Ricordi del 1870-71

Part 17

Chapter 173,872 wordsPublic domain

Il giovane della lettera, dunque, ebbe la fortuna di parlare con quell’uomo uno degli ultimi giorni dell’anno 1867. Non lo vedeva allora per la prima volta; ma entrò nullameno in casa sua con viva trepidazione, come segue a tutti, vecchi o giovani, illustri od oscuri, che si presentino a lui. Nel momento in cui egli entrò, il grande scrittore s’accostava al camminetto con due pezzi di legna in mano; il giovane salutandolo rispettosamente, glieli tolse di mano e si chinò per metterli sul fuoco. Ma siccome il metter bene due pezzi di legna sul fuoco, quando ce n’è già un mucchio che minaccia di scomporsi e di spandersi, non è un’impresa facile, specialmente per chi sia un po’ confuso dalla presenza d’un uomo illustre, e tanto più se debba far quel lavoro sotto i suoi occhi, così il povero giovane gingillò un pezzo colle mani, provò e riprovò, si scottò le dita, s’insudiciò di cenere, e finì col lasciar cadere i due pezzi di legna a caso, in modo che tutti gli altri si ruppero sotto il colpo, ne uscì un nuvolo di scintille, la brace si sparpagliò sul pavimento e il fuoco si spense. Egli si rialzò col viso rosso come una ciliegia, facendo un atto che voleva dire: — Perdoni! — e un altro che significava: — Sono un tanghero! — e Dio sa se in quel punto non si sarebbe andato a rimpiattare per la vergogna! Ma il venerando vecchio fece un sorriso così allegro, così benevolo, in cui si leggeva così chiaramente ch’egli aveva capito la cagione prima di quel sottosopra, — la commozione prodotta dalla sua presenza, — che il giovane si rincorò a un tratto, sorrise alla sua volta, e dato di piglio alle molle riaccomodò ogni cosa in un batter d’occhio. Ma quel sorriso, ripeto, era stato così caro, aveva espresso così ingenuamente l’anima buona e gentile di quell’uomo, aveva rivelato così appieno il suo finissimo acume d’osservatore, che il giovane, d’allora in poi, l’ha sempre avuto dinanzi agli occhi come l’espressione abituale della sua fisonomia; e ogni volta che ci pensa riprova un senso di dolcezza vivissima, e benedice quei due pezzi di legna, quel suo imbarazzo, quel suo rossore, e n’è assai più lieto che se avesse riportato il difficile trionfo d’una grande e repentina fiammata.

O dove divago?

Vengo all’esempio.... Ma prima un’altra cosa. Quante curiosità vi assalgono nella stanza di un grande scrittore, specialmente se sapete ch’egli ha un’opera manoscritta in pronto per la stampa, finita, corretta, e che quest’opera è lì sopra un tavolino accanto a voi, un mucchio di fogli, tutti in un carattere nitido e grande, da poterne leggere qualche parola di sfuggita! E quanto più viva è la vostra curiosità quando sappiate che quest’opera è il frutto degli studi e delle meditazioni di trent’anni, che fu cominciata e proseguita in segreto fino a due o tre anni addietro, che forse non sarà pubblicata che dopo la morte (lontana, Dio voglia) dell’autore, e che tratta una delle più feconde e solenni quistioni della storia moderna! E poi la curiosità di vedere sullo scrittoio di quell’uomo quali sono i libri ch’egli legge usualmente, quali, tra questi, i più logori, e le pagine piegate, e le postille sul margine; e di tutti i libricciatoli della giornata quali sono penetrati sin là; e fra le innumerevoli lettere che gli si scrivono, quali quelle ch’egli ha messo in disparte per la risposta, e di chi! Che folla di curiosità! Ebbene, a un dato momento, lui uscì dalla stanza, e il giovane rimase qualche minuto solo! Sulle prime stette immobile, guardava intorno titubante, tremava. Poi si slanciò al tavolino, e cominciò a leggere in fretta e in furia il manoscritto, ansando e guardando all’uscio a ogni parola; avrebbe voluto divorarlo in un istante, scolpirselo nella memoria, portarselo via tutto; e leggeva sempre più a precipizio, e le parole e le righe, gli tremolavano e gli si confondevano allo sguardo come i tratti d’un volto riflesso dall’acqua agitata; e la mente non afferrava nulla, e cresceva la smania, e incalzava la paura.... Dio eterno! L’illustre ospite apparve sull’uscio prima che quel disgraziato giovane si allontanasse dal tavolino! Questa volta diventò pallido e abbassò il capo senza fiatare. Ma rialzando gli occhi poco dopo con grande ansietà, ebbe un palpito di gioia infantile: l’ospite illustre sorrideva, ed era daccapo quel sorriso allegro, benevolo, fine, che diceva: — Ho capito, ho capito, leggi pure.

