuntano sotto i banchi; prometterei anche di non aspirare, come dice il Musset, il profumo dei vestiti delle signore, che egli afferma che si sente, e che è un profumo misterioso: no. Io confesso il mio debole, volerei alla porta della scuola di spagnuolo, starei coll’orecchio allo spiraglio, vorrei afferrare qualcuna almeno di quelle parole larghe, maestose e sonore, in cui pare che l’anima di chi parla si espanda e si riposi, con una sorta di compiacenza altera; qualcuna di quelle altre gentili e carezzevoli, che ci ricordano tanto le nostre, che ci toccano dentro subito come le nostre, che rispondono quasi a un suono che avevamo già nella mente prima d’intenderle, che ci paiono veramente parole della nostra cara lingua dimenticate, voci nostre ripetute da un’eco che ce le alteri, saluti di gente amica che per lunga dimora in paesi stranieri abbia frammisto ad altri gli accenti di un linguaggio che c’era comune..... bizzarrie. Almeno il verbo _querer_ vorrei sentire, farlo ripetere, l’indicativo presente, prima persona, col _te_, più piano, così.... Ma non si potrà, e pazienza! Ci basterà il pensare la sera che lungo il giorno, in quelle scuole risonanti delle nostre rozze voci virili, si sono intese delle voci argentine e soavi, e moduleremo il nostro accento sull’onda sonora che ci tremerà nella mente desiderosa. E lo dicevo che a riveder dei banchi di scuola si ritorna un po’ addietro! Vedete che arcadicherie!
Mi cadde ancora sott’occhio, prima di uscire, un quadro statistico che dà la divisione degli allievi secondo le lingue. È notevole che la inglese, la quale ebbe il numero maggiore di studenti nel primo anno, ne perdette nel secondo e nel terzo una gran parte, che si dedicarono al tedesco: centoquarantotto furono i frequentatori di quest’ultima scuola nell’anno 1871. Il francese è sempre al di sotto dell’inglese e del tedesco; quest’anno poi, dopo la guerra (è facile che ne sia stata questa la cagione) perdette la metà circa degli inscritti, i quali di 254 che erano nel secondo anno, si ridussero ultimamente a 127. Per lo spagnuolo vi fu sulle prime un vero entusiasmo; la sola sezione femminile diede più di quaranta scolare. La elezione del principe Amedeo a re di Spagna, l’arrivo della deputazione, la visita fatta da quei personaggi al Circolo, furono la cagione della voga in cui venne improvvisamente quella lingua; ed anco un po’ la sua altrettanto diffusa, quanto mal fondata reputazione di facilità. Ma quel primo entusiasmo sbollì presto, e lo spagnuolo non conta più che ventidue iscritti. Otto ne ha il portoghese, sei l’arabo, l’ungherese quattro.
È pure a notarsi la divisione degli allievi secondo le professioni. Per me un fatto che prova la reale utilità di questa istituzione è che la classe più largamente rappresentata nella scolaresca è quella dei negozianti. Si potrebbe dubitare infatti, che una parte degli studenti, degli ufficiali, dei possidenti vadano là per ozio per curiosità; ma non i negozianti, giovani i più che sono occupati l’intero giorno, e sacrificano le poche ore di svago e di riposo che potrebbero goder la sera. Nel secondo anno, oltre al gran numero di negozianti e di studenti, vi furono 67 impiegati, 44 avvocati, 38 militari, 34 ingegneri, 18 procuratori, 15 medici, 2 ecclesiastici, ed altri molti di professioni diverse. L’età media degli iscritti è dai venti ai trent’anni. Pochissimi quelli che superano i quaranta.
E mi parve con questo di saperne abbastanza per scrivere una lettera intorno al Circolo, ed uscii. Ed uscendo ripetevo tra me quello che ho scritto di sopra: — Mi pare che in Firenze si dovrebbe istituire un Circolo filologico come quello di Torino.
Ci ripensai, e mi confermai nell’opinione che nessuna città meglio che Firenze potrebbe dar vita e incremento a un’istituzione di questa fatta; Firenze dove il grande concorso di stranieri d’ogni paese è stimolo, occasione e mezzo ad un tempo d’imparar lingue; Firenze che ha da essere di nuovo la città quieta e serena degli studi, e che agli studi appunto dovrà rivolgere una parte dell’attività nuova che la vita di città capitale le sviluppò nel seno; Firenze infine, — e questo ve lo dico nell’orecchio, — dove si può con minor rimorso che altrove consacrarsi allo studio d’una lingua qualunque che non sia l’italiana.