Oh benedetta la curiosità!

Ma l’esempio?

Ora ci vengo.... Ancora una parola. Lui — l’_innominato_ — era uscito dalla stanza per andare a prendere un libro, che, appena tornato, posò sul tavolino, sotto gli occhi del giovane, dicendo: — Se lo tenga. — Era un grosso libro, la più celebrata delle sue opere, ornata di molte incisioni che il giovane non aveva mai viste. Questi cominciò a guardare le prime pagine, e l’impressione che gli fecero quei disegni, rappresentanti personaggi, luoghi e fatti famigliari e carissimi a lui fin dalle prime letture della fanciullezza, fu così schietta e viva, che ad ogni voltar di pagina, prorompeva in esclamazioni e voci di sorpresa e di contentezza, come al rivedere amici antichi, ridendo, battendo la mano sulla tavola, sobbalzando sulla seggiola, dimenticando affatto che c’era là presente quell’uomo. — Oh guarda chi vedo! — esclamava — Così proprio me l’immaginavo! — E quest’altro! — Ti riconosco! — Oh! eccolo qui quel tale! — Oh bello! la casa, la chiesa, il sagrato.... — A un tratto si ricordò di _lui_ che era presente, tacque, si vergognò di quella vivacità smodata, e pensando d’aver fatto la figura d’un ragazzaccio senza garbo nè grazia, e che forse il viso del suo ospite glielo avrebbe fatto capire con quell’espressione incerta tra la stizza e la pietà che si assume in simili casi, alzò gli occhi timidamente.... Un altro sorriso! Un sorriso più amorevole e più caro del primo! Un sorriso che rifletteva tutta la compiacenza segreta del giovane lettore, un sorriso che ringraziava e animava, e diceva: — Capisco, capisco, ridi pure.

Ma l’esempio!

Eccomi. Si venne a parlare della smania che hanno certuni di aver lettere dagli uomini di grido, dell’insistenza con cui le domandano, dell’abuso che ne fanno poi quando le ottengono, menandone vanto, non già come di favore ottenuto a furia d’istanze, e accordato per puro debito di cortesia, ma come omaggio particolare e spontaneo reso a loro, senza che essi se l’aspettassero, senza che ci avessero mai neanco pensato. Il giovane diceva appunto d’aver visto una lettera d’un tale al poeta R., colla quale, senza una ragione al mondo, lo pregava per quello che aveva di più caro e di più sacro a scrivergli, a mandargli almeno una carta di visita con qualche riga, una parola, il suo nome, quello che volesse, purchè scritto da lui. Il poeta tocco da così calda preghiera, gli mandò una sua carta di visita con un verso qualunque. Due o tre giorni dopo, codesto tale entrava frettolosamente in un caffè e avvicinandosi a un crocchio di giovanotti dell’età sua, studenti e professori, esclamava con grand’enfasi: — Io cado dalle nuvole! Sapete che cosa ho ricevuto stamani? ecc. — La verità fu scoperta in seguito e se ne fece un gran chiasso: quel tale aveva fatto passare il poeta come un suo ammiratore; il poeta lo seppe, andò in bestia, e non scrisse più un rigo ad anima viva.

Quest’aneddoto fece sorridere il grande scrittore, e gli richiamò alla memoria parecchi casi somiglianti, seguiti a lui, e ch’egli forse aveva dimenticati da un pezzo.

L’esempio?

Ci si verrà a poco a poco. “Una volta,” egli disse “ricevetti una lettera d’un tale che mi pregava di esprimergli il mio parere su certi suoi versi. Io non risposi perchè... se si avesse da rispondere sempre, bisognerebbe non aver da far altro, e se si risponde a uno, bisogna rispondere a tutti. Dopo un certo tempo ricevetti un’altra lettera in cui quello stesso signore diceva che non sapeva capire perchè non rispondessi, e fra le altre frasi scriveva questa: — _Disprezzo? non crederei._ — E poi: — _Mancanza di tempo? nemmeno._ E via così una serie di supposizioni, e a ciascuna supposizione la sua buona ragione per provare che non si poteva ammettere. — _Dunque perchè?_ — La lettera era abbastanza strana per dispensare anche la seconda volta dal rispondere, e non risposi. Ricevetti finalmente una terza lettera di poche righe, in cui mi si ricordava che — fra le altre virtù cristiane ve n’è una che si chiama l’_Umiltà_.” —

Qui il venerando uomo guardò il giovane sorridendo, quasi con aria di dimandargli: — Le pare? — E il giovane, rimasto un istante a bocca aperta, domandò alla sua volta con un movimento d’indignazione: “Ma è possibile?”

“Un’altra lettera,” proseguì il vecchio illustre sorridendo piacevolmente.... “e questa non aveva nome, ed era molto più dura. Mi pare di ricordarmela testualmente.” — ”Ho letto,” diceva questo tale, “tutte le vostre opere, e mi sono molto seccato, perchè voi lavorate per la _bottega_, e tutti coloro che lavorano per la _bottega_, sono _portati_ da quelli della bottega. Io vi auguro una lunga vita, non per il piacere di vedervi vivo, ma perchè hanno da tornare per voi e pei vostri pari i tempi della ghigliottina, e mi preme che arriviate in tempo a vederli.”

Il giovane diede un balzo sulla seggiola e guardò _lui_ col viso dipinto di stupore, di dolore e di sdegno.

“E un’altra ancora;” riprese a dire lo scrittore col suo consueto sorriso e con una voce che si faceva più benevola e più allegra a misura che s’inaspriva il senso del linguaggio ch’ei riferiva; “una lettera d’un uomo che occupava una carica abbastanza importante (e la disse) mi mandò un suo manoscritto chiedendo consiglio. Era un lungo manoscritto, e non ebbi il tempo di leggerlo subito. Egli me lo ridomandò poco tempo dopo con una lettera asciutta, ed io glielo restituii. Allora mi scrisse una terza lettera in questi termini.” Stette un minuto pensando, e riprese: “Signore! Se voi non volevate leggere il mio lavoro dovevate scrivermi che non potevate; ma non cavarvela col modo villano di non rispondere. Conosco altri letterati in *** i quali, senz’essere poeti e romanzieri, non sono da meno di voi, e m’hanno risposto. Si dice che voi avete l’uso di non rispondere perchè vi spiace che altri possegga i vostri autografi. Ebbene, non abbiate timore per questo: io vi assicuro che se mi scriverete, farò del vostro scritto un siffatto uso che tolga a chiunque lo abbia poi nelle mani, la volontà di conservarlo. Finisco raccomandandovi due autori di cui avete molto bisogno: Monsignor Della Casa e Melchiorre Gioia.”

Parrà incredibile, ma è vero! Queste lettere furono scritte, con queste parole, a quell’uomo, da persone che coltivavano le lettere, e che forse, nei loro libri e nei loro discorsi, allora e poi, si facevano un merito di lodarlo, di onorarlo, di levarlo a cielo, per carpire almeno quel cencino di gloria che si concede facilmente a chi celebra i grandi che ammiriamo ed amiamo, comunque li celebri, almeno in ricompensa del buon volere! Queste lettere furono scritte a lui, grande, semplice, buono; a lui, il nostro amico più intimo, il nostro maestro più caro, la nostra gloria più pura! A lui, che quando siamo tristi e scorati, andremmo a picchiare alla sua porta come poveri, per pregarlo che ci metta la mano sul capo e ci dica: — Figliuoli!

Del resto, per tornare sulla terra, non è a dirsi che effetto abbiano fatto sul nostro giovane quelle lettere; come si sia vergognato della sua vanità, del suo orgoglio, della sua pochezza d’animo, ricordando quella ricevuta da lui, e le conseguenze che gli aveva portate; come abbia pensato e sentito che quando a un uomo pari a quello che gli stava dinanzi, si erano scritte delle lettere di quella fatta, a lui si avrebbe quasi avuto il diritto di scrivergliene delle peggio, e di pretendere che se ne tenesse; come in fine si sia proposto di ricominciare a studiare, a scrivere, a lavorare, a fare quello che poteva, senza badare a lettere con nome o senza nome, da qualunque parte venissero, qualunque cosa dicessero, dal consigliare il Della Casa ad augurare la mannaia, con tutte le sfumature intermedie.