Se poi in un Circolo filologico di Firenze si instituisse l’insegnamento della lingua italiana, io credo che il concorso degli stranieri della classe artistica, industriale e operaia, sarebbe considerevole, (che tre lezioni d’italiano la settimana per cinque lire al mese farebbero comodo a tutti); e il concorso di questi stranieri riuscirebbe di grande agevolamento per gl’Italiani che studiassero le lingue loro. Questo agevolamento in Torino non c’è, o non può esserci che in misura assai scarsa; e se pure si ricava già tanto utile da questa istituzione, che non se ne potrebbe ricavare in Firenze?
Io conobbi costì uno studente del liceo, un giovanetto di diciassett’anni, pieno d’ingegno e d’energia, il quale, pure coltivando con grande zelo i suoi studi scolastici, s’era dato alla lingua inglese e alla tedesca con tanto ardore, che passava le notti sulle grammatiche e sui vocabolari come le avrebbe passate al ballo o al teatro. Ma studiar da sè non gli bastava, e d’altra parte egli era troppo corto a quattrini per dare un venti trenta lire al mese a un maestro. Come fare? A furia di pensarci, trovò il mezzo di supplire o bene o male alle lezioni, almeno per imparare la pronuncia. La sera, finito appena di desinare, correva nella chiesa dei protestanti, si cacciava nel coro, e mentre i suoi vicini tedeschi o inglesi cantavano le loro preghiere, egli se ne stava là tutto raccolto e intento ad afferrare ed imprimersi nella memoria quei suoni, quegli accenti, quelle cadenze; poi cominciò a cantare anche lui; poi, uscendo, prese a fermarsi accanto a qualche crocchio, a dir qualche parola, ad appiccare un po’ di discorso; insomma tirò innanzi così per parecchi mesi ed imparò qualche cosa. — Ma è lunga! — esclamava sovente; — è lunga e dura! Povero giovane, quanto sarebbe stato felice se un giorno gli avessero detto: — Puoi risparmiarti tutti questi sacrifizi, si sta per aprire una scuola così e così, avrai modo di studiare quante lingue vuoi, con tutto comodo, e con cinque lire al mese! — Io pensai a codesto giovane girando per le sale del Circolo di Torino, e avrei voluto averlo un momento con me, per vedere il suo viso usualmente atteggiato ad una serietà e ad una tristezza precoce, rasserenarsi e sorridere, come quando gli vien fatto di cogliere alla prima il senso d’un intricato periodo tedesco. Torna a Firenze — io gli avrei detto; — e fa’ istituire il Circolo tu stesso; qui l’ha fatto un impiegato di ventiquattr’anni; tu fa’ vedere che ci può riuscire anche uno studente di diciassette. E chi sa che se gli cadranno sott’occhio queste linee non gliene venga l’idea?
LE “IMMAGINI BIANCHE.”
A M.A E G.A E.
Quando ho studiato una gran parte della giornata, mi piace passar la sera in una stanzina modesta, con pochi visini ridenti, intorno a una tavola su cui tra i libri e le carte si veggano panierini da lavoro e telai da ricamo e forbici e refe e mani in moto. E che il lume batta bene su quei visi, per vedere se è gente che sente quello che dice.
Io m’immagino che in questo crocchio vi siano due signorine dai quindici ai diciassette anni, sorelle, simpatiche, nelle quali un’educazione prudente e sagace sia riuscita a mantenere il difficile accordo dell’ingegno colla modestia, della coltura colla semplicità; ragazze in cui sia stato sciolto il problema dell’istruzione della donna sovra il dato: «Nè idiota, nè letterata;» ragazze che faccian dire a chi odia ugualmente i due estremi: «Così basta e sta bene.»
Sediamoci e sentiamo: il caso è raro, e val la pena di badarci.