Ah! s’io fossi pittore come vorrei ritrarre il viso di quell’uomo mentre diceva di quelle lettere! Qualche volta corrugava la fronte e socchiudeva gli occhi, come per imitare il cipiglio che dovevano fare gli autori scrivendo; a momenti non si ricordava più della frase, la cercava, e trovatala, sorrideva per la compiacenza di non averla dimenticata dopo tanti anni; di tratto in tratto rinforzava l’accento col gesto, come fanno i ragazzi quando si lamentano, che dicono: — E tu mi hai fatto questo, e questo, e questo! — con una ingenuità, con una serenità, con una bonomia, che se non fosse stata una domanda sciocca e villana gli si sarebbe detto! — Mi faccia la grazia di dirmene dell’altre! —

Il giovane, uscendo da quella casa, come segue a tutti, col cuore un po’ stretto, e in special modo lui, che sapeva di non poterci ritornar prima d’un’altr’anno, ripeteva tra sè: — E tu avevi avuto una stoccata al cuore da quella lettera! T’avevano ferito nell’amor proprio! Non credevi possibile che ci fosse un uomo al mondo a cui dovessi parere uno sciocco! Eri deluso, sfiduciato, prostrato! Specchiati lì, e vergognati, pusillo!

Fu una lezione salutare.

E come dicevo, mi pare che non sia inutile neanche per gli altri. Ma per carità, chi ha indovinato il nome, zitto! È il babbo di tutti, ma anche col babbo ci vuol discrezione.

IL CIRCOLO FILOLOGICO DI TORINO.

LETTERA.

Torino, 11 ottobre 1871.

Ho pensato più volte che in Firenze si dovrebbe istituire un Circolo filologico come quello di Torino.

Poche sere fa, passando per via dei Mercanti, fui invitato a visitar le sale del Circolo da un mio amico, che fu tra i primi a promuoverne l’istituzione. Entrai di mala voglia; ma subito mi rallegrai di esser entrato. Quel luogo mi ha fatto un’impressione curiosa. Così alla prima, se non avessi saputo dov’ero, mi sarei trovato imbarazzato a indovinarlo. Non vi si vede, e non vi si sente quel non so che di tutti i luoghi dove si studia, quel raccoglimento, quella tetraggine quasi, che contrasta spiacevolmente alla vivacità del curioso che vi entra per la prima volta, come se gli dicesse: — O zitto, o fuori. — È un luogo allegro e signorile, che presenta a volta a volta l’aspetto di una sala da ballo, di una biblioteca, di un ufficio di giornale, di un casino. Vi sono delle stanzine geniali, dipinte a colori vivi e svariati, con quadri, specchi e tende ampie che strascicano; qua e là, sulle pareti, iscrizioni circondate di rami di alloro; sopra una porta: Primo corso d’inglese; sur un’altra: Secondo corso di tedesco; sur una terza: Primo corso di spagnuolo, e via via; in una sala una bella biblioteca; in un’altra una gran tavola coperta di giornali; in una terza una fila di poltrone, disposte in giro come per sedervi a consiglio; poi un grazioso caffè, un vasto terrazzo, finestre spaziose, aria, fiori, lumi. Oh! qui si deve studiare colla fronte spianata e col sorriso sulle labbra! Sia lodato il cielo... ed il Circolo, che mi riconcilia colle grammatiche e coi vocabolari!

“Veda” mi diceva il mio amico, congedando due custodi che ci avevano accompagnato fino allora con assai più garbo che gli uscieri dei Ministeri; “qui, pagando cinque lire al mese, uno studente, un impiegato, un commerciante possono venir a prendere tre lezioni la settimana di francese, di tedesco, d’arabo, d’inglese, di spagnuolo, d’ungherese, di greco moderno, di russo; possono servirsi dei libri della biblioteca; possono venir la sera, d’inverno, a leggere giornali accanto al fuoco, a lavorare, a parlar la lingua che studiano; in una parola, possono passare il tempo con piacere, con utilità e con risparmio dal primo all’ultimo giorno del mese, non spendendo più di quel che ci vuole per andar due volte all’opera o dieci volte al caffè.”