Si parla di letteratura fin dalle prime parole; non di articoli, di casi, di tempi; ma di libri. E, cosa singolare! è difficile ricordarsi del come si sia entrati in questo discorso. Forse perchè gli autori non si sono afferrati l’un dopo l’altro, levati su di peso e lasciati cadere sulla tavola, dicendo: «Attenti! Ora si ragiona di costui.» Ma perchè il discorso li chiama e li conduce, ed essi son là prima che si sia pensato a evocarli, saltan su all’improvviso dietro un’idea gentile; vengono, scompaiono, riappariscono, leggeri e rapidi, senza farsi sentire. Non sono ombre, come nelle conversazioni dei pedanti, lunghe e lente; ma bagliori che tremolano un istante, e via. Non c’è tempo a trattenerli perchè si lavora e si ride; s’inchinano e si salutano e si congedano; e così tutto procede sollecito e allegro: le parole, il ricamo, il tempo.
“Che cosa facevano, signorine, prima ch’io venissi?”
Aspettatevi una risposta diversa perchè hanno la giornata diversamente divisa.
“Io ho studiato un canto di Dante.”
“Io ho rimendato panni vecchi.”
Accennate loro di volo un passo d’un autore, interrogandole collo sguardo per sapere se ne ricordano. L’una guarderà l’altra, starà un po’ pensando, e poi, volgendosi verso di voi, con un’aria umile e una voce sommessa, come di chi confessa un peccato, vi dirà:
«Non lo so.»
E l’altra subito: «Non lo so.»
All’una o all’altra, nel discorrere, si presenterà opportuna la citazione del passo d’un libro, d’una sentenza, d’un verso. Non è mica facile il farla bene. O ci si mette, senz’addarsene, un po’ di tono di pretensione; o il timore che altri ce lo senta, questo tono, ci fa esitare e confondere; o il buttar là le parole alla libera può parere una pretensione più accorta. Ma esse, senza tanti rigiri, vi dicono ingenuamente: «Aspetti!» e volgendo gli occhi in su, cercano di ridursi alla mente la frase esatta; l’una guarda l’altra, s’aiutano, sorridono, e la citazione vien fuori, fresca, modesta e cara, come se fosse uscita alla prima.
Voi esprimete il vostro parere sur un libro che hanno letto, e questo parere sarà uguale al loro. Allora esse acconsentono collo sguardo, col sorriso, coi gesti, con tutta la persona ad ogni vostra parola; si guardano, dicendosi l’una all’altra: «Ma sì!» e precorrono coll’espressione del viso il vostro discorso; e se vi manca l’ultima parola d’una frase, ve la dicono, è quella; e se v’interrompono con un’osservazione, completano il vostro pensiero; ed esclamano poi ad una voce, con un accento pieno di vigore e di grazia: «Come è vero!» Ma se di quel libro non avranno lo stesso concetto, non v’aspettate finzioni o silenzi; esse vi diranno con un’aria di rincrescimento sincero: «Non ci piace;» e si guarderanno di nuovo nell’atto di dirsi: «Peccato!»
Ah! le avete toccate nel vivo, avete nominato uno dei loro libri prediletti, un amico della loro infanzia, ora lasciate che s’aprano e si sfoghino. Ecco, da un moto della loro fronte s’indovina che quel nome ha destato una folla di ricordi cari e gentili, e ravvivata tutta la gioia delle prime letture. Non sanno come cominciare, ma è impossibile che tacciano. Ebbene, diranno le parole solite: «Ho provato questo, ho sentito quest’altro, mi pareva, pensavo, l’anima, il cuore, la vita;» ma ve le diranno in modo che vi parranno nuove, come tutte le parole in cui si versa l’affetto nel suo imperioso prorompere. L’una ricorderà concitatamente una scena, l’altra, impaziente, coglierà un’istantanea sospensione della prima, per tagliare il discorso e ricordare la sua; le voci si confonderanno: «È così, non è così, aspetta, senti;» tratto tratto usciranno in una esclamazione impetuosa e sonora: «Bello!» e dall’accento, dall’occhio, dai gesti, da tutto quello che in una creatura umana si muove ed esprime, trasparirà la loro anima, bella innocente e buona; finchè all’improvviso taceranno tutt’e due insieme, e chineranno il viso sul lavoro, per rialzarlo dopo un istante soffuso di rossore, e dirvi con un timido sorriso:
— Che furia, eh? —
Fatele ancora parlare, interrogatele, forzatele ad esprimere i loro pensieri e i loro sentimenti più famigliari e più occulti. Voi vedrete che in quelle loro menti limpide, ogni libro letto o discorso udito ha lasciato un’impronta netta e spiccata come una mano nella neve. E vi son pur rimasti i modi e le forme pellegrine delle scritture forbite, onde qualche volta, parlando, vestono in gala, senza addarsene, un pensiero comune e dimesso, e ne riesce un contrasto graziosissimo tra la cosa e la parola; senonchè l’intimo senso, educato alla semplicità e all’armonia, ne le avverte subito, e si ripigliano con una sollecitudine e un turbamento più grazioso ancora del contrasto. E ogni titolo di libro richiama alla loro memoria immagini varie e gradite, un’amica del collegio, una gita in campagna; ed hanno per ogni ricordo una parola che lo colora e lo illumina. E vorrebbero dir tutto in fretta, tutt’e due; ma se il bisogno di aprirsi le spinge, il timore di dir troppo le frena; onde, parlando, s’interrogano, s’interrompono a un tratto, ricominciano; e le parole ora si svolgono lente e peritose; ora si affollano e si espandono con libera foga. Da ultimo libere e continue, e allora i visi si fanno più rosei, la voce prorompe più tremola, le mani stropicciano il ricamo; e segue una vicenda rapidissima di aneddoti, di scherzi, di nomi d’autori, di versi, di vezzi, di rossori, di risa; e voi restate là come un fanciullo sotto una pioggia di fiori, di dolci e di ninnoli, che vorrebbe afferrarli tutti, e non può, e stende e ritira le mani, e poi finisce col giungerle esclamando: — Che piacere!
Così veramente hanno da essere congiunti in una donna la coltura e la grazia, il cuore e l’ingegno! Allora la sua immagine vi resterà nella mente come dovrebbe sempre restarvi, o sia una madre, o un’amante, o un’amica: ella vi resterà splendida e bianca.
Grande è la potenza di queste immagini bianche nella vita dell’uomo!
Io vi pongo innanzi queste due, e vi dico che vi fanno del bene.
Quando voi, che avete il bisogno e l’uso di scrivere, state nella vostra stanza, a tavolino, scrivendo; e tutto ad un tratto, per una cagione ignota, inesplicabile, ma non rara nelle anime giovanili, i libri, l’arte, l’avvenire, ogni cosa impallidisce e s’agghiaccia dinanzi a voi e dentro di voi; e una folla di gente che voi travedevate col desiderio muta ed ansiosa intorno al vostro tavolino, prorompe in una risata sonora; e le pareti della stanza pare che s’accostino e s’abbassino per soffocarvi, e la penna vi scivola di mano, e la testa vi cade sul petto; in quel momento in cui vi sembra di misurare per la prima volta, con un sentimento di mestizia infinita, lo spazio solitario ed oscuro che vi separa dal mondo degli svaghi, degli amori e delle ebbrezze, a cui avete dato un addio, stolti! per gli studi e la gloria; — in quel momento, forse, quelle due immagini bianche vi torneranno dinanzi, e vi domanderanno con un sorriso amorevole: — E noi? — Ah sì! — voi esclamerete allora, ripigliando la penna rasserenati e animosi: — non foss’altro che per voi, io lavoro!
E quando voi, mettendovi a scrivere colla impressione viva di letture, di persone o di spettacoli che abbiano risvegliata ad un tratto la parte meno degna dell’anima vostra, ripeterete a voi stessi quella frase d’uno scrittore che io conosco: — Non voglio imbrattar carta pei bambini o per le femminuccie; — e una folla fantastica di cortigiane, di giocatori, di libertini, di adultere vi verranno intorno coi volti accesi e convulsi, e vi diranno: — Scrivi per gli uomini; noi siamo la vita: ritrai; — e voi, forzando vigliaccamente la vostra natura per non parer semplici e sciocchi, comincierete a ritrarre; — allora vi ricompariranno dinanzi quelle due immagini bianche, e accennando la carta che avrete nascosta arrossendo, vi domanderanno con un viso turbato e severo: — Che scrivi? — Ah no! — voi esclamerete allora lacerando lo scritto: — Mai! non foss’altro che per rispetto vostro, mai!