Domandai chi fossero i professori.

“I professori” mi rispose, “sono i più distinti della città; basta dire che vi è il Müller, il Gras, il Segalla, il Giuliani, il De Bender, dodici in tutti. Si sono profferti a gara, rinunciando anche a quel più di guadagno che ricaverebbero dall’insegnare in altri istituti; fanno il loro dovere con amore, intervengono nelle sale di conversazione, si occupano di tutti gli allievi.”

“E chi paga?”

“Pagano i soci; sono quasi cinquecento; le poche lire mensili date da ciascuno bastano a far le spese di ogni cosa; gli allievi sono numerosissimi e appartengono a tutte le classi della società: negozianti, impiegati, avvocati, ingegneri, medici, ufficiali, preti, studenti; le scuole riboccano di scolari; v’è chi studia due lingue insieme, chi persino tre, tutte sono studiate, anco l’arabo; vi sono delle famiglie intiere che vengono: padre, figliuoli, figliuole.”

“Anche le figliuole?”

“Certo: vi è una sezione femminile separata; le allieve sono quasi duecento; parecchie sono delle prime famiglie di Torino. Quest’anno, si fece l’inaugurazione solenne; il corso è diretto da una signora; i professori sono aiutati da tre signorine incaricate ciascuna dell’insegnamento di una lingua; le lezioni per gli uomini si danno la sera, quelle per le donne lungo la giornata; e le donne studiano con più ardore, con più costanza e più successo degli uomini.”

“E a pagare tanti maestri, e un quartiere così vasto, e una illuminazione così splendida, bastano le cinque lire dei soci?”

“Ce n’è d’avanzo; l’entrata supera l’uscita. Oltre a questo, vi sono dei proventi straordinari. Il municipio, quando vide che l’istituzione portava buoni frutti, le accordò un sussidio; gliene accordò un altro il Ministero dell’istruzione pubblica; un terzo la Camera d’agricoltura e commercio; s’incassano oltre a ventimila lire l’anno. V’è un consiglio d’amministrazione, un presidente, un vice-presidente, un segretario, un cassiere, un economo, un esattore, un bibliotecario, un censore, un consigliere, e tutti fanno il loro dovere e nessuno è pagato.”

“Ma bene!”

“E abbiamo anche le nostre piccole glorie. Il Circolo ebbe una medaglia dal Congresso pedagogico del 1869; ebbe incoraggiamenti e consigli dal Baruffi, dal Peyron, dal Flecchia, dal Vallauri; in una città del Belgio, Verviers, s’istituì un Circolo come questo, e il presidente scrisse qui ringraziando dell’esempio che gli si era dato; venne a Torino la deputazione spagnuola per l’offerta della Corona al principe Amedeo, e parecchi dei suoi più cospicui personaggi si recarono a visitare il Circolo, assistettero alla lezione di spagnuolo, conversarono cogli allievi, recitarono versi, promisero e mandarono poi dalla Spagna libri e giornali, e s’adoperarono a far sorgere là un’istituzione simile alla nostra. Infine, il Governo pensa al modo d’introdurre nel Circolo l’insegnamento della filologia comparata, perchè ha veduto che qui si studia e si lavora di proposito, e l’istituzione è fondata sopra una base che vale più di tutti i sussidi e di tutti i favori: — la buona volontà e il buon accordo di tutti.”

Domandai chi avesse avuto la prima idea dell’istituzione.

“Un giovanotto di 24 anni” mi rispose l’amico; “un semplice applicato alla cancelleria civile del Tribunale di Torino, un certo Luigi Salesse.”