E quando, scrivendo con un’ispirazione serena ed onesta, vi tremolerà alla mente, or sì or no, un concetto alto e bello, e starete là immobili, intenti, coll’arco dell’intelletto teso, per colpirlo nel punto in cui vi balena; e dopo molto sforzo riuscirete a coglierne un raggio, e vi fallirà il vigore per prolungar la prova, e direte a voi stessi: — Basta, forse c’è già un’evidenza ch’io non ci scorgo, forse il lettore afferrerà il concetto intero alla prima; — (artificiose illusioni di artisti sfibrati) allora, forse, vedrete qualcosa agitarsi sul vostro capo, ed alzando gli occhi vi appariranno le due immagini bianche, su, molto in su, sorridenti e serene, le quali vi accenneranno: — Qui, bisogna salir fin qui, ancora uno sforzo, fino a noi! — E allora voi vi riporrete intorno al vostro concetto, lo afferrerete forse subito, forse lo avrete già afferrato.
Ah, voi, immagini bianche, non credete di poter tanto, voi, innocenti e modeste? E se vi dicessi che v’è qualcuno che, parlando con voi, sente e si rimprovera altamente e amaramente le lacune che ha nel capo; — che, uscendo da casa vostra, rinnova ogni giorno il proposito di mettersi a studiar molto, molte cose, ed in furia, per ridursi presto in grado di rispondere a tutte le vostre domande e soddisfare tutte le vostre curiosità; — che la sera tardi, forse mentre a voi, prese dal sonno, sfugge il libro di mano, egli apre i suoi, ne apre uno, lo smette, ne apre un altro, lo chiude, vorrebbe scorrerli tutti insieme, non lo può, s’inquieta e si rattrista, dicendo: — Dovevo studiar prima, — e si conforta: — Avrò tempo a studiar poi, — e si rallegra: — Mi faranno studiar loro!
Benedette le donne che fanno amare il lavoro!
Voi siete di queste, e avete diritto a un ringraziamento; e più che a un ringraziamento, a un augurio; e io ve lo faccio a mio modo.
Possa esser reso a chi verrà da voi, — e da tutte le immagini bianche come voi, — la serenità e l’ardore del lavoro e l’amore della vita raccolta e pura, che voi ispirate a tutti coloro che vi si avvicinano e v’ascoltano. Se avrete nella vita delle ore vuote o dolorose, vi possano venir dinanzi tutti quelli che da voi hanno attinto forza, ispirazioni gentili, e pace, e dirvi l’uno: — Ho scritto un romanzo, il più nobile personaggio è una donna, leggete, siete voi; — e un altro: — Ho fatto una statua che rappresenta un angelo; venite a vedere; ho colto l’espressione del vostro viso quando dite dei versi che vi fanno piangere; — e un terzo: — Ho scritto un’opera di matematica, ridete pure, non è cosa per voi; ma molte volte, quando mi cadeva la testa dalla stanchezza e dal sonno, mi ricordavo di voi e ripigliavo coraggio; vi porgo il libro per questo. — E... sentite ancora, vi dirò una bizzarria, ma la dico col cuore. Possa venire un giorno in cui ciascuna di voi, madre d’un uomo onesto, operoso ed insigne, stando la sera nella sua stanza a rileggere un libro che gli ricordi il collegio o le sue conversazioni di fanciulla, oda a un tratto nella via un gridìo confuso e un suono di banda; e giunga in quel punto, a passi concitati, un amico che le dica: — È il popolo che acclama vostro figlio! — e questo figlio sia presente, e afferrandovi per un braccio e accennandovi il balcone illuminato dal riflesso di cento fiaccole, le gridi: — Madre! il tuo posto è là!
E chi può affermare che non spunterà un tal giorno per voi? Oh! tremolatemi sempre dinanzi agli occhi, care immagini bianche.
FINE.
INDICE.
AI GIOVANI ITALIANI Pag. V Un addio a Firenze 1 Una distribuzione di premi 13 La battaglia di Solferino e San Martino 25 L’inaugurazione degli Ossari di San Martino e Solferino 59 Alla Francia 72 Ricordi di Roma. — L’entrata dell’esercito in Roma 96 La cupola di San Pietro 109 Preti e frati 116 Le terme di Caracalla 124 Un’adunanza popolare nel Colosseo 130 Dell’istruzione delle donne. Aneddoto 140 Il capitano Ugo Foscolo 150 Ai coscritti 160 L’adolescenza 181 Un esempio 184 L’inaugurazione della galleria delle Alpi. Lettere 196 Certe lettere 206 Il circolo filologico di Torino. Lettera 216 Le “immagini bianche.” 226
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (luccichìo/luccichío, seguite/seguíte e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Ricordi del 1870-71, by Edmondo De Amicis