Salesse! — io ripetei tra me. — Ecco uno di quei nomi che chi ha occasione di scrivere per la stampa deve raccogliere e pubblicare, per debito di cittadino e di scrittore, come farebbe del nome dell’inventore d’una buona macchina o dell’autore d’un buon libro; che certo egli non ha fatto un’opera meno utile, nè durato una fatica minore. Chi ci s’è provato, in queste cose, lo può dire. Egli si sarà levato una mattina con quell’idea in capo, venutagli forse in sogno, chi sa? se ne sarà subito acceso, e senza pensare a difficoltà, senza dubitare della riuscita, si sarà detto allegramente: all’opera! E lo stesso giorno avrà cominciato a parlarne cogli amici, a sollecitare, a progettare, a scrivere... Ma ohimè! Qualcheduno lo avrà deriso, altri avrà fatto spalluccie, altri non gli avrà dato che delle buone parole; non sarà mancato forse chi dietro le spalle l’accusasse di vanità, di secondi fini, di raggiro; ed egli si sarà scoraggito e sarà tornato a casa col cuore pieno di melanconia. Ma la mattina dopo, affacciandosi alla finestra della sua cameretta, e sentendosi soffiare nel viso l’aria vigorosa di Torino, si sarà riconfortato, avrà sperato di nuovo, avrà deciso di ritentare la prova: s’ha tanta forza a 24 anni! E poi bisogna tener alta la bandiera della volontà piemontese! E allora daccapo a cercare, a proporre, a discutere, a pregare, finchè sarà riuscito a raccogliere una dozzina d’amici concordi, e li avrà radunati in casa sua... Appunto, le prime riunioni furon fatte in una stanzina al quarto piano in via Roma, al lume d’una candela; non ci sarà stato fuoco, di certo; ma che importa del buio e del freddo a un giovane di 24 anni, che ha una idea luminosa nel capo e una passione ardente nel cuore? Ora, in queste sale, ci sono stufe e lampade e tappeti: questo gli premeva, ci riuscì, non voleva nulla per sè, non è nemmeno membro del Consiglio, ha ottenuto il suo scopo, è contento.[3] —

[3] Mentre ristampiamo questo scritto, si dà opera in Firenze all’istituzione d’un Circolo filologico simile a quello di Torino. L’autore ricevette pure, pochi giorni sono, una lettera da Padova, nella quale gli si annunciava che un giovane studente dell’Università, dopo aver letto il suo scritto sul Circolo di Torino, s’era assunto l’impresa di promuovere una uguale istituzione in quella città, ed aveva incontrate numerose adesioni. Crediamo dunque che non sia inutile questa ristampa, se pure non dovesse portare altro frutto che quello d’indurre altri giovani a fare un nobile tentativo.

“Sicuramente,” dissi poi al mio amico, “io sarò allievo del Circolo filologico; fa’ conto come se fossi già iscritto, voglio tornar a sedere su quei banchi.” E apersi la porta di una delle scuole. “Non so quale affetto melanconico mi ci spinga. Sento come un bisogno di rinfrescarmi l’anima in codesto lavorìo di quaderni, di temi, di appunti, che ho smesso ieri, si può dire, e che mi par già tanto lontano, che mi spavento a pensarci. Deve parere di tornare un po’ addietro a sedersi là. Ci voglio tornare, e studiare, e fare i miei lavori con impegno e tirarmi gli sguardi compiacenti del maestro. E quando il maestro ripeta qualcosa ch’io abbia già inteso, far delle figure sulle copertine dei libri, stuzzicare il vicino, o pensare che la domenica non c’è scuola e che mi potrò divertire. E quando finisca la lezione, esser uno dei primi a saltar fuori e a fare strepito giù per le scale e a mescolarmi allegramente a quella svariata scolaresca di giovanotti, di uomini maturi, di negozianti, di dottori. Oh mi piace, sento che mi farà bene, e scommetto che fa bene a tutti. Vi sono due cose che è utile guardare di tanto in tanto, e pensarci su, che dicono sempre qualcosa di nuovo e di buono, un bel cielo stellato e una stanza con una cattedra e tre o quattro file di banchi.”

Diedi poi un’occhiata alle iscrizioni, e lessi un proverbio arabo che dice: «Ciascuna lingua vale un uomo.»

Un detto del Baretti: «Il progresso cresce gigante là dove si ciba di giornali esteri; dove no, resta nano.»

Uno del Napione: «Le traduzioni producono presso a poco lo stesso effetto che i viaggi per l’ingegno.»

Uno di Carlo Quinto: «_Un hombre que conozca cinco lenguas es igual à cinco hombres._»

E avanti, in ogni stanza, in ogni andito, sopra ogni porta c’è una sentenza o un consiglio o un eccitamento allo studio.